Tutto il resto è noia

Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.

Giacomo Leopardi a Pietro Giordani nella lettera del 30 aprile 1817

Il Leopardi che scrive queste sconsolate parole non è l’immortale autore dei Canti e delle Operette morali. È il Leopardi ragazzo – diciannovenne appena – che vede la propria incontenibile voglia di vivere fatta a pezzi dal contesto sociale che, suo malgrado, gli è toccato in sorte. Contesto arido, privo di stimoli, di distrazioni, piccolo, chiuso e soffocante come una prigione.

Di sciocchezze su Leopardi ne ho sentite, e continuo a sentirne, tante, ma tante. Troppe. Aveva davvero una smisurata voglia di vivere, questo «maledetto gobbo», come lo definì vergognosamente un irritato e meschino Gino Capponi dopo la lettura della Palinodia. Essere consapevoli dell’irrimediabile tragicità della vita non significa essere cupi, pessimisti, misantropi, persuasori di morte. Significa, semplicemente, sapere, e sapere non vuol dire non voler vivere. Sapere significa sentire la vita per quello che davvero è: una tragedia. Solo chi sa può vivere. Chi non sa può soltanto illudersi di vivere.