Nikolaj Jarošenko, Il prigioniero, 1878

«Brandelli tagliati via». Le «Memorie di una casa morta» di Fëdor Dostoevskij – Terza parte

Akim Akimyč ovvero imparare la lezione

Tenente in servizio nel Caucaso condannato ai lavori forzati per aver fatto fucilare, di sua spontanea volontà, senza consultare i superiori, un ribelle principe locale che aveva incendiato il suo forte, Akim Akimyč, «onesto in modo incredibile», religiosamente fedele alla norma, alla regola, alla forma, alla «correttezza», che sembra aver assorbito «tutte le sue altre doti e qualità umane, tutte le passioni e i desideri, buoni e cattivi», è tra i pochi forzati ad aver imparato la lezione:

Una volta, una sola volta nella vita si era provato ad agire di sua testa, ed era finito in galera. La lezione non era andata perduta per lui. E sebbene non gli fosse riservato dalla sorte di poter capire un giorno quale precisamente fosse stata la sua colpa, aveva però tratto dalla sua avventura una regola salutare: non ragionare mai e in nessuna circostanza, perché il ragionare “non era fatto per la sua testa”, come si esprimevano tra loro i detenuti [1].

Non c’è vicino di tavolaccio migliore di un forzato che ha imparato la lezione. In questo, almeno, tra Alej [2] e Akim Akimyč, il protagonista è stato fortunato.

La rappresentazione

È straordinario l’effetto prodotto sui forzati dalla rappresentazione teatrale da loro organizzata, diretta, interpretata per le feste natalizie. Tutti i forzati, non soltanto i forzati-attori, provano un sincero entusiasmo, tutti tornano bambini, nel senso più bello e positivo del termine:

Quale strano riflesso di gioia infantile, di simpatico, schietto piacere brillava su quelle fronti e quelle guance solcate, marchiate, in quegli sguardi di gente finora cupa e tetra, in quegli sguardi scintillanti a volte di un terribile fuoco! (216)

E deve essere legata proprio a un vivido ricordo d’infanzia – uno di quei ricordi che restano impressi per sempre nel cuore dell’uomo e racchiudono, eternandola, l’essenza dell’unica stagione umana davvero degno di essere vissuta – l’interpretazione del «benefico proprietario» da parte del forzato Necvetaev, che, comparso sulla scena in compagnia della sua signora, interpretata dal forzato Ivanov, non fa che tracciare a terra invisibili disegni con il suo smilzo bastone da passeggio ricavato da una canna:

È verosimile che un tempo, ancora nell’infanzia, quando era un monelluccio scalzo, figlio di servi, gli fosse accaduto di vedere un signore ben vestito col bastoncino e di essere incantato dalla sua abilità nel farlo roteare, ed ecco che quella impressione gli era rimasta per sempre e indelebilmente nell’anima (221).

Termina la rappresentazione e i forzati rientrano nelle camerate, allegri, tranquilli, soddisfatti e persino felici. Si addormentano con uno spirito diverso dal solito, quasi sereno. È bastato poco. È bastato permettere a questa «povera gente di vivere un poco a modo suo, di divertirsi da uomini, di passare anche solo un’ora di vita non da reclusi». È bastato questo perché tutti i forzati si trasformassero moralmente, «non fosse che per pochi minuti soltanto…» (229).

La realtà

Il protagonista si sveglia. Il vecchio credente, che non ha assistito alla rappresentazione, è lì dove l’ha lasciato, sulla stufa, immerso nella preghiera [3]. Pregherà fino all’alba. Accanto a lui Alej dorme tranquillo. Com’era bello osservare la sua gioia fanciullesca durante la rappresentazione! Addormentandosi rideva ancora. Al protagonista torna in mente tutto, l’intero primo mese trascorso in reclusorio. Si guarda intorno, inquieto, «alla luce tremolante di una candela governativa da sei per libbra». Che sia un incubo?

Guardo le loro povere facce, i loro poveri giacigli, tutta questa poveraglia e questa miseria, li osservo, e pare che io voglia sincerarmi che tutto ciò non è la continuazione di un sogno mostruoso, bensì un’effettiva realtà. Ma è realtà: ecco che si sente qualcuno gemere; qualcuno ha tirato indietro pesantemente una mano e ha fatto tintinnare le catene. Un altro ha sobbalzato nel sonno e si è messo a parlare, e il nonnino sulla stufa prega per tutti i «cristiani ortodossi», e si ode il suo ritmico, sommesso, strascicato: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di noi!…» (ibidem).

Il protagonista cerca rifugio e conforto nel pensiero che lui non è «mica qui per sempre, ma solo per qualche anno». È tutto ciò che resta, in reclusorio, questo pensiero.

Aveva anche lui una madre!

Era un giovane «taciturno fino alla stranezza, sempre in preda a una certa quale silenziosa, calma malinconia» (249), il forzato Michajlov. Malato di tisi, si spegne al termine di una lunga e penosissima agonia, durante la quale si strappa di dosso la coperta e gli indumenti. È spaventoso vedere quel corpo rinsecchito, quel corpo prosciugato, come se lo avessero svuotato dall’interno, «dalle gambe e braccia scarnite fino all’osso, dal ventre infossato, dal petto sollevato», con le costole nettamente disegnate. Sembra un bassorilievo, quel torace. Addosso al povero Michajlov non restano che una piccola croce con un amuleto e i ferri. Sì, i ferri. Neppure ai moribondi è risparmiato questo scherno (non hanno alcuna utilità pratica, i ferri, spiega Dostoevskij, non impediscono al forzato di fuggire; sono soltanto un terribile strumento di «ludibrio»). Dieci minuti prima di spirare Michajlov si strappa dal collo anche la croce con l’amuleto. Muore così com’è nato, nudo, «alle tre del pomeriggio in una giornata gelida e limpida», mentre il sole inonda la corsia dell’infermeria coi suoi «forti raggi obliqui». Un intero fascio di questi raggi, tipicamente dostoevskiani (compaiono, per esempio, nell’unico, struggente ricordo che Alëša Karamazov ha della madre [4]), si riversa sulla salma di Michajlov. Un forzato sussurra che non sarebbe male se gli si chiudessero gli occhi. Un altro forzato, che lo ha ascoltato attentamente, si avvicina a Michajlov e lo fa, rimettendogli anche la croce con l’amuleto.

Dopo un’attesa scandalosamente lunga entra finalmente in corsia il sottufficiale, accompagnato da due guardiani. Dinanzi al cadavere resta inchiodato, mentre il forzato Čekunov non gli stacca gli occhi di dosso. I loro sguardi s’incontrano e Čekunov pronuncia una frase indimenticabile:

Aveva anche lui una madre! (251)

In questa frase, che è un rimprovero e, al tempo stesso, una rivendicazione d’umanità, non soltanto per il povero Michajlov, ma per tutti i forzati, di tutto il mondo, è racchiuso il senso più profondo delle Memorie di una casa morta.

Il cadavere viene portato via con tutta la branda, come un sacco della spazzatura. Il sottufficiale, rianimato dalle parole di Čekunov, ordina di cercare un fabbro. Almeno ai morti li tolgono, i ferri. Del resto, a cosa servirebbe schernire un morto?

Lo sfacelo della società

Ciò che del castigo corporale impensierisce il forzato non è il castigo in sé, ma l’entità. Non la bastonata, o la vergata, ma il numero di bastonate e di vergate. Tutti i forzati d’origine popolare sono stati bastonati dai loro padroni ancor prima che dai loro carcerieri. Molte delle cicatrici ravvivate dal vapore durante l’infernale bagno risalgono alla loro precedente esistenza, da uomini “liberi”. Sono stati educati ai bastoni, ovvero alla tirannia, i forzati popolani. Un problema sociale gravissimo:

[…] il diritto della punizione corporale concesso a un uomo su di un altro è una delle piaghe della società, è uno dei più forti mezzi per distruggere in essa ogni germe, ogni tentativo di civile libertà, ed è premessa sicura del suo immancabile e ineluttabile sfacelo (276).

Non è semplice liberare una società in cui il diritto del castigo corporale si trasmette geneticamente – non soltanto tra i carnefici, ma anche tra le vittime, che ad esso non si ribellano, riconoscendolo appunto come un diritto dei padroni -, in cui la tirannia è un’abitudine sviluppatasi al punto da diventare malattia. Una malattia subdola, capace di assumere nuove forme, meno appariscenti e umanitariamente scandalose, ma egualmente devastanti:

[…] ogni fabbricante, ogni imprenditore deve senza fallo trovare un certo quale irritante piacere nel fatto che il suo operaio dipende a volte interamente, con tutta la sua famiglia, soltanto da lui (ibidem).

Dalle bastonate allo sfruttamento. Dai servi agli operai. Dalla società russa del XIX secolo alla nostra società.

Mai più

Vi sono dei momenti tristissimi in cui la drammatica condizione di esclusione, emarginazione e privazione dei forzati, racchiusa nell’espressione, ricorrente nelle Memorie, di «brandelli tagliati via», si manifesta con particolare, sensibile evidenza. Accade per esempio quando, in infermeria, di notte, nel silenzio generale, un forzato insonne «si mette a raccontare qualcosa di ciò che fu, di cose lontane, di cose passate, della vita vagabonda, dei bambini, della moglie, dei sistemi di un tempo», e tu che ascolti, a qualche branda di distanza, tendendo l’orecchio, perché il racconto non è diretto a te, ma ti giunge come «un sommesso, uniforme mormorio, come se un’acqua gorgogliasse in qualche luogo lontano», senti che tutto ciò di cui il forzato parla «non tornerà mai più nella sua vita e che egli stesso […] è un brandello tagliato via» (293).

Sono epifanie della disperazione, questi tristissimi momenti.

La primavera

La primavera, con le sue belle giornate, odorose, luminose e calde, agita anche – soprattutto, verrebbe da dire – «l’uomo in catene», risveglia in lui «desideri, aspirazioni, angosce». Sembra che «la nostalgia della libertà la si senta ancora più forte sotto i vividi raggi del sole». I forzati sono lieti delle belle giornate, «ma nello stesso tempo cresce in loro una specie d’impazienza, d’impulsività». Capita spesso di notare, «sul lavoro, uno sguardo pensoso e ostinato teso verso lo sfondo azzurrino, verso un qualche punto laggiù, sull’altra sponda dell’Irtyš, dove incomincia, come un’immensa tovaglia, lunga millecinquecento verste, la libera steppa kirghiza; o sorprendervi qualcuno a sospirare profondamente, con tutto il petto, come se l’individuo anelasse a respirare quell’aria lontana e a dare così sollievo all’anima oppressa, incatenata» (308-309). Alla fine il forzato si scuote, si strappa alle sue fantasie e s’immerge con foga rabbiosa nel lavoro, «come se volesse soffocare in sé, col peso del lavoro, qualcosa che lo urge e l’opprime dal di dentro» (309).

È forse questo il momento dell’anno in cui il forzato percepisce, subisce e soffre la propria condizione di esclusione, emarginazione e privazione con maggiore forza. Accade anche al protagonista, che, con la testa appoggiata allo steccato, osserva a lungo tra le fessure dei pali l’erba verdeggiare e l’azzurro del cielo, l’altro cielo, caricarsi sempre di più.

E sia pure, s’è così!

«E sia pure, s’è così!», pensa il protagonista ricevendo, in chiesa, durante le funzioni quaresimali, alle quali partecipano tutti i forzati, a gruppi, la carità. Gli è gradito riceverla, «e una certa qual raffinata, speciale sensazione» impreziosisce il suo piacere. Perché la carità è un segno d’umanità, un contatto con il mondo libero, che osserva questi «disgraziati» incatenati, schiacciati all’ingresso della chiesa, con timore e, in alcuni casi, persino con disgusto.

Il piacere provato dal protagonista nel ricevere la carità non è frutto della rassegnazione, ma della coraggiosa e umile accettazione della propria condizione. Non c’è orgoglio, non c’è amor proprio ferito in questo forzato d’origine nobile costretto a una simile umiliazione.

Con lo stesso atteggiamento, rafforzato nel suo caso dalla terribile esperienza della condanna a morte, Dostoevskij vive la propria pena. Non c’è sconforto in Dostoevskij, mai. Non c’è mai rassegnazione, mai resa. Anzi, è proprio nei momenti più bui, e oltre all’esperienza dell’arresto, della prigionia, della pena di morte e dei lavori forzati penso anche alla morte della primogenita, che la sua vitalità, la sua speranza, la sua determinazione e il suo coraggio risplendono con maggiore forza. Dostoevskij ha la rarissima capacità di nutrirsi del proprio dolore, di sostenerlo, assimilarlo e trasformarlo in arte, ovvero in vita, e forse, secondo la propria concezione dell’ortodossia, descritta in uno dei primi appunti su Delitto e castigo e ribadita infine da Zosima nei Fratelli Karamazov, persino in gioia [5].

L’altra riva

Il trasporto dei mattoni è forse il più duro dei lavori forzati, ma al protagonista non dispiace. Perché lo irrobustisce, e «per sopportare tutti i disagi materiali di quella vita maledetta» la forza fisica non è meno necessaria della forza morale. E poi perché questo lavoro si svolge sulla riva del fiume Irtyš, l’unico luogo, nell’area del reclusorio, dove è possibile dare le spalle all’odiata fortezza e ammirare «il creato, il puro, sereno orizzonte, con le libere steppe disabitate». Sulla riva del fiume Irtyš la frattura tra reclusorio e mondo libero si ricompone. Sulla riva del fiume Irtyš l’altro cielo è l’unico cielo. Se nell’angusta, caotica, soffocante, sporca e fetida fortezza, il più innaturale dei luoghi, evadere è impossibile anche soltanto con il pensiero, represso e schiacciato tanto quanto il corpo, incatenato tanto quanto il corpo, sulla riva del fiume Irtyš, a contatto con la natura pura e incontaminata, il forzato ritrova il conforto dell’«oblio»:

Sulla riva del fiume […] ci si poteva abbandonare all’oblio, e tu guardavi quella immensa distesa deserta come un recluso dalla finestra della sua prigione guarda la libertà. Lì per me tutto era simpatico e caro: e il fulgido sole ardente nell’azzurro senza fondo del cielo, e la canzone lontana che giungeva dalla riva kirghiza. Se vi figgevi a lungo lo sguardo, finivi col discernere la misera, affumicata tenda di un qualche nomade povero; discernevi presso la tenda un po’ di fumo e la khirgiza che là si affaccendava intorno ai suoi due montoni. Tutto ciò era povero e selvaggio, ma libero. Nell’aria azzurra trasparente scorgevi un qualche uccello e ne seguivi a lungo, ostinatamente, il volo: ecco che ha sbattuto le ali sopra l’acqua, eccolo scomparso nell’azzurro, eccolo mostrarsi di nuovo come un balenante puntino. Finanche il povero, stentato fiorellino che trovai al principio di primavera in uno spacco della riva sassosa, anche quello attrasse in certo qual modo morbosamente la mia attenzione (317).

Sulla riva dell’Irtyš, alla vista delle libere e selvagge steppe che si estendono immense di là dal fiume, il forzato ritrova l’uomo, l’uomo libero che è stato e che sogna di tornare ad essere (non a caso è qui che risorgerà Raskol’nikov [6]). L’altra riva del fiume Irtyš è l’immagine reale del suo sogno di libertà, tra tutti i luoghi legati all’esperienza della reclusione il più denso di significato.

Categorie

Tutti i forzati, tutti, persino quelli condannati a vita, sognano la libertà. È questo sogno a caratterizzarli, a costituirli ontologicamente, più d’ogni altra cosa. Un uomo condannato ai lavori forzati è anzitutto un uomo che sogna la libertà. Eppure nessuno ne parla, come se sognare la libertà fosse motivo di vergogna. Se qualcuno infrange il silenzio viene subito «brutalmente messo a posto, rabbuffato, schernito». Certe parole, nel reclusorio, devono restare pensieri. Esprimerle è sintomo di infantilismo e ottusità.

I «chiacchieroni ingenui e sempliciotti» costituiscono una categoria di forzati autonoma, opposta a quella, ben più numerosa, dei «taciturni», a loro volta divisi «nettamente in buoni e cattivi, in tetri e sereni». Alla categoria dei «cattivi» appartengono la maggior parte dei forzati; sono pochissimi i «buoni» (una considerazione che mostra chiaramente quanto Dostoevskij, anche nella scrittura del suo libro più umano, nel senso nietzschiano del termine, sia lontano dall’umanitarismo, nei confronti del quale prova un’avversione profonda). C’è poi un’altra categoria, quella dei disperati, nella quale rientrano i protagonisti di quelle che abbiamo definito, nella seconda parte del presente contributo, le notti di Getsemani: il vecchio credente e il lettore della Bibbia. Entrambi, forse incapaci persino di sognarla, la libertà, trovano conforto nell’idea del martirio, mitigata, nel caso del vecchio credente, dalla preghiera, sua autentica «salvezza», esaltata invece, e fino all’autodistruzione, nel caso del lettore della Bibbia, dall’idea della sofferenza:

[…] poiché vivere del tutto senza speranza è impossibile, egli si era trovato una via d’uscita in un volontario, quasi artificiale martirio. Egli aveva dichiarato che si sarebbe gettato sul maggiore senz’astio, unicamente per il desiderio di subire il supplizio. E chi sa quale processo psicologico si era allora compiuto nell’anima sua! [7] Senza un qualche scopo e senza l’aspirazione a raggiungerlo nessun uomo può vivere. Quando ha perduto lo scopo e la speranza, l’uomo, dall’angoscia, si trasforma non di rado in un mostro… Lo scopo di tutti i nostri era la libertà e l’uscita dalla galera (349-350).

Lo scopo mantiene in vita l’uomo nel forzato. Lo scopo è tutto. È la vita stessa.

Il desiderio di risorgere

È l’«appassionato desiderio di resurrezione, di rinnovamento, di nuova vita» a dare al protagonista – a Dostoevskij stesso (ci sono dei momenti nelle Memorie, come questo, in cui è giusto ricordarlo) – la forza «di aspettare e di sperare». Di resistere. Conta ogni singolo giorno, ogni singolo giorno lo accompagna, lo seppellisce, e quando ne sorge uno nuovo è lieto che ne restino «non più mille, ma novecentonovantanove». L’orizzonte del forzato non è, come per l’uomo libero, la morte, ma la libertà. Il tempo passato nel reclusorio non è mai sprecato, perché conduce alla libertà. Per il protagonista, poi, sprecato non lo è doppiamente. «Moralmente solo», riesamina se stesso, la propria vita, traccia un bilancio e programma il futuro. In questo senso il solco scavato dalla reclusione tra l’esistenza e la vita può risultare utile, talvolta persino benefico, perché permette all’individuo – ma soltanto all’individuo dotato di una coscienza e ricco di spirito – di ragionare su se stesso e il proprio significato nel mondo, sulle proprie responsabilità e le proprie convinzioni. Un’analisi approfondita, meticolosa, rivoluzionaria, che di rado la vita, con i suoi ritmi (nella vita c’è ritmo, non tempo), permette di fare:

Moralmente solo, passavo in rassegna tutta la mia vita trascorsa, analizzavo ogni cosa fino ai più minuti particolari, meditavo sul mio passato, mi giudicavo da me con implacabile severità, e in qualche ora benedicevo finanche il destino per avermi mandato quella solitudine, senza di cui non sarebbero stati possibili né quel processo fatto a me stesso, né quella rigorosa rassegna della vita precedente (391).

E il protagonista – di nuovo: Dostoevskij – sente nascere dentro di sé nuove speranze; una nuova, salda volontà di vita e di lotta:

E quali speranze fecero allora battere il mio cuore! Io pensai, io stabilii, io mi giurai che nella mia vita avvenire non ci sarebbero più stati né gli errori, né i traviamenti che c’erano stati prima. Io mi tracciai il programma di tutto il mio futuro e mi proposi di seguirlo fermamente. In me era rinata una cieca fede che avrei adempiuto tutto ciò e che potevo adempierlo… Io attendevo, io invocavo al più presto la libertà: volevo mettermi alla prova daccapo, in una nuova lotta. Talora mi afferrava una febbrile impazienza… (ibidem)

In queste righe è racchiuso il significato umano dell’esperienza della reclusione per il protagonista delle Memorie. Per Dostoevskij, nato due volte: la prima in un ospedale di Mosca, la seconda in una prigione siberiana.

Che siamo noi qui?

I forzati sono «brandelli tagliati via». Ma cosa significa, esattamente, essere dei «brandelli tagliati via»? C’è una frase, pronunciata da un forzato in occasione di un tentativo d’evasione, parzialmente riuscito, che lo spiega alla perfezione:

Che siamo noi qui? Vivi, non siamo uomini; morti, non siamo defunti (400).

I forzati sono e non-sono, come gli spettri.

Il ritorno alla lettura ovvero alla vita

Nella fase conclusiva della pena al protagonista viene consentito di scrivere ai parenti e di ricevere dei libri. È memorabile il momento in cui torna alla lettura: inizia a leggere la sera e va avanti per tutta la notte, fino all’alba. È come se gli fosse giunto in volo «un messaggio dell’altro mondo», la vita passata gli sorge «tutta dinanzi chiara e luminosa», e da ciò che legge si sforza d’indovinare se sia «rimasto molto addietro a questa vita», quante vicende hanno vissuto gli uomini liberi in sua assenza, quali questioni li occupino ora. Aggrappato alle parole, cerca di scovare in esse un «senso misterioso, degli accenni del passato», tracce di ciò che ai suoi tempi «aveva commosso gli uomini», ed è triste e doloroso sentire fino a che punto sia «estraneo alla nuova vita», fino a che punto gli anni di reclusione lo abbiano reso, come tutti gli altri forzati, un «brandello tagliato via».

Addio

Alla vigilia dell’ultimo giorno di reclusione, al crepuscolo, il protagonista fa «per l’ultima volta» il giro dell’intero reclusorio, rasente la palizzata. Un giro ripetuto migliaia di volte in tutti quegli anni:

Lì, dietro le baracche, avevo vagato nel primo anno dei miei lavori forzati solo, derelitto, accasciato. Mi ricordo come contassi allora quante migliaia di giorni mi restavano da passare. Signore Iddio, da quanto tempo è accaduto ciò! Ecco, qui, in quest’angolo, visse in prigionia la nostra aquila; ecco, qui m’incontrava spesso Petrov (410).

Dice addio alle baracche annerite, invecchiate anch’esse, il protagonista, nelle quali tanti, troppi giovani sono stati sepolti «inutilmente», nelle quali «grandi forze» sono «perite invano» (pesano come macigni questi due avverbi). Invano sono perite «forze possenti, sono perite in modo anormale, illegale, irrevocabile. E chi ne ha colpa?» (411). Una domanda tremenda, che resta senza risposta.

Dopo aver detto addio ai locali del reclusorio, il mattino seguente il protagonista dice addio ai compagni. Stringe molte mani, ma non tutte. Alcuni forzati, quelli più ostili ai signori, gli voltano le spalle, risentiti, offesi. Tra questi c’è persino chi lo guarda con odio. Ma c’è anche chi piange, come il forzato Sušilov, autodesignatosi servo del protagonista, al quale egli regala la sua roba e un po’ di denaro:

Non questo, non questo m’importa! […] se sapeste che cosa è per me perdervi, Aleksandr Petrovič! Con chi rimarrò io qui, senza di voi? (ibidem)

Sušilov e gli altri forzati vanno al lavoro, mentre il protagonista va a farsi «sferrare». I ferri cadono ed egli li solleva:

Volevo tenerli un momento in mano, dar loro un ultimo sguardo. Ero come meravigliato che un istante prima fossero sulle mia gambe (412).

I ferri sono già il passato. Il presente è la libertà, la vita nuova, la «risurrezione dai morti».

Che gran bel momento! (ibidem)

Terminano così, con questo respiro profondo, le Memorie di una casa morta, un’opera che i più noti capolavori dostoevskiani tendono ad offuscare, ma il cui valore, anzitutto umano, è davvero inestimabile.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, traduzione di Alfredo Polledro, Rizzoli, Milano 2013, p. 185. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Del bellissimo Alej, tra le figure più luminose e positive delle Memorie di una casa morta, ci siamo occupati nella seconda parte del presente contributo.

[3] Anche di questo commovente forzato ci siamo occupati nella seconda parte del presente contributo.

[4] «Egli ricordava una calma sera d’estate, una finestra aperta, i raggi obliqui del sole al tramonto (quei raggi obliqui, più di ogni altra cosa); in una camera, nell’angolo, un’immagine sacra, con un lume acceso davanti, e in ginocchio davanti all’immagine, singhiozzando come in una crisi isterica, tra strepiti e grida, la sua mamma, che l’aveva stretto tra le braccia fino a fargli male, e pregava per lui la Vergine, lo tendeva con tutt’e due le braccia verso l’immagine, come per metterlo sotto la protezione della Vergine…» (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 36).

[5] Questo l’appunto: «L’idea del romanzo è la concezione ortodossa: in cosa consiste l’ortodossia? Non c’è felicità nel confort, la felicità si acquista con la sofferenza. L’uomo non nasce per la felicità. L’uomo si guadagna la sua felicità, e sempre con la sofferenza» (citato in Paolo Nori, Sanguina ancora, Mondadori, Milano 2021, p. 239). E queste le parole di Zosima, rivolte ad Alëša: «Conoscerai un grande dolore e nel tuo dolore sarai felice. Eccoti il mio testamento: nel dolore cerca la felicità» (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, cit., p. 93).

[6] «Raskol’nikov uscì dal deposito e raggiunse la riva, sedette sulle travi ammucchiate accanto al deposito e si mise a guardare il fiume vasto e deserto. Dalla sponda piuttosto alta gli si apriva dinanzi un’ampia veduta. Dall’altra riva, piuttosto lontana, si udiva appena un canto. Laggiù, nell’immensa steppa bagnata dal sole, nereggiavano appena visibili le tende dei nomadi. Laggiù era la libertà, e vivevano altri uomini, che in nulla assomigliavano a quelli di qui, laggiù era come se il tempo si fosse fermato, come se ancora non fosse passata l’era di Abramo, e il suo gregge. Raskol’nikov sedeva, guardava senza muoversi, senza staccare lo sguardo; il suo pensiero passava dalle fantasticherie alla pura contemplazione; non pensava a nulla, ma una sorta di angoscia l’agitava e lo tormentava» (Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, traduzione di Serena Prina, Mondadori, Milano 2022, p. 615).

Bazzarelli scrive che «il valore simbolico dell’”altra riva” va ben oltre […] il dato emotivo, fisico, fantastico che si trova nelle Memorie», che «ciascuna persona umana, tutti, tutti hanno nel profondo dell’anima l’altra riva del fiume Irtyš» (Eridano Bazzarelli, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, cit., p. XX). Credo che si possa dire lo stesso della fortezza. In ogni uomo si riproduce la dialettica fortezza-altra riva. E se l’altra riva è la libertà, l’umanità, la fortezza è l’io, il sottosuolo, l’«ostacolo» che impedisce all’uomo di amare l’altro come se stesso, secondo l’insegnamento di Cristo, come scrive Dostoevskij nei Pensieri sulla morte e sull’immortalità. Come accade a Raskol’nikov, che della prigionia del proprio io, del sottosuolo sperimenta gli effetti più distruttivi, è necessario lasciarsi la fortezza alle spalle e protendere lo sguardo verso l’altra riva, verso la libertà e gli uomini, per poter risorgere.

[7] Dostoevskij tenta d’indagare questo «processo psicologico» in Delitto e castigo, attraverso il personaggio di Mikolka, il giovane imbianchino che si assume la responsabilità del crimine di Raskol’nikov. Un’indagine psicologica basata sulla formalizzazione, diciamo così, dell’elemento religioso (Mikolka è uno scismatico influenzato dalla pratica spirituale dello starčestvo, mentre il personaggio delle Memorie non appartiene ad alcuna setta religiosa), evidentemente l’unico in grado di chiarificare la scelta della sofferenza, almeno all’interno di un contesto così estremo.