Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, particolare

«Quel dolore che ci scava»: sui «Dialoghi con Leucò» di Cesare Pavese. Prima parte

Lacrime e sangue

I grandi scrittori sono come catene montuose. Ogni loro opera è una vetta, più o meno alta. Nel caso di Cesare Pavese, uno degli ultimi grandi scrittori italiani, se non l’ultimo in assoluto, non credo sia così assurdo individuare la cima più elevata, il picco, nei Dialoghi con Leucò, espressione pura, essenziale, priva d’orpelli e artifici rettorici, in perfetto stile mitico, talvolta persino oracolare, di quella sapienza tragica, dionisiaca, frutto d’una piena, sensibile consapevolezza della drammaticità della condizione umana, dolorosa, mortale e assurda, alla base dell’antica cultura greca e dunque dell’intera cultura europea.

Una sapienza rimossa per secoli, soppiantata dalla fede illusoria in una scienza positiva, ottimistica capace di spiegare ogni cosa e migliorare – «sublime follia metafisica» [1] – lo stato umano, e riportata prepotentemente alla luce da Nietzsche con la sua esplosiva, sovversiva opera d’esordio: La nascita della tragedia [2]. Nietzsche stravolge la percezione della grecità, sgretola i luoghi comuni neoclassici – su tutti quello della serenità – e rivela il retroterra di ambiguità, inquietudine e sofferenza che costituisce l’antica cultura greca, la cui armonia, la cui grazia nasconde in realtà un abisso d’orrore e dolore.

La ri-scrittura mitica di Pavese, segnata, inevitabilmente, dal dramma della Seconda guerra mondiale, va proprio in questa direzione (di fatto l’unica possibile, dalla pubblicazione della Nascita della tragedia, nel 1872). I Dialoghi con Leucò trasudano lacrime e sangue. Come la storia dell’uomo, individuale e collettiva.

L’uomo nella storia

La storia. I Dialoghi con Leucò, scritti tra il dicembre 1945 e il marzo 1947, sono una fuga dalla storia e dal suo orrore, dall’interminabile scia di morte e distruzione che si è appena lasciata alle spalle (non che il suo angelo, rievocando Benjamin, abbia smesso di volare [3], noi lo sappiamo bene; la tempesta cesserà – ed è questa una follia tutt’altro che sublime, piuttosto terrificante – con l’esistenza dell’uomo). E proprio questa straordinaria, per molti aspetti coraggiosa inattualità, ovvero universalità, di cui noi oggi, attaccati alla nostra meschina realtà, abbiamo perduto completamente la concezione, come se l’uomo e il mondo si esaurissero con le nostre misere esistenze, questa inattualità ovvero universalità, dicevo, credo contribuisca sensibilmente alla grandezza dell’opera di Pavese, degna erede novecentesca del suo principale modello letterario e filosofico, le Operette morali di Giacomo Leopardi [4].

Ma la storia e il suo orrore s’aggirano, come spettri, dunque non meno inquietanti, anche nei Dialoghi con Leucò. È inevitabile. Prendiamo il caso di Bellerofonte (La Chimera). Distrutto dalla vecchiaia, «lo sguardo smarrito, come di chi non è più nulla e sa ogni cosa» [5], lo sguardo dei morti, e dei sapienti tragici, ma di questo più avanti, il mitico eroe erra senza meta, maledicendo se stesso e gli dei, e «non può fare un passo senza urtare un cadavere, un odio, una pozza di sangue» [6]. Alla fine, ingloriosa, da «pezzente», della sua gloriosa esistenza, Bellerofonte è l’uomo nella storia, e riecheggia terribile, nei secoli, il suo consiglio al giovane e incosciente Sarpedonte:

Se vuoi vivere, smetti di vivere [7].

Saggezza storica.

Il male degli altri

Un’altra traccia della presenza spettrale della storia nei Dialoghi con Leucò, compare forse nel lamento di Esiodo (Le Muse) – Esiodo pastore e non ancora poeta -, che ricorda a Mnemosine, dea protettrice dell’opera, come la vita dell’uomo non si svolga lassù, sulle cime dei monti, dove egli si reca quando il «fastidio delle cose» diventa insostenibile, ma «laggiù», tra le case, nei campi, davanti al fuoco, in un letto, e ogni singolo giorno «che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze»:

C’è una burrasca che rinnova le campagne – né la morte né i grossi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le gambe, Melete [8].

Nel «male degli altri», nel «male meschino» di cui non si è responsabili, ma con il quale l’uomo cosciente, l’uomo sensibile è costretto a fare i conti (quanto Pavese soffrisse il proprio tempo, nonostante la fuga creativa dei Dialoghi con Leucò, lo dimostra chiaramente la lettera a Giuseppe Vaudagna del 21 gennaio 1945 [9]), si nasconde il serpe, feroce e malato (ricordo l’apocalittica conclusione della Coscienza di Zeno, in cui è un uomo fatto «come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato», a piazzare l’«esplosivo incomparabile» al centro della terra, causandone la distruzione [10]), della storia.

Una vita di morti

L’Esiodo pastore di Pavese è un degno discendente dell’errante pastore asiatico di Leopardi. Entrambi si contraddistinguono per una profonda, sensibile consapevolezza della tragicità – irrimediabile – della condizione umana, ma l’Esiodo pastore di Pavese gode d’una fortuna sconosciuta all’errante pastore asiatico di Leopardi: la luna gli risponde. E la luna, Mnemosine, dopo aver confermato che l’esistenza umana è «fastidio e scontento», che al dolore, «quel dolore che ci scava» come dice Edipo (La strada), non c’è scampo, perché gli uomini, tutti gli uomini sono figli, come anche dei e mostri, loro mitiche proiezioni, della stessa «palude di sangue», rivela meraviglie, indicando ad Esiodo la via dell’arte, ovvero, secondo Nietzsche, il solo sforzo umano capace di giustificare l’esistenza e il mondo [11]. Ben diverso è l’esito delle riflessioni dell’errante pastore asiatico di Leopardi, il cui Canto notturno rappresenta una delle cime più elevate del tragico moderno [12]:

Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male (vv. 100-104) [13].

E ancora, nell’indimenticabile conclusione:

[…] dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale (vv. 142-143) [14].

Privo della consolante illusione divina, solo, umanamente assoluto nella natura indifferente e muta (tutt’altro che un male, se pensiamo alle terribili parole pronunciate nel suo dialogo con l’Islandese [15]), l’errante pastore asiatico di Leopardi giunge alla tragica essenza della condizione umana, all’unica, terribile verità certa accessibile all’uomo, quella stessa verità rivelata secoli prima da Sofocle nell’Edipo a Colono [16], a dimostrazione, e suggello, della sua validità universale, drammaticamente immutata e immutabile, e riproposta da Nietzsche nel celebre apologo di Sileno:

L’antico mito racconta di come il re Mida abbia dato la caccia per molto tempo al saggio Sileno, il seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando infine gli cadde tra le mani, il re chiese quale fosse la cosa migliore e maggiormente desiderabile per gli uomini. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal sovrano, con un riso stridulo erompe in queste parole: Miserabile stirpe d’un giorno, figli del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te sarebbe vantaggiosissimo non sentire? La cosa in assoluto migliore per te è del tutto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è – morire presto [17].

La conoscenza umana è tutta qui, nella consapevolezza della terribile verità di Sileno. Una conoscenza necessariamente tragica, che paralizza e uccide. Gettato uno sguardo, e ne basta davvero uno, nell’«essenza delle cose», nel vertiginoso abisso (parola-chiave che compare sia in Leopardi [18] che in Nietzsche [19]) che tutte le cose, tutte le attività, tutti gli sforzi umani sottende, consapevole dell’assurdità dell’esistenza, l’uomo dionisiaco, il sapiente tragico, Amleto [20], ritiene ingiusto e persino offensivo che gli venga chiesto di rimettere il mondo nei cardini:

La conoscenza uccide l’azione [21].

La conoscenza è morte, come rivela Ermete a Meleagro, morto, nel dialogo La madre:

Tutti, quando sapete, conducete una vita di morti [22].

La nuova condizione di Meleagro, «meno del fumo» staccatosi dal fuoco materno che l’ha bruciato, «quasi il nulla», come le impalpabili, inafferrabili particelle di polvere che vediamo fluttuare nell’aria alla luce del sole, per il quale «le cose del mondo, il mattino, la sera, i paesi» non hanno più alcuna rilevanza, esistono senza aggiungere né togliere nulla, è la condizione dell’uomo consapevole della terribile verità di Sileno, del sapiente tragico. Il suo sguardo, dalle palpebre irrimediabilmente recise, è lo stesso di Bellerofonte, lo sguardo «di chi non è più nulla e sa ogni cosa». Amleto non è meno spettrale dello spettro di suo padre, anzi, se possibile, lo è di più, perché vivo.

Dentro la morte

Uomo consapevole, uomo dionisiaco è l’Achille di Pavese (I due), un Achille alternativo, amletico, spogliato della consueta, diciamo pure convenzionale maschera eroica e contaminato con la sapienza tragica:

Patroclo, perché noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”? [23]

Perché morire presto sarà pure la cosa migliore che possa capitare all’uomo malauguratamente venuto al mondo, ma la morte non risolve nulla; la morte conclude e basta, imprimendo a ogni singola esistenza umana, dalla più gloriosa alla più infima, il marchio della tragedia, del dolore e dell’assurdità. La morte, la «sanguinante matematica che regola la nostra condizione», citando Camus, dinanzi alla quale «Nessuna morale, nessuno sforzo sono giustificabili» [24], rende tutti gli uomini uguali, «Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o delle foglie dell’altr’anno che son morti ignorandolo» [25], secondo la disperante definizione di Cratos (Gli uomini). Achille lo sa, ed è un dolore doppio per l’Eroe:

Stasera so che dopotutto non c’è differenza tra noialtri e gli uomini vili. Per tutti c’è un peggio. E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra [26].

L’eroe e il vigliacco sono attesi dallo stesso destino, l’unico, vero e terribile destino umano, la morte, alla luce del quale, ricorrendo ancora a Camus, «appare l’inutilità» [27]. Come spiega Ermete a Meleagro, il tanto esaltato coraggio è legato all’incoscienza, all’ignoranza («Fin che l’uomo non sa, è coraggioso» [28]), e non è facendo strage dei propri simili, non è continuando ad alimentare quella maledetta «palude di sangue» versandone ancora, e ancora, e ancora, che si diventa uomini, ma capendo che l’essere-in-vita è l’essere-nella-morte:

Poi viene il giorno che d’un tratto si capisce, si è dentro la morte, e da allora si è uomini fatti [29].

Di diventare un uomo fatto, Patroclo, non avrà il tempo. Il legame tra coraggio e incoscienza è così stretto da formare, troppo spesso, una cosa sola.

NOTE

[1] Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, traduzione e cura di Susanna Mati, Feltrinelli, Milano 2022, p. 150.

[2] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Friedrich Nietzsche, «La nascita della tragedia»: il dramma della conoscenza. Prima parte, Seconda parte.

[3] «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta» (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Einaudi, Torino 2014, p. 80).

[4] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo «Operette morali»: la filosofia della sofferenza di Giacomo Leopardi. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[5] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, a cura di Salvatore Ritrovato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 45.

[6] Ivi, p. 46.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, pp. 212-213.

[9] «[…] il mio tormento è tutt’altro che letterario, ma tanto più lancinante. Piango sulla sorte del mondo e mia. È molto difficile che ne escano pagine, anche brutte, piuttosto una nevrosi o un bel funerale. Tu le chiami esperienze: io li chiamo pugni sulla testa, coliche, incubi…» (citato in Salvatore Ritrovato, Dialoghi con Leucò. Un viaggio verso l’uomo, in Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 12).

[10] Italo Svevo, La coscienza di Zeno, in Id., Romanzi, a cura di Pietro Sarzana, Mondadori, Milano 1992, p. 1117.

[11] «[…] solo come fenomeni estetici l’esistenza e il mondo sono eternamente giustificati» (Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, cit., p. 99).

[12] Per un approfondimento sul componimento rimando al contributo Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati.

[13] Giacomo Leopardi, Canti, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 163.

[14] Ivi, p. 164.

[15] «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei» (Giacomo Leopardi, Operette morali, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 535). E ancora: «Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento» (Ivi, p. 536).

[16] «Non essere nati, è di tutte le cose la migliore; ma per chi è apparso, far ritorno al più presto là da dove venne è, di gran lunga, la seconda cosa» (Sofocle, Edipo a Colono, vv. 1125-1127, citato in Susanna Mati, Prefazione a Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, cit., p. 5).

[17] Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, cit., p. 87.

[18] «[…] abisso orrido, immenso, / ov’ei precipitando, il tutto obblia» (Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 35-36, in Id., Canti, cit., p. 161).

[19] «Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare con ciò un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso guarderà in te» (Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, traduzione di Silvia Bartoli Cappelletto, in Id., Opere 1882/1895, Newton Compton editori, Roma 2008, p. 483).

[20] «In questo senso l’uomo dionisiaco è somigliante ad Amleto…» (Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, cit., p. 108).

[21] Ivi, p. 109.

[22] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 86.

[23] Ivi, p. 91.

[24] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 17.

[25] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 190.

[26] Ivi, p. 91.

[27] Albert Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. 17.

[28] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 85.

[29] Ivi, pp. 91-92.