L'abominevole tana dell'uomo del sottosuolo in una illustrazione di Ilya Glazunov

L’ultimo uomo. Sulle «Memorie dal sottosuolo» di Fëdor Dostoevskij – Prima parte

Io sono solo, e loro invece sono tutti.

Un’opera originaria

Sotto molti aspetti le Memorie dal sottosuolo, concepite e improvvidamente annunciate, con il titolo di Confessione, nel 1862, scritte a partire dal 1863 e pubblicate nel corso del 1864, sono l’opera più importante di Dostoevskij. L’opera che dà origine alla sua successiva produzione letteraria, e non credo sia necessario ricordare che la produzione letteraria di Dostoevskij successiva alle Memorie dal sottosuolo comprende tutti i suoi capolavori: Delitto e castigo, L’idiota, I demòni, I fratelli Karamazov.

Scoperte

Nelle Memorie dal sottosuolo Dostoevskij compie per la prima volta, come scrive Berdjaev, «tutta una serie di scoperte sulla natura umana»:

La natura umana è contraddittoria, antinomica e irrazionale. Nell’uomo vi è una tendenza insopprimibile all’irrazionale, a una libertà folle, al dolore. Egli non tende senz’altro al vantaggio. Nel suo arbitrio quasi sempre preferisce il dolore. Non si rassegna a un ordinamento razionale della vita. La libertà sta più su del benessere. Ma la libertà non è un dominio della ragione sull’elemento psichico, la libertà è anch’essa irrazionale e folle. E induce a oltrepassare i limiti posti all’uomo. Tale libertà smisurata tormenta l’uomo, lo conduce alla rovina. Ma egli ama questo tormento e questa rovina [1].

Scoperte fondamentali, che «determinano il destino» di tutti i grandi personaggi tragici di Dostoevskij, da Raskol’nikov a Ivan Karamazov, passando per Stavrogin e Kirillov, dunque dell’intera storia della letteratura, che prima di Dostoevskij, il Dostoevskij post-Memorie dal sottosuolo, il grande Dostoevskij, è una cosa, e dopo un’altra (molto di ciò che in letteratura è venuto dopo di lui, non sarebbe stato possibile senza di lui).

Scoperte che rivelano ciò che siamo (è come se l’uomo, con Dostoevskij, si cibasse per la seconda volta degli amari frutti dell’albero della conoscenza), e che, spesso, sarebbe di gran lunga meglio non essere.

«È così che devi scrivere tu»

Le scoperte compiute da Dostoevskij nelle Memorie dal sottosuolo non piacciono per niente ai suoi contemporanei. E non piace neppure il modo, forte e sincero, talvolta persino brutale, con il quale queste scoperte, Dostoevskij, le esprime.

L’opera viene stroncata, senza mezzi termini, da Saltykov-Ščedrin [2], e neppure in Apollinarija Suslova, la storica amante di Dostoevskij, trova una sponda favorevole:

Ma che razza di scandalosa novella stai scrivendo? […] non mi piace, quando scrivi cose così ciniche [3].

Delle Memorie dal sottosuolo potremmo dire ciò che il protagonista dice di se stesso:

[…] io in vita mia ho solamente portato all’estremo quel che voi non avete osato portare nemmeno a mezza strada, considerando per di più la vostra vigliaccheria come una forma di buonsenso – e in tal modo vi siete consolati, ingannando voi stessi [4].

Dostoevskij porta alla luce la parte più profonda, oscura e sgradevole dell’uomo, quella parte che «tutti» si sforzano di reprimere, o ignorare, e ciò disturba e sconcerta i contemporanei, abituati a ben altre rappresentazioni, meno forti e sincere. Meno veritiere. Soltanto il poeta e critico Apollon Grigor’ev, collaboratore di entrambe le riviste fondate e dirette dai fratelli Dostoevskij, «Il Tempo» ed «Epoca», uomo scandaloso tanto quanto le Memorie dal sottosuolo, arrestato più volte per debiti e legato sentimentalmente a una prostituta, loda l’opera. «È così che devi scrivere tu» [5], dice a Dostoevskij, il quale, incurante delle critiche, seguirà il consiglio. Del resto è come se, scrivendo le Memorie dal sottosuolo, avesse finalmente trovato se stesso.

Un uomo superfluo

Nella breve nota introduttiva, sorta di rivendicazione di verosimiglianza (risultare inverosimile è sempre uno dei suoi timori più grandi), Dostoevskij dichiara che figure come l’uomo del sottosuolo «non soltanto possono, ma debbono addirittura esistere nella nostra società», e che lui, nelle Memorie dal sottosuolo, ha soltanto portato «al cospetto del pubblico in un modo un poco più evidente del consueto uno dei caratteri tipici del periodo che è da poco trascorso» (3). Con il periodo da poco trascorso Dostoevskij si riferisce alla prima metà del secolo, con il carattere tipico all’”uomo superfluo” (lišnij čelovek), grande protagonista della letteratura russa dell’Ottocento.

Ora, nella sostanza, non esistono uomini che non siano superflui, uomini senza i quali la terra smetterebbe di girare, il sole di sorgere e tramontare, le nuvole di rincorrersi, le onde del mare d’andare e venire eccetera eccetera. Persino degli uomini più celebri e influenti della storia, quelli che Raskol’nikov definisce «straordinari», come Cesare o Napoleone, il mondo avrebbe fatto a meno – e volentieri, dal punto di vista delle loro vittime, quattro milioni, nel caso dello straordinarissimo dittatore francese, se non ricordo male. Ma nella Russia della prima metà dell’Ottocento esistono uomini che, superflui, lo sono più di tutti gli altri, uomini che, come scrive Čulkaturin, il protagonista del Diario di un uomo superfluo di Turgenev, hanno proprio nell’«inutilità» la loro «caratteristica principale», il loro «tratto distintivo», e a proposito dei quali superfluo è proprio «la prima parola che vi si arrampica sulla punta della lingua» [6].

Cosa li rende così inutili? Fondamentalmente la loro natura romantica, individualista e ribelle, animata da un febbrile desiderio di libertà, di giustizia, di rinnovamento. Nel confronto durissimo con la realtà russa dell’epoca, caratterizzata dal repressivo regime zarista, che soffoca sul nascere ogni manifestazione di dissenso, e dalla barbara piaga della servitù della gleba, che condanna milioni e milioni di uomini a una schiavitù, una povertà e un’ignoranza senza scampo, l’uomo superfluo misura tutta la propria impotenza, tutta la propria inadeguatezza e inutilità. Disilluso e rassegnato, recide ogni legame con il contesto storico e si rintana nel suo cantuccio. Se ha la fortuna di disporre di un discreto patrimonio e di un nobile nido nel quale rincantucciarsi, altrimenti, per sopravvivere, gli tocca pure servire, come nel tristissimo caso dell’uomo del sottosuolo. Una contraddizione che esacerba il dramma.

Nell’uomo superfluo, disprezzato negli anni Sessanta tanto dagli slavofili quanto dagli occidentalisti, le due opposte correnti che dominano la scena culturale russa dell’epoca, Dostoevskij individua l’unica garanzia di una vera, indipendente e libera critica della realtà, fondata su autentiche rivendicazioni umane, universalmente valide, non su vuoti e rancidi luoghi comuni. Ecco perché figure come l’uomo del sottosuolo «non soltanto possono, ma debbono addirittura esistere».

L’uomo superfluo di Dostoevskij, l’uomo del sottosuolo, si distingue da tutti i suoi predecessori, dal Čackij di Griboedov, dall’Onegin di Puškin, dal Pečorin di Lermontov, dall’Amleto del distretto di Ščigry, dal Čulkaturin, dal Rudin e dal Lavreckij di Turgenev, dall’Oblomov di Gončarov. Ha un modo tutto suo, radicale e morboso, nevrotico ed esasperante, di vivere la propria superfluità, che ostenta con provocatorio, vendicativo e rabbioso compiacimento, e credo che proprio questo modo lo renda il più umanamente verosimile e il più moderno, dunque il più simile a noi, tra tutti gli uomini superflui della letteratura russa dell’Ottocento. Una cosa che, se fosse vera, non sarebbe proprio confortante, ma quando mai lo è, la verità, confortante?

Un brutale autoritratto

L’uomo del sottosuolo non scrive. L’uomo del sottosuolo vive. L’uomo del sottosuolo vive in ciò che scrive e nel modo in cui lo scrive. «Il modo rispecchia l’uomo», dice Nabokov [7]. Di più: il modo determina l’uomo. L’uomo del sottosuolo è l’uomo del sottosuolo non soltanto per ciò che scrive, ma anche per come lo scrive. Se scrivesse ciò che scrive in un altro modo, l’uomo del sottosuolo non sarebbe ciò che è. Non completamente almeno.

Di questo legame indissolubile tra scrittura, vita e uomo, il memorabile incipit delle Memorie dal sottosuolo è un’istantanea:

Io sono una persona malata… sono una persona cattiva. Io sono uno che non ha niente di attraente. Credo d’avere una malattia al fegato. Anche se d’altra parte non ci capisco un’acca della mia malattia, e non so che cosa precisamente ci sia di malato in me. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se la medicina e i dottori io li rispetto. Per di più sono anche superstizioso al massimo grado; o perlomeno quanto basta per rispettare la medicina. (Sono abbastanza istruito da non essere superstizioso, ma sono superstizioso). Nossignori, non mi voglio curare, e non lo voglio appunto per cattiveria. Ecco, forse questa cosa voialtri non vi degnerete di capirla. Be’ io invece la capisco. Ovviamente non so spiegarvi a chi di preciso io intenda far dispetto in questo caso specifico, con la mia cattiveria; so benissimo che nemmeno ai dottori medesimi potrò in alcun modo “farla sporca”, col mio non andar da loro a curarmi; e so meglio di chicchessia che così sto danneggiando unicamente me stesso e nessun altro. Cionondimeno, se non mi curo è giustappunto per cattiveria. Il mio fegatuccio soffre? Bene, che soffra pure, e ancora di più! (5)

L’uomo del sottosuolo non è sincero. L’uomo del sottosuolo è brutale. Credo che delle sue Memorie si possa dire ciò che padre Tichon dice della confessione di Stavrogin:

Sembra che vogliate apposta rappresentarvi più brutalmente di quanto non desideri il vostro cuore [8].

C’è qualcosa dell’Heautontimorumenos, ma un Heautontimorumenos ambiguo, talvolta persino compiaciuto, modernissimo dunque, nell’uomo del sottosuolo.

Da vent’anni l’uomo del sottosuolo vive così. Da vent’anni l’uomo del sottosuolo vive come scrive, innaturalmente ripiegato su se stesso, concentrato tutto nella propria insoddisfazione, nella propria frustrazione, nel proprio risentimento, rivolto anzitutto verso se stesso. Di anni, ora, ne ha quaranta. È un impiegato, un assessore di collegio, per la precisione, a riposo. Ha lasciato il servizio l’anno scorso, dopo aver ricevuto in eredità seimila rubli da un lontano parente. Da un anno si è definitivamente «stanziato» nella sua tana (Nabokov ci ricorda che «Memorie dal sottosuolo» significa anche «Memorie da una tana per topi» [9]), «una casa meschina, abominevole, al limite estremo della città». Pietroburgo, naturalmente. «Abominevole» è la tana dell’uomo del sottosuolo, e «abominevole» è l’odore che manda la sua serva, una vecchia «donnetta» di campagna, cattiva pure lei, ma «per stupidità». Dunque cattiva per davvero.

Non era un cattivo impiegato, l’uomo del sottosuolo, non accettava le bustarelle (caso assai raro nel corrotto sistema amministrativo russo dell’epoca), ma un impiegato cattivo. Quando un postulante gli chiedeva un’informazione, lui rispondeva digrignando i denti. E se gli riusciva di amareggiarlo, il postulante, e gli riusciva quasi sempre, provava un «godimento insaziabile».

Che la cattiveria dell’uomo del sottosuolo sia simulata, teatrale, una posa e non un’attitudine, una scelta e non una vocazione, lo dichiara subito lui stesso, individuando proprio nell’artificiosità il «punto principale» della sua cattiveria:

Tutta la faccenda consisteva in questo, e in questo stava altresì la maggior turpitudine: nel fatto che in ogni istante, e persino nell’istante della bile più nera io rimanevo ignominiosamente consapevole tra me e me di non essere affatto un individuo cattivo, e nemmeno inasprito da chissà che, ma soltanto uno che faceva lo spaventapasseri così, tanto per farlo, trovandoci diletto (6).

Anche quando ha la «schiuma alla bocca», basterebbe porgergli una «bambolina di pezza», o una «tazza di tè con gli zuccherini» per calmarlo. Gli si «intenerirebbe persino il cuore», all’uomo del sottosuolo, che però poi si metterebbe a «digrignare i denti» contro se stesso e «per la vergogna» gli toccherebbe «patir l’insonnia per diversi mesi».

Così son fatto, io.

Ma essere fatti così significa essere fatti male, non essere cattivi. Definendosi un uomo e un impiegato cattivo l’uomo del sottosuolo ha mentito (chissà quante altre volte lo farà nel corso delle sue Memorie). In fin dei conti, nella vita come nel lavoro, ha fatto un po’ i capricci, e niente di più. Se c’è qualcuno al quale ha fatto davvero del male con la sua cattiveria simulata, è se stesso. Di essere davvero cattivo, la sua natura, piena di «elementi quantomai in contraddizione con la cattiveria», gliel’ha sempre impedito.

No, non ha saputo essere cattivo, l’uomo del sottosuolo, come, del resto, non ha saputo essere «niente di niente»:

né cattivo né buono, né canaglia né galantuomo, né eroe né insetto (7).

Nulla di più naturale, in fondo, per un uomo intelligente, quale si ritiene immancabilmente l’uomo del sottosuolo, in un secolo in cui soltanto gli imbecilli possono essere qualcosa:

[…] una persona intelligente non può diventare sul serio qualcosa, giacché a diventar qualcosa ci riesce soltanto l’imbecille. Sissignori: una persona intelligente in questo nostro secolo Diciannovesimo h il dovere, anzi l’obbligo morale di essere una creatura prevalentemente priva di carattere; viceversa l’uomo di carattere, colui che agisce, è una creatura prevalentemente limitata (ibidem).

In queste poche righe l’uomo del sottosuolo sintetizza, alla sua velenosissima maniera, la condizione di isolamento, di emarginazione, di impotenza e inattività dell’uomo superfluo, la cui inettitudine non deriva mai, non completamente almeno, da mancanze individuali, ma da un’incompatibilità irrimediabile con il contesto storico.

La convinzione, incrollabile, di non poter, in quanto «persona intelligente», diventare qualcosa in un secolo dominato dall’imbecillità, è forse l’unica vera consolazione dell’uomo del sottosuolo, ma una consolazione talmente «maligna» e «inutile» da provocare un violento sbocco di bile:

Questa è da quarant’anni una mia convinzione. Io ho quarant’anni, adesso, e quarant’anni son tutta una vita, dico bene? Sono o no i quarant’anni la più profonda vecchiaia? Vivere più di quarant’anni è una cosa sconveniente, è volgare, immorale! Chi vive più di quarant’anni? Rispondetemi sinceramente, onestamente. Ve lo dirò io chi: gli imbecilli e i mascalzoni, nessun altro. E questa cosa io la dico alla faccia di tutti i vecchi, alla faccia di tutti codesti rispettabili vecchi, di tutti questi vegliardi dalle chiome d’argento e profumati! Alla faccia del mondo intero la dico, questa cosa! Io ho il diritto di parlare così, perché dal canto mio camperò fino a sessant’anni. Fino a settant’anni vivrò, io! Fino a ottant’anni vivrò!… Aspettate! Lasciatemi riprendere fiato un momento… (7-8)

Se l’uomo del sottosuolo campasse per altri venti, trenta, o persino quarant’anni, sarebbe un male, di nuovo, anzitutto per se stesso. Al torto della nascita si aggiungerebbe il torto della longevità.

Vale indistintamente per tutti gli uomini, in quanto uomini, la terribile verità rivelata dal Sileno di Nietzsche a re Mida («La cosa in assoluto migliore per te è del tutto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è – morire presto» [10]), ma per alcuni uomini, particolarmente sfortunati, la cui tragedia non è soltanto essere, ma essere ciò che si è, vale, se possibile, ancora di più. L’uomo è del sottosuolo è uno di questi uomini.

NOTE

[1] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, pp. 35-36.

[2] Igor Sibaldi, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. VII.

[3] Ivi, pp. VII-VIII.

[4] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, cit., p. 174. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[5] Igor Sibaldi, Introduzione, cit., p. VIII.

[6] Ivan Turgenev, Diario di un uomo superfluo, traduzione di Alessandro Niero, Voland, Roma 2011, p. 17.

[7] Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, traduzione di Ettore Capriolo, in Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, cit., p. 176.

[8] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 769. Tutti i successivi personaggi oscuri di Dostoevskij sono evoluzioni dell’uomo del sottosuolo, e Stavrogin è la sua evoluzione più estrema, cupa, distruttiva. Per un approfondimento su questa figura, orribile e meravigliosa, rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo secondo.

[9] Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, cit., p. 175.

[10] Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, traduzione di Susanna Mati, Feltrinelli, Milano 2022, p. 87.