Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, particolare

«Quel dolore che ci scava»: sui Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Seconda parte

Non vale la pena

Ha visto in faccia il nulla, Orfeo (L’inconsolabile), ha sentito sulla propria pelle il freddo terribile del regno delle ombre, ed è ridicolo, persino offensivo, credere che si sia voltato «per errore o per capriccio». No. È stata una scelta. Come Saffo (Schiuma d’onda) decide di morire, Orfeo decide di voltarsi, e di perdere Euridice per sempre, di rinunciare per sempre a quell’amore leggendario che lo ha spinto a varcare, «solo tra gli uomini», «le porte del nulla». Perché?

Percorrono «il sentiero tra il bosco delle ombre», Orfeo ed Euridice, lasciandosi alle spalle il «Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti». Sulle foglie già s’intravede «il barlume del cielo». Stanno tornando alla vita. Non manca molto. Orfeo sente, alle proprie spalle, il «fruscio» del passo d’Euridice. È lì, dietro di lui. Lo segue in silenzio. Fiduciosa? Preoccupata? Felice? Spaventata? Cosa pensi Euridice purtroppo non lo sappiamo, possiamo solo immaginarlo. Sappiamo però cosa pensa Orfeo, Orfeo che cammina, risale il sentiero, intravede «sulle foglie il barlume del cielo», sente il «fruscio» del passo d’Euridice, ma è ancora «laggiù», ha ancora addosso quel freddo terrificante, nonostante lo sforzo fisico. Pensa che un giorno, neanche troppo lontano, in fondo, «laggiù», nel regno delle ombre, del nulla, dovrà tornarci, «che ciò ch’è stato sarà ancora». Pensa alla vita con Euridice, che «un’altra volta» dovrà finire. Di nuovo: «Ciò ch’è stato sarà». Pensa a quel freddo che proprio non riesce a scrollarsi di dosso, e a quel vuoto inconcepibile, senza nome, che lui solo è stato capace di attraversare da vivo. Freddo e vuoto che Euridice si porta «nelle ossa, nel midollo, nel sangue». Si domanda se valga la pena «rivivere ancora», Orfeo. Rivivere la vita, certo, ma anche la morte, e il dolore, il freddo, il vuoto. Ci pensa. Si volta. È un attimo. Forse anche meno. Euridice scompare «come si spegne una candela», risucchiata per sempre dal nulla. «È andata così» [1].

A quello che Camus definisce il «quesito fondamentale della filosofia», dunque dell’umana esistenza, ovvero «se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta» [2] (quesito che trova la sua più celebre espressione letteraria nell’amletico «Essere o non essere»), Orfeo, il consapevole, il sapiente Orfeo, che ha fatto esperienza, da vivo, del nulla e sa ogni cosa, risponde che no, non vale la pena:

Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena [3].

L’uomo consapevole, l’uomo dionisiaco, il sapiente tragico vede le cose dal lato della morte; sceso nell’inferno umano, nell’abisso, conosciuto il nulla, appartiene ad esso per sempre. Se Orfeo non si fosse voltato Euridice sarebbe rinata, sì, ma «Per poi morire un’altra volta», per «portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte» [4]. No, non vale la pena. Bisognerebbe cambiare le condizioni perché possa valere la pena, ma cambiare le condizioni – il dolore, la morte, il nulla, l’assurdità – è impossibile. Ci si può soltanto illudere che le condizioni siano diverse, ma all’uomo consapevole, l’uomo dionisiaco, il sapiente tragico questo conforto è precluso per sempre. Le palpebre recise, vede tutto per quello che è, soltanto per quello che è: una mera ombra fenomenica casualmente emersa dal nulla e al nulla destinata al termine d’una breve e assurda via dolorosa.

Essere Saffo o non essere

La morte è il destino collettivo che accomuna tutti gli uomini. Tutti, ricchi e poveri, padroni e servi, buoni e cattivi, coraggiosi e vili, belli e brutti. C’è poi un destino individuale che determina la particolarità di ogni singola esistenza umana, e «che è dentro di te», come spiega Orfeo, «cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza» [5]. Nessun dio lo può toccare. Il destino individuale dell’uomo è nelle scelte che fa: Orfeo sceglie di voltarsi, Saffo sceglie di suicidarsi. Sono loro il proprio destino, la volontà divina non c’entra.

Orfeo si volta perché non vale la pena, Saffo salta per non tradirsi, per non snaturarsi, per restare fedele a se stessa, alla propria eccezionalità dunque alla propria inadeguatezza, fino alla fine:

Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla [6].

Non potendo essere se stessa, la radicale, estrema, coerente – questa grandiosa parola sempre meno nota – Saffo sceglie di non essere. E non si tratta di accettare il destino, come insinua la sua interlocutrice, la ninfa Britomarti, ma di essere il destino, di determinarlo con le proprie scelte, spesso incomprensibili, talvolta persino inconcepibili, come inconcepibile è Saffo agli occhi del mondo, quel mondo che vorrebbe cambiarla, snaturarla, derubarla della sua forza, del suo orgoglio, della sua sensibilità, della sua radicalità, della sua salute e uniformarla alla mediocrità generale. È una quercia viva, Saffo, e come tale schiantata dalla tempesta, in mezzo a una moltitudine di querce morte, immuni alla bufera, ma proprio perché morte [7].

Tutto può accadere

Il destino individuale dell’uomo, la sua volontà, le sue scelte non si misurano con gli dei, che sono venuti «troppo tardi» e, sì, possono «dare fastidio», invisibili e inafferrabili come le zanzare che turbano i nostri sonni, possono «accostare o scostare le cose», ma «Non toccarle, non mutarle». Destino, volontà e scelte dell’uomo si misurano con l’assurdo e la morte, di cui Tiresia (I ciechi) è una sorta di profeta.

A Edipo, un Edipo ancora incosciente e fiducioso negli dei, che gli domanda se gl’immortali lo abbiano davvero accecato per invidia, il vecchio e saggio indovino risponde, con una sentenza che racchiude l’essenza della sapienza tragica:

Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo [8].

Un ragazzo si tuffa e rituffa nell’Asopo, felice e spensierato, ha un malore improvviso e annega. A cosa attribuire – perché l’uomo incosciente tutto deve attribuire, tutto deve spiegare, normalizzare e anestetizzare – la responsabilità dell’accaduto? Agli dei ovvero al destino superstiziosamente inteso? Oppure al piacere provato dal ragazzo facendo il bagno? Né all’uno né all’altro:

È accaduto qualcosa – che non è bene né male, qualcosa che non ha nome [9].

È l’assurdo, il «grosso serpe» nascosto «in ogni giorno della vita», che «ci guarda». È il sole che stordisce Meursault, è la peste fronteggiata da Rieux e Tarrou, che uccide i bambini, è la sconosciuta che si getta nella Senna sgretolando le illusioni di Clamence [10].

Edipo, incosciente, confortato dall’illusione divina (che con Socrate, spiega Nietzsche nella Nascita della tragedia, con il superamento del mito, soppiantato dal logos, diverrà scientifica [11]), dà i nomi alle cose e nominandole le significa, le rischiara, le spiega («In principio era il Verbo», come recita significativamente il Prologo giovanneo), ma «sotto la terra», rivela Tiresia, «c’è roccia», e «il cielo più azzurro è il più vuoto» [12]. La «roccia», sostanza di tutte le cose del mondo, che «non si tocca a parole», ma vivendo e soffrendo e invecchiando, ovvero la morte, e il «vuoto» ovvero l’insensatezza, l’assurdità. Non c’è bisogno dell’intervento di fantomatiche divinità perché tutto possa accadere all’uomo:

Tutto può accadere sulla terra. Non c’è nulla d’insolito [13].

Ed è per questo motivo, oltreché per il destino mortale, per l’inevitabile schianto contro la «roccia», che essere vivi è una «disgrazia». Il «grosso serpe» può aggredirci in ogni momento, e contro il suo veleno non esiste rimedio.

Il caos e la luce

Tutto, dunque, può accadere. Che un uomo, per sette anni, diventi donna, come Tiresia. Che una cavalla, come Coronide, diventi donna (Le cavalle). Almeno nella forma, perché la sostanza, la natura non conosce metamorfosi. Nonostante l’intera forma umana, Coronide conserva l’istinto bestiale, ed è per questo motivo che Apollo, il Radioso, la uccide, come spiega il saggio Chirone:

Ogni volta che il caos trabocca alla luce, alla loro luce, devon trafiggere e distruggere e rifare. Per questo Corònide è morta [14].

Nel sanguinoso, mortale conflitto tra il caos – Coronide, la sua invincibile natura bestiale, che abbatte ogni limite e non riconosce autorità – e la luce – Apollo, che di tutto può ridere, tranne che dell’emersione in superficie delle caotiche tenebre, bandite dal mondo e imprigionate negli anfratti più inaccessibili della terra – descritto da Chirone, si riflette la dialettica tra dionisiaco e apollineo posta da Nietzsche all’origine della cultura greco-europea. Due «impulsi» opposti, in perenne conflitto tra di loro, la cui miracolosa sintesi genera l’arte tragica. Di questa sintesi, che rappresenta l’essenza dell’arte, i Dialoghi con Leucò sono, nel panorama letterario italiano, l’ultimo grande frutto.

Il risveglio

Ha salvato la vita a Teseo, Ariadne (La vigna), donandogli la sua, di vita (perché per una donna che ama cuore e vita sono una cosa sola), e cosa ne ha avuto? «Molte cose», risponde Leucò:

Hai tremato e sofferto. Hai pensato a morire. Hai saputo che cosa è un risveglio. Ora sei sola e aspetti un dio [15].

Il risveglio successivo a una delusione e a una sofferenza atroci, alla tentazione di scomparire per sempre, è la piena consapevolezza dell’irrimediabile drammaticità della propria condizione – umana e non solo -, della terribile verità di Sileno; è la sapienza tragica e dionisiaca. E infatti quale dio attende Ariadne? Dioniso.

Persino Calipso (L’isola), un’immortale, teme il risveglio più d’ogni altra cosa, come un uomo teme la morte. E proprio per scongiurare questa paura propone a Odisseo, la cui partenza sarebbe – sarà – per lei appunto il risveglio, di fermarsi, come lei «si è fatta fermare», tradendo di fatto se stessa e la propria natura immortale (a differenza della ninfa Britomarti, che pur di sfuggire all’uomo che la insegue e vorrebbe prenderla dunque arrestarla e snaturarla, si getta in mare), di restare, di rinunciare per sempre ai propri ricordi, ai propri sogni, di deporre la «smania» (come se fosse un’arma, e in un certo senso lo è) e accettare l’orizzonte, il vuoto in cui «non c’è nulla da rimpiangere». Ma la generosa proposta di Calipso è irricevibile per un uomo, prevedendo di fatto la rinuncia a tutto ciò che, un uomo, nel bene e nel male, lo costituisce: vivere. Non «essere felice», come dichiara Virbio a un’altra dea benefattrice, Diana (Il lago), ma, appunto, «vivere», è il desiderio e il bisogno più profondo dell’uomo.

Non c’è niente da ridere

Circe è la sola, tra gli immortali di Pavese (Le streghe), a comprendere gli uomini, pur amando le bestie (non una semplice coincidenza, forse). Vede Odisseo piangere, alla notizia del «lungo viaggio che restava», della «discesa nell’Averno» e del «buio pesto dell’Oceano», e comprende quel pianto «che pulisce lo sguardo e dà forza» [16]. Ascolta Odisseo rievocare il proprio passato, «ridendo ambiguo», e comprende il valore del ricordo, la sola cosa che egli – Odisseo, l’uomo – ha d’immortale, il «ricordo che porta e il ricordo che lascia» [17]. Si fa Penelope per una sera, e comprende il dramma della condizione umana, perdendo quel sorriso caratteristico degli eterni:

Anch’io quella sera fui mortale. Ebbi un nome: Penelope. Quella fu l’unica volta che senza sorridere fissai in faccia la mia sorte e abbassai gli occhi [18].

Non c’è niente da ridere. Dinanzi al destino mortale dell’uomo, che ogni cosa svuota di senso, non c’è niente da ridere. Persino per un’immortale come Circe.

Il sangue

Non c’è nulla, nulla d’umano che abbia un senso. È la morte a decretare l’assurdità dell’esistenza umana, e infatti Demetra (Il mistero), dea pietosa, sorta di proto-umanitarista, animata dal desiderio di alleviare le sofferenze dell’uomo e placarne il sangue, propone a Dioniso di dare un senso all’umana fine, diffondendo nel mondo, come un vento leggero e fresco, benefico, il racconto – cristiano – della vita eterna, della «vita beata». Dioniso approva, ma non prima di sgretolare l’ottimismo di Demetra, avvertendola di non aspettarsi che il suo racconto d’eternità e beatitudine «stagni il sangue» umano:

[…] una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna, sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino? Carne e sangue, come adesso, come sempre. E carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per placare l’eterno che li aspetta [19].

Risentita, Demetra domanda a Dioniso come possa esserne così certo, e Dioniso risponde che «Basta aver veduto il passato». Neppure il generoso racconto di Demetra riuscirà ad arrestare quell’immensa emorragia che è la storia umana. Ciò ch’è stato sarà. Ciò ch’è accaduto si ripeterà. Al sangue seguirà sempre altro sangue. Possono cambiare soltanto le illusioni, le menzogne che lo giustificano.

In questo quadro desolante, senza scampo, dominato dalla violenza, dalla barbarie, come biasimare l’uomo che dal sangue, dall’orrore della storia decide di fuggire ovvero, come dice Saffo, «guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola»? È una grandiosa forma di resistenza, questa fuga, non meno coraggiosa, infinitamente più umana di quella rettoricamente intesa. Al «dolore che ci scava» è impossibile sottrarsi, come è impossibile sottrarsi alla morte e all’assurdità, al nulla, è il nostro destino, ma sottrarsi al sangue , è possibile, sempre, e dovrebbe essere questo l’unico sforzo comune a tutti gli uomini. Perché tutti dobbiamo morire, d’accordo, ma c’è modo e modo di vivere.

NOTE

[1] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, a cura di Salvatore Ritrovato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 113.

[2] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 5.

[3] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 115.

[4] Ivi, p. 114.

[5] Ivi, p. 116.

[6] Ivi, pp. 77-78.

[7] «È caduta, perché troppo orgogliosa e forte fioriva! La quercia morta resiste alla bufera, ma quella sana ne è schiantata e travolta, perché la tempesta può afferrarla per le fronde» (Heinrich von Kleist, Pentesilea, traduzione di Enrico Filippini, in Id., Opere, a cura di Anna Maria Carpi, Mondadori, Milano 2011, p. 386).

[8] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 49.

[9] Ivi, p. 50.

[10] Per un approfondimento su queste opere di Camus, Lo straniero, La peste e La caduta rimando ai contributi Albert Camus, «Lo straniero»: l’uomo assurdo – 1. Il funerale, 2. La vita come prima, 3. La prigionia, 4. Il processo, 5. La rivelazione; Albert Camus, l’uomo nella «Peste». Prima parte, Seconda parte; Albert Camus, «La caduta»: un falso profeta nel deserto dell’assurdo – Prima parte, Seconda parte.

[11] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Friedrich Nietzsche, «La nascita della tragedia»: il dramma della conoscenza. Prima parte, Seconda parte.

[12] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 50.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, pp. 57-58.

[15] Ivi, p. 186.

[16] Ivi, p. 156.

[17] Ivi, p. 158.

[18] Ivi, pp. 156-157.

[19] Ivi, p. 199.