I. È innanzitutto sulla metodica, implacabile repressione dell’individuo che si basa il sistema familiare dei Buddenbrook. Ora, nell’illustre famiglia lubecchese protagonista del primo romanzo di Mann non troviamo il dispotismo cieco e violento degli Uzeda (nonostante l’ambientazione sociale differente, I Viceré di De Roberto è il romanzo italiano che più si avvicina ai Buddenbrook [1]), ma per convincere Tony a sposare il signor Grünlich, uomo rettorico, untuoso che scodinzola intorno ai Buddenbrook fiutando il colpo grosso e senza alcun pudore dice tutto ciò che piace loro, si ricorre a ogni mezzo, compresa l’omelia della messa domenicale, che il pastore Kölling, con pathos ammonitore, da profeta biblico, dedica alla ritrosa ragazza (per una ricca famiglia borghese di Lubecca il matrimonio è sempre un affare, e in questo caso, almeno in apparenza, un buon affare):

«Una domenica, mentre era in chiesa coi genitori e i fratelli, il pastore Kölling spiegò con forti parole il testo che dice come la donna debba lasciare il padre e la madre per seguire il marito… e a un tratto il suo discorso si fece violento. Tony lo fissava sgomenta, forse egli la guardava… Ma no, grazie a Dio la sua grossa testa era rivolta altrove, egli predicava in generale, per tutta la folla dei devoti; e tuttavia era ben chiaro che questo era un nuovo attacco, e che ogni parola era rivolta a lei. Una fanciulla, una giovinetta, egli proclamava, che non ha ancora una propria volontà e un proprio raziocinio, e tuttavia si oppone alle amorevoli decisioni dei suoi genitori, è degna di castigo, e il Signore la vomiterà dalla sua bocca… e a questa frase, che era di quelle che il pastore Kölling prediligeva, e che proferiva con entusiasmo, un’occhiata penetrante s’appuntò su Tony, accompagnata da un gesto minaccioso del braccio… Tony vide che il babbo, accanto a lei, alzava la mano come per dire: “Così, basta! Non tanta foga…” Ma era evidente che il pastore Kölling agiva d’intesa con lui o con la mamma. Restò al suo posto rossa e accasciata, con la sensazione che tutti la guardassero; e la domenica seguente non volle saperne di andare in chiesa» [2].

La repressione dell’individuo è una condizione necessaria per mantenere e, se possibile, incrementare il benessere familiare, e a chi ha l’ardire di ribellarsi a questa regola, come Gotthold Buddenbrook, zio di Tony, spetta inesorabilmente la condanna all’emarginazione, all’esclusione dagli affari di famiglia. Durante le vacanze estive a Travemünde Tony si lega a Morten Schwarzkopf, figlio del comandante dei piloti, studente di medicina liberale e anti-aristocratico, e ne parla al padre, che le ricorda come lei faccia parte di una catena alla quale è suo dovere sacrificare la propria felicità personale:

«Mia cara figlia, noi non siam nati per quella che con vista miope consideriamo la nostra piccola, personale felicità, perché non siamo esseri staccati, indipendenti e autonomi, ma anelli di una catena; e, così come siamo, non saremmo pensabili senza la serie di coloro che ci hanno preceduti e ci hanno indicato la strada, seguendo da parte loro rigidamente e senza guardare a destra o a sinistra, una tradizione provata e veneranda. La tua vita, a mio parere, è già chiaramente e nettamente tracciata da parecchie settimane, e non saresti mia figlia, non saresti nipote di tuo nonno che riposa in Dio, non saresti addirittura un degno membro della nostra famiglia se pensassi sul serio, tu sola, di seguire con caparbietà e sventatezza una tua strada irregolare e arbitraria. Questo, mia cara Antonie, ti prego di considerare in cuor tuo» (134).

Si tratta di un passo davvero importante, direi persino fondamentale, che racchiude il significato dell’essere un Buddenbrook: il cognome è un destino, al quale l’individuo non può sottrarsi, se non a carissimo prezzo. Ma il momento decisivo della vicenda di Tony è rappresentato dalla lettura del quaderno di famiglia, vero e proprio testo sacro che conserva e tramanda la storia dei Buddenbrook: leggendolo la ragazza diviene pienamente consapevole di essere parte, nient’altro che la parte di una catena e decide di accettare la proposta di matrimonio del signor Grünlich, che intanto ha avuto anche la sfacciataggine di minacciare il suicidio nel caso di un rifiuto di Tony: «Proprio come anello di quella catena lei si sentiva piena d’importanza e di responsabilità… chiamata a cooperare con risoluzioni e con atti alla storia della sua famiglia!» (144). Incapace di comprendere concetti quali il libero arbitrio e l’autodecisione, Tony, questa creatura superba dall’essenza infantile, aggiorna di suo pugno il testo sacro dei Buddenbrook, fissando sulla pagina il suo fidanzamento con il signor Grünlich.

Il matrimonio di Tony si fonda sull’inganno, un inganno che viene alla luce quattro anni dopo l’unione della giovane con Grünlich: quest’ultimo ha falsificato i conti della sua azienda, drammaticamente in rosso, e ha utilizzato tre quarti della dote di Tony per riscattare le cambiali. Grünlich, assediato dai creditori, sull’orlo della bancarotta, chiede aiuto a Johann Buddenbrook, ma il console gli volta le spalle e riporta a casa la figlia. Johann Buddenbrook, uomo mite e commerciante prudente, è stato certamente raggirato dal genero, ma ha delle responsabilità, non è stato capace di vedere la realtà dei fatti e un germe di decadenza si trova già in lui. Oltre alla frode subita da Grünlich, un’ulteriore dimostrazione della debolezza del console è rappresentata dalla sua fede quasi scaramantica, che si aggrava con la vecchiaia e i malanni. Suo padre è morto circondato dalla famiglia, dai figli e dai nipoti, ha augurato loro buona fortuna e li ha esortati ad avere coraggio, mentre il console Johann Buddenbrook muore all’improvviso, solo nella sua stanza, senza dire una parola. Il malinconico stemma di famiglia, raffigurante una palude piatta con un salice nudo e solitario sulla riva, appare più che mai indovinato.

II. Thomas, il nuovo capofamiglia, si distingue da tutti i Buddenbrook che lo hanno preceduto, come mostrano la fragilità nervosa e, curiosamente, le sue mani: «Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano a una tinta violacea, potevano in certi momenti, in certe posizioni convulse ed inconsce, acquistare un’espressione indescrivibile di sensibilità ostile e di quasi angoscioso riserbo; un’espressione che finora era stata aliena e che mal si addiceva alle mani abbastanza larghe e borghesi, quantunque ben modellate, dei Buddenbrook» (232-233). Insomma, le mani rivelano ciò che lo sguardo si ostina di nascondere. Thomas ha un’individualità spiccata e in lui sono presenti scintille di fervore faustiano, che si manifestano, per la prima volta, quando espone alla famiglia la situazione finanziaria della ditta Johann Buddenbrook alla morte del padre: «La bramosia di vittoria, d’azione e di potenza, la smania di far schiava la fortuna gli balenò breve e violenta negli occhi» (235). Dal momento in cui Thomas prende in mano le redini della famiglia e della ditta, «uno spirito più geniale, più fresco e più intraprendente» anima l’azienda. Il suo scopo non è solamente conservare, ma accrescere il lustro dell’impresa, e per farlo si espone in prima persona, consapevole dell’effetto positivo prodotto dalla sua persona (Thomas è un commerciante-esteta; per lui la forma è importante tanto quanto la sostanza): «amava impegnare la propria persona nella lotta quotidiana per il successo, giacché sapeva bene di dovere parecchi buoni affari al suo aspetto elegante e sicuro, alla sua cortesia suadente, alla sua conversazione abile e spigliata» (245). Thomas si occupa degli affari imponendo, affermando la propria individualità, che nel commercio trova, almeno in questa fase della sua vita, l’ideale, naturale terreno d’espressione: «Io sento sempre il bisogno di guidare gli affari di presenza, con l’occhio, la bocca e il gesto… di dominarli con l’influsso diretto della mia volontà, del mio ingegno, della mia fortuna» (246).

Thomas, dotato di una coscienza critica rara nella sua famiglia, è perfettamente consapevole che i limiti imposti all’ambizione dal proprio mondo commerciale, dalla propria tradizione familiare, «appaiono meschini e ristretti» dal di fuori e dall’alto, ma sa anche che tutto «su questa terra non è che un simbolo», e che anche in una piccola città come Lubecca «si può essere un grand’uomo», «si può essere un Cesare». Basta solamente avere un po’ di fantasia e di idealismo, quella fantasia e quell’idealismo che nessuno dei suoi predecessori ha avuto. Thomas riesce a dare nuovo lustro ai Buddenbrook sposando l’esotica e misteriosa Gerda Arnoldsen, figlia di un milionario commerciante olandese. La scelta di una donna esteticamente originale ed enigmatica, dalla natura artistica, come Gerda, conferma l’ambizione di Thomas e la differenza da tutti i suoi predecessori, che emerge chiaramente anche dalla sua attenzione maniacale, persino ossessiva per l’abbigliamento e la cura del corpo: indossa abiti fini e all’ultima moda, si cambia tutti i giorni la camicia, talvolta persino due volte al giorno, si profuma il fazzoletto e i baffi diritti alla Napoleone terzo. Thomas è il primo Buddenbrook capofamiglia ad avere tendenze personali verso le cose sopraffine e aristocratiche, durante discorsi pratici riguardanti questioni d’affari e problemi cittadini ama citare i poeti come Heine, mentre Gerda, che non si separa mai dal suo Stradivario, introduce nella famiglia quell’elemento artistico finora completamente sconosciuto.

III. Un Buddenbrook non appartiene soltanto a se stesso ed è suo dovere salvare le apparenze. Per questo motivo Thomas spedisce Christian, claunesco e sfaccendato suitier, ad Amburgo, privando gli avversari di un punto debole, e incita Tony a sposarsi di nuovo, per lavare la macchia del precedente matrimonio, altro punto debole della famiglia, con il grossolano Permaneder, mercante di luppolo bavarese. La scure della repressione si abbatte di nuovo sulla giovane Buddenbrook:

«La mamma… può darsi che la mamma non insista troppo, perché sulle questioni delicate lei sorvola e dice “assez”. Ma Tom lo vuole assolutamente. Non vorrai mica insegnarmi a conoscere Tom! Sai come la pensa Tom? Pensa: “Chiunque! Chiunque, purché non sia del tutto indegno. Perché questa volta non si tratta di concludere un buon matrimonio, ma soltanto di cancellare alla meglio con un secondo connubio la macchia del primo”. Ecco quel che pensa. E appena arrivato Permaneder, puoi star certa che Tom zitto zitto ha assunto informazioni, e poiché debbono esser state abbastanza favorevoli e rassicuranti, l’affare per lui è già deciso… Tom è un politico, e sa quel che vuole. Chi ha messo alla porta Christian? L’espressione è dura, Ida, ma la cosa sta proprio così. E perché? Perché comprometteva la ditta e la famiglia, e anch’io secondo lui faccio altrettanto, non con gli atti o con le parole, ma semplicemente col mio stato di donna divorziata. Egli vuole che questo cessi, e ha ragione; Dio sa che non gli voglio meno bene per ciò e spero che egli ricambi il mio affetto» (313).

Incassata la dote, Permaneder si ritira dagli affari e si dedica esclusivamente alle serate in birreria. Tony si ritrova così in una situazione ristretta e assai poco signorile; inoltre in Baviera è una straniera: laggiù essere una Buddenbrook non significa niente e questo le dà un continuo senso di umiliazione. La gravidanza le infonde un nuovo ed energico slancio, la rinvigorisce, la esalta, ma la bambina muore appena un quarto d’ora dopo essere venuta al mondo. Come se non bastasse, Permaneder tradisce Tony con la cuoca Babette ed è la goccia che fa traboccare il vaso: la donna lascia Monaco e torna a Lubecca. Thomas tenta di ricucire lo strappo e accusa la sorella di non saper prendere la cosa dal lato comico, certamente a causa del suo stomaco debole: «Hai sorpreso tuo marito in un momento di debolezza, lo hai visto ridicolo… ma questo non dovrebbe sdegnarti tanto, dovrebbe invece divertirti, e renderti più indulgente per le sue umane fralezze…» (347). Quindi esorta Tony a valutare il caso da un punto di vista politico, mostrandole come da questa condizione di superiorità morale rispetto al marito possa ricavare una grande felicità, ma la donna si ribella agli sforzi del fratello di soffocare lo scandalo: «Discrezione e riguardi son bellissime cose, d’accordo! Ma nella vita c’è un limite, caro Tom […] in cui la paura dello scandalo incomincia a chiamarsi vigliaccheria, proprio così!» (348). Nella prospettiva di Thomas è vergogna e scandalo solo ciò che la gente viene a sapere, ma Tony non ci sta:

«La vergogna segreta che ti rode in silenzio e distrugge il rispetto di te stesso è mille volte peggio! Noi Buddenbrook siamo forse di quelli che vogliono sembrare impeccabili di fuori mentre ingoiamo umiliazioni fra le quattro pareti? Tom, mi meraviglio di te! Pensa al babbo, come si comporterebbe lui, e giudica secondo il suo spirito. No, tutto deve essere chiaro e pulito… In qualunque momento tu puoi mostrare i tuoi libri a chiunque e dire: ecco qua… E così dev’essere per ciascuno di noi. Io so come Dio mi ha fatta. Non ho nessuna paura. Lascia pure che Julchen Möllendorpf mi passi accanto senza salutarmi! E che Pfiffi Buddenbrook venga qui al giovedì e gongoli di gioia dispettosa e dica: “Be’, purtroppo è già la seconda volta, ma s’intende che la colpa è sempre stata dei mariti!” Io mi sento indicibilmente superiore a queste cose, Thomas! So di aver fatto quello che mi pareva giusto. Ma trangugiare le offese per paura di Julchen Möllendorpf e di Pfiffi Buddenbrook, e lasciarmi insultare in quell’ignobile dialetto di bevitori di birra… per paura di quelle due, rimanere in casa di un uomo e in una città dove dovrei avvezzarmi a parole simili, a scene come quella sulla scala, dove dovrei imparare a rinnegare me stessa, la mia origine e la mia educazione, e tutto quel che c’è in me, solo per apparire felice e contenta… questo secondo me è indegno, è ripugnante, è scandaloso, lasciatelo pur dire!» (351).

Tony si ribella alla dittatura dell’apparenza, alla paura dello scandalo, che vince Thomas, ed espelle fuori di sé tutto il disgusto accumulato negli ultimi anni, «un’esplosione, uno sfogo pieno di sincerità disperata». È un momento fondamentale nella vita di Tony e nella storia della famiglia: quale Buddenbrook ha mai parlato in questo modo, così disperatamente sincero? Lo sfogo dirompente di Tony è l’improvviso e travolgente «scaricarsi di una tensione, qualcosa di elementare che non ammetteva replica, non tollerava discussione» (351-352). Tony confessa che il tradimento di Permaneder è la goccia che ha fatto traboccare il vaso: è l’insieme, Monaco e tutto il resto che la disgusta. Incontenibile, la donna rivela al fratello il suo stato di solitudine, di esclusione, di isolamento, di incomprensione in Baviera. Almeno poteva contare sulla convinzione della purezza e della bontà del marito, ma questa convinzione è andata distrutta e non c’è più alcun modo di tornare indietro. Alla fine del colloquio con Thomas, Tony si dichiara vinta e inutile: «Adesso sei solo a lavorare, […] Christian non combina gran che, e io sono finita… fuori combattimento. Non son più buona a nulla… una donna inutile, che dovrete mantenere per misericordia. Non avrei immaginato di essere assolutamente incapace di starti al fianco, Tom! Adesso tu devi lottare da solo perché i Buddenbrook conservino il loro posto… E Dio sia con te» (355).

Lo sfogo di Tony, il suo rifiuto di riparare il matrimonio con Permaneder per salvare le apparenze, supremo interesse di Thomas, è certamente frutto della sua natura infantile, della gravità e della forza di resistenza infantili con le quali affronta le sue esperienze di donna adulta, della sua altissima, superba, aristocratica considerazione del proprio nome – la sola cosa che, in fondo, conferisce un senso alla sua vita -, offeso dal marito e da tutti i bavaresi; non si tratta di un’autentica ribellione, di un’eroica manifestazione di coraggio, di indipendenza, di emancipazione, eppure, nonostante ciò, ella riesce davvero a spezzare la catena di repressione che la intrappola dalla nascita. Tony antepone la propria volontà, non importa se infantile e capricciosa, alla volontà del capofamiglia; più avanti scopriremo che il ruolo di vittima è il più adatto alla sua natura, ben salda, imperturbabile nella sofferenza, al contrario del fratello, dubbioso, insoddisfatto e fragile di nervi: forse, se a capo della famiglia e dell’azienda ci fosse stata Tony Buddenbrook, l’illustre famiglia lubecchese non sarebbe scomparsa.

IV. Il momento culminante della vita e della carriera di Thomas Buddenbrook è rappresentato dall’elezione a senatore. Thomas è la «personificazione di una secolare gloria cittadina», e ciò che lo distingue ed eleva è il livello davvero eccezionale della sua raffinatezza nelle forme, che quando si manifesta suscita stupore e rispetto, ma la sua «vanità», come viene definita da tutti, ovvero la cura che dedica alla propria persona, è in realtà tutt’altra cosa. All’inizio è la «tendenza di ogni uomo d’azione a sentirsi sempre, da capo a piedi, in possesso di quella integrità e correttezza che rende solidi e disinvolti» (381-382), mentre con l’elezione a senatore e la moltiplicazione degli impegni istituzionali, la sua «vanità» rivela «semplicemente che Thomas Buddenbrook, benché avesse appena trentasette anni, soffriva di un rilassamento della sua elasticità, di un più rapido logorio delle sue forze…» (382). Incalzato, spinto in avanti senza requie, Thomas non conosce riposo e non crede nella possibilità di approdare, un giorno, in un porto così sicuro da potersi godere in pace la condizione raggiunta. Anche quando sembra riposare, mille progetti gli turbinano nella testa. Tutto questo mentre gli affari vanno a gonfie vele, come è accaduto solamente ai tempi del nonno, e il nome della ditta acquista ulteriore fama, ben al di là della città di Lubecca. Nella vita pubblica l’autorità del senatore Buddenbrook si accresce costantemente, eppure i successi continui non placano la sua irrequietudine. «Chi sta bene non si muove», scrive Mann, mentre Thomas progetta di costruire una nuova, grande e sfarzosa casa: i suoi bisogni inconsci, mossi da certe necessità imperscrutabili dei suoi nervi sensibili, prevalgono sul buonsenso e le effettive esigenze della famiglia.

Nonostante i successi, l’elezione a senatore, gli affari, la costruzione della casa, la nascita dell’erede tanto atteso e desiderato, il fragile Hanno, Thomas è perseguitato da un invincibile malumore, di cui parla a Tony: «Ho tanto pregustato queste gioie, ma come sempre, l’immaginarsele è stato la parte migliore, perché il bene arriva sempre troppo tardi, diventa realtà troppo tardi, quando non si è più capaci di goderne…» (392). Ma come, domanda Tony, sorpresa, così giovane e già incapace di godere? «Si ha l’età che si sente di avere… E quando il bene che si è desiderato giunge, lento e tardivo, e accompagnato da piccinerie, contrarietà, fastidi, carico di tutta la polvere della realtà, che la fantasia non aveva previsto, e che irrita, urta…» (ibidem). Thomas è il primo Buddenbrook a percepire lo scarto – un vero e proprio abisso – tra fantasia, immaginazione, sogno e realtà, e a soffrirne, perché è il primo Buddenbrook capofamiglia ad avere una fantasia, un’immaginazione e una tendenza al sogno così sviluppate. Ciò è segno di incertezza, di debolezza, è un sintomo inequivocabile della decadenza. Thomas percepisce che qualcosa inizia a sfuggirgli, qualcosa di indeterminato, di indefinito, che non riesce più a tenere stretto nel pugno come una volta, e ragiona sul successo, definendolo una «forza segreta e indefinibile, chiaroveggenza, prontezza, la convinzione di influire sui moti della vita col solo fatto della nostra esistenza… La fede nell’arrendevolezza della vita in nostro favore…» (ibidem). La fortuna e il successo, continua Thomas, sono in noi e bisogna tenerli saldamente, perché quando qualcosa dentro di noi inizia a cedere, tutto ciò che ci circonda si svincola, si ribella, si sottrae al nostro influsso. Thomas ricorda con prostrazione un proverbio turco, «Quando la casa è terminata, viene la morte», e se non si tratta proprio della morte si tratta del regresso, della decadenza, del principio della fine. Il Senato e la casa, conclude Thomas, «sono soltanto apparenze, e so io una cosa alla quale tu non hai ancora pensato, me la insegnarono la vita e la storia. So che sovente i segni esteriori, visibili e tangibili, i simboli della fortuna e della proprietà, appaiono soltanto quando invece la parabola incomincia a discendere. Quei segni esteriori han bisogno di tempo per manifestarsi, come la luce di una stella lassù in cielo, di cui non sappiamo se non sia già spenta o in procinto di spegnersi quando brilla più fulgida…» (393). È il momento di massima lucidità critica di Thomas Buddenbrook, che percepisce nitidamente la propria decadenza e quella della sua famiglia. La sicurezza e la fiducia in se stessi, che hanno caratterizzato i suoi predecessori e che il senatore si sforza di mantenere intatte attraverso l’ossessiva cura del corpo, si sgretolano rovinosamente, segno inequivocabile dell’estinzione.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo dello scrittore siciliano rimando al contributo Federico De Roberto, «I Viceré» ovvero «fare il proprio comodo sopra ogni cosa». Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[2] Thomas Mann, I Buddenbrook, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino 2014, p. 105. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

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