Vasilij Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872

Lettere di un uomo. Dall’epistolario di Fëdor Dostoevskij – Seconda parte

Troppo felice per lavorare

Dalla lettera del 18 gennaio 1856 a Majkov

Secondo Dostoevskij ci si può sbagliare «nelle idee» (si riferisce al suo giovanile periodo socialista), ma non «con il cuore o smarrire la propria coscienza per errore, e cioè comportarsi in modo contrario alle proprie convinzioni» [1] (dunque le idee sono una cosa, le convinzioni un’altra, una distinzione rilevante). Per Dostoevskij il cuore, e, di fatto, l’umanità, nel senso cristiano del termine, vengono prima di tutto, e sono proprio queste componenti a determinare un uomo. Le idee, ovvero la ragione, la dialettica, sono sovrastrutturali rispetto all’essere, che da loro è del tutto indipendente. A meno che le idee non degenerino in ossessioni, come accade a molti dei suoi personaggi. Umanità, cuore, spirito, morale vengono prima del pensiero, della dialettica, dell’ideologia. Per comprendere un uomo è necessario conoscerlo; qualunque giudizio basato sul pensiero e l’ideologia è pregiudiziale. Prendiamo il caso, emblematico, di Kirillov, personaggio umanamente luminoso, dialetticamente aberrante, almeno dal punto di vista di Dostoevskij [2]. Oppure prendiamo Dostoevskij stesso, ideologicamente spesso discutibile [3], umanamente, spiritualmente e artisticamente grandioso.

Dostoevskij sostiene che senza il «primo amore» per la propria creazione è impossibile scrivere, e rivela la ragione della sua inattività letteraria dopo l’uscita dalla prigione: l’amore per Marija Dmitr’evna, la sua prima, sfortunata moglie:

Ero felice e non potevo lavorare (56).

La felicità spegne il fuoco creativo. In questo senso, produce gli stessi effetti negativi della disperazione. Sono facce della stessa medaglia. La felicità appaga, la disperazione svuota, inaridisce. In entrambi i casi il risultato è il silenzio. È l’ineffabile legame che lega gli opposti, così diversi nella forma, così pericolosamente simili nella sostanza.

È Turgenev in questo momento lo scrittore russo contemporaneo che Dostoevskij apprezza di più [4]. Lo considera dotato di un «enorme talento», limitato purtroppo, a suo dire, dall’indisciplina (57). Presto cambierà idea, e con Turgenev giungerà a una memorabile rottura, descritta in una lettera di cui ci occuperemo più avanti.

Dostoevskij scrive moltissime lettere, ma scrivere lettere proprio non gli piace: «In una lettera non si riesce mai a scrivere qualcosa». Ha bisogno di spazi ampi, sterminati, Dostoevskij, per esprimere tutto se stesso.

La sfida

Dalla lettera del 1 ottobre 1859 al fratello Michail

Dostoevskij cura la nuova edizione del Sosia, il suo secondo romanzo, pubblicato per la prima volta tredici anni prima, e con ciò sfida «tutti quanti a duello» (non aveva incontrato il favore né della critica né del pubblico, Il sosia, alla sua prima uscita). Definisce l’idea dell’opera «straordinaria», e il suo protagonista, Goljadkin, un «personaggio colossale per la sua importanza sociale», che mai nessuno prima di lui aveva scoperto e annunciato (59). In effetti Goljadkin è il primo uomo del sottosuolo [5], ed è tutto qui il valore del Sosia, racconto tutt’altro che indimenticabile, come ammetterà in seguito lo stesso Dostoevskij nel Diario di uno scrittore – 1877 [6].

Responsabilità

Dalla lettera dell’8 (20) settembre 1863 al fratello Michail

Emerge da questa lettera il profondo senso di responsabilità di Dostoevskij, che, tra l’altro, spiega al fratello di giocare alla roulette (e perdere, perché per Dostoevskij giocare è perdere, e l’aspetto più comico è rappresentato dalla sua convinzione, ma una convinzione vera, profonda, di avere un metodo di gioco infallibilmente vincente [7]) per sistemare la situazione economica della propria famiglia (cita anche la moglie, sebbene sia in viaggio in Europa – scrive questa lettera da Torino – in compagnia della sua storica amante, Apollinarija Suslova):

Cercare la felicità buttandosi dietro le spalle ogni cosa al mondo e perfino ciò a cui avresti potuto essere utile è mero egoismo (62).

Per questo motivo, in viaggio all’estero con la donna desiderata, Dostoevskij non può godere appieno della sua felicità, se di felicità si tratta. L’uomo ha il dovere di cercare la felicità nel proprio mondo, assumendosi le proprie responsabilità.

L’amore del rischio

Dalla lettera del 18 (30) settembre 1863 a Strachov

Dostoevskij è a Roma. Non riesce a scrivere, ma non a causa della felicità, questa volta, bensì a causa del gran caldo. Inoltre a Roma resterà soltanto una settimana, ed «è mai possibile scrivere trovandosi a Roma per una settimana?» (63). La città lo assorbe completamente, e camminare dalla mattina alla sera, poi, lo sfinisce.

Il racconto che Dostoevskij ha concepito e annotato «su dei pezzetti di carta», ma che a Roma non riesce a scrivere e che vedrà la luce soltanto tre anni dopo, in condizioni estreme, è Il giocatore [8]. Personaggio «vivente», il protagonista del racconto, uomo «evoluto», ma «non concluso, non completo in nulla», concentra tutta la propria vitalità, tutta la propria forza, il proprio slancio e il proprio ardore «sulla roulette». Cosa che, forse, avrebbe fatto lo stesso Dostoevskij, se non avesse avuto legami affettivi profondi in Russia, come il fratello, i nipoti, la moglie [9]. Naturalmente il protagonista è un «giocatore, ma non semplicemente un giocatore […]. Nel suo genere è un poeta, ma il fatto è che lui si vergogna di questa sua natura poetica», schilleriana, da uomo del sottosuolo, «perché ne sente profondamente tutta la bassezza, sebbene l’amore del rischio», componente essenziale, anzi, primaria nella passione per il gioco, dalla quale deriva la dipendenza, «lo nobiliti ai suoi stessi occhi» (63-64). Ed è proprio all’insegna di questo amore travolgente per il rischio, che caratterizza l’intera esperienza esistenziale di Dostoevskij, in ogni campo, dalla letteratura all’amore, come dimostrano le sue storie con Marija Dmitr’evna, Apollinarija Suslova e Anna, veri e propri azzardi sentimentali, così come molte delle sue opere sono veri e propri azzardi artistici, la cui posta in gioco non è la gloria, ma la sopravvivenza, propria e della sua famiglia, dei suoi figli, che si conclude Il giocatore:

L’importante è la fermezza di carattere. Dovrei solo ricordare che una cosa del genere mi è successa sette mesi fa a Roulettenburg, prima della mia rovina definitiva. Oh, quello è stato un notevole caso di risolutezza: quella volta avevo perso tutto, tutto… Uscii dal casinò, mi frugai e dal taschino del panciotto spuntò ancora un gulden: «Ah, dunque ci sarà di che pranzare!», pensai tra me e me, ma, fatto un centinaio di passi, ci ripensai e tornai indietro. Puntai quel gulden sul manque (quel giorno mi ero incaponito sul manque), e, davvero, c’è un che di particolare nella sensazione che provi, quando, solo, in un paese straniero, lontano dalla patria e dagli amici, senza sapere che cosa mangerai a cena, punti l’ultimo gulden, l’ultimo, l’ultimissimo! Vinsi e in capo a una ventina di minuti uscii dal casinò, con centosettanta gulden in tasca. È un fatto! Ecco quel che in certe occasioni può significare l’ultimo gulden! E che cosa sarebbe successo, se quella volta mi fossi perso d’animo, se non avessi avuto il coraggio di decidermi?… [10]

La verità

Dalla lettera del 9 aprile 1864 al fratello Michail

Delle Memorie dal sottosuolo, in corso di scrittura, mentre Marija Dmitr’evna va spegnendosi (morirà sei giorni dopo questa lettera), Dostoevskij scrive che «Sarà una cosa forte e sincera; sarà la verità» (65). Ed è proprio così: le Memorie dal sottosuolo sono la verità. Una verità terribile, ma quando mai la verità non lo è? [11]

Il solito consiglio

Dalla lettera del 19 aprile 1865 a Nadežda Suslova

A Nadežda Suslova, sorella minore di Apollinarija e, soprattutto, prima donna russa a laurearsi in medicina (naturalmente non in patria, ma all’estero, a Zurigo), Dostoevskij ripete il suo «solito consiglio»:

[…] non si rinchiuda nel mondo esclusivo del Suo io, si affidi alla natura, si apra al mondo esteriore e alle sollecitazioni che Le giungono dall’esterno, almeno in qualche misura. La vita esteriore, la vita reale fa straordinariamente evolvere la nostra natura umana ed è proprio quella che ci offre il materiale per vivere (66).

L’Io: è nel rapporto tra l’uomo, l’individuo (Dostoevskij è uno scrittore e un pensatore profondamente individualista [12]) e il proprio io che si gioca molto, se non addirittura tutto. I personaggi oscuri di Dostoevskij si inabissano nel proprio io, ovvero nel sottosuolo, e si staccano completamente dalla vita esteriore, dalla vita reale. Da questa frattura tra io e mondo esterno, tra io e umanità nasce il dramma di Raskol’nikov. Il ripiegamento su se stessi, la chiusura nel proprio io conducono all’astrattezza, alla teoria, alla dialettica, e l’idea, che trascende in ossessione, diventa l’unica realtà possibile. Ma una realtà corrotta, malata, falsa, disumana. Viceversa, i personaggi luminosi di Dostoevskij si emancipano dal proprio io, lo attraversano, lo superano, secondo il supremo modello di Cristo, e giungono al massimo grado evolutivo della personalità umana, rappresentato appunto dall’emancipazione dal proprio io. Per Dostoevskij è naturale questo secondo sviluppo, non il primo. È un’aberrazione del pensiero, il primo sviluppo. È naturale Cristo, è naturale l’età dell’oro, non Ivan Karamazov e la sua assurda e omicida teoria del «Tutto è permesso» [13]. L’uomo che si stacca dalla natura, dalla terra, alla quale tornano Raskol’nikov e Aleksej Karamazov, naufraga nell’astrattezza e genera teorie mostruose, disumane, che conducono alla distruzione. Il sonno del cuore genera mostri.

Dostoevskij esorta Nadežda a non sprecare la sua vita, ad averne cura e a credere nella verità. Verità che va cercata «costantemente per tutta la vita, altrimenti è terribilmente facile perdersi» (ibidem). L’uomo non deve cristallizzarsi, mai. La ricerca della verità deve caratterizzare tutta la sua vita. Anche per questo motivo Zosima ordina ad Alëša di lasciare il monastero. L’uomo è un essere in perenne divenire, e tale deve conservarsi.

Il resoconto psicologico di un delitto

Dalla lettera del 10 (22) – 15 (27) settembre 1865 a Katkov

Dostoevskij è bloccato in un albergo di Wiesbaden, dove si è recato per incontrare Apollinarija (l’incontro, naturalmente, non è andato bene). Ha perso tutto alla roulette e non può pagare il conto. Costretto a subire cocenti offese dal proprietario dell’albergo e a patire la fame per più di un mese, inizia a scrivere Delitto e castigo, che in questa lettera propone al direttore del «Messaggero Russo» [14]. Dostoevskij definisce l’opera il «resoconto psicologico di un delitto» e ne riassume in poche righe la trama, esponendo le ragioni del crimine di Raskol’nikov, «caduto – per leggerezza e per l’instabilità delle sue convinzioni – sotto l’influenza di certe strane idee ancora “informi”»: donare un po’ di felicità alla madre, liberare la sorella dalle grinfie di Svidrigajlov e terminare l’università, impegnandosi poi a «essere irreprensibilmente onesto e inflessibile nell’adempiere al suo “dovere di uomo nei confronti dell’umanità”», riscattando così il delitto (67). Raskol’nikov riesce a portare a termine la sua «impresa criminosa», ma «problemi insolubili» iniziano a tormentarlo, «sentimenti inattesi e imprevedibili» gli straziano il cuore. Raskol’nikov è vittima della «verità divina» e della «legge terrena», che reclamano inesorabilmente «ciò che è a loro dovuto» e lo costringono ad autodenunziarsi:

È costretto a questo passo per poter – anche a costo di morire ai lavori forzati – accostarsi di nuovo agli uomini; il sentimento di chiusura e di separazione nei confronti di tutta l’umanità, che l’ha assalito subito dopo aver compiuto il delitto, lo tormenta troppo. La legge della verità e la natura umana hanno reclamato i loro diritti, determinando in lui, senza che quasi egli possa opporsi, una nuova convinzione interiore… L’assassino decide spontaneamente di accettare il tormento della pena per espiare il suo crimine (68).

Divenuto, dopo il delitto, dolorosamente, drammaticamente consapevole della propria insignificanza, della propria pidocchiosità, rimasto intrappolato nel sangue versato, Raskol’nikov ha davanti a sé due strade: la strada della pallottola, quella di Svidrigajlov, criminale tanto quanto lui, assassino tanto quanto lui, e la strada della sofferenza, rappresentata da Porfirij (la «legge terrena») e da Sonja (la «verità divina»). Tutto si gioca qui, sulla decisione di Raskol’nikov, sulla sua volontà e capacità di farsi carico del castigo e della sofferenza, unica possibilità di resurrezione.

Dostoevskij espone a Katkov anche un’altra idea sviluppata in Delitto e castigo, secondo la quale «la punizione che viene imposta per legge al criminale per il suo delitto in realtà lo spaventa molto meno di quanto s’immaginino i legislatori, giacché è lui stesso ad esigerla moralmente» (ibidem). E infatti, quando Porfirij, finalmente, dopo tanta «psicologia» a «doppio taglio», accusa apertamente Raskol’nikov, durante il loro terzo e ultimo incontro, non la mette sul piano giuridico, ma sul piano morale, sul piano umano. Una tale idea richiede necessariamente una fiducia incondizionata nei confronti del genere umano (è una traccia, una delle tante, dell’individualismo, a tratti anarchico, di Dostoevskij, questa idea), e rivela la convinzione dell’innaturalezza, dunque dell’insostenibilità, da parte dell’uomo, del male. O alla distruzione segue la redenzione, la resurrezione, oppure essa sfocia immancabilmente nell’auto-distruzione (i suicidi di Svidrigajlov e di Stavrogin, la pazzia di Ivan Karamazov).

Secondo Dostoevskij è l’«instabilità delle convinzioni», che non sono le idee, come abbiamo visto nella lettera del 18 gennaio 1856 a Majkov, l’origine dell’atroce delitto di Raskol’nikov. Ha a che fare con lo spirito e con il cuore, il crimine, non con la testa. Raskol’nikov ha convinzioni instabili, incerte, vaghe; Svidrigajlov e Stavrogin, invece, di convinzioni non ne hanno affatto. La convinzione riguarda la dimensione spirituale, morale, umana dell’individuo, si avvicina al credo, ed è legata al cuore, al sentimento. È istintiva, naturale, talvolta persino fantastica, non logica, razionale. Kirillov, nonostante la sua aberrante filosofia del suicidio, è un uomo dalle convinzioni salde, profonde: tiene alla propria salute e aiuta il prossimo, ama l’uomo. Ecco, il suo pensiero è una sorta di mostruosa e distruttiva distorsione del suo amore per l’umanità. Non è Ivan Karamazov, che disprezza l’uomo, giudicandolo il più stupido degli esseri. Come scrive Berdjaev, Kirillov è un «uomo puro, […] in lui vi sono tracce di una santità senza grazia» [15].

Un uomo con delle convinzioni conosce perfettamente i propri limiti e i propri doveri, sa fin dove può spingersi, tiene alla propria e all’altrui libertà, indissolubilmente legate. E per avere delle convinzioni non serve essere dei santi. Basta essere uomini.

Katkov accetta la proposta di Dostoevskij, che, grazie al denaro ricevuto dal «Messaggero Russo», può finalmente lasciare Wiesbaden. Si reca a Copenaghen, dall’amico Vrangel’, dove resta una settimana. Vrangel’ gli fornisce il denaro necessario al ritorno in Russia, più un cappotto e una coperta. Perché, no, Dostoevskij non ha neppure un cappotto e una coperta. Ha perso proprio tutto a Wiesbaden, tranne il suo inesauribile genio, autentico salvavita.

La libertà di parola

Dalla lettera del 25 aprile 1866 a Katkov

Esecra il socialismo, Dostoevskij; dopo averne subito, in gioventù, il fascino, lo considera il male assoluto, l’anticristo, eppure, memore forse della sua esperienza, riconosce il valore umano dei giovani socialisti russi:

[…] in questi nostri russi, poveri ragazzi e ragazze indifesi, c’è pur sempre un punto fondamentale, che è sempre costantemente presente e su cui ancora per lungo tempo si fonderà l’ideale socialista, e cioè l’ardore entusiasta per il bene e la purezza del cuore (71).

Tutti questi giovani «si sono rivolti al socialismo con una dedizione così pura e appassionata, in nome dell’onore, della verità e dell’autentica utilità!» (ibidem). Sono proprio i giovani russi i principali destinatari dell’opera di Dostoevskij, che tenta di indirizzare verso la luce, verso Cristo e gli uomini il loro «ardore entusiasta per il bene e la purezza del cuore».

Dostoevskij riporta l’opinione secondo la quale l’attentato di Karakozov allo zar Alessandro II «ha matematicamente dimostrato la possente, straordinaria, sacra unità esistente tra lo zar e il popolo» [16]. Ebbene, una tale unità dovrebbe indurre il governo a concedere grande fiducia al popolo e, in generale, alla società russa, «e invece si è in timorosa attesa di provvedimenti che limiteranno la libertà di parola e di pensiero» (provvedimenti che non tarderanno ad arrivare e che imporranno una severissima stretta repressiva, cancellando i passi in avanti, in direzione liberale, compiuti durante le riforme). «Ma come», domanda Dostoevskij, «si può lottare contro il nichilismo senza la libertà di parola? Se si concedesse la libertà di parola perfino a loro, cioè ai nichilisti, probabilmente se ne trarrebbe un vantaggio, giacché essi si renderebbero ridicoli agli occhi di tutta la Russia grazie ai chiarimenti concreti delle loro teorie. E invece adesso viene conferito loro l’aspetto di sfingi, di enigmi, li si circonda di un’aura di saggezza e di mistero, il che seduce gl’ingenui» (71-72). La censura, insomma, produce l’effetto contrario, non reprime ma esalta, idealizza, mitizza. Anche per questo motivo Dostoevskij dà piena libertà di parola ai nichilisti nella sua opera, rivelandone tutta l’assurdità, la fragilità, la disumanità. Li smaschera, Dostoevskij, dimostrando spietatamente che dietro questi mitici personaggi così spregiudicati e apocalittici si celano in realtà degli uomini, fragili, ridicoli, talvolta meschini (penso a Pëtr Verchovenskij, rielaborazione artistica del temutissimo Nečaev [17], personaggio talmente misero, talmente basso da costringere Dostoevskij a concepire un nuovo protagonista, un nuovo centro dei Demòni, l’immenso Stavrogin, dietro al quale Verchovenskij arranca e scodinzola e guaisce, letteralmente, come un cagnolino).

Dostoevskij si scusa con Katkov per le numerose correzioni apportate alla lettera. Non si tratta di negligenza, di superficialità. Dostoevskij non è proprio «capace di scrivere altrimenti», persino quando ricopia le sue stesse lettere. L’urgenza espressiva, talvolta davvero incontenibile, prevale sempre sulla forma.

Il cristiano russo e l’ateo tedesco

Dalla lettera del 16 (28) agosto 1867 a Majkov

Dostoevskij racconta della rottura definitiva con Turgenev, un tempo amatissimo, come abbiamo visto nella lettera del 18 gennaio 1856, indirizzata sempre a Majkov (i due si riconcilieranno molti anni dopo, nel 1880, pochi mesi prima della morte di Dostoevskij, in occasione del suo celebre Discorso su Puškin). A Dostoevskij, di Turgenev, non piace il modo di abbracciare, «così aristocratico e teatrale», non piace il modo di «esporre così ingenuamente e goffamente tutte le ferite dell’amor proprio», inferte dall’insuccesso del suo ultimo romanzo, Fumo, caratterizzato dal tono anti-russo. Non piace questo tono, a Dostoevskij, e non gli piace neppure, naturalmente, l’ateismo di Turgenev,  «orgogliosamente» ostentato:

Dio mio, il deismo ci ha dato Cristo, e cioè una così sublime immagine dell’uomo che non la si può concepire senza un sentimento di venerazione e senza credere che essa costituisca un ideale eterno per l’umanità! (75)

Nel sentimento della fede di Dostoevskij l’uomo ricopre un ruolo centrale. È proprio perché Cristo rappresenta una «sublime immagine dell’uomo», dell’uomo e non di Dio, che egli lo ama tanto.

Dostoevskij rimprovera a Turgenev, senza mezzi termini, di aver «insultato la Russia e i russi in modo orribile e disgustoso» (76), e Cristo e la Russia sono le due cose alle quali Dostoevskij tiene di più. È l’opposta valutazione della Russia, nel suo complesso, dunque fede cristiana compresa, a determinare l’incolmabile distanza che separa i due scrittori: Dostoevskij è un cristiano russo, Turgenev un ateo tedesco (all’invettiva di Dostoevskij contro i tedeschi Turgenev impallidisce, considerandosi egli stesso orgogliosamente un tedesco). La condanna di Turgenev da parte di Dostoevskij, che con Turgenev ha persino un debito di cinquanta talleri, non ancora saldato, è dunque di stampo prettamente ideologico, non spirituale, non umano, ed è una cosa che, forse, non gli fa molto onore. Ma Dostoevskij è un uomo, come noi, come tutti, e non si può pretendere che in lui non ci siano zone d’ombra. Le sue zone d’ombra, e penso al nazionalismo, all’etnolatria, all’antisemitismo, al bellicismo, rientrano tutte nel campo dell’ideologia. Dal punto di vista spirituale, metafisico, artistico, autenticamente umano, è pura luce. Il suo aspro contrasto con Turgenev è utile soprattutto per capire quanto fosse sensibile a determinati argomenti. Purtroppo al di fuori della Russia Dostoevskij perde la capacità di valutare, analizzare, comprendere l’uomo. A causa di pregiudizi, di stampo nazionalista, profondamente radicati, per Dostoevskij inglesi, tedeschi, francesi sono anzitutto inglesi, tedeschi e francesi, non uomini. Viceversa, e in ciò è gran parte della sua grandezza, i suoi personaggi non sono soltanto russi, ma uomini universali. I personaggi di Dostoevskij siamo noi. Il fatto è che, in fondo, tutti gli uomini, anche i più evoluti, profondi e liberali hanno dei pregiudizi. E i pregiudizi esistono anche nel bene, non soltanto nel male. In un certo senso, è sui pregiudizi del bene che si fondano le religioni e gli umanitarismi.

Che i lati più oscuri e controversi di Dostoevskij rientrino tutti nell’ambito dell’ideologia, dimostra, per l’ennesima volta, quanto l’ideologia sia deleteria, anzi, nefasta per un uomo. L’ideologia avvelena l’uomo. Dovremmo liberarcene tutti, concentrandoci esclusivamente sulla nostra umanità. Siamo – o dovremmo essere – prima di tutto uomini. La nazionalità viene dopo, è secondaria, sovrastrutturale, proprio come sostiene quel russo “germanizzato” che fa arrabbiare tanto Dostoevskij, le cui convinzioni si basano tuttavia su un pregiudizio, del bene in questo caso: la fede nella civiltà.

Quando Dostoevskij è all’estero rimpiange la Russia come le palme trapiantate a Pietroburgo rimpiangono i loro caldi paesi d’origine (ricordo il bellissimo racconto di Garšin, Attalea Princeps). È una questione fisica, di terra, di radici, di ambiente, che riguarda l’essere Dostoevskij. Ciò spiega la sua ostilità nei confronti dei russi all’estero che rinnegano la propria terra, come Turgenev. Ecco, se esistono differenze tra i paesi, riguardano la terra, l’ambiente, dove affondano le radici di ogni individuo. Ogni uomo è radicato in un suolo. Dostoevskij è profondamente radicato in Russia. Ma ciò non gli impedisce di scoprire l’uomo.

Prima di concludere, ancora qualche parola su Turgenev. Il tono di Fumo sarà pure anti-russo, ma in molte altre opere, le migliori, egli rappresenta vicende, personaggi e fenomeni tipicamente russi: le Memorie di un cacciatore sono un viaggio straordinario nella Russia più profonda, sino a quel momento sconosciuta; l’uomo superfluo, protagonista di molti suoi racconti (Diario di un uomo superfluo, Rudin, Nido di nobili), è una figura tipicamente russa, così come il tipo del nichilista raffigurato in Bazarov, indimenticabile protagonista di Padri e figli [18]. Turgenev ha dato moltissimo alla letteratura russa dell’Ottocento, contribuendo in modo determinante alla sua inarrivabile grandezza.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, a cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 55. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo terzo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione, Aleksej Kirillov, l’Uomo-Dio.

[3] Penso ai pregiudizi verso gli ebrei, i musulmani, i polacchi, all’esecrabile esaltazione della guerra, a quella che Berdjaev definisce «etnolatria».

[4] Nel fascicolo di novembre del Diario di uno scrittore – 1877, Dostoevskij descrive e spiega così il suo entusiasmo di allora per Turgenev: «Le memorie di un cacciatore, che erano cominciate appena ad apparire prima della mia condanna, e i primi racconti di Turgenev io li lessi d’un fiato, riportandone un’impressione deliziosa. È vero, allora su di me brillava il sole delle steppe, cominciava la primavera e con essa una vita del tutto nuova, la fine dell’ergastolo, la libertà!» (Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore, traduzione di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2010, p. 1146).

[5] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Il sosia»: l’annientamento del signor Goljadkin, il primo uomo del sottosuolo.

[6] «Questo racconto senz’altro non è riuscito, ma la sua idea era abbastanza brillante e nulla di più serio di questa idea ho introdotto mai più nella letteratura. Ma come forma esso non mi riuscì. In seguito lo corressi moltissimo, quindici anni dopo, per l’edizione delle mie opere complete, ma anche allora mi convinsi che non era una cosa riuscita; adesso se riprendessi la stessa idea e la riesponessi di nuovo, le darei tutt’altra forma; ma nel 1846 questa forma non la trovai e non dominai la mia materia» (Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore, cit., p. 1144). E ancora: «Il racconto fu dimenticato da tutti, e lo meritava […]»  (ivi, p. 1145).

[7] Interessante l’interpretazione di Freud, che nel saggio Dostoevskij e il parricidio lega la passione del gioco all’onanismo: «L’irresistibilità della tentazione, i solenni proponimenti mai mantenuti di non farlo più, il piacere che stordisce e la cattiva coscienza che ci si sta rovinando (si commette suicidio) si sono conservati immutati nel “gioco” sostitutivo». Da ciò Freud deduce la presenza, in Dostoevskij, di una «omosessualità latente». Dostoevskij «non trovava pace finché non aveva perduto tutto. Il gioco era per lui anche un modo di punirsi. […] Quando con le sue perdite aveva gettato se stesso e la moglie nella miseria più nera, ne traeva un secondo soddisfacimento patologico. Poteva coprirsi d’ingiurie al suo cospetto, umiliarsi, intimarle di disprezzarlo, recriminare ch’ella avesse sposato lui, vecchio peccatore, e dopo essersi così sgravato la coscienza ricominciava da capo il giorno successivo. […] Quando il senso di colpa di Dostoevskij era placato dalle punizioni ch’egli stesso si era inflitto l’inibizione che gli interdiceva di lavorare veniva meno» (Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 153).

[8] Per un approfondimento sull’opera e la sua rocambolesca storia rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione.

[9] Trasferirsi in Europa e dedicarsi interamente al gioco è una delle tre possibilità di vita prospettate da Dostoevskij ad Anna durante la loro conoscenza. Le altre due sono la fuga in Oriente, a Costantinopoli o a Gerusalemme, e la permanenza in Russia, con un nuovo matrimonio e la ricerca della felicità nella famiglia (Anna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, a cura di Luigi Vittorio Nadai, Castelvecchi, Roma 2014, p. 81). Dostoevskij opterà per questa terza possibilità, chiedendo ad Anna di sposarlo dopo appena un mese di conoscenza. Anna dirà sì, e gli salverà la vita.

[10] Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Mauro Martini, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma, p. 575.

[11] Per un approfondimento sull’opera, una di quelle poche opere che hanno cambiato davvero il corso della storia della letteratura, rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[12] L’individualismo non è egoismo. Essere individualisti significa riconoscere all’individuo piena libertà di scelta, piena autonomia, indipendenza e responsabilità. Non c’è nulla di eternamente stabilito, fissato, cristallizzato. Ogni individuo, ogni uomo parte da zero, compie un nuovo percorso, percorre un nuovo cammino. Ogni individuo, ogni uomo è chiamato a farsi carico della propria tragica libertà, è chiamato a comprendere cosa è bene e cosa è male, a scegliere tra il bene e il male. Dostoevskij si oppone con tutto se stesso alla riproduzione in serie degli uomini prospettata da certe teorie positiviste, progressiste, umanitarie, quelle teorie contro le quali l’uomo del sottosuolo, l’ultimo uomo, si scaglia con veemenza, rivendicando la libertà e l’unicità di ogni singolo individuo.

[13] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo quinto dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX. Già Raskol’nikov elabora questa teoria, riservandola però ai cosiddetti «uomini straordinari». Ivan non pone alcun limite. Il suo «Tutto è permesso» è una regola di vita universalmente valida.

[14] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[15] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 60.

[16] Membro del gruppo «Organizzazione», fondato dal cugino Nikolaj Išutin, Dmitrij Karakozov, ex studente di ventisei anni, spara ad Alessandro II il 4 aprile 1866, ma fallisce l’obiettivo, grazie al miracoloso intervento di un contadino che lo colpisce sul braccio deviando così il colpo, secondo la – fantasiosa, molto probabilmente – ricostruzione delle autorità (scopo di «Organizzazione» era attribuire la responsabilità dell’attentato a dei nobili cospiratori, provocando così una rivolta popolare contro la classe dominante). L’attentatore viene subito arrestato, processato e condannato a morte per impiccagione. La pena capitale viene eseguita il 15 settembre. L’intero gruppo viene sgominato e il fondatore, Išutin, condannato a vita ai lavori forzati, dopo essere stato graziato sul patibolo.

[17] Per un approfondimento su questo personaggio, autentico saltimbanco del male, rimando al capitolo primo del già citato studio Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione, Stepan e Pëtr Verchovenskij, padri e figli.

[18] Per un approfondimento sulle opere citate rimando ai contributi Ivan Turgenev, «Memorie di un cacciatore»: un viaggio nella vecchia Russia. Prima parte, Seconda parte; Ivan Turgenev, «Diario di un uomo superfluo»: la triste storia di Čulkaturin; Ivan Turgenev, «Rudin»: nient’altro che parole – Prima parte, Seconda parte; Ivan Turgenev, «Nido di nobili»: destinati all’infelicità; Ivan Turgenev, «Padri e figli»: il dramma del nichilista.