Nikolaj Jarošenko, Il prigioniero, 1878

«Brandelli tagliati via». Le «Memorie di una casa morta» di Fëdor Dostoevskij – Seconda parte

Le notti di Getsemani

I. Il protagonista delle Memorie ricorda un giovane forzato, mite e taciturno. Non parlava quasi mai con nessuno e per questo era considerato uno strambo. Leggeva continuamente la Bibbia, «giorno e notte». Quando tutti si addormentavano saliva sulla stufa e leggeva ininterrottamente fino al mattino. Un giorno si rifiutò di andare al lavoro. Lo dissero al maggiore, che, infuriato, accorse di persona. Il forzato mite e taciturno gli si avventò contro con un mattone. «Fu preso, giudicato e punito», immaginiamo con quanta severità. Morì tre giorni dopo in infermeria. Nei suoi ultimi istanti di vita «disse che non aveva rancore contro alcuno, ma aveva voluto soltanto soffrire» [1]. I forzati lo ricordano «con rispetto».

Se nell’ufficiale accusato ingiustamente dell’omicidio del padre riconosciamo il prototipo di Mitja Karamazov [2], nel forzato mite e taciturno che si scaglia contro il maggiore perché vuole soffrire riconosciamo il prototipo di Mikolka, il giovane imbianchino che, per lo stesso motivo, si assume la responsabilità del delitto di Raskol’nikov.

II. I forzati affidano il proprio denaro a un compagno anziano, un vecchio credente condannato ai lavori forzati per aver incendiato una chiesa. Tutti si fidano di lui, nessuno lo insulta ed è l’unico, nel reclusorio, a godere di questo privilegio. È diverso dagli altri forzati quest’uomo anziano, agiato borghese che ha lasciato a casa moglie e figli e considera il suo castigo un «martirio per la fede»: c’è qualcosa di «placido e calmo» nel suo sguardo; i suoi occhi, circondati da piccole rughe, sono «limpidi» e «luminosi». È un piacere guardarlo, ed è un piacere conversare con lui. È raro incontrare un uomo «così buono e benigno», e non soltanto in un carcere, ma in generale, nel mondo. Conoscendolo è inevitabile domandarsi: «come ha potuto quest’uomo pacifico, mite come un bambino, essere un ribelle?». Quando parla di fede, il suo argomento preferito, nelle sue parole non c’è traccia «di malanimo o di odio», e neppure «di vanità o di orgoglio». Non è un fanatico, non ritiene il suo crimine «un’azione gloriosa». Evidentemente quella chiesa l’ha incendiata senza esaltazione; l’ha incendiata compiendo semplicemente un dovere. Gli altri vecchi credenti presenti nel reclusorio si distinguono per la pedanteria e la dialettica, l’altezzosità, l’arroganza, l’astuzia e, soprattutto, l’intolleranza. In lui non c’è nulla di tutto questo. Evita le dispute, è comunicativo e gioviale, ride spesso, ma «non di quel grossolano, cinico riso» caratteristico dei forzati, e che rappresenta parte della terribile colonna sonora del reclusorio, bensì «di un riso sereno, sommesso», in cui c’è «molta infantile bonomia». I lavori forzati li sostiene con fermezza, ma in lui si nasconde una «profonda, incurabile tristezza», che tenta di celare a tutti e soltanto in rari casi si manifesta, di notte, quando tutti dormono:

Una volta, dopo le due di notte, mi svegliai e udii un pianto sommesso, contenuto. Il vecchio sedeva sulla stufa (quella stessa sulla quale, di notte, prima di lui, aveva pregato quello che leggeva sempre e che aveva voluto uccidere il maggiore) e pregava leggendo il suo libro manoscritto. Egli piangeva, e io sentivo che diceva di tanto in tanto: “Signore, non abbandonarmi! Signore, dammi forza! Bambinelli miei cari, bambinelli miei cari, non ci vedremo mai più!” (57-58)

III. È durissima la condizione del forzato cosciente. Anche nella fede più profonda, radicata e radicale egli vive le sue dolorosissime notti di Getsemani. Quelle notti in cui, citando Camus, il forzato «conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione», «le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, […] il richiamo della felicità si fa troppo incalzante» e nel suo cuore nasce la «tristezza». Sono la «vittoria della pietra», queste notti, sono la «pietra stessa»:

L’immenso cordoglio è troppo pesante da portare [3].

La pietra è l’esistenza. L’esistenza umana, mortale e assurda. Esistere, ovvero soffrire e morire, è faticoso per tutti gli uomini, senza distinzioni (non c’è condizione esteriore che possa effettivamente alleviare il dramma umano). Per alcuni uomini, però, lo è ancora di più. È il caso dei forzati coscienti, il cui macigno è ulteriormente gravato dal peso della pena [4].

Coscienti e incoscienti

Già nelle Memorie di una casa morta, miniera di spunti futuri, troviamo l’idea, ampiamente sviluppata in Delitto e castigo [5], dell’esigenza morale della pena, che Dostoevskij riscontra nel forzato dalla «coscienza evoluta», con «consapevolezza e cuore»:

Soltanto il rovello del suo proprio cuore, prima di qualsiasi castigo, lo ucciderà coi suoi tormenti. Egli stesso si condannerà per il suo delitto più implacabilmente, più spietatamente che non possa condannarlo la più terribile legge (73).

All’opposto il forzato incosciente, che «non pensa nemmeno una volta al delitto commesso» e «crede perfino di aver ragione». Questo forzato senza cuore ignora del tutto il concetto di castigo – è inevitabile, perché, come ho già scritto nella prima parte del presente contributo, non c’è castigo senza delitto, senza la concezione, da parte del criminale, del proprio delitto, e gran parte della vicenda umana di Raskol’nikov si gioca su questo punto, sul riconoscimento della propria azione come delittuosa – e considera il reclusorio un «piacevole club di intrepidi compagni». Dostoevskij si domanda che senso abbia infliggere a questi due forzati la stessa pena: «Davvero per questi due il castigo sarebbe ugualmente sensibile?» (74). Una questione insolubile, come molte altre questioni poste nelle Memorie di una casa morta – a causa dell’esperienza estrema in esse descritta e della loro natura di testimonianza -, ma così evidente da non poter essere ignorata. Da non poter essere taciuta.

Orlov ovvero la vittoria sulla carne

Non c’è nulla che impensierisca il forzato più del castigo corporale, delle bastonate. Per quanto si sforzi di celare l’agitazione non riesce a ingannare i compagni, che comprendono e «tacciono per un senso di umanità». Ma tra i forzati c’è anche chi sostiene le bastonate con straordinaria «trepidezza». È il caso di Orlov, un celebre criminale autore di numerosi omicidi, tutti confessati, tra cui vecchi e bambini. Dopo il castigo, durante il quale gli è stata rifilata almeno la metà delle bastonate assegnate, e immaginiamo che si tratti di un numero davvero enorme, viene condotto in infermeria «debole e straziato», quasi privo di sensi. I compagni si prendono cura di lui per tutta la notte, e il giorno seguente è già di nuovo in forze. Passeggia persino per la corsia. È «piccolo di statura», Orlov, e di «debole complessione», ma ha una «energia interiore, psichica», fuori dal comune:

Posso dire positivamente di non aver mai incontrato nella mia vita un uomo più forte, più fermo di lui per carattere (81).

In Orlov c’è una «palese piena vittoria sulla carne», il dominio totale della personalità, del temperamento sul corpo e la necessità. Basta guardarlo per cogliere la sua straordinaria capacità di «dominarsi illimitatamente», il suo disprezzo verso «qualsiasi tormento e castigo», la sua energia «infinita», la sua «sete di vendetta» e la sua ferma volontà di «raggiungere lo scopo prefisso». Impressiona la sua «strana arroganza», così naturale. Orlov è al di sopra di ogni cosa, ma senza aver bisogno di «sollevarsi sui trampoli», e non c’è uomo che possa agire su di lui con la «sola autorità». Non riconosce alcuna autorità, Orlov, e non per principio, ma per natura. Forse in ciò è la ragione della sua feroce criminalità. Guarda «tutto con una specie di sorprendente placidità», come se nulla possa stupirlo, ma non c’è traccia di «vanità» o «alterigia» in lui, caratteristiche tipiche di quasi tutti i forzati. Orlov attende con trepidazione la guarigione per poter ricevere al più presto le bastonate che restano e attuare finalmente il suo piano di fuga, nel quale crede ciecamente:

Riceverò il resto dei colpi, e mi spediranno subito con uno scaglione a Nerčinsk, ma io, durante il viaggio, fuggirò! Fuggirò di sicuro! Ecco, purché mi guarisca presto la schiena! (82)

Quando comprende che il protagonista, con le sue domande, tenta di penetrare la sua coscienza alla ricerca di una traccia, almeno una traccia di pentimento per i suoi efferati crimini, Orlov lo guarda con sprezzo e compassione, come se davanti avesse un bambino, e poi scoppia a ridere, ma del «riso più bonario», del tutto privo d’ironia.

Orlov è un mistero. Ha la forza spirituale del santo e l’efferatezza della bestia. Non sogna la libertà, come tutti i forzati, ma la pianifica, con lucidità e determinazione. Sarebbe riuscito certamente a fuggire se la seconda scarica di bastonate non lo avesse ucciso.

Nurra è un leone

Nella camerata, alla sua sinistra, il protagonista ha un gruppo di montanari del Caucaso condannati ai lavori forzati per rapina. Si tratta di due lesghi, un ceceno e tre tartari del Daghestan. Uno dei due lesghi, il più giovane, fa subito un’ottima impressione al protagonista. Si chiama Nurra. È basso, ma «conformato come un Ercole». È biondo, ha gli occhi azzurri, un volto «da finnico» e le gambe «arcuate a causa del suo precedente continuo andare a cavallo». Il suo corpo è ricoperto di cicatrici. La sua popolazione, nel Caucaso, è sottomessa all’impero russo, ma Nurra non smetteva di unirsi ai montanari ribelli e assaltare i russi. Tutti i forzati gli vogliono bene. Sempre allegro e cortese con tutti, lavoratore silenzioso, «tranquillo e sereno», considera «con disgusto la sozzura e la sporcizia della vita dei detenuti», e si sdegna «fino al furore per ogni ruberia, furfanteria, ubriacatura», per tutto ciò che è disonesto insomma, «ma senza attaccar liti e voltandosi soltanto in là con indignazione». Straordinariamente «pio», prega «con sacro zelo», talvolta per l’intera notte, e osserva i digiuni «come un fanatico». Tutti lo amano e hanno fiducia nella sua incrollabile onestà. Una cosa mica da poco in un simile contesto. «Nurra è un leone», dicono di lui i forzati. Egli è tutto in questa speranza: tornare a casa al termine della pena. Morirebbe se la perdesse. È radicato nella propria terra, nel Caucaso, come una pianta, Nurra. Non può vivere altrove. Può solo attendere di tornare a casa, nelle sue montagne.

Il suo volto «buono, simpatico» spicca tra tanti volti «cattivi, torvi e beffardi». Il protagonista ha messo piede nel reclusorio da non più di mezz’ora che Nurra gli si avvicina e gli batte sulla spalla, «ridendo con fare bonario», mentre lo guarda dritto negli occhi. La cosa si ripete continuamente per tre giorni:

Questo voleva dire, da parte sua, come indovinai e seppi dopo, che aveva compassione di me, che sentiva quanto mi fosse penoso far conoscenza col reclusorio e voleva mostrarmi la sua amicizia, farmi coraggio e assicurarmi della sua protezione. Buono e ingenuo Nurra! (88)

Per Nurra, che con i russi è irriducibilmente in guerra – grazie a Chadži-Murat di Tolstoj sappiamo quale profondo sentimento di ripugnanza, neppure definibile con la parola odio, provassero le popolazioni caucasiche verso gli occupanti russi [6] -, il protagonista non è un russo dunque un nemico, ma un uomo, come tutti gli uomini meritevole di compassione e bisognoso d’aiuto. Sì, anche in una sperduta fortezza siberiana, tra criminali d’ogni genere, brilla la luce dell’uomo.

Semplicemente Alej

La stessa cosa si può – si deve – dire di Alej, il più giovane dei tre fratelli tartari del Daghestan, il cui posto, sul tavolaccio, è proprio accanto a quello del protagonista. Il suo volto «aperto, intelligente […], bonariamente ingenuo» e «bello, anzi, […] bellissimo», esprime tutta la sua anima. Il suo sorriso, «così fiducioso, così fanciullescamente semplice», i suoi occhi, grandi e neri, «così dolci, così carezzevoli», ispirano in chi li osserva una benefica sensazione di sollievo. Alej è di conforto anche ai suoi fratelli, che lo amano di un amore «piuttosto paterno che fraterno»:

abitualmente cupi e tetri, sorridevano sempre guardandolo, e quando si mettevano a discorrer con lui […], i loro visi arcigni si spianavano (89).

La reclusione non lo corrompe, non lo abbrutisce: è dolce come un fanciullo Alej, ma la sua natura è «forte e armoniosa». Ogni «azione abietta, cinica, sconcia, oppure ingiusta, violenta» accende una «fiamma di sdegno» nei suoi occhi, che però non degenera, non trascende mai in reazioni scomposte. Sfugge litigi e alterchi, Alej, e tutti gli vogliono bene, tutti sono affettuosi con lui. Il protagonista ne ha una considerazione altissima:

io considero Alej come un essere tutt’altro che comune e rammento l’incontro con lui come uno dei migliori incontri della mia vita. Ci sono dei caratteri tanto belli per natura, a tal segno dotati da Dio, che anche il solo pensiero che possano un giorno o l’altro mutarsi in peggio ci sembra impossibile. Per loro siete sempre tranquilli. E io adesso son tranquillo per Alej (90).

Anche Alej ha i suoi momenti bui, le sue notti di Getsemani, di tristezza e dolore, quando pensa alla sua casa, alla sua terra, alla sua famiglia, a sua madre soprattutto, di cui è il figlio prediletto, e che deve essere morta di dolore per lui: «Stanotte è venuta a me in sogno e ha pianto su di me» (91), confessa al protagonista, senza dire più nulla per tutta la sera. Protagonista che gli insegna a leggere e a scrivere in russo, servendosi del Vangelo, l’unico libro ammesso nel reclusorio. Dotato di una «straordinaria intelligenza», Alej studia «con ardore, con passione» e impara in fretta. Dopo poche settimane legge «magnificamente». Del Vangelo lo colpisce in particolar modo il sermone della montagna. Alla domanda del protagonista, se gli piace ciò che ha letto, Alej arrossisce e risponde di sì: «Ah, sì! […] sì, Gesù era un santo profeta, Gesù diceva le parole di Dio. Com’è bello!» (92). Il protagonista chiede cosa gli sia piaciuto più di tutto e Alej risponde:

Dov’egli dice: perdona, ama, non offendere, ama anche i nemici. Ah, come parla bene! (93)

La luce riconosce sempre la luce; l’uomo riconosce sempre l’uomo, che viene prima di tutto, prima della fede e delle proprie convinzioni. Alej ne parla con entusiasmo ai suoi fratelli e loro annuiscono, rivolgendo al protagonista quel loro sorriso «grave e benevolo, tutto musulmano» che tanto gli piace, e proprio per la sua gravità. Anche i fratelli di Alej confermano la grandezza di Cristo, che ha fatto grandi miracoli, come dare vita a un uccello d’argilla, secondo quanto è scritto nei loro libri. Anche il corso di scrittura riesce «in modo straordinario», e in appena un paio di mesi Alej impara a scrivere «splendidamente». I suoi fratelli sono orgogliosi e felici di lui, e non sanno come ringraziare il protagonista: fanno a gara per aiutarlo nel lavoro e considerano ciò «come una fortuna».

È tristissimo il momento della separazione. Alej ha espiato i suoi quattro anni di pena e deve andare:

Non dimenticherò mai come uscì dal reclusorio. Mi condusse dietro la baracca e là mi si buttò al collo e si mise a piangere. Mai prima mi aveva baciato, né aveva pianto.
– Tu hai fatto tanto, hai fatto tanto per me, – disse, – che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenserà, e io non ti dimenticherò mai…
Dove sarà, dove sarà ora il mio buono, caro, caro Alej? (93)

Ovunque ci siano degli uomini, non importa il contesto, è possibile trovare uomini. È questo il messaggio più importante, e luminoso, trasmesso dalle Memorie di una casa morta. Un messaggio di speranza, e di umana resistenza: non c’è condizione repressiva e degradante che possa distruggere l’uomo nell’uomo.

Dieci volte più tormentoso

Le «privazioni morali sono più penose di tutti i tormenti fisici» (94). Sia l’uomo del popolo che l’uomo istruito perdono molto, anzi, moltissimo nel momento in cui diventano dei forzati, ma l’uomo istruito perde di più. L’uomo del popolo resta pur sempre nel proprio ambiente, mentre l’uomo istruito «deve soffocare in sé tutte le sue esigenze, tutte le sue abitudini; deve passare in un ambiente per lui insoddisfacente, avvezzarsi a respirare un’aria diversa» (ibidem). È un escluso tra gli esclusi, insomma, e il castigo è per lui «dieci volte più tormentoso».

La libertà

Soltanto una cosa per il forzato è superiore al denaro:

La libertà, o anche solo un qualche sogno di libertà. E i detenuti sono grandi sognatori (113).

È il denaro, nella pratica, a regolare il sogno di libertà del forzato. Il denaro permette di bere, di fare baldoria, e il rischio insito nella baldoria regala un’efficacissima illusione di libertà. Il forzato è disposto a tutto pur di concedersi questa illusione il più spesso possibile:

[…] che cosa non daresti per la libertà? Quale milionario, se gli si stringesse la gola nel nodo scorsoio, non darebbe tutti i suoi milioni per una sola boccata d’aria? (114)

Il protagonista inizia a sognare la libertà sin dal primo giorno. Contare il tempo che gli resta da scontare ai lavori forzati è la sua occupazione preferita. È proprio questo sogno di libertà, familiare a tutti i forzati, che in alcun modo possono vedere nel proprio destino qualcosa «di positivo, di definitivo», una «parte» della propria «vita reale», a rappresentare il nucleo delle Memorie di una casa morta, la loro sostanza, il loro soffio vitale. Sì, è questo sogno, questo desiderio, questa ansia a dare loro vita e ad alimentarle, a nutrirle. La speranza, completamente diversa rispetto a quella dell’uomo libero, di avere ancora, scontata la pena, «tempo da vivere», è la ragione, lo scopo che sostiene i forzati. Lo scorrere del tempo non produce alcun effetto su di loro: completamente incuranti delle conseguenze biologiche, considerano vent’anni come se fossero due. Un trentenne condannato a vent’anni di lavori forzati non pensa che al termine della pena ne avrà cinquanta. Pensa che un giorno la pena avrà fine, e basta. È un’esistenza diversa quella del forzato, determinata e scandita esclusivamente dalla pena, dalla sua durata; un’esistenza parallela, perfettamente autonoma, sospesa, nella quale i termini estremi, la nascita e la morte, sono ribaltati: la morte è l’ingresso, la nascita l’uscita dal reclusorio, e per un forzato non è mai troppo tardi per nascere una seconda volta. Egli è interamente concentrato in questo sogno, in questo desiderio, in questa ansia di ri-nascita.

L’utilità del lavoro

Il protagonista vede nel lavoro forzato un’opportunità per irrobustire salute – nel senso complessivo del termine, morale e fisico – e corpo. «La continua inquietudine morale, l’irritazione nervosa, l’aria viziata della camerata» lo avrebbero rovinato del tutto. L’aria aperta, la fatica e la stanchezza almeno lo fortificano, ed egli immagina di uscire dal reclusorio «sano, gagliardo, forte, giovane». Un pensiero consolante. Persino salvifico.

Osserva un forzato entrato in reclusorio con lui, il protagonista, anche lui nobile, e lo vede spegnersi «al pari di una candela», scomparire a poco a poco, perdere la sua giovinezza, la sua bellezza, la sua forza, e a questa terribile visione d’umano decadimento si ribella: «”No”, pensavo guardandolo, “io voglio vivere e vivrò”» (139).

La reclusione è legge, e la logica della legge, come scrive Kafka al termine del Processo, «è certo incrollabile, ma non resiste ad un uomo che vuole vivere» [7].

Gli incatenati

Alcuni forzati restano incatenati al muro per cinque, talvolta persino dieci anni. Ripeto: incatenati al muro per cinque, talvolta persino dieci anni. Sanno che non usciranno mai dal reclusorio, che l’esistenza del forzato è diventata la loro unica, possibile esistenza, che non c’è più alcuna differenza tra dentro e fuori, ma sanno anche che prima o poi verranno liberati dalla catena, ed è proprio il desiderio di tornare a passeggiare liberamente, anche se soltanto nel cortile del reclusorio, a tenerli in vita e in salute – mentale ancor prima che fisica. Il senso della loro nuova, terribile esistenza, che non prevede ri-nascita, è tutto in quella passeggiata.

Umanità

Con i forzati non serve l’arroganza autoritaria, che li fa uscire fuori dai gangheri, né basta seguire semplicemente la legge. Con i forzati, come, del resto, con tutti gli uomini, è necessario essere umani. Soltanto l’umanità può produrre effetti insperati, impensabili:

Ogni uomo, chiunque egli sia e per quanto avvilito, purtuttavia, anche se istintivamente, anche se inconsapevolmente, pretende che si rispetti la sua dignità umana. Il detenuto medesimo sa di essere un detenuto, un reietto, e conosce il suo posto di fronte ai superiori; ma con nessun marchio, con nessuna catena potrai fargli dimenticare che è un uomo. E poiché egli è in realtà un uomo, di conseguenza bisogna anche trattarlo umanamente. Dio mio! Un trattamento umano può umanizzare perfino qualcuno su cui l’immagine di Dio si è da gran tempo offuscata. Appunto questi “disgraziati” son da trattare nel modo più umano. È questa la salvezza e la gioia loro (158-159).

L’autorità inasprisce, alimenta la rabbia e l’odio. La legge, applicata freddamente, inconsciamente lascia il forzato in balia dell’ambiente e di se stesso, della propria bestialità o della propria fragilità. Soltanto l’umanità umanizza e salva. E non conosce limiti, l’umanità: arriva ovunque, anche in una sperduta fortezza siberiana, e agisce su chiunque, anche sul più incallito e feroce dei criminali.

L’inferno

Il bagno dei forzati non è un semplice bagno, è un «inferno». Ottanta, cento persone stipate in una stanza lunga e larga appena una «dozzina di passi», e un vapore insopportabile, che annebbia la vista, e «fuliggine», e sporcizia, e una ressa spaventosa:

A me venne da pensare che, se noi tutti ci fossimo un giorno trovati all’inferno, questo sarebbe stato molto simile a quel luogo (173).

Inoltre, ed è uno spettacolo davvero terribile, il vapore ravviva le cicatrici dei forzati:

Sulla schiena riscaldata dal vapore riappaiono di solito nitidamente le cicatrici dei colpi di frusta e di bastone ricevuti in passato, cosicché tutti quei dorsi parevano ora nuovamente coperti di piaghe. Spaventose cicatrici! Un brivido mi passò per la pelle, mentre le guardavo (172).

Il Natale

Il Natale produce sui forzati un effetto straordinariamente benefico, e non solo perché in quel giorno gli è permesso riposare. In quel giorno i forzati tornano a sentirsi parte di un tutto, parte del mondo e del genere umano:

[…] il detenuto provava inconsapevolmente la sensazione che, con siffatta osservanza della festa, egli veniva a essere come in contatto con tutto il mondo, che, per conseguenza, non era del tutto un uomo ripudiato e perduto, un brandello tagliato via, che nel reclusorio come fra gli uomini quel giorno era uguale. Essi lo sentivano, e questo si poteva vedere e capire (184-185).

Ma il Natale ha anche un risvolto penoso e triste, che si palesa quando il giorno di festa volge al termine. Nel reclusorio cala la sera – la famigerata sera del dì di festa – e con essa la «malinconia, l’angoscia e i fumi delle sbornie». C’è chi, allegro fino a un’ora prima, adesso singhiozza in un angolo, «dopo aver bevuto oltre misura». Chi, pallido, «reggendosi a stento sulle gambe», girovaga per le camerate attaccando liti. Chi si azzuffa e chi invece cerca invano un amico per alleggerire l’amarezza e piangere il proprio dolore. Un quadro davvero penoso:

Tutta quella povera gente voleva darsi all’allegria, passare giocondamente la grande festa, e, Signore Iddio!, quanto penoso e triste era quel giorno per tutti! Ognuno lo trascorreva come se fosse stato deluso in qualche sua speranza (196).

Con la festa svanisce quella benefica sensazione di contatto con il mondo al di là del recinto, il mondo libero, e con gli uomini che lo abitano. Il forzato torna a sentirsi «ripudiato e perduto, un brandello tagliato via», e questo sentimento, tristemente familiare, lo addolora più del solito. Svanita la sensazione-illusione di essere altro, vissuta dal forzato come una reale possibilità di mutamento della propria tristissima sorte, la festa muta in agonia. Dal Natale alla Passione in poche ore.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, traduzione di Alfredo Polledro, Rizzoli, Milano 2013, p. 49. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Di questo personaggio ci siamo occupati nella prima parte del presente contributo.

[3] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 119.

[4] Forse soltanto la condizione del condannato a morte è umanamente peggiore di quella del forzato cosciente. Ricordo che Dostoevskij le conobbe entrambe.

[5] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[6] «Di odio per i russi nessuno parlava. Il sentimento che provavano tutti i ceceni, dal più piccolo al più grande, era più forte dell’odio. Non era odio, era il non riconoscere questi cani russi come uomini, e un disgusto tale, una ripugnanza e un imbarazzo tali di fronte alla crudeltà insensata di questi esseri, che il desiderio di sterminarli, così come il desiderio di sterminare i topi, i ragni velenosi o i lupi, era tanto naturale quanto l’istinto di conservazione» (Lev Tolstoj, Chadži-Murat, traduzione di Paolo Nori, Garzanti, Milano 2020, p. 120). Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Lev Tolstoj, «Chadži-Murat»: come in ogni guerra, un’assurda carneficina – Prima parte, Seconda parte.

[7] Franz Kafka, Il processo, in Id., Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, traduzione di Giuseppe Landolfi Petrone e Maria Martorelli, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 292.