Aspettate, – disse, guardando il cielo – sarò presto da voi.

Il fiore rosso

I. Come i racconti di guerra, di cui mi sono occupato nella prima parte del presente contributo [1], anche Il fiore rosso, racconto scritto nel 1882 e tra i più celebri e apprezzati di Garšin, nasce da un’esperienza personale dell’autore, il ricovero nell’ospedale psichiatrico Saburova dača, avvenuto due anni prima a causa di un esaurimento nervoso. Al ricovero di Garšin è legato uno degli episodi più significativi della sua breve vita, narrato dallo scrittore Uspenskij [2]: la scandalosa irruzione notturna in casa del ministro degli interni Melikov, pregato in ginocchio da Garšin di graziare il rivoluzionario Mlodeckij, condannato a morte per aver tentato di uccidere proprio Melikov. Consapevole dell’inutilità della sua supplica Garšin, sconvolto, fugge da Pietroburgo, trascinandosi a piedi, nel fango, fino a Jasnaja Poljana, la tenuta di Tolstoj, e oltre [3]. Interessante l’osservazione di Uspenskij, che lega la malattia dell’autore, considerata ereditaria, probabilmente per via paterna, al suo profondo senso di responsabilità, reso peso insostenibile dalla sua sovrasviluppata, a tratti morbosa sensibilità. Garšin avverte la pressione di ogni singolo avvenimento sociale e politico del proprio tempo, accompagnata dall’esigenza bruciante di agire personalmente: una severità, un’intransigenza, una coerenza feroci, che mettono a dura, durissima prova la sua salute mentale, di per sé fragile.

II. Non meno traumatico dell’impegno al fronte, il ricovero nell’ospedale psichiatrico permette tuttavia a Garšin di scrivere quello che da molti è ritenuto il suo capolavoro, Il fiore rosso. Ricoverato, come l’autore, per una grave crisi nervosa, il protagonista dichiara di aver trovato dentro di sé un grande pensiero, «il pensiero che tutto contiene», e di aver risolto così «ciò intorno a cui si dibatte la filosofia». Dopo aver sperimentato «grandi idee sullo spazio e il tempo», giungendo infine al «cuore stesso di ogni illusione», egli vive in una sorta di eterno presente: «Vivo in tutti i secoli. Vivo senza spazio, ovunque o da nessuna parte, come preferite» [4]. Per lui quando e dove vivere, se in un manicomio o in libertà, non fa alcuna differenza: la consapevolezza filosofica, all’origine della sua grave crisi nervosa, lo ha condotto a una sorta di noncuranza verso tutto ciò che egli reputa superfluo e illusorio, compreso il forzato ricovero nell’ospedale psichiatrico.

III. Un’imperturbabilità spirituale assai fragile, anticamera della fine, messa a dura prova dalla nuova idea che cattura e assorbe completamente il protagonista all’interno dell’istituto. Egli crede infatti di far parte di una «cerchia magica» riunita per un’impresa grandiosa, mai tentata prima: la «distruzione del male sulla terra». Male che il protagonista vede racchiuso in tre papaveri rossi conservati nel giardino dell’ospedale psichiatrico: strapparli, uno per uno, estirpando così il male e la sofferenza dal mondo, diviene lo scopo della sua vita.

Sapeva che dal papavero si ricava l’oppio, forse era stato questo pensiero, espandendosi e assumendo forme mostruose, a condurlo verso una visione immaginaria terrificante. Ai suoi occhi il fiore era l’incarnazione del male stesso, aveva assorbito tutto il sangue versato dagli innocenti (ecco perché era così rosso), tutte le lacrime, tutta l’amarezza dell’umanità. Era un essere misterioso e terribile, l’antagonista di Dio, Ahriman, all’apparenza modesto e innocente. Bisognava sradicarlo e ucciderlo [5].

Inizia così l’estenuante, distruttiva lotta del protagonista contro il male e lo splendido fiore purpureo che lo incarna. Per l’uomo estirpare il male, dunque il dolore, dal mondo è una questione di vita o di morte, alla quale, nel suo radicalismo, che sembra avere radici filosofico-morali oltreché psichiche, non si sottrae, consapevole dei rischi. Perché esiste la possibilità che il male penetri, con il suo respiro malvagio, esalato dalla pianta dopo lo strappo, nel protagonista, uccidendolo: una morte comunque valorosa, «da degno combattente, il primo combattente dell’umanità, perché sino ad allora nessuno aveva osato lottare contro tutto il male del mondo in una volta sola» [6]. Per l’uomo che ha visto il male è preferibile morire tentando di vincerlo piuttosto che vivere ignorandolo: un approccio estremo che vale per lo stesso Garšin. Anche per l’autore, infatti, come per il suo personaggio, «il problema del male è ormai questione di vita o di morte. E offrirsi in olocausto per sconfiggere il male, sembra l’unica maniera per giustificare la vita e la morte» [7]. La lotta al male e al dolore come senso dell’esistenza insomma.

IV. Disteso sul letto, il primo fiore rosso strappato stretto con forza nel petto, il protagonista combatte la propria sfiancante «battaglia fantasma» per tutta la notte: al mattino è più morto che vivo. La morfina lo placa per qualche giorno, rendendolo assente, inibendolo, svuotandolo, ma senza cancellare dalla sua mente il grandioso piano: si tratta solamente di una pausa forzata. Il secondo fiore lo sradica sotto gli occhi del guardiano, celebrando l’impresa con un «alto grido di trionfo». Ricomincia così la sua estenuante lotta immaginaria con il male:

Sentiva il male strisciare via dal fiore a flussi lunghi e viscidi; lo invischiavano, gli afferravano le membra, gliele serravano, mentre il corpo si impregnava della loro sostanza orribile. Ora il malato piangeva e pregava Dio, ora malediceva il suo nemico [8].

Anche il secondo fiore è strappato e vinto. Non resta che l’ultimo, il più difficile da sradicare, anche perché al coraggioso protagonista, vittima dei durissimi, disumani metodi di “cura” adottati nel manicomio, non restano più molte energie.

V. L’impresa consuma il protagonista, che dimagrisce a vista d’occhio, si assottiglia, o meglio, svanisce ogni ora di più. Il suo corpo dimagrato non sostiene lo sforzo cerebrale e il suo forsennato, instancabile andirivieni per l’istituto. Certi della sua fine imminente i medici, fallito il tentativo di placarlo con la morfina, ordinano di legarlo a letto. Nonostante la camicia di forza e le larghe fasce di tela che, fissate alle barre del letto, lo immobilizzano, con una destrezza incredibile anche per un uomo sano, il protagonista riesce a liberarsi, approfittando del sonno profondo del guardiano disteso al suo fianco.

È una notte silenziosa e calda. Il valoroso eroe osserva le stelle e gioisce «nel sentire la loro comprensione e il loro appoggio». Gli astri trasmettono forza al protagonista, gli inviano «raggi infiniti» che infondono nuovo slancio alla sua «folle risolutezza». Servendosi delle maniche della camicia di forza, piega una delle barre di ferro dell’inferriata, attraversa lo stretto pertugio e s’inoltra nel cortile. «Arrivo», sussurra osservando il cielo. Il protagonista si arrampica per il recinto, scende lungo il tronco di un olmo e raggiunge il giardino. Si rivolge un’ultima volta al cielo, domandando, quasi supplicando le stelle di attenderlo, quindi strappa l’ultimo papavero rosso, lo fa a pezzi e, tenendolo stretto tra le mani, torna in camera, accasciandosi sul letto privo di sensi.

Raggiunto lo scopo della sua vita, compiuta la sua grande missione di distruzione del male, il valoroso eroe può finalmente morire, felice e orgoglioso:

Al mattino lo trovarono morto. Il suo viso era tranquillo e luminoso; i tratti consunti, con quelle labbra sottili e gli occhi affossati e chiusi, esprimevano una sorta di gioia e insieme orgoglio. Quando l’adagiarono sulla barella, provarono ad aprirgli il pungo serrato e tirar via il fiore. Ma la mano rimase bloccata; portò il suo trofeo con sé nella tomba [9].

La follia concede al protagonista il privilegio, pressoché sconosciuto all’uomo mentalmente sano, di morire in pace con se stesso e con il mondo intero, liberato finalmente dal male: una fine invidiabile.

A livello tematico Il fiore rosso si contraddistingue per la profonda, universale drammaticità, a livello formale per la «semplice severità della raffigurazione»: elementi che contribuiscono a rendere difficile da immaginare, come scrive Korolenko, un tempo in cui questo racconto cesserà di colpire i lettori [10]. Come il suo protagonista, Il fiore rosso di Garšin è al di là del tempo e dello spazio, incastonato come un piccolo, ma luminosissimo astro nel firmamento della letteratura universale.

VI. Come scrive Céline, un folle «altro non è che le solite idee di un uomo ma ben chiuse in una testa» [11]. Il protagonista del Fiore rosso porta semplicemente alle estreme conseguenze quello che dovrebbe essere lo scopo di ogni uomo: diminuire quanto più possibile il male e il dolore. La follia concede al personaggio di Garšin un vantaggio considerevole, concentrando tutto il male del mondo in tre papaveri rossi e permettendogli così di riuscire laddove l’uomo è destinato a fallire, almeno in termini definitivi. È forse anche per questo motivo, per l’impossibilità di estirpare il male e il dolore, e si ricordi il tentativo fallimentare di salvare un rivoluzionario condannato a morte, che Garšin, schiacciato dal peso insostenibile della responsabilità, si uccide, nel 1888, a trentatré anni, lanciandosi nella tromba delle scale.

Di questo scrittore estremo, intransigente e talentuoso, condannato dalla sua sensibilità sovrasviluppata, con troppa facilità definita folle, a soffrire il proprio tempo, restano una ventina di racconti, poche centinaia di pagine in tutto: una produzione esigua, ma dal valore, umano ancor prima che letterario, inestimabile.

NOTE

[1] Vsevolod Garšin, il peso insostenibile della responsabilità. Prima parte – La guerra.

[2] Gleb Ivanovič Uspenskij (1843-1902), scrittore attento all’universo contadino, cui dedicò le opere Diario di campagna (1880) e La potenza della terra (1882). Tormentato da gravi disturbi psichici, trascorse gli ultimi anni della sua vita in manicomio.

[3] Gleb Uspenskij, La morte di Garšin, citato in Anna Lo Gatto Mover, V.M. Garšin, Il fiore rosso, «Rivista di Psicologia Analitica», 1984, pp. 77-78.

[4] Vsevolod Garšin, Il fiore rosso, traduzione di Caterina Balistreri in collaborazione con Gaetano Balistreri, in V.M. Garšin, A.P. Čechov, Lo sguardo sulle cose, Corrimano Edizioni, Palermo 2020, p. 62.

[5] Ivi, p. 69.

[6] Ibidem.

[7] Laura Satta Boschian, Tempo d’avvento. Alle origini culturali, religiose e sociali della prima rivoluzione russa, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1981, p. 12.

[8] Vsevolod Garšin, Il fiore rosso, cit., p. 70.

[9] Ivi, p. 73.

[10] Citato in I protagonisti della letteratura russa dal XVIII al XX secolo, a cura di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 1958, p. 702.

[11] Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, traduzione di Ernesto Ferrero, Corbaccio, Milano 2018, p. 457.

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