Nikolaj Jarošenko, Il prigioniero, 1878

«Brandelli tagliati via». Le «Memorie di una casa morta» di Fëdor Dostoevskij – Prima parte

Che siamo noi qui? Vivi, non siamo uomini; morti, non siamo defunti.

L’uomo spezzato

Il 22 dicembre 1849, nel gelo pietroburghese, la vita di Dostoevskij si spezza in due. Dostoevskij stesso, come scrive al fratello Michail nella lettera redatta proprio in quell’incredibile giornata, si spezza in due. Un dolore terribile:

Addio! In questo istante mi strappo a forza da tutto ciò che mi è stato caro, e questo abbandono è così doloroso! È terribilmente doloroso spezzarsi in due, tagliare in due il proprio cuore. Addio! Addio! [1]

Per tre quarti d’ora, quel gelido 22 dicembre, Dostoevskij, condannato a morte per fucilazione, come gli altri membri del circolo fourierista di Petraševskij (nel suo caso specifico, il capo d’imputazione che determina la pena capitale non è la partecipazione a riunioni di carattere sovversivo, ma la pubblica lettura della Lettera di Belinskij a Gogol’ [2] – sì, Dostoevskij viene condannato a morte per aver letto una lettera, e non, che so, la lettera di un pericolosissimo rivoluzionario latitante a un suo, altrettanto pericolosissimo, sodale, ma di un critico letterario a uno scrittore), vive «con l’idea di essere giunto agli ultimi istanti di vita» [3]. Una crudele messinscena, interrotta appena un attimo prima dell’esecuzione della sentenza, quando i primi tre condannati (Dostoevskij non è tra questi) sono già stati legati al palo. Solo a questo punto la tragica farsa viene fermata e ai prigionieri comunicata la commutazione della pena, decisa giorni prima. Dostoevskij viene condannato a quattro anni di lavori forzati.

Strappato con violenza – soltanto, ribadisco, per aver letto una lettera – da tutto ciò che gli è caro, dalla sua vita e da se stesso, perché egli è tutto nella sua attività letteraria (nel 1849 Dostoevskij è un giovane eppure già noto scrittore; alle spalle ha un successo clamoroso, Povera gente, la sua opera d’esordio, pubblicata tre anni prima, un clamoroso fiasco, Il sosia, e una decina di altri racconti, tra i quali Le notti bianche) e il pensiero di non poter scrivere per così tanto tempo lo spaventa più di ogni altra cosa, a tal punto da fargli temere per la propria vita («[…] se non mi sarà possibile scrivere io perirò. Sarebbe meglio venir condannato a quindici anni di carcere, ma con la possibilità di tenere la penna in mano» [4]), Dostoevskij non si abbandona al dolore e alla disperazione, ma da questa tragica esperienza trae il significato della vita e il suo compito:

La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in che cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue [5].

Un’idea straordinaria, che rappresenta il sostegno morale di Dostoevskij, al quale affidarsi per superare questa difficilissima prova. Grazie a questa idea, a questo sostegno Dostoevskij non subisce, ma vive la sua pena, e ciò gli permetterà di scrivere «uno dei libri più umani che siano stati scritti», come lo definisce Nietzsche [6]: quelle Memorie di – o dauna casa morta che, pubblicate tra il 1861 e il 1862 sulla rivista «Il Tempo» [7], segnano il suo ritorno sulla scena della grande letteratura russa dell’Ottocento.

Uomo tra gli uomini

A bordo di una slitta scoperta, e già con i ferri ai piedi, Dostoevskij lascia Pietroburgo nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Una coincidenza che rende la deportazione ancor più dolorosa e drammatica. Dopo due settimane di viaggio, un viaggio durissimo, sia per il corpo (la temperatura scende fino a quaranta gradi sottozero) che per lo spirito, giunge a Tobolsk, dove resta fino al 20 gennaio. Tre giorni dopo arriva a Omsk, il suo luogo di detenzione.

Il trasporto in Siberia sancisce fisicamente lo strappo, e in tal senso il momento più doloroso è rappresentato dall’attraversamento dell’Ural, come Dostoevskij racconta al fratello Michail nella lettera del 30 gennaio – 22 febbraio 1854, la prima scritta dopo l’espiazione della pena, che, oltre al racconto del viaggio da Pietroburgo a Omsk, contiene anche l’«essenziale» dei quattro anni trascorsi ai lavori forzati:

I cavalli e le slitte s’ingolfarono nella neve. La tempesta infuriava. Dovemmo uscire dalle slitte, era notte, e dovemmo aspettare in piedi finché non riuscirono a liberarle dalla neve. Intorno a noi soltanto la neve e la tempesta. Quella era la frontiera dell’Europa, davanti a noi c’era la Siberia e il futuro misterioso che ci attendeva laggiù, e ci lasciavamo alle spalle tutto il nostro passato; era uno spettacolo così triste che mi strappò delle lacrime [8].

Così il 23 gennaio 1850 Dostoevskij inizia a scontare la sua pena, in condizioni a dir poco disagevoli e tra criminali d’ogni genere, la maggior parte dei quali, d’origine popolare, lo odia in quanto nobile. Eppure, nonostante i disagi (il freddo intollerabile in inverno, il caldo soffocante in estate, la sporcizia, le pulci i pidocchi gli scarafaggi, il “cibo” scadente, le malattie, la convivenza forzata, la sorveglianza continua, l’impossibilità di leggere e scrivere) e l’odio, Dostoevskij non si rinchiude in se stesso e nel proprio dolore, nel proprio dramma, non si isola, non si dismorza, utilizzando un termine a lui particolarmente caro, non tiene lo sguardo ostinatamente basso, come fa Raskol’nikov durante il suo primo anno di reclusione [9]. Dostoevskij, come ho già scritto, vive la pena, e la vive da uomo, resistendo con coraggio e determinazione alla sofferenza, mantenendo viva la speranza, protendendo lo sguardo. Dostoevskij osserva e intorno a sé, in questo ambiente estremo, umanamente offensivo e degradante, non vede soltanto degli efferati e insensibili criminali, dei poveri rimasugli d’umanità perduti per sempre, ma anche degli uomini, uomini veri, come scrive nella già citata lettera del 30 gennaio – 22 febbraio 1854 al fratello Michail:

[…] gli uomini sono uomini dovunque. Perfino in questi quattro anni di deportazione, in mezzo ai briganti, alla fine sono riuscito a trovare degli uomini veri. Tu forse non ci crederai, ma c’erano dei caratteri profondi, forti, stupendi, e che gioia mi dava scoprire l’oro sotto la rude scorza. E non soltanto uno o due, ma parecchi. Alcuni non si potevano non rispettare, altri erano indubbiamente ammirevoli [10].

I lavori forzati sono un’autentica esperienza-di-vita per Dostoevskij, tanto dolorosa quanto decisiva, complessivamente decisiva, a livello umano, spirituale e artistico. È qui, in una sovraffollata, sporca e maleodorante fortezza siberiana che egli scopre, come scrive Nietzsche, «la forza della sua intuizione psicologica» [11]; è qui che egli scopre le due colonne portanti del suo pensiero e della sua opera: l’uomo (attraverso la scoperta del popolo russo) e Cristo. Del resto, come scrive nella lettera alla Fonvizina redatta tra la fine di gennaio e il 20 febbraio 1854 (le tre epistole di Dostoevskij sin qui citate, scritte agli estremi della pena, rappresentano una sorta di trittico della sofferenza e della speranza; sono anzitutto documenti umani dal valore inestimabile, l’arte e il pensiero vengono dopo), è proprio nella «sventura» che «la verità splende più chiara» [12].

Fëdor Dostoevskij

Nel caso – particolarissimo, direi persino unico – di Dostoevskij, distinguere l’uomo dallo scrittore non è possibile. L’uomo e lo scrittore sono esattamente la stessa cosa. L’uno esiste soltanto in funzione dell’altro. L’uno esiste soltanto nell’altro. Dostoevskij non vive, scrive. Dostoevskij non scrive, vive. Per Dostoevskij vivere è scrivere, e scrivere è vivere. Vita e scrittura per Dostoevskij non sono semplicemente sinonimi; hanno esattamente lo stesso significato. Come scrive Berdjaev, non si può pensare Dostoevskij «fuori della letteratura, ma in essa, spiritualmente e materialmente. A nessuna cosa fu legato all’infuori della letteratura» [13].

Nel gennaio del 1854 dalla fortezza di Omsk non esce soltanto un altro uomo, esce anche un altro scrittore. L’autore delle Memorie di una casa morta non è lo stesso autore di Povera gente, del Sosia e delle Notti bianche. È il grandioso autore delle Memorie dal sottosuolo e di Delitto e castigo, dell’Idiota, dei Demòni e dei Fratelli Karamazov. È Fëdor Dostoevskij.

L’evanescente Gorjančikov

Di Aleksandr Petrovič Gorjančikov, il protagonista delle Memorie di una casa morta, non sappiamo molto. Sappiamo che ha scontato una pena di dieci anni ai lavori forzati per l’omicidio della moglie, uccisa per gelosia, e che al termine del castigo non è tornato in Russia, ma è rimasto in Siberia, dove si guadagna da vivere impartendo lezioni. Sappiamo che, tutto sommato, è «ancora giovane, sui trentacinque anni», e che alcuni lo considerano un «pazzo», ma senza giudicarlo un fatto grave (del resto, chi non sembrerebbe pazzo dopo dieci anni di lavori forzati?). Sappiamo che con i parenti ha rotto ogni legame; che si tratta, insomma, di un uomo che nuoce a se stesso. Di un Heautontimorumenos.

Sappiamo che sua moglie si chiamava Katia, e lo sappiamo perché ogni anno, il giorno di Santa Caterina, fa dire una messa funebre per qualcuno, e poi perché l’unica creatura con la quale ha un rapporto umano, la nipotina della sua padrona di casa, si chiama proprio Katia. Gorjančikov le insegna a leggere e la tratta con «molta amorevolezza». Sappiamo che esce di casa soltanto per le lezioni, e che detesta la compagnia degli uomini. Quando colui che possiamo considerare il curatore delle Memorie, lo invita a fumare una sigaretta da lui, sul volto di Gorjančikov si dipinge l’«orrore»:

[…] si smarrì del tutto, prese a borbottare non so quali parole sconnesse e a un tratto, gettatomi uno sguardo malevolo, si buttò a correre dalla parte opposta [14].

Evidentemente una parte di Gorjančikov, la più umana, è morta con la moglie, e risorge, come un lampo, soltanto nei lieti momenti trascorsi in compagnia della piccola Katia. I lavori forzati, poi, lo hanno inselvatichito e abbrutito del tutto. La sua coscienza è coscienza di forzato, macerata dalla sofferenza e dal sospetto. Quel poco di Gorjančikov che è sopravvissuto alla morte della moglie e alla tragica esperienza dei lavori forzati, vive, o meglio, attende di morire, come una bestia braccata.

Un mese dopo l’episodio della sigaretta il curatore va a trovarlo a casa. Gorjančikov non soltanto gli riserva un’accoglienza gelida, ma lo guarda persino «con odio», e l’indesiderato visitatore comprende – finalmente – quanto sia «sciocco importunare un uomo che si proponeva […] come essenziale suo scopo di nascondersi il più possibile al mondo intero» (9).

Gorjančikov si nasconde nel mondo e nelle sue Memorie. Nella vita, o meglio, nell’attesa della morte, e nella scrittura, nel presente e nel passato. Tra tutti i protagonisti delle opere di Dostoevskij è il meno rilevante. Al termine di queste poche pagine introduttive scompare per sempre, e il suo nome e la sua storia svaniscono presto dalla nostra memoria. Forse perché lo scopo principale di Dostoevskij, scrivendo le Memorie di una casa morta, non è creare un’opera d’arte, ma consegnare alla collettività una testimonianza. Il vero protagonista delle Memorie di una casa morta è Dostoevskij stesso. La storia che in esse si narra è la sua storia, e la storia dei tanti forzati, dei tanti «brandelli tagliati via», accanto ai quali ha vissuto gli anni più duri e bui della sua vita.

Un altro cielo

Il cielo che il forzato scorge dalle fessure della palizzata non è lo stesso che sovrasta il reclusorio. È un «altro, lontano, libero cielo». È il cielo di un altro mondo, un mondo «luminoso», dove vivono «degli uomini come tutti», e che da «questa parte del recinto» (corsivo mio) ci si immagina «come una qualche impossibile fiaba».

L’altro cielo, l’altro mondo è per il forzato un sogno – all’inizio delle pene più lunghe, o nel caso di quelle senza un termine – e una speranza – per chi può farvi ritorno. Lo spirito del forzato è interamente proteso verso questo altro, ovvero verso la libertà. Con il suo corpo, i suoi gesti, le sue parole, le sue sofferenze è al di qua del recinto, ma con i suoi sentimenti, con il suo spirito, con la sostanza più profonda del suo essere insomma, è al di là di esso. Desidera più d’ogni altra cosa di ricongiungersi con la libertà, con l’altra metà della sua esistenza, rimasta fuori, il forzato, ed è proprio questo assoluto, totalizzante e vitale desiderio di libertà a compenetrare, come scrive Kirpotin, le Memorie di una casa morta [15].

Il tempo

Nel reclusorio si ha il tempo di «imparare la pazienza». Uno dei pochissimi vantaggi, se non l’unico, della reclusione. È come se il forzato, strappato alla vita e ai suoi impegni, alle sue necessità, alle sue urgenze, si riappropriasse del tempo. Fuori gli uomini liberi hanno gli orologi, dentro i forzati hanno il tempo. E ogni singolo giorno al di qua del recinto ha un significato e un valore: è un giorno in meno. Quando la vita non è vita, ma pena, i giorni che passano non sono giorni in meno da vivere, dunque da rimpiangere, ma giorni in meno da soffrire, dunque da benedire. Non sono giorni perduti, ma guadagnati. È l’assurdità della reclusione.

Il veleno

Delle sensazioni provate dal forzato l’uomo libero non può «avere un’idea nemmeno approssimativa». Non può immaginare, l’uomo libero, quanto sia «terribile» e «tormentoso» non poter stare soli neppure per un momento:

Al lavoro sempre sotto scorta, dentro sempre con duecento compagni, e non una volta, non una volta solo! (19)

Tra tutti i tormenti della reclusione, l’impossibilità della solitudine è quello che affligge maggiormente Dostoevskij, come testimonia anche la già citata lettera alla Fonvizina:

Sono ormai quasi cinque anni che io vivo in permanenza sotto sorveglianza, oppure in mezzo alla folla, e non sono stato solo neppure per un’ora. Stare un po’ da solo è un’esigenza perfettamente normale, come bere e mangiare, altrimenti in questa comunanza forzata si finisce per diventare misantropi. La continua frequentazione degli altri uomini diventa un veleno e un contagio, ed è proprio di questo insopportabile tormento che io ho sofferto più di qualsiasi altra cosa in questi quattro anni. Ho avuto dei momenti in cui odiavo chiunque mi capitasse d’incontrare, sia colpevole che innocente, e li consideravo tutti come dei ladri che mi derubassero impunemente della mia vita. La sofferenza più intollerabile la si prova quando si diventa ingiusti, malvagi, disgustosi, ci si rende conto di tutto ciò, ci si rimprovera anzi per questo, eppure non si trova la forza di vincersi [16].

I lavori forzati mettono a dura prova l’umanità di Dostoevskij, e di ogni uomo che voglia essere e restare, in qualunque sventura, un uomo. Bisogna avere una grande forza di spirito per non lasciarsi contagiare dal veleno della convivenza forzata, che tutto corrode e sgretola. Qui si va oltre la privazione della libertà; qui si giunge alla totale privazione dell’individualità, e non c’è tormento peggiore per un uomo, uno scrittore e un pensatore profondamente individualista come Dostoevskij [17].

Mummificazione

Il sistema carcerario russo dell’epoca, come ogni sistema carcerario basato esclusivamente sulla repressione e l’emarginazione, non redime il recluso, ma lo inasprisce rendendolo un criminale ancor più incallito e spietato, oppure lo svuota completamente, prosciuga le sue primarie fonti umane consegnandolo anzitempo al regno dei morti (ciò che accade, di fatto, a Gorjančikov):

Esso succhia all’uomo la linfa vitale, gli snerva l’anima, lo indebolisce, lo sbigottisce, e poi presenta una mummia moralmente rinsecchita, un mezzo pazzo come un modello di correzione e di pentimento (26).

Soltanto nel pieno rispetto della dignità e dell’individualità umana è possibile la redenzione.

L’innocente

Non tutti i crimini sono delitti. Alcuni crimini sono puri atti bestiali, e non c’è castigo che tenga. Il concetto stesso di castigo, indissolubilmente legato al concetto di delitto, si annulla in questi terribili, disumani e disperati casi.

Un giovane ufficiale scapestrato, depravato, pieno di debiti viene condannato a vent’anni di lavori forzati, più la privazione della nobiltà e del grado, per l’omicidio del padre, assassinato, secondo i giudici, per riscuotere l’eredità. Eppure nel parricida non c’è traccia di rimorso, di pentimento, anzi, appare «sempre di eccellente, giovialissimo umore». Nelle conversazioni accenna persino al genitore, e con estrema leggerezza, come se non fosse accaduto nulla, come se fosse morto di morte naturale e non fosse stato lui, suo figlio, ad ammazzarlo, nascondendo poi il cadavere, decapitato, nello scolo delle acque immonde, la testa recisa appoggiata al busto:

Una così bestiale insensibilità naturalmente è inconcepibile. È un fenomeno; qui c’è qualche difetto di costituzione, una qualche mostruosità fisica e morale, ancora ignota alla scienza, e non un semplice delitto (27).

Ma la giovialità, la leggerezza, l’insensibilità del giovane ufficiale non sono frutto della bestialità, della mostruosità, bensì dell’innocenza. Non è stato lui a uccidere il padre, come ci informa più avanti, molto più avanti, verso la fine dell’opera, Dostoevskij. Una vicenda e un carattere che ricordano moltissimo la vicenda e il carattere di Mitja Karamazov [18].

Il giovane ufficiale condannato ingiustamente per l’assassinio del padre, non è l’unico forzato in cui è possibile rinvenire le tracce di un futuro personaggio di Dostoevskij. Tutti questi «tipi popolari» e questi «caratteri», che egli porta con sé uscendo di prigione, le loro incredibili storie, che gli basterebbero per «volumi interi», come scrive al fratello Michail nella già citata lettera del 30 gennaio – 22 febbraio 1854, rappresentano davvero, citando Cantoni, il «materiale umano» con il quale Dostoevskij costruisce «il suo edificio di artista e di scrittore» [19].

I disgraziati

Il popolo russo non confonde mai, in nessun caso, la giustizia con la vendetta; «non rimprovera mai il detenuto per il suo delitto, per quanto orribile sia, e gli perdona tutto per il castigo che ha subito e, in generale, per la sua disgrazia». Per questo motivo il popolo chiama il delitto «disgrazia» e i forzati «disgraziati». Una definizione «data inconsapevolmente, istintivamente», ispirata da un profondo e puro sentimento di umanità, e per questo «profondamente significativa» (79).

Non soltanto gli uomini liberi d’origine popolare, ma anche quelli d’origine borghese si danno un gran pensiero dei «disgraziati», e senza la loro elemosina, elargita ogni volta che se ne presenta l’occasione, per molti di loro «sarebbe troppo difficile vivere».

Il protagonista ricorda la sua prima elemosina, ricevuta, mentre tornava dal lavoro, accompagnato dal soldato di scorta, da una bambina, figlia proprio di un «disgraziato», un soldato sotto processo morto in reclusorio:

Vedutomi, la bambina arrossì, bisbigliò qualcosa alla madre; questa subito si fermò, cercò nel borsellino un quarto di copeca e lo diede alla bimba, che si mise a correre per raggiungermi. – To’, “disgraziato”, prendi per amor di Cristo! – gridava correndomi dinanzi e ficcandomi in mano la monetina. Io la presi, e la bambina tornò verso la madre tutta contenta. Questa copeca la conservai a lungo su di me (32).

È una speranza, questa moneta, dall’insignificante valore materiale, ma dall’inestimabile valore umano. Una speranza di umanità, di pietà, di perdono e riconciliazione. È una piccola, ma potentissima luce nelle tenebre.

Il lavoro forzato

La «gravosità da galera» del lavoro forzato non sta nella sua difficoltà, nella sua pesantezza, nella sua inesorabile ripetitività, ma nel suo essere «coattivo, obbligatorio, eseguito sotto il bastone». In termini assoluti il contadino lavora molto più del forzato, più duramente e per più ore, «ma lavora per se medesimo, lavora con uno scopo ragionevole», e si sente «incomparabilmente meglio del forzato nel suo lavoro coatto e per lui del tutto inutile».

Dostoevskij immagina che «se si fosse voluto totalmente schiacciare, annientare un uomo, punirlo col castigo più orrendo, tanto che il più efferato assassino dovesse tremarne e anticipatamente esserne spaventato, sarebbe bastato conferire al lavoro il carattere di una perfetta, assoluta inutilità e assurdità» (34). E fa un esempio: se si costringesse il forzato «a travasare dell’acqua da un tino in un altro e viceversa, io credo che il detenuto dopo pochi giorni si impiccherebbe o commetterebbe un migliaio di delitti, pur di morire, ma uscire da una simile umiliazione, vergogna e tortura» (34-35). Non si tratterebbe più di un castigo, ma di un «supplizio, di una vendetta, e sarebbe assurdo, perché non conseguirebbe alcun fine ragionevole» (35). È il terribile principio alla base dell’eterna pena inflitta a Sisifo, l’«inutile lavoratore degli inferi», come sottolinea Camus:

Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza [20].

Il lavoro forzato non è assurdo e torturante a tal punto; per quanto individualmente inutile e noioso conserva comunque «un senso e uno scopo», produce qualcosa di tangibile, di funzionale, un mattone per esempio, e tra i forzati c’è persino chi «si infervora» svolgendolo, chi tenta di eseguirlo «con più abilità, in modo migliore», come se fosse un’autentica professione. Ma resta, pur sempre, lavoro «coatto», e poiché una parte della tortura, dell’assurdità, dell’umiliazione e della vergogna proprie del supplizio, dell’eterna pena di Sisifo, è presente «inevitabilmente […] in ogni lavoro coatto», ne consegue che «il lavoro forzato è senza paragone più tormentoso di quello libero, appunto perché coatto» (ibidem).

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, a cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 33. Per un approfondimento su questo straordinario documento umano rimando al contributo Lettere di un uomo. Dall’epistolario di Fëdor Dostoevskij – Prima parte.

[2] Inviata nel luglio del 1847 dopo la pubblicazione dei Passi scelti della corrispondenza con gli amici, questa lettera «è un magnifico esempio di appassionata oratoria civile traboccante di sdegno per le affermazioni contenute nel libro di Gogol’ in sostanziale difesa dell’ordine esistente» (Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 136).

[3] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 31.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 28.

[6] Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, cit., p. 139.

[7] La prima delle due riviste fondate dai fratelli Dostoevskij, l’altra è «Epoca».

[8] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 37. Anche di questa lettera mi sono occupato nella prima parte del già citato contributo sull’epistolario dostoevskiano.

[9] «In prigione, nell’ambiente che lo circondava, naturalmente non notava molte cose, e nemmeno lo voleva. Viveva come con gli occhi abbassati: per lui era ripugnante e insopportabile guardare» (Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, traduzione di Serena Prina, Mondadori, Milano 2022, p. 611).

[10] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 44.

[11] Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, cit., p. 139.

[12] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 51. Per un approfondimento su questa lettera rimando ancora una volta alla prima parte del contributo dedicato all’epistolario dostoevskiano.

[13] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 21.

[14] Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, traduzione di Alfredo Polledro, Rizzoli, Milano 2013, p. 8. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[15] Valerij Kirpotin, F.M. Dostoevskij, il cammino creativo (1821-1859), citato in Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, cit., p. XXVII.

[16] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., pp. 51-52.

[17] Come ho scritto altrove, individualismo non è egoismo. Egoista è Ivan Karamazov, che non pone limiti all’uomo; individualista è colui che all’uomo restituisce se stesso, la propria libertà e la propria responsabilità.

[18] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo secondo – Mìtja, una candela che brucia da entrambi i lati.

[19] Remo Cantoni, Crisi dell’uomo. Il pensiero di Dostoevskij, citato in Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, cit., p. XXI.

[20] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 117.