6. Scrivere per sopravvivere

Anna fa subito i conti con la miseria di Dostoevskij, costretto a impegnare in pieno inverno la propria pelliccia per sostentare i parenti, la famiglia del fratello Michail e l’insopportabile figliastro Pavel Aleksandrovič, parassita arrogante.

A differenza degli scrittori benestanti come Turgenev, Tolstoj e Gončarov, Dostoevskij, a causa della necessità impellente di ricavare un guadagno dall’attività letteraria, offre egli stesso le proprie opere alle riviste e per questo motivo è pagato meno dei suoi colleghi più abbienti. Così, spiega Anna nelle sue Memorie, mentre Turgenev, per esempio, riceve 500 rubli per foglio a stampa, a Dostoevskij ne vengono pagati appena 150 per Delitto e castigo. È consolante sapere che nel mercato letterario la meritocrazia non è esistita neppure per Dostoevskij.

Per Dostoevskij la scrittura è sopravvivenza, oltreché vocazione, e ciò si riflette inevitabilmente nei suoi testi: costretto a scrivere in fretta, non ha la possibilità di rivedere le proprie opere, di rifinirle, soprattutto a livello stilistico, e ciò lo addolora nel profondo. «Quante volte sono stata testimone», scrive Anna, amareggiata, «dell’autentica disperazione di Fëdor Michajlovič quando, all’improvviso, si accorgeva di “aver sciupato un’idea a lui tanto cara” e che non c’era più tempo per rimediare all’errore» [1]. Tutta la vita di Dostoevskij è una lotta per la sopravvivenza.

7. L’epilessia

Gli attacchi epilettici prostrano Dostoevskij nel morale oltreché nel fisico. Dopo una crisi il suo umore resta nero per giorni, talvolta persino per una settimana: «È come se avessi perduto la persona a me più cara al mondo, come se tornassi da un funerale» [2]. Ogni attacco epilettico è un lutto e Anna non può fare niente per alleviare le sofferenze del marito durante le crisi. Può soltanto stringerlo forte a sé, come spiega a Izmajlov:

Ricordo i giorni della nostra vita familiare come giorni di una grande, immeritata felicità. Ma talvolta ho scontato questa felicità con una infinita sofferenza. La terribile malattia di Fëdor Michajlovič minacciava ogni giorno di mandare in pezzi la nostra serenità […]. Come sapete, questa malattia non si può né prevenire, né curare. Tutto quello che potevo fare era slacciargli il colletto e prendere la sua testa tra le mie mani. Ma vedere quel volto amato diventare bluastro, deformato, con le vene gonfie da scoppiare, rendersi conto della sua sofferenza e che tu non lo puoi aiutare in alcun modo, era uno strazio: evidentemente quello era il prezzo che dovevo pagare per la felicità di vivere accanto a lui [3].

Anna assiste al primo attacco epilettico di Dostoevskij, un doppio attacco, poche settimane dopo il matrimonio, celebrato il 15 febbraio 1867. Sono a cena, ospiti della sorella di Anna, Dostoevskij, che conversa amabilmente con la padrona di casa, all’improvviso s’interrompe, impallidisce, si avvicina alla moglie, si china verso di lei e grida, di quel grido «terribile e quasi disumano» che annuncia la crisi. Dostoevskij si piega in avanti, Anna lo afferra e, dopo aver tentato invano di farlo sedere sul divano, lo accompagna a terra. Anna si siede accanto a lui, sul pavimento, e tiene la testa del marito sulle sue ginocchia. Dostoevskij riprende i sensi, ma la crisi si ripete e questa volta dura più di due ore, due ore in cui il malato, tornato presto in sé, urla a squarciagola per il dolore. Anna teme che il marito possa impazzire:

Che notte terribile passai! Capii da quale spaventosa malattia fosse afflitto mio marito sentendo i suoi urli e i suoi lamenti disumani, guardando il suo viso stravolto dalla sofferenza, gli occhi sbarrati come quelli di un folle, ascoltando i suoi discorsi sconclusionati, ebbi quasi la certezza che il mio caro e amato marito avrebbe perduto la ragione. Questo pensiero mi atterriva [4].

Almeno l’epilessia, in cui pure Dostoevskij trova qualcosa di buono, nell’attimo che precede l’attacco, caratterizzato da una sorta di percezione superiore di se stessi e della propria esistenza, permette allo scrittore di creare il suo personaggio in assoluto più bello e luminoso, quell’indimenticabile principe Myškin protagonista dell’Idiota [5].

8. Il più grande capolavoro

Nell’aprile del 1867, per sfuggire alla morsa dei creditori, dei parenti-sanguisughe e salvare il matrimonio, i Dostoevskij, impegnando numerosi oggetti di valore della dote di Anna, partono per l’estero. Un viaggio che avrebbe dovuto durare tre settimane e che invece durerà quattro anni.

A Dresda Dostoevskij conduce subito Anna alla Gemäldegalerie. Ignorando tutte le altre opere, percorre le sale in fretta e guida la moglie dinanzi alla Madonna Sistina di Raffaello, che considera «il più grande capolavoro creato dal genio umano» [6]. In seguito Anna lo vedrà passare ore e ore dinanzi al quadro, contemplandolo con tenerezza e commozione. Nella Madonna Sistina di Raffaello, ammirata già nel suo primo, vorticoso viaggio in Europa nell’estate del 1862, le cui riflessioni critiche, polemiche, spesso da uomo del sottosuolo danno vita alle Note invernali su impressioni estive [7], Dostoevskij trova pace.

Raffaello Sanzio, Madonna Sistina, 1513-1514 circa

Della collezione della Gemäldegalerie Dostoevskij apprezza molto anche il Cristo della moneta di Tiziano, che contempla a lungo, la Madonna col bambino di Murillo, la Notte di Correggio, nota anche come Adorazione dei pastori, il Cristo di Annibale Carracci, la Maddalena penitente di Batoni, la Caccia di Ruisdael e, soprattutto, i paesaggi di Lorrain, nei quali vede la rappresentazione ideale della mitica età dell’oro, e di cui uno in particolare, Aci e Galatea, tornerà nei sogni di Stavrogin nei Demòni e di Versilov nell’Adolescente [8].

Claude Lorrain, Aci e Galatea, 1657

9. La malattia del gioco

Tre settimane dopo l’arrivo a Dresda, Dostoevskij si separa da Anna e si reca a Homburg, per giocare alla roulette. Resta a Homburg otto giorni e perde tutti i soldi che gli ha inviato Anna. Dostoevskij giustifica le perdite con il poco tempo a disposizione e l’assenza di Anna: continuamente in pensiero per lei, non è riuscito a trovare la concentrazione necessaria per vincere. Dostoevskij convince Anna e i due lasciano Dresda alla volta di Baden-Baden, dove passano cinque settimane terribili. Dopo lo splendido soggiorno a Dresda, ricordato da Anna come uno dei momenti più belli e felici della sua vita, i Dostoevskij precipitano nell’incubo. Lo scrittore è sinceramente convinto di poter ottenere grandi risultati applicando il suo metodo di gioco, basato sul tempo, la pazienza e la tranquillità, ma Anna, che avrà pure vent’anni ma non è una stupida, si avvede subito che per un uomo come il marito, nervoso, passionale, «incline ad arrivare in tutto fino all’estremo limite» (il suo tratto psicologico più spiccato e caratteristico), non c’è metodo che tenga: è un disastro annunciato.

In meno di una settimana Dostoevskij perde tutto il denaro a sua disposizione e i due coniugi iniziano a impegnare gli oggetti di valore. A volte la fortuna sorride allo scrittore, che però, incapace di dominarsi, finisce per giocare e perdere l’intera somma vinta. A Baden-Baden i Dostoevskij vivono un vero e proprio «inferno», incapaci di mettere un freno a quei «colpi del destino» che si infliggono «volontariamente» (è persino commovente il plurale utilizzato da Anna, come se fosse anche lei una giocatrice incallita). Anna è stupita che un uomo come Dostoevskij, capace di sostenere con coraggio sofferenze di ogni genere, di reagire alla condanna a morte e ai lavori forzati, senza abbandonarsi mai alla disperazione, senza tradire mai la propria umanità, non abbia sufficiente forza di volontà per smettere di giocare e porre fine a quell’inferno, lo trova indegno e umiliante, ma ben presto comprende che la condotta scandalosa, per certi aspetti bestiale del marito non è dovuta alla debolezza di carattere, bensì a una «passione profonda», morbosa, distruttiva da considerarsi alla stregua di una «malattia incurabile». Il gioco distrugge Dostoevskij:

Tornava a casa […] pallido, sfinito, reggendosi appena in piedi, mi chiedeva dei soldi (li faceva tenere sempre a me) e tornava a giocare. Rientrava dopo mezz’ora ancora più stanco e abbattuto per prendere altri soldi, e così via, finché non aveva perduto tutto ciò che possedevamo [9].

Se non può giocare Dostoevskij precipita nella disperazione, piange, si inginocchia davanti ad Anna e le chiede perdono. C’è un solo rimedio: la fuga.

10. Il Cristo morto di Holbein

Partiti finalmente da Beden-Baden, i Dostoevskij, diretti a Ginevra, fanno tappa a Basilea, dove lo scrittore ammira per la prima volta un quadro di cui ha sentito parlare molto: il Cristo morto di Hans Holbein il Giovane. L’opera colpisce nel profondo Dostoevskij, che resta pietrificato dinanzi a quella rappresentazione, così realistica da risultare brutale, di Cristo dopo le atroci sofferenze della croce. Spaventata, Anna coglie sul volto del marito l’espressione che di solito precede un attacco epilettico, allora lo afferra delicatamente per un braccio, lo allontana dalla sala e lo fa risposare su una panca.

Hans Holbein il Giovane, Il corpo di Cristo morto nella tomba, 1521

È come se in questo momento, faccia a faccia con il realismo spietato del quadro di Holbein, Dostoevskij si rendesse conto per la prima volta delle sofferenze fisiche patite da Cristo prima della morte. Dostoevskij scopre che le feroci leggi di natura non hanno risparmiato neppure colui che egli, nei Pensieri sulla morte e sull’immortalità, scritti in occasione della veglia della salma della prima moglie, definisce l’«ideale dell’uomo incarnato» [10]. Una scoperta sconvolgente, che lascia segni profondi nell’opera dello scrittore: il Cristo morto di Holbein diviene l’immagine dell’Idiota, rappresentazione ideale del fallimento della bellezza di Myškin e del trionfo della bestialità di Rogožin, che non a caso nella sua cupa, tetra, tombale abitazione conserva una copia del quadro, dinanzi alla quale tra i due personaggi avviene il seguente scambio di battute:

«Quel quadro!», esclamò il principe, colpito da un’idea subitanea. «Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede».
«E infatti si perde», confermò Rogožin [11].

Un concetto ribadito e ampliato più avanti da Ippolit nella sua Indispensabile spiegazione, e poi, nei Demòni, da Kirillov, che nelle sofferenze e nella morte – inutile – di Cristo individua una prova a sostegno della propria rivolta nichilistica:

Normalmente, gli artisti che affrontano questo soggetto fanno in modo di dare a Cristo un viso bellissimo: un viso che gli orrendi supplizi non sono riusciti a deformare. Invece, nel quadro di Rogožin, si vede il cadavere di un uomo che è stato straziato prima di essere crocifisso, un uomo percosso dalle guardie e dalla folla, che è stramazzato sotto il peso della croce e che ha sofferto per sei ore (secondo il mio calcolo) prima di morire. Il viso dipinto in quel quadro è proprio quello di un uomo appena tolto dalla croce; non è irrigidito dalla morte ma è ancora caldo e, starei per dire, vitale. La sua espressione è quella di chi sta ancora sentendo il dolore patito. Un viso di un realismo spietato. Io so che, secondo la Chiesa, fin dai primi secoli, Cristo, fattosi uomo, soffrì realmente come un uomo e che il suo corpo fu soggetto a tutte le leggi della natura. Il viso del quadro è gonfio e sanguinolento; gli occhi dilatati e vitrei. Ma, nel contemplarlo, si pensa: «Se gli Apostoli, le donne che stavano presso la croce, i fedeli, gli adoratori e tutti gli altri videro il corpo di Cristo in quello stato, come potevano credere all’imminente resurrezione? Se le leggi della natura sono così potenti, come farebbe l’uomo a dominarle quando la loro prima vittima è stato proprio Colui che, da vivo, impartiva i suoi ordini alla stessa natura, Colui che disse: “Talitha cumi!”, e la bambina morta resuscitò; Colui che esclamò: “Alzati e cammina!”, e Lazzaro, che era già morto, uscì fuori dal suo sepolcro?». Guardando quel quadro, si è presi dall’idea che la natura non sia altro che un mostro enorme, muto, inesorabile, una macchina immensa ma sorda e insensibile, capace di afferrare, lacerare, schiacciare e assorbire nelle sue viscere un Essere che, da solo, valeva come la natura intera con tutte le sue leggi e tutta la terra che, forse, fu creata solo perché potesse nascere quell’uomo! Il quadro dà proprio l’impressione di questa forza cieca, crudele, stupida, alla quale tutto è fatalmente soggetto. Dentro di esso, non c’è nessuno fra quelli che erano soliti seguire Gesù. In quella sera, una sera che annientava tutte le loro speranze e forse anche tutta la loro fede, coloro che seguivano Gesù dovettero provare un’angoscia senza nome. Atterriti, si dileguarono, sostenuti soltanto da una grande idea, un’idea che nessuno avrebbe più potuto togliergli o canccllargli: se il Maestro, alla vigilia del supplizio, avesse potuto vedere la propria immagine, sarebbe salito lo stesso sulla croce? Sarebbe morto nel modo in cui morì? [12]

Ascolta una grande idea: c’era un certo giorno sulla terra, e in mezzo alla terra stavano tre croci. Un uomo sulla croce credeva a tal punto che disse a un altro: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il giorno finì, entrambi morirono, se ne andarono e non trovarono né paradiso, né resurrezione. Non si avverò quel ch’era stato detto. Ascolta bene: quell’uomo era il più grande che mai fu al mondo, diede al mondo una ragione di vita. Tutto il pianeta, con tutto quello che c’è sopra, senza quell’uomo, è pura follia. Non c’è stato prima, e non c’è stato dopo un uomo come quello, mai, ha persino del miracoloso. È davvero un miracolo che non ci sia mai stato e che non ci sarà mai uno come Lui. Se è così, se le leggi della natura non hanno risparmiato neanche Lui, non hanno risparmiato neanche il proprio miracolo, costringendolo a vivere nella menzogna e a morire per una menzogna, ne deriva che tutto il pianeta è menzogna e si regge sulla menzogna, su una stupida presa in giro. Quindi anche le leggi del pianeta sono menzogna, sono un diabolico vaudeville. Perché allora vivere, rispondimi, se si un uomo? [13]

Pensieri di questo genere, terribili per un uomo, anzitutto un uomo, che ha fatto di Cristo il proprio «Credo», secondo la celebre espressione utilizzata da Dostoevskij nella lettera a Natalija Fonvizina del gennaio-febbraio 1854 [14], devono averlo inchiodato al pavimento dinanzi al quadro di Holbein, fin quasi a condurlo a una crisi epilettica.

11. L’Idiota

Nonostante le enormi difficoltà economiche, a Ginevra i Dostoevskij ritrovano la serenità perduta. Ogni giorno, verso le sette di sera, fanno una lunga passeggiata, fermandosi davanti alle vetrine dei negozi di lusso: lo scrittore sceglie i gioielli che regalerebbe ad Anna se fosse ricco. Il vecchio poeta Ogarëv va a trovare spesso i Dostoevskij e talvolta presta loro dieci franchi.

Dal punto di vista climatico Ginevra non è una scelta felice: il vento gelido del nord e i continui cambiamenti delle condizioni meteorologiche influiscono negativamente sul fragile e sensibile sistema nervoso di Dostoevskij, colpito sempre più spesso dagli attacchi epilettici. Le crisi gli impediscono di lavorare con regolarità al suo nuovo romanzo, L’Idiota, ma il gioco questa volta agisce positivamente su di lui: la roulette non migliora a livello finanziario la vita dello scrittore, ma gli infonde un nuovo slancio vitale ed egli, tornato a Ginevra, scrive in ventitré giorni il primo centinaio di pagine dell’Idiota. Severo con se stesso, neanche questa volta Dostoevskij è soddisfatto dello sviluppo della grandiosa idea alla base del romanzo («rappresentare una natura umana pienamente bella», come scrive nella lettera del 31 dicembre 1867 – 12 gennaio 1868 a Majkov e in quella del 1-13 gennaio 1868 alla nipote prediletta Sof’ja Ivanova [15]).

12. Sonja

Il 23 febbraio 1868, alle cinque del mattino, a Ginevra, nasce Sonja, la primogenita dei Dostoevskij, chiamata così in onore della nipote prediletta dello scrittore e, soprattutto, in ricordo dell’indimenticabile protagonista femminile di Delitto e castigo, Sonečka Marmeladova, principale artefice, con il suo amore silenzioso, ostinato e coraggioso, della resurrezione di Raskol’nikov [16].

Non appena sente il grido della bambina Dostoevskij si strappa alla preghiera, nella quale trova conforto dall’angoscia, irrompe nella stanza di Anna e si getta ai suoi piedi, baciandole le mani con ardore. Sul volto dello scrittore Anna nota una felicità mai vista sinora. Dostoevskij è un padre «tenero e affettuoso»: assiste «immancabilmente» al bagno della bambina, la prende in braccio per cullarla e farla addormentare, non appena sente la sua voce abbandona le sue occupazioni e si precipita da lei, quando torna a casa le prime parole sono per Sonja. Al culmine della gioia, Dostoevskij passa ore e ore in compagnia della sua bambina, cantando e parlando con lei.

È l’infido vento del nord, che sorprende la famiglia Dostoevskij durante una passeggiata al Giardino Inglese, a portarsi via Sonja, presto, troppo presto, neppure tre mesi dopo la sua nascita, il 12 maggio. Per i Dostoevskij è un momento terribile:

Non so descrivere la nostra disperazione quando vedemmo morta la nostra amata bambina. Ero profondamente infelice e inconsolabile nella mia disgrazia. Ma nel mio profondo dolore non mi dimenticai mai del mio povero marito. La sua disperazione era senza limiti: singhiozzava e piangeva come una donna, copriva di baci il corpicino freddo, le manine e il bianco visino. Non vidi mai una tale disperazione. Ci sembrò che non avremmo potuto sopportare un dolore simile. Durante i due giorni di preparativi per il funerale, non ci separammo neanche per un istante. Andavamo insieme in tutti gli uffici per ottenere l’autorizzazione di seppellire la nostra cara bambina. Le mettemmo insieme un vestitino di seta bianca e la riponemmo in una piccola cassa foderata di seta bianca. Quanto abbiamo pianto!
Mio marito faceva spavento, tanto era dimagrito in quella terribile settimana. Il terzo giorno portammo il nostro tesoro alla chiesa russa e poi al cimitero di Plainpalais.
Alcuni giorni dopo intorno alla tomba furono piantati i cipressi e in mezzo ad essi fu innalzata una croce di marmo bianco. Ogni giorno portavamo fiori e piangevamo insieme sulla tomba della nostra amata figlia. Ci era molto difficile separarci dal nostro tesoro, che si era portato via le nostre dolci speranze e i nostri dolci sogni [17].

Neanche tre mesi dopo aver vissuto il momento più bello e felice della sua vita, Dostoevskij vive il più terribile e doloroso. Per lo scrittore la sua piccola Sonja era già una persona, capace di riconoscerlo e amarlo, come scrive in una commovente lettera del 18 maggio indirizzata a Majkov:

Questo piccolo essere di tre mesi, così piccino e insignificante, per me era già una persona. Cominciava a riconoscermi e ad amarmi, mi sorrideva quando mi avvicinavo a lei. Non piangeva quando la baciavo, smetteva di piangere quando mi avvicinavo al suo lettino. Non a lungo ci fu data la fortuna di godere della nostra gioia [18].

Per i Dostoevskij la vita si ferma: tutti i loro pensieri, tutti i loro discorsi si concentrano su Sonja e i giorni felici in cui lei, con la sua miracolosa presenza, illuminava la loro vita. Ogni bambino che incontrano gli ricorda la loro perdita e così, per non soffrire ulteriormente, i due se ne vanno a passeggiare sulle montagne, in solitudine. Dostoevskij è distrutto, come testimonia la lettera a Majkov del 22 giugno:

Mio caro Apollon Nikolaevič, so e credo che voi avete sinceramente pietà di me: mai fui infelice come lo sono stato in questi tempi. Non ve lo descriverò, ma più il tempo passa, più forte è in me il ricordo della perduta Sonja. A volte sento di non poter resistere. Ella mi conosceva già nel giorno della sua morte; quando io, non sospettando ancora niente, uscii per leggere i giornali, mi seguì con uno sguardo che non posso dimenticare. No, mai dimenticherò e potrò mettere il cuore in pace. Anche se avrò un’altra figlia, non so come potrò amarla. Dove troverò tanto amore per un altro? Ho bisogno solo di Sonja. Non posso credere che non ci sia più e che non debba mai più vederla [19].

Per i Dostoevskij restare a Ginevra è impossibile, troppi ricordi dolorosi, e così i due coniugi si trasferiscono in Italia, dove restano per quasi un anno tra Milano, Firenze, Bologna e Venezia. Dostoevskij conclude L’Idiota.

13. Ljubov

Il 14 ottobre 1869, nell’amata Dresda, nasce la seconda figlia dei Dostoevskij, Ljubov ovvero amore. Dostoevskij ritrova la felicità perduta, come dimostrano le seguenti entusiasmanti parole indirizzate ancora una volta a Majkov:

Ah! Perché non siete sposato e non avete un bambino? Vi giuro che in questo consistono tre quarti di tutta la felicità, e un quarto in tutto il resto [20].

L’amore è una risorsa inesauribile per un vero genitore come Dostoevskij, che si merita ogni sacrosanto giorno il nome di padre, a differenza dei padri dei suoi successivi grandi romanzi: Stepan Verchovenskij nei Demòni [21], Versilov nell’Adolescente e Fëdor Pavlovič nei Fratelli Karamazov [22].

14. La guarigione

Anna, sofferente per la prolungata assenza dalla Russia, convince Dostoevskij a recarsi a Wiesbaden per giocare alla roulette. Sa perfettamente che il marito perderà tutto ciò che ha con sé, cento dei trecento talleri che costituiscono tutto il loro patrimonio, ma spera che la febbre del gioco lo rivitalizzi, gli dia un nuovo slancio, gli permetta di vincere quella sfiducia che, causata dalle difficoltà di tornare in Russia, giorno dopo giorno s’impossessa sempre più di lui. Dostoevskij passa una settimana a Wiesbaden e non perde cento, ma centottanta talleri. Divorato dal senso di colpa, promette ad Anna di non giocare più e questa volta mantiene la promessa, guarendo per sempre dalla malattia del gioco:

Qualche cosa d’immenso è successo per quasi dieci anni (o, per meglio dire, da quando è morto mio fratello e io mi sono sentito oppresso sotto il peso dei debiti); sognavo di vincere, lo sognavo seriamente, con passione. Ora tutto è finito! Questa è stata davvero l’ultima volta! Credi tu, Anja, che adesso mi sento libero! Ero legato al gioco, ora penserò ai miei affari e non sognerò più il gioco per notti intere [23].

15. I manoscritti bruciano

Prima di lasciare Dresda e tornare finalmente in Russia, Dostoevskij chiede ad Anna di bruciare i manoscritti dell’Idiota e dell’Eterno marito, già pubblicati in patria, per evitare pericolose perdite di tempo alla frontiera (Anna è incinta), dove i quaderni verrebbero comunque sequestrati e andrebbero perduti per sempre (a causa dei trascorsi rivoluzionari Dostoevskij è un osservato speciale e la polizia controlla la sua corrispondenza). Con la morte nel cuore, Anna esegue l’ordine, e i manoscritti bruciano, per quanto sia bello pensare, con Bulgakov, il contrario.

16. Una bambinaia provetta

Durante il viaggio di ritorno è Dostoevskij a prendersi cura di Ljubočka (Anna è troppo debole per farlo), come una «bambinaia provetta»: porta la figlia a passeggiare nelle stazioni, le dà il latte, gioca con lei. L’insostenibile dolore causato dalla morte di Sonja è soltanto un brutto ricordo.

NOTE

[1] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, a cura di Luigi Vittorio Nadai, Castelvecchi, Roma 2014, p. 129.

[2] Ivi, p. 144.

[3] Citato in Sergej Belov, Vladimir Tunimanov, Introduzione a Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 12.

[4] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 144.

[5] Per un approfondimento sul personaggio e il romanzo rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte.

[6] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 182.

[7] Per un approfondimento sul testo rimando al contributo «Note invernali su impressioni estive»: Dostoevskij nel «paese dei santi prodigi» – Prima parte, Seconda parte.

[8] Per un approfondimento su questi due personaggi e i relativi sogni rimando ai contributi Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo secondo, Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco».

[9] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 196.

[10] Fëdor Dostoevskij, Pensieri sulla morte e sull’immortalità, citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 154.

[11] Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Federigo Verdinois, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 725.

[12] Ivi, p. 842.

[13] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, pp. 673-674. Per un approfondimento sul personaggio di Kirillov rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo terzo.

[14] «[…] Iddio mi manda talora degl’istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegl’istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo,, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità» (Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 51).

[15] Ivi, pp. 82-84.

[16] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[17] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 209.

[18] Ivi, p. 208.

[19] Ivi, pp. 211-212.

[20] Ivi, p. 219.

[21] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo primo.

[22] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo primo – Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[23] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 227.

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