Santiago Rusiñol, La morfina, 1894

Michail Bulgakov, «Morfina»: il dramma della dipendenza

[…] una lenta morte s’impossessa del morfinomane se solo per un’ora o due lo private della morfina. L’aria non nutre, non la si può inghiottire… Nel corpo non c’è una sola cellula che non brami… che cosa? Questo non può essere in alcun modo definito, o spiegato. In poche parole, l’uomo non c’è. È disinnescato. Quello che si muove, s’angoscia, soffre è un cadavere. Non vuole niente, non pensa a niente che non sia la morfina. La morfina!

L’ultimo testo

Apparso nel 1927 sulla rivista «Il lavoratore medico», come quasi tutti i racconti raccolti postumi nelle Memorie di un giovane medico [1], Morfina è l’ultimo testo pubblicato in vita da Bulgakov. In esso si riflette uno dei momenti più bui dell’esistenza dello scrittore, segnato dalla dipendenza dalla morfina, assunta per alleviare una reazione allergica causata da un vaccino antidifterico. Serena Prina ci racconta che le «sue reazioni all’astinenza erano violente, soprattutto nei confronti della moglie, che però riuscì gradualmente a disintossicarlo, iniettandogli acqua distillata al posto della morfina» [2].

Ben altro è il destino di Poljakov, il medico protagonista di Morfina, che sprofonda nella dipendenza per non riemergere mai più.

Il ritorno alla civiltà

Torna finalmente alla civiltà, il dottor Bomgard [3]. Dopo un anno e mezzo trascorso nella «condotta sperduta» di Gorelovo, nello «sprofondo», secondo la memorabile espressione dell’assistente sanitario Dem’jan Lukič in Tenebre egizie [4], si trasferisce nel capoluogo del distretto, Bomgard, dove ritrova l’elettricità e i negozi, un Basilio pronto a raderlo in qualsiasi momento – giorni festivi esclusi, naturalmente – per trenta copechi, e giornali freschi di stampa. Ritrova anche un ospedale, un vero ospedale, con un reparto chirurgico, uno terapeutico, uno ostetrico, uno per le malattie infettive, e dotato persino di un laboratorio. Il personale è decisamente più nutrito rispetto a quello di Gorelovo: c’è un medico anziano, tre medici assistenti e svariati assistenti sanitari, ostetriche, infermiere. Si sente più leggero, Bomgard:

Un pesante fardello m’era scivolato via dall’anima. Non mi portavo più addosso la fatale responsabilità per qualsiasi cosa potesse accadere al mondo. Non ero colpevole per l’ernia strozzata [5] e non rabbrividivo quando arrivava una slitta che trasportava una donna con un feto in posizione trasversale [6], non mi toccavano più le pleuriti purulente che necessitavano d’essere operate. Per la prima volta mi sentii una persona la cui responsabilità era racchiusa entro certi limiti precisi [7].

Nella condotta di Gorelovo doveva occuparsi di qualunque cosa, di un parto come di una frattura o di una polmonite. Qui no. Come una «vite di misura predeterminata», Bomgard entra nel grande apparato ospedaliero e assume la direzione di un solo reparto, quello pediatrico. Nella condotta di Gorelovo tra il giorno e la notte non c’era alcuna differenza. Qui sì. Non si sente più «il sinistro colpo notturno alla porta» che, nello «sprofondo», strappava il giovane medico al sonno e lo scaraventava nell’angoscia e nella paranoia [8]. Nel civile capoluogo del distretto Bomgard può finalmente, dopo un anno e mezzo d’insonnia e inquietudine, talvolta persino di terrore, dormire sonni tranquilli.

Una richiesta d’aiuto

È un suo compagno d’università, Poljakov, a sostituire Bomgard nella «condotta sperduta» di Gorelovo. E da Poljakov Bomgard riceve una lettera «assurda, isterica», scritta sul retro d’una ricetta. Dice di essersi «ammalato in modo grave e di un brutto male», Poljakov, che prega Bomgard, in nome della loro vecchia amicizia, di recarsi da lui al più presto.

Una Browning

Non fa in tempo, Bomgard, a raggiungere Poljakov a Gorelovo. Perché Poljakov si spara prima. Quando giunge all’ospedale del capoluogo del distretto è ancora vivo, ma il suo battito è debole, si tende e allunga «in un filo sottile di piccoli nodini» [9]. Si è sparato con una Browning, Poljakov, e una Browning non lascia scampo:

«Un revolver?» domandò il chirurgo, dopo aver contratto una guancia.
«Una Browning» bisbigliò Mar’ja Vlas’evna.
«E-eh!» disse il chirurgo all’improvviso, come con rabbia e dispetto, e d’un tratto, con un gesto sconsolato della mano, si allontanò [10].

Non c’è nulla da fare. Poljakov muore, lo sguardo rivolto al soffitto dell’ambulatorio. Affida a Bomgard, che nel biglietto d’addio definisce «amante dei documenti umani», il suo diario, tragica testimonianza d’un morfinomane.

La ferita

Non dispiace, a Poljakov, d’essere finito in un angolo sperduto dell’immensa provincia russa. Anzi, «più è sperduto, meglio è». Malati e contadini non possono rendere la sua ferita ancor più dolorosa.

A Levkovo i giornali arrivano con una settimana di ritardo. Dà un’occhiata alla sezione dei teatri, Poljakov, ed è sale sulla sua ferita: la settimana scorsa davano l’Aida (l’opera preferita di Bulgakov, insieme al Faust di Gounod [11]), lei cantava «Vieni, amor mio, mi inebria…». Lei è l’ex moglie di Poljakov, cantante d’opera. Lei è la ferita. Hanno vissuto insieme un anno, poi lei se n’è andata, ed è qui, nella separazione dalla moglie, l’origine della dipendenza di Poljakov, che ha una sola, impellente necessità: smettere di pensare a lei. La solitudine estrema, selvaggia di Levkovo, sferzata quotidianamente dalla tormenta, non aiuta. Il pensiero va a finire sempre lì, sulla ferita, e la ravviva. Non smette di sanguinare.

A ben vedere, Poljakov passa da una dipendenza all’altra, dalla dipendenza del dolore alla dipendenza della morfina. Già all’inizio del suo diario non ha che un’idea nella mente e nello spirito. Già all’inizio del suo diario è ripiegato su se stesso. Per questo motivo accetta di buon grado lo «sprofondo». Completamente diverso è l’atteggiamento del giovane medico delle Memorie nel momento del suo arrivo a Mur’e:

Addio, addio per molto tempo, teatro Bol’šoj, rosso e dorato, Mosca, vetrine… ah, addio [12].

È già malato, Poljakov, malato di dolore. E nelle sere interminabili passate in solitudine, seduto alla luce della lampada, mentre fuori ulula la tormenta, il pensiero è sempre lì che si coagula, sulla ferita, e la scava, e la infetta. Non c’è, nel modo di lavorare di Poljakov, l’ardore del giovane medico delle Memorie, non c’è quel sentimento di lotta e missione che anima il collega [13]. Lavora «in modo meccanico», Poljakov, senza trasporto né angoscia. La sua mente e il suo spirito sono altrove, fissi su di lei. Così, mentre il giovane medico delle Memorie passa le serate studiando manuali di medicina, Poljakov è interamente concentrato sul proprio «dramma famigliare», come lo definisce lui stesso. Effettua per la prima volta un rivolgimento durante un parto: ciò che al giovane medico delle Memorie ispira un vibrante racconto, denso d’emozione, angoscia e paura (Il battesimo del fuoco), su di lui, Poljakov, non lascia alcuna traccia. Il lavoro non colma l’enorme vuoto d’amore lasciato dalla moglie. Non diventa ragione di vita al posto dell’amore. Perduto l’amore, resta soltanto il dolore.

La prima volta

È per alleviare dolori addominali così forti da togliere il respiro, che Poljakov assume, per la prima volta, la morfina. Gliela inietta l’assistente ostetrica, Anna Kirillovna, moglie d’un prigioniero di guerra detenuto in Germania (siamo nel febbraio del 1917). Prima della morfina il dolore fluiva come un’unica, grande e incessante onda, senza tregua. Quattro minuti dopo l’iniezione allenta la presa, e Poljakov inizia a distinguerne il «moto ondulatorio». Sette minuti dopo non sente più dolore. E rende «lode a colui che per primo ha estratto la morfina dalle capsule del papavero», Poljakov, un «autentico benefattore dell’umanità» [14].

Cancella il dolore fisico, la morfina, e anche, per certi aspetti soprattutto, quello spirituale. Smette infatti di pensare all’ex moglie, Poljakov, finalmente, e per la prima volta dopo mesi gode di un sonno profondo e salutare. È per questo motivo, più che per il timore di un nuovo attacco, che un paio di giorni dopo s’inietta da solo, nella coscia, un centigrammo di morfina. Da questo momento inizia ad assumerla quotidianamente, a dosi sempre maggiori.

Gli effetti

Smette di pensare all’ex moglie, Poljakov, la melodia che lei canta nel ruolo di Amneris lo abbandona, e crede che sia merito suo, della sua «colossale forza di volontà», come dice a una spaventata Anna Kirillovna, diventata, nel frattempo, la sua «moglie segreta». In realtà è merito della morfina, di cui Poljakov descrive così i piacevolissimi effetti:

Il primo minuto: la sensazione di uno sfioramento sul collo. Questo sfioramento si riscalda e si diffonde. In un secondo momento inaspettata si propaga un’onda fredda nell’addome, e a seguire ha inizio un’insolita lucidità dei pensieri e un’esplosione di capacità lavorativa. Tutte le sensazioni sgradevoli si interrompono completamente. È il punto culminante della manifestazione della forza spirituale di un uomo [15].

Ogni uomo dovrebbe fare un’iniezione di morfina prima di lavorare, conclude Poljakov. Un’affermazione che rivela quanto egli sia spiritualmente lontano dalla sua professione.

Sogni doppi

10 marzo 1917. A Levkovo non arriva la rivoluzione. È in corso «laggiù», la rivoluzione. E mentre «laggiù» si fa la rivoluzione, a Levkovo la natura indifferente segue il suo corso: le giornate s’allungano «e il crepuscolo sembra come più azzurro». Agisce anche sui sogni mattutini, aurorali di Poljakov, la morfina, li sdoppia, e il sogno principale «è come fatto di vetro», è «trasparente». Sogna l’ex moglie, nei panni di Amneris, cantare, e l’orchestra suonare. La musica è «celestiale», e Poljakov ne controlla il volume, che può alzare e abbassare a proprio piacimento. Le sue sensazioni sono simili a quelle provate da Petja Rostov in Guerra e pace:

Petja cominciava a chiudere gli occhi e a ciondolare. Le gocce cadevano. Si udiva parlare sommessamente. I cavalli nitrivano e si mordevano tra loro. C’era qualcuno che russava.
Zig, zig, zig… La sciabola strideva durante l’affilatura. E a un tratto Petja udì un armonioso coro di musica che suonava un inno a lui sconosciuto, ma solenne e dolce. […] La musica suonava sempre più forte. Il motivo si rinforzava passando da uno strumento all’altro. Ne risultava ciò che si definisce una fuga […]. Ogni strumento, ora simile a un violino, ora a una tromba, ma con un suono migliore, più puro e più limpido di un violino o di una tromba, ogni strumento suonava un suo motivo, ma, senza suonarlo fino alla fine, si fondeva con l’altro che cominciava quasi allo stesso modo, e con un terzo, e con un quarto, e tutti si fondevano in una stessa musica, per poi distinguersi e di nuovo poi fondersi ora in un solenne motivo religioso, ora in una musica brillante e trionfale.
‘Ah, ma io sto sognando,’ si disse Petja chinandosi in avanti. ‘La musica è nelle mie orecchie. E forse questa è una mia musica. Eccola di nuovo. Avanti, mia musica! Forza!’
Chiuse gli occhi. E da varie parti, come giungendo di lontano, vari suoni ripresero trepidando, accordandosi, distinguendosi, fondendosi, e di nuovo riunendosi in quel dolce, solenne inno. ‘Ah, che meraviglia è questa! Suona quanto voglio e come voglio’, si disse Petja e si provò a dirigere quell’immenso coro di strumenti.
‘Ora più piano, più piano, spegnetevi’. E i suoni gli ubbidivano. ‘Su, adesso più forte, più allegro. Ancora e ancora più pieno di gioia.’ E da ignote profondità suoni maestosi sorgevano e si rafforzavano. ‘E adesso, voci, aggiungetevi!’ ordinò Petja. E in lontananza cominciarono a udirsi delle voci maschili, e poi delle femminili. E le voci crescevano, si elevavano sempre più in un empito misurato e solenne. Per Petja era al tempo stesso terribile e gioioso compenetrarsi della loro straordinaria bellezza.
E il canto si fondeva in una solenne marcia trionfale, e le gocce cadevano, e zig, zig, zig, strideva la sciabola, e di nuovo nitrivano e si mordevano i cavalli, senza disturbare il coro, ma unendovisi [16].

Si sovrappongono alla realtà, i «sogni doppi» di Poljakov, che sogna e, nel momento stesso, conversa con Anna Kirillovna.

Libero dal pensiero – cosciente – di Amneris, ritrova la serenità perduta, Poljakov, scopre nuovi interessi e lavora bene, pieno d’energia.

Ormai lo so

Forse, ancor più dell’uso in sé, o almeno tanto quanto l’uso in sé, è la reazione all’astinenza a misurare il grado di gravità della dipendenza del morfinomane. Quando Anna, disperata, si rifiuta di preparargli l’ennesima soluzione di morfina, Poljakov reagisce con rabbia. E Anna cede. Dopo l’iniezione Poljakov si scusa, ma ormai Anna sa:

Non mi arrabbio con voi. No. Adesso ormai so che siete perduto. Ormai lo so. Ed è me stessa che maledico per avervi fatto l’iniezione, quella volta [17].

La reazione rabbiosa, rozza e scortese di Poljakov al rifiuto di Anna certifica l’irreparabilità del suo dramma. Il punto di non ritorno è stato ormai superato, Anna lo sa, e per questo motivo, pronunciando la sua terribile sentenza, cade ai piedi di Poljakov e si stringe alle sue mani. Si offre al dolore di Poljakov, Anna, ma ormai il dolore non c’è più. C’è solo la morfina, surrogato di Amneris. Che Poljakov dice di aver dimenticato, ma che non smette di rievocare.

Poljakov potrebbe ancora salvarsi, ma soltanto aggrappandosi ad Anna, di cui riconosce le doti e i meriti, certo, ma che non ama, non può amare. Il suo amore se n’è andato via con Amneris, e ha spalancato un vuoto abissale colmato dalla dipendenza. È ancora abbastanza lucido, Poljakov, da riconoscere in Anna l’unica persona che gli sia davvero fedele – del resto, nell’«isola deserta» di Levkovo non c’è nessun altro -, e da capire che dovrebbe essere lei sua moglie, non l’altra, ma non basta. Dovrebbe essere lui a inginocchiarsi davanti ad Anna e non il contrario, come, in Delitto e castigo, Raskol’nikov s’inginocchia davanti a Sonja [18]. È compiendo infatti questo gesto, che Raskol’nikov riconosce il proprio dramma e accetta di farsene carico, condividendolo con l’unica persona capace di aiutarlo. Mentre Raskol’nikov s’inginocchia davanti alla sofferenza, propria e dell’intero genere umano, Poljakov la rifugge ricorrendo alla morfina. E quando gli sarà impossibile andare avanti, preferirà morire piuttosto che affrontare il calvario della disintossicazione. Della libertà. Poljakov e Raskol’nikov si trovano davanti allo stesso bivio: devono scegliere tra il dolore e il nulla. Vinta la tentazione del nulla, Raskol’nikov sceglie il dolore. Poljakov no. Non è una questione di volontà, o di coraggio, ma di amore, anzitutto di amore. Anche se lo accetterà soltanto alla fine dell’opera, in quell’indimenticabile mattino siberiano, Raskol’nikov può contare sull’amore di e per Sonja, mentre Poljakov il suo amore lo ha perduto per sempre. La ferita causata dalla separazione da Amneris è mortale, e smetterà di sanguinare soltanto quando Poljakov, di sangue, non ne avrà più. Non ha una ragione di guarigione, ovvero di vita, Poljakov. Se n’è andata via, la sua ragione, e non c’è più nessuno per cui valga la pena soffrire, lottare e risorgere. La vita, da sola, non basta, mai. È necessaria una ragione, è necessaria Amneris, e nel caso di Poljakov Amneris è soltanto Amneris.

Il diavolo nella fiala

Percorre a grandi passi la sua stanza solitaria, Poljakov, dalla porta alla finestra, e poi dalla finestra alla porta. Lo fa per quindici, sedici volte, quindi va in camera da letto e s’inietta la cocaina nella coscia, quella sua coscia «tutta bucherellata». Non prova dolore, anzi, pregusta l’imminente euforia. Ed eccola che arriva, l’euforia. Muta i «suoni rauchi» della fisarmonica del guardiano Vlas in «voci angeliche», e i «rozzi bassi» dei mantici in un «coro celestiale». Ma non dura a lungo. La cocaina, «il diavolo nella fiala», si mescola al sangue e le note di Vlas improvvisamente s’avviliscono, e il tramonto primaverile, «col suo rombo inquieto», brucia le viscere:

E così alcune volte di fila, nel corso della serata, fino a quando non capisco di essere avvelenato. Il cuore comincia a battere in modo che lo sento nelle mani, nelle tempie… e poi sprofonda in un abisso, e ci sono attimi in cui penso che il dottor Poljakov non tornerà più alla vita… [19].

Poljakov avverte i morfinomani: non provate a sostituire la morfina con la cocaina. Anna lo ha ripreso per i capelli.

L’uomo disinnescato

Le descrizioni dell’astinenza da morfina presenti nei libri di medicina non rendono affatto l’idea. Si parla di «inquietudine», di «depressione», ma è piuttosto una «lenta morte» che s’impossessa del morfinomane privato della morfina:

L’aria non nutre, non la si può inghiottire… Nel corpo non c’è una sola cellula che non brami… che cosa? Questo non può essere in alcun modo definito, o spiegato. In poche parole, l’uomo non c’è. È disinnescato. Quello che si muove, s’angoscia, soffre è un cadavere. Non vuole niente, non pensa a niente che non sia la morfina. La morfina!
La morte per sete è una morte paradisiaca, beata a confronto con la sete di morfina. È probabile che così colui che è sepolto vivo cerchi di cogliere le ultime, minuscole bollicine d’aria nella bara e si laceri con le unghie la pelle sul petto. Così l’eretico sul rogo geme e si dimena quando le prime lingue di fuoco gli lambiscono le gambe…
Una morte arida, una morte lenta… [20]

Ecco la terribile realtà che si nasconde dietro le gelide definizioni mediche di «inquietudine» e «depressione». L’astinenza è sepoltura in vita e autodafé. L’uomo scompare. Resta un cadavere, il cui unico pensiero, la cui unica realtà è la morfina. Tutto ciò che lo circonda sembra dissolversi ed egli è soltanto ciò di cui ha bisogno, la sua dipendenza. Ma nei libri di medicina non c’è niente di tutto ciò. Ci sono soltanto «parole professionali», algidi termini scientifici che neppure sfiorano il dramma del morfinomane, incompreso da coloro che dovrebbero salvarlo. Per questo motivo Bomgard deciderà di pubblicare il diario di Poljakov.

Solo lei

Ricoverato in una clinica di Mosca, come, forse, lo stesso Bulgakov [21], Poljakov scappa. Del «rombo dei cannoni» che sferzava la città in subbuglio non ha avuto paura, perché non c’è nulla che possa spaventare un uomo con un solo pensiero fisso nella testa, il pensiero dei «meravigliosa cristalli divini». La morfina fagocita tutto il resto, divora tutte le idee e resta lei sola, come idea e realtà, bisogno e vita. Aria. La morfina è l’unica realtà di Poljakov, che vive per lei, soltanto per lei. Come i demòni di Dostoevskij non hanno idee, ma sono posseduti dalle proprie idee, fin quasi a diventarne delle incarnazioni [22], Poljakov non ha una dipendenza, ma è posseduto dalla propria dipendenza:

Non c’è nulla che m’importi, nulla mi serve, e nulla m’attira [23].

Fuori si spara, fuori ruggiscono i cannoni, è la rivoluzione, ma a Poljakov non interessa. È tutto concentrato nella propria dipendenza, e nel pensiero di soddisfarla il prima possibile.

Il furto

Al periodo del ricovero è legato l’episodio sin qui più degradante e increscioso della vita di Poljakov: il furto della morfina. La ruba prima di lasciare la clinica moscovita, e non ha neppure bisogno di forzare l’armadio. C’è la chiave. Ma se non ci fosse stata, la chiave?

Avrei spaccato l’armadio, oppure no? Eh? In coscienza?
L’avrei spaccato [24].

È la «disgregazione del senso morale» tristemente nota agli uomini affetti da gravi dipendenze. La dipendenza conduce al di là del bene e del male, rende possibile ogni cosa. È vittima di una degradante metamorfosi che investe ogni singolo aspetto del suo essere, fisico, psichico e morale, il morfinomane.

La prima allucinazione

Prova a resistere, Poljakov, a ritardare l’iniezione. Esce di casa, cammina, arriva al fiume, e qui ha la sua prima allucinazione: una vecchietta volante che brandisce un forcone. Cade in ginocchio, Poljakov, si protegge con le braccia, per non vedere la vecchietta, poi scappa via, con il timore che il cuore gli possa scoppiare. Finalmente casa, le «tiepide stanze», Anna, la morfina… La «stupida allucinazione» è alle spalle.

La nuova moglie

Prova a convincere Poljakov a trasferirsi in città e farsi curare, Anna, che minaccia d’impiccarsi. Gli dice di guardarsi le mani: «sono trasparenti», come i sogni. La faccia pure. È ridotto pelle e ossa, Poljakov. Sta morendo. Gli domanda poi cosa possa riportarlo alla vita, Anna, e se non possa essere Amneris, ma Poljakov dichiara, per l’ennesima volta, di essersene liberato:

Grazie alla morfina, me ne sono liberato. Al suo posto c’è la morfina [25].

Non Anna, ma la morfina è la nuova moglie di Poljakov.

La svolta

Il trasferimento, alla fine del 1917, dalla condotta di Levkovo alla condotta di Gorelovo, dove prende il posto di Bomgard, con la relativa separazione da Anna, imprime una svolta al dramma di Poljakov, che arriva a iniettarsi tre siringhe al tramonto e tre durante la notte. Gli effetti sono devastanti, sia dal punto di vista fisico che psichico. Dimagrisce a vista d’occhio, avambracci e cosce sono ricoperti d’ascessi, gli attacchi di vomito sempre più frequenti. Di preparare soluzioni sterili non è capace, e per tre volte si buca senza prima bollire la siringa. I fruscii lo terrorizzano, voci minacciose, che soltanto la morfina fa tacere, lo chiamano per nome, volti pallidi compaiono alle finestre. Quel poco che resta della sua persona, della sua vita, si trascina a fatica, come per inerzia, tra nausee e allucinazioni. La lettura, durante un breve periodo di astinenza, di un manuale di psichiatria, produce su di lui un’impressione terribile. Sa di essere perduto, di non avere alcuna speranza. E oltre a distruggere se stesso, distrugge anche Anna, che va a trovarlo a Gorelovo ed è «gialla, malata». «L’ho annientata. Annientata. Sì, ho un grande peccato sulla coscienza», annota Poljakov il primo febbraio. Giura ad Anna di andarsene alla metà del mese, ed effettivamente così sarà.

Quella sera

Ricorda la sera in cui scappò da Mosca, dopo aver rubato la morfina, Poljakov. Una sera «orribile», la più brutta della sua vita:

La morfina rubata me l’ero iniettata in un gabinetto… un tormento. Cercavano di aprire la porta, le voci rimbombavano come fossero di ferro, imprecavano perché tenevo occupato a lungo il posto, e le mani ballonzolavano, ballonzolava il gancio, ci mancava solo che la porta si spalancasse da un momento all’altro [26].

Il gancio del gabinetto moscovita in cui Poljakov s’inietta la morfina rubata, ballonzola come quello dell’appartamento della vecchia usuraia ammazzata da Raskol’nikov:

Lo sconosciuto suonò un’altra volta, attese ancora e all’improvviso, impaziente, con tutte le forze si mise a strattonare la maniglia della porta. In preda al terrore Raskol’nikov guardava il gancio del chiavistello che saltellava nell’anello, e con spavento ottuso attendeva che il gancio ne saltasse davvero fuori. E in effetti la cosa sembrava possibile: tale era la forza con cui la porta veniva strattonata [27].

Quel gancio saltellante è l’ultima, fragilissima difesa che separa Raskol’nikov e Poljakov dalla loro paura più grande: la scoperta del delitto (tale possiamo considerare la dipendenza del personaggio bulgakoviano). In entrambi i casi si dimostra resistente, ma non potrà nulla contro la forza implacabile della coscienza. Saranno Raskol’nikov e Poljakov stessi a scardinare, infine, quel gancio, il primo confessando il delitto e assumendosene le conseguenze, il secondo consegnando il suo diario a Bomgard rendendone possibile la pubblicazione.

La medicina

L’alba del 13 febbraio 1918. Un’alba «fosca e bianchiccia». Non assume morfina da quattordici ore, Poljakov. Quattordici ore. Un’eternità per un uomo nelle sue condizioni. Qualcosa, nelle ultime tre notti, si è spezzato per sempre dentro di lui. Ne è spia il pianto, e una certa sensazione di ripugnanza – Poljakov parla di «schifo» – nei confronti di se stesso. Comprende, per la prima volta dall’inizio della sua dipendenza, di non poter andare avanti in questo mondo, di aver toccato il fondo, Poljakov. Non è più un uomo. Lo specchio riflette l’immagine spaventosa di un cadavere, scarno e ricoperto d’ascessi. Il Poljakov medico non c’è più. Anzi, non c’è mai stato, da quando lo conosciamo.

Quattordici ore… Un numero di ore «incredibile». Il segnale di una svolta decisiva. L’ultima. Che fare? Tornare nella clinica di Mosca? Intraprendere il dolorosissimo calvario della disintossicazione? A che pro? O meglio, per chi? Per se stesso? Ma di se stesso Poljakov ha conosciuto, in questi mesi terribili, la parte peggiore. No. Non c’è nessuno per cui valga la pena guarire, risorgere, vivere.

Ma qualcosa bisogna fare, e poiché si tratta di una malattia, è necessaria, in ogni caso, una medicina. Eccola lì, la «medicina». Ce l’ha sotto mano, Poljakov, e si domanda, stupito, come abbia fatto a non pensarci prima. È la Browning, la «medicina».

Be’, mettiamoci all’opera. Non devo niente a nessuno. Ho annientato solo me stesso. E Anna. Che posso farci?
Il tempo curerà, come cantava Amner. Per lei, certo, in modo semplice e lieve [28].

Nelle ultime quattordici ore Poljakov si è reso finalmente conto della gravità della propria dipendenza. Di quanto lo abbia trascinato in basso, sul fondo di se stesso, sul fondo dell’uomo. Sarebbe forse possibile una vita senza morfina. Ma una vita senza Amneris? Non avrebbe alcun senso. È la malattia originaria di Poljakov, la vita senza Amneris, dalla quale si è sviluppata anche l’altra malattia, quella della dipendenza, e quando la malattia è la vita, la morte è l’unica cura.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Michail Bulgakov, «Memorie di un giovane medico». Prima parte – Dai libri alla realtà, Seconda parte – La lotta.

[2] Serena Prina, Postfazione a Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, Neri Pozza Editore, Vicenza 2022, pp. 183-184.

[3] In Bomgard riconosciamo il protagonista delle Memorie di un giovane medico.

[4] Michail Bulgakov, Tenebre egizie, in Id., Memorie di un giovane medico, a cura di Serena Prina, cit., p. 71.

[5] Un vero e proprio incubo per il giovane medico delle Memorie all’inizio della sua attività: «”Lasciamo stare l’insipina, ma comunque com’è che la mettiamo con l’ernia?” insisteva ostinato il terrore, in forma di voce.
“Lo metterò in una vasca da bagno” presi a difendermi a spada tratta, “in una vasca. E proverò a sistemargliela”.
“Ma è strozzata, angelo mio! Che ci possono fare, al diavolo, le vasche da bagno! Un’ernia strozzata” cantava la paura con voce demoniaca. “Occorre tagliare”» (Michail Bulgakov, L’asciugamano col galletto, in Id., Memorie di un giovane medico, cit., pp. 13-14).

[6] Caso affrontato, dal giovane medico delle Memorie, nel racconto Il battesimo del fuoco.

[7] Michail Bulgakov, Morfina, in Id., Memorie di un giovane medico, cit., p. 123.

[8] «Tuttavia, non più tardi di mezz’ora dopo, all’improvviso mi svegliai, come se qualcuno m’avesse strattonato, mi sedetti e, scrutando spaventato l’oscurità, mi misi in ascolto.
Qualcuno stava battendo forte e con ostinazione sulla porta d’ingresso, e i colpi all’improvviso mi parvero sinistri» (Michail Bulgakov, Il battesimo del fuoco, in Id., Memorie di un giovane medico, cit., p. 24).

[9] Allo stesso modo il giovane medico delle Memorie sente spegnersi, sotto le dita, il battito della figlia dell’agronomo nel racconto La tormenta: «Presi la mano inerte, con gesto abituale apposi le dita e trasalii. Sotto le dita ci fu un fremito minuto, frequente, poi cominciò a mancare, si trasformò in un filo» (Michail Bulgakov, La tormenta, in Id., Memorie di un giovane medico, cit., p. 58).

[10] Michail Bulgakov, Morfina, cit., p. 133.

[11] Serena Prina, Postfazione, cit., p. 187.

[12] Michail Bulgakov, L’asciugamano col galletto, cit., p. 7.

[13] «”No… lotterò. Io lo farò… Io…” E un dolce sonno dopo la nottata difficile mi avvolse. Si stesero come un velo le tenebre egizie… e in mezzo a esse non so se io… impugnavo la spada, o lo stetoscopio. Vado… lotto… allo sprofondo. Ma non sono solo. Con me marcia il mio esercito: Dem’jan Lukič, Anna Nikolaevna, Pelageja Ivanovna. Tutti in camice bianco, e sempre avanti, avanti…» (Michail Bulgakov, Tenebre egizie, cit., p. 79).

[14] Michail Bulgakov, Morfina, cit., p. 137.

[15] Ivi, p. 139.

[16] Lev Tolstoj, Guerra e pace, a cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2014, pp. 1192-1193.

[17] Michail Bulgakov, Morfina, cit., p. 144.

[18] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov.

[19] Michail Bulgakov, Morfina, cit., p. 146.

[20] Ivi, p. 148.

[21] Serena Prina, Postfazione, cit., p. 184.

[22] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione.

[23] Michail Bulgakov, Morfina, cit., p. 153.

[24] Ivi, p. 152.

[25] Ivi, p. 156.

[26] Ivi, p. 161.

[27] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, a cura di Serena Prina, Mondadori, Milano 2022, p. 95.

[28] Michail Bulgakov, Morfina, cit., p. 162.