L'abominevole tana dell'uomo del sottosuolo in una illustrazione di Ilya Glazunov

L’ultimo uomo. Sulle «Memorie dal sottosuolo» di Fëdor Dostoevskij – Terza parte

Una balla colossale

L’uomo del sottosuolo ce l’ha, tra gli altri, con i cosiddetti «amici del genere umano», ovvero coloro i quali, deducendo i propri dati «dai valori statistici e dalle formule scientifico-economiche», ritengono che basti mostrare all’uomo i suoi vantaggi – prosperità, ricchezza, libertà, pace e via discorrendo -, accuratamente sistematizzati, perché egli inizi ad agire giustamente, onestamente, nel nome del bene e della virtù. Ma sostenere una teoria del genere equivale a sostenere, come fa Buckle, storico britannico autore della Storia della civilizzazione in Inghilterra, «che la civilizzazione renda più mite l’uomo, e che di conseguenza l’uomo civilizzato sia meno assetato di sangue e meno proclive alla guerra» [1]. Una balla colossale:

Ma via, guardatevi intorno: il sangue scorre a fiumi, e in modo tanto giocondo, per di più, che si direbbe champagne. Eccovi qua tutto questo nostro secolo decimonono, in cui anche Buckle è vissuto. Eccovi Napoleone – sia il grande, sia quello che c’è adesso. Eccovi l’America del Nord: l’eterna unione! Eccovi infine quello Schleswig-Holstein che pare una caricatura… In cosa mai ci ha reso più miti la civilizzazione? La civilizzazione elabora nell’uomo solamente una molteplicità di sensazioni e… assolutamente nient’altro. E attraverso lo svilupparsi in lui di questa molteplicità, potrebbe anche darsi che l’uomo giunga a cercare godimento nel sangue. Anzi, non gli è forse già accaduto più volte? O non avete notato che i più raffinati sanguinari furono quasi tutti dei signori civilizzatissimi […] (35).

Ecco che lo sguardo dell’uomo del sottosuolo si amplia, si allarga, esce dalla propria angusta dimensione individuale e abbraccia il mondo, quel mondo civilizzato – il nostro mondo – che si crede il migliore dei mondi possibili, e invece è come tutti gli altri mondi, con l’aggravante dell’ipocrisia: un bagno di sangue. La civilizzazione rende soltanto la violenza più raffinata.

Un tasto

Per gli «amici del genere umano» l’uomo è «una sorta di tasto di pianoforte o spinotto d’organetto» soggetto alle leggi della natura, «dimodoché qualunque cosa egli faccia, non è per volere suo che avviene, bensì di per sé, in base alle leggi di natura». Ciò significa, ed è una prospettiva inconcepibile per Dostoevskij, che fa della libertà umana, dunque dell’umana responsabilità, uno dei cardini del suo pensiero [2], che «sarà sufficiente svelare codeste leggi della natura perché in futuro l’uomo non debba più sentirsi responsabile delle proprie azioni, e la vita gli divenga straordinariamente facile». Uno scenario raccapricciante:

Tutte le azioni umane, per forza di cose, verranno allora computate in base a tali leggi, matematicamente, un po’ come le tabelle dei logaritmi, fino a 108.000, e quindi riportate in un almanacco; o meglio ancora, appariranno alcune benintenzionate edizioni, del tipo degli odierni lessici enciclopedici, e in esse si troverà tutto quanto calcolato e indicato con una tale precisione, che al mondo non vi saranno più né azioni né avventure (37).

È l’esito più estremo, radicale, disumano di quel falso mito moderno – il mito moderno per eccellenza – chiamato progresso. È la distruzione dell’uomo, ridotto a mero numero, e della vita, ridotta a mera equazione. È il trionfo della scienza, della matematica, della logica senza uomo, senza spirito, senza coscienza.

Una cosetta sempre tralasciata

Le pretese di sensatezza, utilità e armonia universale degli «amici del genere umano» si infrangono contro il volere dell’uomo, spesso tutt’altro che sensato, utile e universalmente armonico:

[…] all’uomo, sempre e dovunque, […] è piaciuto agire come voleva lui, e per null’affatto come invece gli comandavano la ragione e il suo proprio vantaggio; giacché si può sì volere anche ciò che va contro il proprio vantaggio, e anzi, talvolta è positivamente doveroso volere così […]. Il proprio volere, libero, personale e autonomo, il proprio capriccio personale, foss’anche il più strambo, la propria fantasia, eccitata talvolta fin’anche alla follia: ecco appunto qual è quella cosetta sempre tralasciata, e più vantaggiosa di qualsiasi altro vantaggio, che non si confà ad alcuna classificazione e a causa della quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno perennemente al diavolo. […] Quello che occorre all’uomo è solamente un suo volere indipendente, qualunque cosa gli dovesse poi costare tale sua indipendenza e a qualunque esito dovesse portarlo (39).

Il raziocinio, in base al quale gli «amici del genere umano» intendono regolare la vita, pianificandola e racchiudendola in una tabella, in 108.000 azioni, è limitato, parziale, rappresenta soltanto un aspetto della natura umana, e neppure il più rilevante:

[…] il raziocinio è soltanto raziocinio, e soddisfa soltanto la capacità raziocinativa dell’uomo, mentre un atto di volontà è il manifestarsi della vita intera, cioè di un’intera vita umana, ivi compreso il raziocinio stesso e tutti gli svariati pruriti. E anche se la vita nostra in questo suo modo di manifestarsi se ne vien fuori per lo più in forma di schifezzuola, ciò non toglie che si tratti pur sempre di vita e non dell’estrazione di una qualche radice quadrata. […] Che cosa sa il raziocinio? Il raziocinio sa solamente quello che ha avuto il tempo di imparare […]; la natura umana invece agisce tutta intera, con tutto quello che c’è in lei, sia con la sua parte cosciente che con quella non cosciente, e mente magari, ma cionondimeno vive (42-43).

È cinico, l’uomo del sottosuolo, velenoso, cupo, talvolta sgradevole; ce l’ha con il mondo intero, ma è uno strenuo difensore dell’uomo, della sua natura, della sua volontà, della sua libertà. È nel nome dell’uomo, della sua misteriosa vastità, che insorge. Nel nome del progresso, del benessere e dell’armonia la scienza cancella l’uomo, ma può esserci autentico progresso, autentico benessere e autentica armonia soltanto riconoscendo l’uomo, e riconoscendolo intero, in tutte le sue parti, anche quelle più oscure, inquietanti e distruttive. Come scrive Berdjaev, la «libertà del bene presuppone la libertà del male», e se la «libertà del male porta alla distruzione della libertà stessa», ciò vale anche per la «negazione della libertà del male e l’affermazione dell’esclusiva libertà del bene» [3]. Che, di fatto, è lo scopo dei cosiddetti «amici del genere umano», i quali, nell’opera di Dostoevskij, hanno nel Grande Inquisitore il loro più estremo, e perfetto, rappresentante [4].

Non è mai la ragione, né il vantaggio, a muovere l’uomo, come mostra chiaramente, e drammaticamente, la sua storia:

[…] tutto si può dire della storia universale, tutto di tutto, qualsiasi cosa possa venire in mente alla più sconvolta delle immaginazioni. Una sola cosa non si può dire: che sia ragionevole (45).

Sembra il delirio di un pazzo, la storia dell’uomo.

L’elemento fantastico

In nessun caso, neppure il più favorevole e benefico, l’uomo, «mostruosamente ingrato», rinuncia al «proprio rovinoso elemento fantastico». Manderà all’aria tutto, pur di affermare questo elemento:

Cospargetelo di tutti i beni del mondo, sprofondatelo nella felicità finché non gli arrivi fin sopra la testa, così che non se ne veda più se non qualche bollicina sulla superficie della felicità, come fosse la superficie dell’acqua; dategli una tale tranquillità economica che non gli rimanga proprio nient’altro da fare se non dormire, mangiare pasticcini e adoperarsi perché la storia universale non finisca: bene, anche così l’uomo, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, unicamente per farvi una pasquinata vi combinerà una qualche porcheria. Metterà a repentaglio persino i suoi pasticcini, e a bella posta desidererà le più rovinose sciocchezze, la più antieconomica delle assurdità, all’unico scopo di poter mescolare a tutta questa positiva ragionevolezza il proprio rovinoso elemento fantastico (46).

L’«elemento fantastico» è l’unica, vera e incontrovertibile legge umana. È questo elemento a rendere l’uomo, nel bene e nel male, un uomo. Ed è proprio questo elemento l’oggetto principale dell’opera di Dostoevskij, della sua instancabile, vertiginosa e abissale analisi dell’uomo. Nessuno dei suoi personaggi, nessuno, agisce ragionevolmente. È sempre una passione irrazionale e fantastica ad animarli, a sospingerli, a bruciarli. L’idea stessa è passione. È l’«elemento fantastico» a rendere vivo un uomo, e Dostoevskij rivendica con forza la necessità di questo elemento. È questo elemento a fargli dichiarare, con ardore passionale, nella celebre lettera alla Fonvizina del gennaio-febbraio 1854, di stare dalla parte di Cristo in ogni caso, anche se venisse dimostrato che Cristo «è fuori della verità», che «la verità non è in Cristo» [5]. Senza l’«elemento fantastico» non c’è fede. Senza l’«elemento fantastico» restano le spietate, terribili leggi della natura, il corpo di Cristo dopo la morte, scandalosamente straziato, come lo rappresenta Holbein in quel memorabile dipinto (il Corpo di Cristo morto nella tomba, appunto) che sconvolge Dostoevskij [6], e osservando il quale, come farà dire a Myškin, «c’è da perdere ogni fede» [7]. Senza l’«elemento fantastico» resta soltanto la distruzione, la pura e spietata distruzione. L’«elemento fantastico» è il principio della vita. È la vita stessa. Questo stesso elemento permette agli antichi greci di concepire il mito e superare così la tragedia della nascita, come spiega Nietzsche.

Tutta la grande «questione umana» consiste in questo:

[…] nell’esigenza dell’uomo di dimostrare a se stesso a ogni istante di essere appunto un uomo, e non uno spinotto! (47)

Nel modo più scellerato e assurdo, magari, ma di dimostrarlo. A qualunque costo. È quello che fanno tutti i personaggi di Dostoevskij, l’uomo del sottosuolo, l’ultimo uomo, in testa.

Paure e ambigui amori

Opposto all’«elemento fantastico», il «due per due quattro», in base al quale gli «amici del genere umano» intendono orientare il nuovo, e definitivo, corso della storia, «non è già più vita, […] bensì il principio della morte» (50). Per questo motivo l’uomo, «animale prevalentemente creatore», ha paura, «istintivamente paura», di raggiungere lo scopo e «ama tanto la distruzione e il caos». Ciò che anima l’uomo non è lo scopo, ma il suo «raggiungimento». L’uomo cerca, instancabilmente cerca, è la sua natura, ma ha paura di trovare, «perché intuisce che quando avrà trovato, non gli rimarrà più nulla da cercare» (ibidem). Per questo motivo distrugge. Per dover ricominciare. Per rimettere una distanza tra sé e lo scopo. È come uno scalatore, l’uomo, che giunto a un passo, appena un passo, dalla cima, si lascia cadere.

Ma l’uomo distrugge anche perché ama soffrire. «Sì, l’uomo talvolta ama tremendamente la sofferenza, addirittura fino alla passione», e «ogni tanto anche fare a pezzi qualcosa è davvero molto piacevole» (51). Ma nella futura architettura umana immaginata dagli «amici del genere umano», nel futuro palazzo di cristallo [8], in cui tutto verrà definitivamente calcolato e pianificato, misurato e stabilito, nel nome del benessere e del progresso, non ci sarà spazio per la sofferenza. Perché «la sofferenza è il dubbio, è la negazione», è «l’unica causa della consapevolezza (ibidem). Dubbio, negazione e consapevolezza che, originate dalla sofferenza, sgretolano il palazzo di cristallo dalle fondamenta.

Il palazzo di cristallo, il «due per due quattro» possono forse garantire davvero il benessere, il confort, ma non la felicità. Perché è solo con la sofferenza che l’uomo si guadagna la sua felicità, come scrive Dostoevskij in uno dei primi appunti su Delitto e castigo:

L’idea del romanzo è la concezione ortodossa: in cosa consiste l’ortodossia? Non c’è felicità nel confort, la felicità si acquista con la sofferenza. L’uomo non nasce per la felicità. L’uomo si guadagna la sua felicità, e sempre con la sofferenza [9].

Un’idea alla quale Dostoevskij resterà fedele per tutta la vita, e che ribadirà nei Fratelli Karamazov, facendone il testamento di Zosima:

Conoscerai un grande dolore e nel tuo dolore sarai felice. Eccoti il mio testamento: nel dolore cerca la felicità [10].

Certo, la malattia dell’uomo del sottosuolo, dell’uomo istruito del Diciannovesimo secolo in generale, la «consapevolezza potenziata», produce lo stesso terribile effetto del «due per due quattro», il nulla – «nulla da fare», «nulla da conoscere» (come scrive Leopardi in Ad Angelo Mai, «discoprendo, / solo il nulla s’accresce» [11]) -, «ma con la consapevolezza perlomeno si potrà frustare un po’ se stessi di quando in quando, il che, bene o male, rianima» (52). Ecco, all’uomo consapevole, l’uomo dalle palpebre recise, l’insonne metafisico, non resta altro da fare che flagellare se stesso per rianimarsi. Che poi è quello che fa l’uomo del sottosuolo scrivendo le sue Memorie.

Ma scrivendo le sue Memorie, l’uomo del sottosuolo, flagella anche i suoi lettori, in particolar modo quei lettori sciagurati che si riconoscono in lui. Un’esperienza tutt’altro che piacevole, ve l’assicuro. Rivelare l’uomo all’uomo: è questo il miracolo di Dostoevskij.

Il pollaio

Con la loro logica del «due per due quattro» gli «amici del genere umano» riducono l’uomo esclusivamente ai suoi bisogni primari, più elementari – al pane, insomma, rievocando le tentazioni nel deserto, quelle tentazioni alle quali il Grande Inquisitore, amico del genere umano per eccellenza, risponde sì -, e sono certi che basti saziare questi bisogni per migliorare la condizione umana, per definirla e stabilizzarla una volta per sempre. L’uomo del sottosuolo si scaglia contro questa visione miope e pericolosa.

Se piovesse, e l’unico posto in cui ripararsi fosse un pollaio, l’uomo del sottosuolo, certo, entrerebbe nel pollaio, ma non per questo lo considererebbe una casa bellissima. Certo, il pollaio si è rivelato utile, lo ha protetto dalla pioggia e magari pure da un raffreddore, ma resta pur sempre un pollaio. Chi mette le necessità primarie dell’uomo davanti a tutto sarebbe capace di sostenere che, in questo caso di bisogno, tra un pollaio e una bellissima casa non c’è alcuna differenza. La riposta dell’uomo del sottosuolo è memorabile:

Sì […] se vivessimo unicamente per non inzupparci (53).

L’uomo non vive unicamente per non inzupparsi. Ovvero non vive unicamente per non morire di fame. È questo che l’uomo del sottosuolo rivendica con forza. Con Cristo, l’uomo del sottosuolo grida che non di solo pane vive l’uomo. Rivendica la profondità e la vastità spirituale dell’uomo, cancellata dalla logica materialista e bestiale del «due per due quattro», l’uomo del sottosuolo. Fare delle leggi di natura l’unico principio in base al quale valutare e ripensare l’esistenza umana, significa considerare l’uomo esclusivamente un animale, distruggendo in lui tutto ciò che è spirituale, e che rappresenta la sua ricchezza più grande. Ridurre l’uomo alla sua dimensione fisica e bestiale significa distruggere completamente la sua grandezza e il suo valore. Ed è contro questa distruzione che insorge l’uomo del sottosuolo. Che insorge Dostoevskij stesso:

[…] non andrò in giro a dire che sono sazio quando invece ho fame; e so che non mi lascerò rabbonire da un compromesso, o da un perpetuo zero periodico solo perché esso esiste per le leggi della natura ed esiste realmente. E non accetterò di mettere a coronamento dei miei desideri un bel caseggiato massiccio, con appartamenti per inquilini poveri garantiti con contratti per mille anni, e con davanti, per ogni evenienza, l’insegna del dentista Wagenheim (54).

È impressionante l’attualità di queste righe. L’uomo del sottosuolo rifiuta tutto ciò di cui gli uomini moderni si accontentano: il nutrimento quotidiano, una casa tutta per sé, un sorriso smagliante. Il benessere, insomma, pagato a prezzo del proprio spirito, della propria coscienza, della propria libertà. È il problema del mondo dominato dall’interesse capitalistico-borghese, dal «dio dell’Utile», citando Baudelaire [12], nel quale tutto è ridotto alla materia, alla superficie, all’apparenza, alla necessità primaria. Nel quale tutto ciò che non si vede, non appare, non si pesa, non si valuta, non si produce e non si compra, non conta nulla. E nel quale chiunque abbia il coraggio di opporsi, di mettere la propria libertà e il proprio spirito davanti a tutto, è condannato al sottosuolo.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 34. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento su questo fondamentale tema rimando al contributo Dostoevskij con Berdjaev: la tragedia della libertà. 1. Il volto spirituale di Dostoevskij; 2. L’uomo; 3. La libertà; 4. Il male; 5. L’amore; 6. La rivoluzione, il socialismo, la Russia; 7. Il Grande Inquisitore.

[3] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 51.

[4] Per un approfondimento su questa straordinaria figura rimando ai paragrafi V-VI del quinto capitolo, dedicato al personaggio di Ivan, del contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, e al capitolo settimo del già citato contributo Dostoevskij con Berdjaev: la tragedia della libertà.

[5] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 51.

[6] La seconda moglie di Dostoevskij, Anna, racconta, nelle sue memorie, che dinanzi al dipinto di Holbein Dostoevskij restò pietrificato e fu quasi colpito da un attacco epilettico: «Il quadro fece grande impressione su Fëdor Michajlovič, che rimase davanti ad esso come fulminato, mentre io, dato anche il mio stato di salute, non ebbi la forza di guardare più a lungo e passai in un’altra sala. Quando, dopo circa venti minuti, ritornai, trovai ancora mio marito davanti al quadro, come inchiodato al pavimento. Nel suo viso pieno di spavento lessi la stessa espressione che avevo già notato più di una volta all’avvicinarsi delle crisi di epilessia. Allora lo presi delicatamente per il braccio, lo allontanai dalla sala e lo feci sedere su una panca, aspettando da un momento all’altro la crisi, che per fortuna non venne» (Anna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, a cura di Luigi Vittorio Nadai, Castelvecchi, Roma 2014, pp. 198-199).

[7] Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Federigo Verdinois, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 725.

[8] Dostoevskij visitò il palazzo di cristallo, principale padiglione delle esposizioni universali londinesi del 1851 e del 1862, durante il suo primo viaggio in Europa. L’edificio gli fece un’impressione terribile, come racconta nelle Note invernali su impressioni estive: «E la City, coi suoi milioni e col commercio mondiale, il palazzo di cristallo, l’esposizione universale… Sì, l’esposizione è qualcosa di sbalorditivo. Vi percepite una forza tremenda che ha lì riunito in un unico gregge tutto quell’incalcolabile numero di persone giunte da ogni parte del mondo. Voi avete coscienza d’un pensiero immane: percepite che lì qualcosa è già stato raggiunto, che lì è la vittoria, lì è il trionfo. Cominciate persino come a temere qualcosa. Per quanto siate indipendenti, pure per un qualche motivo sarete assaliti dal timore. “Non è forse questo, realmente, l’ideale raggiunto?” così vi vien da pensare. “Non è questa la fine? E non è già questo, in effetti, l”unico gregge’?” E non bisognerà dunque accettare tutto ciò come la completa verità, e tacere per sempre? Tutto questo è a tal punto solenne, vittorioso e fiero, che cominciate a sentire un peso sul cuore. Guardate queste centinaia di migliaia, questi milioni di persone che docili sono affluite fin qui da tutte le parti del globo terrestre: persone giunte con un unico pensiero, che si affollano tranquillamente, con ostinazione e in silenzio in questo palazzo colossale, e percepite che lì si è realizzato qualcosa di definitivo, si è realizzato e si è concluso. È una sorta di quadro biblico, un’evocazione di Babilonia, una specie di profezia dell’Apocalisse quella che si va realizzando davanti ai vostri occhi. Voi percepite che occorre molta resistenza spirituale e un’eterna capacità di negazione per non cedere, per non soggiacere all’effetto, per non inchinarsi davanti al fatto e per non deificare Baal, e cioè per non accettare quello che esiste come il proprio ideale…» (Fëdor Dostoevskij, Note invernali su impressioni estive, a cura di Serena Prina, Feltrinelli, Milano 2020, p. 62).

[9] Citato in Paolo Nori, Sanguina ancora, Mondadori, Milano 2021, p. 239.

[10] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 211, p. 93.

[11] Giacomo Leopardi, Canti, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 83.

[12] Charles Baudelaire, I fiori del male, traduzione di Antonio Prete, Feltrinelli, Milano 2021, p. 45.