L'abominevole tana dell'uomo del sottosuolo in una illustrazione di Ilya Glazunov

L’ultimo uomo. Sulle «Memorie dal sottosuolo» di Fëdor Dostoevskij – Seconda parte

La malattia della consapevolezza

L’uomo del sottosuolo confessa di aver commesso, nella sua vita, più d’una «porcheria». Ma di quali, disgustose azioni si è macchiato, non lo dice (un limite, per Nabokov, che però riconduce Dostoevskij alla sola dimensione artistica, quando per comprendere davvero Dostoevskij è necessario andare ben oltre l’arte [1]). Non per pudore, naturalmente, ma perché l’azione in sé, per quanto disgustosa, non ha alcuna importanza. Ciò che conta è, ancora una volta, il modo. Il modo in cui l’uomo del sottosuolo compie quell’azione, in assurdo contrasto con la sua consapevolezza del «bene», del «bello» e del «sublime». È proprio nel momento in cui questa consapevolezza raggiunge il culmine, che l’uomo del sottosuolo si getta a capofitto nella «melma». E quanto più questa consapevolezza aumenta, tanto più egli s’immerge nella «melma», fino a impegolarcisi. E non si tratta mica di un caso fortuito, no, tutto avviene nel modo in cui deve avvenire. O quantomeno è così che l’uomo del sottosuolo vive le sue paradossali cadute nel fango. È un uomo-paradosso, l’uomo del sottosuolo.

Sebbene non specifichi le sue azioni disgustose, l’uomo del sottosuolo precisa comunque che non si è mai trattato di nulla d’eccezionale, che le «porcherie» che ha commesso lui le commettono più o meno tutti, e senza giudicarle «porcherie». È la sua consapevolezza del «bene», del «bello» e del «sublime», autentica malattia, a fargli giudicare queste comunissime azioni, comunissime soprattutto in una città come Pietroburgo, «la città più astratta e più premeditata di tutto il globo terrestre», delle «porcherie».

Dopo aver commesso una qualche azione disgustosa, «in una qualche lercissima notte pietroburghese», l’uomo del sottosuolo rientra nella sua tana e, «intensamente consapevole» della «porcheria» commessa, inizia a rodersi con i suoi stessi denti, a dilaniarsi, a struggersi, fino a che la sua amarezza si trasforma «in una sorta di vergognoso dannato piacere, e poi finalmente, in un deciso, vero e proprio godimento!» [2]. Il «godimento della degradazione», come lo definisce Nabokov [3], grande tema dostoevskiano [4].

Un godimento che nasce, spiega l’uomo del sottosuolo, dalla «troppo vivida consapevolezza» della propria umiliazione, dal sentimento, acutissimo, di aver toccato il fondo, di non avere più alcuna via di scampo, di non poter essere più altro, secondo quella «particolare inerzia» che rappresenta l’effetto più grave della malattia della consapevolezza. Come, citando Nietzsche (il binomio Dostoevskij-Nietzsche funziona sempre, rappresentando la chiave di volta dell’intero pensiero umano moderno), la sapienza tragica dell’uomo dionisiaco, la «consapevolezza potenziata» dell’uomo del sottosuolo «uccide l’azione» [5]. Perché «all’azione appartiene l’essere avvolta dall’illusione» [6], e tanto la sapienza tragica quanto la «consapevolezza potenziata» distruggono l’illusione. Come l’uomo dionisiaco l’uomo del sottosuolo, insonne metafisico, vive «con gli occhi selvaggiamente sgranati dinanzi a ogni cosa» (95).

L’uomo del sottosuolo ha un amor proprio «tremendo»; è «sospettoso e suscettibile» come «un gobbo o un nano», eppure nella sua vita ci sono stati dei momenti in cui, se qualcuno gli avesse dato uno schiaffo, avrebbe «gioito». Persino da una simile offesa sarebbe riuscito a tirar fuori un certo godimento, frutto sempre della consapevolezza, la «consapevolezza del fango in cui ti hanno cacciato schiaffeggiandoti». Tanto più che questo schiaffo è nell’ordine naturale delle cose, perché «per quanto la rigiri, alla fin fine vien sempre fuori che il principale colpevole di tutto sei sempre tu, tu e nessun altro, e – quel che fa più male – colpevole senza colpa e, potremmo dire, per legge di natura» (13). Colpevole di essere ciò che è, ovvero «il più intelligente» tra quanti lo circondano (della sua intelligenza ha provato talvolta «persino un po’ di vergogna», l’uomo del sottosuolo, che ha sempre guardato gli altri come standosene in disparte, e non è «mai riuscito a guardare la gente dritto negli occhi»), e colpevole di non poter in alcun modo reagire a quello schiaffo, né perdonando l’offensore, né, soprattutto, vendicandosi. Perché la vendetta è azione, e l’uomo del sottosuolo sa troppe cose per poter agire. Per poter «rimettere in sesto un mondo che è fuori dai cardini» [7].

La vendetta

Quando vuole vendicarsi, l’uomo d’azione (antitesi dell’uomo del sottosuolo, come nel Nietzsche della Nascita della tragedia l’uomo teoretico è l’antitesi dell’uomo dionisiaco, e nel Camus del Mito di Sisifo l’uomo quotidiano è l’antitesi dell’uomo assurdo, tutti casi in cui è la consapevolezza l’elemento discriminante), non sente più, dentro di sé, che questo sentimento, e verso il suo scopo punta dritto, «tal quale un toro infuriato, con le corna basse». Soltanto un muro lo può fermare, e se davanti a un muro gli capita, per caso, durante la sua furiosa corsa verso la vendetta, di ritrovarsi, non la considera una deviazione, ma un limite invalicabile, e davanti a quel muro si ferma «a pascolare […] in tutta sincerità». Il toro si trasforma in vacca.

L’uomo d’azione è «l’uomo autentico, normale, l’uomo quale desiderava vederlo la più tenera delle madri, la natura cioè, che tanto amorevolmente l’ha generato su questa terra» (15-16). L’uomo del sottosuolo (sulla cui comparsa, invece, la tenera madre, la natura, evidentemente «non contava», come scrive Čulkaturin [8]), quest’uomo «autentico, normale», lo invidia più di chiunque altro; «fino alla bile più estrema», lo invidia. Nonostante la stupidità, lo invidia. Anzi, sotto certi aspetti, soprattutto per la stupidità.

È in tutto e per tutto un Amleto, l’uomo del sottosuolo. Di vendicarsi non è proprio capace. Perché, nella sua «consapevolezza potenziata», non ha più quelle solide, e semplicistiche, pregiudiziali, rettoriche basi, da lui racchiuse nel provocatorio concetto di stupidità, necessarie alla vendetta. E lo strappo nel cielo di carta, quello strappo che, secondo Pirandello, segna il passaggio da Oreste ad Amleto ovvero dall’eroe antico all’anti-eroe moderno [9], l’uomo del sottosuolo lo ha dentro di sé, lo coglie dentro di sé. Non è uscito dal «grembo della natura», l’uomo del sottosuolo, «l’uomo della consapevolezza potenziata», ma dalla «storta di un alambicco», ed è così profonda l’invidia che prova nei confronti dell’uomo d’azione, dell’uomo «autentico» e «normale», da sentirsi, al suo cospetto, «un topo e non un uomo». Un topo con una «consapevolezza potenziata», d’accordo, «ma pur sempre un topo» (16).

Ora, anche questo topo è capace di provare il sentimento della vendetta, eccome (fondamentalmente, nel suo smisurato amor proprio, si sente sempre offeso da qualcuno), e in una misura persino maggiore rispetto all’uomo d’azione, l’«homme de la nature et de la verité», ma nel momento in cui è chiamato a tradurlo in pratica, in azione, appunto, ecco che un’infinita serie di problemi gli sbarra la strada (il suo muro, sempre presente nel suo cammino verso la vendetta). Una «fatale brodaglia», una «melma fetida», fatta di «dubbi», di «tormenti» e di sputi, gli «sputi grandinatigli addosso da parte degli spontanei uomini d’azione che presenziano tutt’intorno in qualità di giudici e dittatori, e ridono di lui con tutta la forza delle loro gole sane» (17), lo paralizza completamente. Al topo, a questo punto, non resta altro da fare che ritirarsi nella sua tana, per sempre:

[…] a lui, al topo, non rimarrà che fare un gesto con la zampetta, come a significare «bah», dopodiché – con un sorriso d’affettato disprezzo, un disprezzo al quale lui stesso non crede – sguscerà via vergognosamente in direzione del suo buco. Là, nel suo infame e fetido sottosuolo, il nostro topo offeso, battuto e deriso sprofonderà senza indugio in una fredda e velenosa e – quel che conta – eterna cattiveria. Per quarant’anni di seguito rivedrà nella memoria l’offesa subita, sino ai minimi e più vergognosi dettagli, e nel far ciò aggiungerà di volta in volta di suo altri dettagli ancor più vergognosi, stuzzicandosi malignamente e irritandosi sempre più con la sua stessa fantasia (ibidem).

Magari inizierà pure a vendicarsi, il topo, «ma soltanto così, a pezzi e bocconi, nelle cose minime, lì dal buio della sua tana, in incognito», senza però credere, neppure per un attimo, «né al suo diritto di vendicarsi», del quale è invece certissimo l’uomo d’azione, che considera la vendetta una «questione di giustizia», un diritto e al tempo stesso un dovere, un obbligo morale, «né a un’eventuale riuscita di tale sua vendetta», pienamente consapevole «che tutti quei suoi tentativi di vendicarsi causano a lui medesimo una sofferenza cento volte più grande di quella che proverà colui di cui egli si vendica, il quale anzi, molto probabilmente, non si accorgerà di nulla» (18). Fino all’ultimo dei suoi giorni il topo si macererà «in questa fredda, abominevole mezza disperazione e mezza fede, in questo consapevole seppellire se stessi ancora vivi, per il gran dolore», godendo, al tempo stesso, di quel piacere della degradazione di cui sopra.

Il muro

Dinanzi al muro l’uomo d’azione si placa. Tutto, al cospetto del muro, svanisce per lui. Ma cos’è questo muro? La legge di natura, la scienza, l’aritmetica, il «due per due quattro». Dinanzi all’implacabile legge positivista del «due per due quattro», nuovo, moderno Verbo, l’uomo non può fare altro che starsene zitto e buono. Non l’uomo del sottosuolo, ribelle per natura:

Va da sé che non abbatterò un muro simile a testate, se dovesse risultare che le mie forze non basteranno ad abbatterlo, ma comunque sia non mi concilierò certo con esso per l’unica ragione che quel muro di pietra mi sta davanti e che le mie forze non bastano (20).

La rivolta costituisce l’essenza spirituale dell’uomo del sottosuolo. Il problema è che quest’ansia di ribellione non la rivolge mai contro il suo peggior nemico, e cioè contro se stesso, contro il suo ipertrofico io, il suo sottosuolo.

In questo passo è racchiuso lo spirito della rivolta, e non soltanto della rivolta dell’uomo del sottosuolo, ma della rivolta in generale, della rivolta come condizione esistenziale, che non si cura delle possibilità di riuscita, ma trova il proprio senso, la propria forza, il proprio spirito appunto, nella rivolta in sé. Mi ribello dunque sono.

La rivolta contro il muro, contro la disumana legge del «due per due quattro», è la vera ragione di vita dell’uomo del sottosuolo. E secondo me, con le sue Memorie, l’uomo del sottosuolo riesce ad abbatterlo, questo muro. Nessuno come lui, dunque nessuno come Dostoevskij, ha saputo dimostrare che nell’uomo, l’uomo vero, contraddittorio e irrazionale, molto più simile all’uomo del sottosuolo che all’uomo d’azione, spesso due per due non fa quattro, ma cinque, o sei, o sette, e via dicendo. Fa qualunque altro numero, ma non quattro. E che l’essenza dell’uomo, l’uomo vero, di nuovo, l’uomo libero, sta proprio in questo paradosso.

Come scrive Kafka alla fine del Processo, estrema rappresentazione, insieme alla Metamorfosi, degli effetti della mancata rivolta dell’individuo contro il muro, la logica della legge «è certo incrollabile, ma non resiste ad un uomo che vuole vivere» [10].

Il mal di denti

Le Memorie dal sottosuolo sono un po’ come i gemiti di chi soffre di mal di denti:

In siffatti gemiti si esprime, in primo luogo, tutta l’inanità del vostro dolore, che è umiliante per la nostra consapevolezza; vi si esprime tutta la legittimità della natura, sulla quale voi, ovviamente, sputate, ma per causa della quale voi state soffrendo, mentre lei dal canto suo non soffre. Si esprime la consapevolezza che un nemico, lì per lì, non ce l’avete, ma che il dolore c’è cionondimeno; la consapevolezza del fatto che voi, pur con tutti i possibili Wagenheim [nota famiglia di dentisti russo-tedeschi], siete totalmente schiavi dei vostri denti; e del fatto che se qualcuno volesse, i vostri denti smetterebbero di farvi male, ma se lui non vuole continueranno a farvi male per altri tre mesi; e che, infine, se ciononostante voi persistete a non voler ammettere la cosa, allora non vi rimane, per vostra personale consolazione, che frustare voi stessi o magari colpire col pugno e nel modo più doloroso il vostro muro di pietra: decisamente null’altro che questo (21-22).

Ma da questi gemiti finisce per svilupparsi un godimento, sempre quel «godimento della degradazione», della sofferenza e della disperazione, così tipico dell’uomo del sottosuolo, «che giunge talvolta sino alla suprema voluttà». Per questo motivo l’uomo del sottosuolo, come ogni uomo istruito, ovvero superfluo, del Diciannovesimo secolo, li reitera a oltranza, questi gemiti, pur sapendo che non gli arrecheranno alcun beneficio, per il puro, maligno piacere di rubare la quiete a chi gli sta intorno, di straziargli l’anima, di privare del sonno l’intera casa.

In pratica, l’uomo del sottosuolo vive, e scrive, come se avesse sempre il mal di denti. Che è, secondo me, un’immagine straordinaria, di rara efficacia. Non sono certo l’opera più grandiosa di Dostoevskij, le Memorie dal sottosuolo, ma la più geniale, forse, sì.

Starsene-lì-con-le-mani-in-mano

È astratto e premeditato come la sua città, Pietroburgo, l’uomo del sottosuolo. Quasi nulla di ciò che prova e fa è spontaneo, sincero. Al posto del cuore, spesso, ha un libro. Si offende così, «a bella posta», e finisce per sentirsi offeso davvero, senza alcun motivo. Sempre «a bella posta» s’innamora, costringe se stesso a innamorarsi, per due volte, ed è geloso, e soffre, come si conviene a un innamorato. È tutto artificioso, tutto pensato, nel disperato tentativo di evadere dalla noia, di scuotersi da quella condizione di «inerzia», di morte-in-vita causata dalla consapevolezza:

E tutto per noia, signori miei, tutto per noia; l’inerzia mi aveva soffocato. Sì, perché l’autentico, diretto, immediato frutto della consapevolezza è precisamente l’inerzia, ovvero lo starsene-lì-con-le-mani-in-mano (25).

Se pure iniziasse a vendicarsi, l’uomo del sottosuolo non lo farebbe con convinzione, con ardore, con sentimento, ma così, «per cattiveria». E anche la cattiveria finirebbe per subire, soggetta alle «dannate leggi della consapevolezza, […] una vera e propria scomposizione chimica»:

[…] tu guardi – e l’oggetto in questione si volatilizza, le ragioni svaporano, il colpevole non lo si riesce più a trovare, l’offesa non è più un’offesa, bensì un fatum, qualcosa sul tipo del mal di denti, di quel dolore di cui nessuno ha colpa; e di conseguenza non resta ancora una volta che quella solita via d’uscita: cioè dar pugni al muro nel modo più doloroso. E così mandi tutto a quel paese […] (26-27).

Paralizzato dalla consapevolezza, l’uomo del sottosuolo non ha che una strada, davanti a sé, la strada della «chiacchiera, ovvero d’un premeditato travasare dal vuoto nel vuoto». Sa troppe cose, per poter agire, e allora parla, parla, parla, di queste cose che sa, e che lo rendono ciò che è. Ciò che non avrebbe mai dovuto essere.

È inconcepibile, nella modernità, dunque tanto nel Diciannovesimo quanto nel Ventesimo e nel Ventunesimo secolo, un uomo come l’uomo del sottosuolo. Se la causa della sua inerzia fosse la pigrizia, come qualcuno potrebbe sospettare, le cose andrebbero diversamente. Andrebbero meglio. Se fosse pigro l’uomo del sottosuolo avrebbe un gran rispetto di se stesso, passerebbe la vita a brindare «a tutto ciò che è bello e sublime», metterebbe su «una tale panza, una tale pappagorgia tripla» che tutti, incontrandolo per strada, direbbero: «Ecco qualcosa che vale! Ecco qualcosa di veramente affermativo!» (30). E in un secolo «negativo» come il Diciannovesimo (ma negativa è l’intera modernità), sentire frasi di questo tipo «fa davvero un gran piacere». Riconcilia con se stessi e con il mondo intero, mentre l’uomo del sottosuolo, con se stesso e il mondo intero, è perennemente in guerra.

NOTE

[1] «Qui, come in altri suoi scritti, l’arte dello scrittore non è all’altezza del suo obiettivo, perché il peccato commesso viene solo raramente specificato, e l’arte è sempre specifica» (Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, traduzione di Ettore Capriolo, in Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 177).

[2] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, cit., p. 12. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, cit., p. 177.

[4] Un tema che, forse, raggiunge la sua massima espressione nel personaggio di Dmitrij Karamazov. Per un approfondimento su questo carattere rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo secondo – Mìtja, una candela che brucia da entrambi i lati.

[5] Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, traduzione di Susanna Mati, Feltrinelli, Milano 2022, p. 109.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ivan Turgenev, Diario di un uomo superfluo, traduzione di Alessandro Niero, Voland, Roma 2011, p. 17.

[9] «- Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
– Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle.
– Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.
– E perché?
– Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta» (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di Sergio Campailla, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 132).

[10] Franz Kafka, Il processo, traduzione di Giuseppe Landolfi Petrone e Maria Martorelli, in Id., Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 292.