Michail Bulgakov, «Memorie di un giovane medico». Seconda parte – La lotta

Si stesero come un velo le tenebre egizie… e in mezzo a esse non so se io… impugnavo la spada, o lo stetoscopio. Vado… lotto… allo sprofondo. Ma non sono solo. Con me marcia il mio esercito: Dem’jan Lukič, Anna Nikolaevna, Pelageja Ivanovna. Tutti in camice bianco, e sempre avanti, avanti…

Persino i lupi

E dopo le esperienze iniziatiche, battesimali di cui ci siamo occupati nella prima parte del presente contributo [1], ha inizio la vera e propria lotta del giovane medico e la sua squadra nello «sprofondo», come l’assistente Dem’jan Lukič definisce la sperduta località di campagna in cui si trova l’ospedale di Mur’e. Lotta con la diffidenza e l’ignoranza del popolo, con le malattie, e persino con i lupi.

La tormenta

I. L’amputazione alla ragazza caduta sotto la gramola, narrata nel primo racconto delle Memorie, L’asciugamano col galletto, assicura al giovane medico un enorme successo: fino a cento contadini al giorno si recano da lui, senza contare i pazienti ricoverati, le operazioni, i parti. Insomma, intere giornate di lavoro, una sigaretta dopo l’altra, senza un attimo di respiro, al termine delle quali non si ha neppure voglia di mangiare e di dormire. E il lavoro contamina, avvelena anche il sonno, popolato d’incubi d’operazioni fallite, ossa nude, sangue umano. È impegnato in una battaglia, una battaglia senza tregua, il giovane medico, ossessionato dal pensiero di dover salvare tutti i suoi pazienti:

Ogni giorno cominciava al mattino alla luce pallida della neve e terminava con l’ammiccare giallo dell’ardente lampada a cherosene [2].

Il giorno della tormenta di pazienti se ne presentano soltanto due, dai denti cariati, peraltro, dunque di competenza dell’assistente Dem’jan Lukič, e Pelageja Ivanovna, una delle due esperte ostetriche, lo comunica con gioia al giovane medico, ancora sotto le coperte. Effettuato, con calma, il consueto giro di visite interne, il giovane medico passa la giornata a spasso per il suo appartamento, fischiettando brani d’opera (dal Faust di Gounod, citato nell’Asciugamano col galletto, o dall’Aida di Verdi, immaginiamo, le «due opere più amate da Bulgakov» [3]) e osservando lo spettacolo, affascinante e al tempo stesso terribile, della tormenta che cancella ogni cosa:

Non c’era il cielo, e nemmeno la terra. Tutto girava e turbinava, bianco, e storto e di sbieco, avanti e indietro, come se il diavolo si stesse baloccando con la polvere dentifricia [4].

II. Si fa un bagno, dopo settimane d’igiene piuttosto superficiale, il giovane medico, che pensa poi di pranzare e fare una bella «dormitina» in questo insperato giorno di ferie. Ma proprio mentre è a mollo nell’acqua bollente, ecco che arriva la chiamata di un suo collega, il medico di Šalomet’evo. La figlia dell’agronomo, fidanzata dello scrivano Pol’čikov, innamoratissimo di lei, è caduta dalla slitta e ha battuto la testa, proprio il giorno del fidanzamento. Priva di conoscenza, perde sangue copiosamente dal naso e dalla bocca. Così, al giovane medico, tocca rinunciare al bagno, al pranzo, alla «dormitina», al giorno di ferie insomma, e sobbarcarsi un viaggio di almeno un’ora nella tormenta, mentre peraltro il giorno va spegnendosi.

Si veste, o piuttosto si seppellisce sotto un cumulo di indumenti (blusa, giubbotto di pelle, cappotto, pellicciotto di montone), e prepara la borsa, dove, tra farmaci e strumenti, trova posto anche una rivoltella. La tormenta, placatasi un poco, lo colpisce sulla guancia destra. Pensa alla polmonite, che certamente gli verrà dopo un simile viaggio, magari persino difterica, il giovane medico, e al caso della ragazza, che potrebbe essersi incrinata l’osso del cranio dall’interno. Forse un frammento è andato a conficcarsi nel cervello, chissà. Alla fine il viaggio nella tormenta, che ulula e romba, non dura un’ora, come gli aveva assicurato il pompiere-antico romano di Šalomet’evo incaricato di trasportarlo, ma due e mezza. Ha persino il tempo di fare un salto a Mosca, ai bagni Sandunov, il giovane medico. In sogno, naturalmente.

Lo riceve lo scrivano Pol’čikov, fuori di sé, gli occhi da «bestia braccata». Dichiara di essere l’«assassino», Pol’čikov, strappandosi, letteralmente, i capelli biondi, a ciocche. Lo trascinano via. È stupito, il giovane medico di Šalomet’evo, di ritrovarsi davanti un collega giovane quanto lui («assomigliavamo a due ritratti del medesimo individuo, per di più fatti lo stesso anno» [5]), ma lo stupore lascia subito spazio alla gioia. È specializzato in malattie veneree, il giovane medico di Šalomet’evo, e non sa che fare con la figlia dell’agronomo. I suoi occhi sono «tormentati e smarriti».

Afferra la mano della ragazza, il protagonista, e percepisce un «fremito minuto, frequente» che si trasforma presto, troppo presto in un «filo». Come sempre quando si trova faccia a faccia con la morte, sente freddo all’addome. La odia, la morte. Inietta un farmaco nel braccio della ragazza, ma non c’è più nulla da fare. L’ultimo battito gli scompare sotto le dita.

Al protagonista consigliano di restare, di non mettersi in viaggio con queste condizioni, ma restare nella casa dove è accaduta la disgrazia, dove è «inutile e impotente», sarebbe «insopportabile» per lui. Passa un minuto, appena un minuto dalla partenza della slitta, e Šalomet’evo scompare, «come in un sogno». Ma non è un sogno, è la tormenta, che cancella ogni cosa:

Tutto il mondo vorticava, come avvolto in un groviglio, e veniva strattonato da tutte le parti [6].

Portato dalla tormenta, «come una foglia», rannicchiato nel fondo della slitta, «come in una barca», ripensa al tristissimo caso della figlia dell’agronomo, fidanzata dello scrivano Pol’čikov, destinato a perdere la salute per il dolore, il giovane medico, e a quanto sia «assurdo e terribile vivere in questo mondo». E dopo aver provato pietà per se stesso, si sprofonda nell’oscurità.

III. Perde la strada, il pompiere-antico romano, e quando il giovane medico riapre gli occhi la slitta è immobile, sommersa dalla neve. Esausti, i cavalli si sono fermati. Hanno corso per quattro ore, nella tormenta, senza raggiungere nessun posto. Superata l’iniziale paura e un singolare risentimento verso Tolstoj, per certi suoi racconti dalle atmosfere tempestose, scritti in realtà nelle confortevole quiete di Jasnaja Poljana, il giovane medico si scuote e agisce. Ordina al vetturino di prendere il cavallo davanti per le briglie, mentre lui si mette alla guida. In questo modo ritrovano la strada. La tormenta sembra indebolirsi e i cavalli strappano, ma non perché abbiano sentito un luogo abitato, come domanda ingenuamente il giovane medico, che nel buio percepisce un suono «strano, angoscioso e pieno di rabbia». E dopo il suono un punto nero, che cresce fino a raggiungere le dimensioni di un gatto, e cresce ancora, e s’avvicina. Terrorizzati, i cavalli si lanciano in direzioni diverse, stronfiano e iniziano a correre a briglia sciolta, avanzando in modo irregolare, tremanti di paura. Afferra la rivoltella, il giovane medico, e immagina il trafiletto sul giornale che annuncerà brevemente la sua morte. Intanto il gatto cresce ancora, fino ad assumere le dimensioni d’un cane. In realtà non è un cane, ma un lupo, e ce n’è un altro vicinissimo alla slitta. Si muove con un’agilità straordinaria sulla neve, «come su un parquet», e nella sua brama c’è qualcosa di «minaccioso e insolente». Spara, il giovane medico, un colpo, due colpi, tre colpi. Quindi si rintana sul fondo della slitta, «in preda a un terrore mortale», nella testa il pensiero terribile di ritrovarsi addosso «un enorme corpo muscoloso», le «viscere dilaniate».

E finalmente nella neve rada, garbata, il più «incantevole» degli occhi, il lampione dell’ospedale di Mur’e. Il giovane medico e il pompiere-antico romano sono salvi. Spara altri due colpi, il protagonista, invaso dall’entusiasmo, e poi, nel suo appartamento, scoppia in una «risata convulsa». Sotto le coperte promette a se stesso di non andare mai più, ma la tormenta gli risponde beffarda: «Andrai… oh, andrai…».

Dunque non solo il caso crudele, le malattie, la diffidenza e l’ignoranza. Anche i lupi. Ecco perché nella sua borsa, insieme ai farmaci e agli strumenti, il giovane medico porta sempre con sé anche una rivoltella.

Tenebre egizie

È immerso nelle «tenebre egizie», secondo l’illustre citazione biblica del magniloquente Dem’jan Lukič, il giovane medico. I primi lampioni a cherosene sono a nove verste di distanza, alla stazione ferroviaria, quelli elettrici addirittura a quaranta verste, nel capoluogo del distretto, Gračëvka, dove è dolce la vita. C’è il cinematografo lì, e ci sono i negozi. Deve accontentarsi di bere un bicchierino con Dem’jan Lukič e le due ostetriche, Anna Nikolaevna e Pelageja Ivanovna, vestite a festa, il giovane medico, il giorno del suo compleanno.

Raccontano storie bizzarre, che sembrerebbero «barzellette», l’assistente e le due ostetriche al giovane medico, passano così la serata. Straordinaria quella di Pelageja Ivanovna, che narra di aver trovato, una volta, dello zucchero nel canale del parto della partoriente. Una trovata – geniale, ma geniale davvero – della levatrice del villaggio:

Il parto, le dice, ce l’avrà difficile. Il piccolino mica vuol venir fuori nel mondo del buon Dio. E allora bisogna attirarlo. E quindi han pensato bene di attirarlo con qualcosa di dolce! [7]

Storie così bizzarre da sembrare «barzellette». Storie da «tenebre egizie», da «sprofondo». Quella stessa sera ne capita una al giovane medico. Un mugnaio, all’apparenza assennato e persino istruito, malato di malaria, ingurgita tutte e dieci le dosi di chinino prescrittegli dal giovane medico per guarire più in fretta:

Ma ho pensato, cos’ho da star qui a ciondolare da voi per una piccola dose alla volta? Le piglio tutte, ed è bell’e che finita [8].

In effetti, ci è mancato poco, anzi, pochissimo, che il mugnaio mettesse fine alla sua vita. È una lotta, una vera e propria lotta quotidiana, contro la diffidenza, contro l’ignoranza, quella del giovane medico e della sua squadra nello «sprofondo»:

Si stesero come un velo le tenebre egizie… e in mezzo a esse non so se io… impugnavo la spada, o lo stetoscopio. Vado… lotto… allo sprofondo. Ma non sono solo. Con me marcia il mio esercito: Dem’jan Lukič, Anna Nikolaevna, Pelageja Ivanovna. Tutti in camice bianco, e sempre avanti, avanti… [9]

Non si tratta di eroismo, quell’eroismo di cui, retoricamente, ci riempiamo la bocca nelle catastrofi, ma di «onestà», semplicemente di «onestà», come dice un altro celebre medico letterario, Bernard Rieux [10].

L’esantema stellato

Si apre con il primo caso di sifilide fronteggiato dal giovane medico, il racconto L’esantema stellato. Diagnosticata la malattia, ricorre al suo «amico fedele», il protagonista, il «prontuario dalla copertina rossa con le lettere dorate», sorta di vangelo scientifico, di nascosto, mentre il paziente si riveste, e formula la cura. Ma il paziente se ne frega della sifilide. A lui s’è chiusa la gola, e gli pare assurdo che il giovane medico gli prescriva delle frizioni sulle braccia e sulle gambe.

Sente il sifilitico sparlare di lui, il giovane medico, lo sente dire che cura male, che invece di guardargli la gola, che gli fa male, che gli «s’è arrochita», gli ha guardato il petto, la pancia e gli ha dato un unguento per le gambe. All’uomo con l’esantema stellato fa eco una voce di baba, che rimprovera il giovane medico di non metterci attenzione. Ascoltando, di nascosto, queste parole assurde, insensate, nell’anima del giovane medico s’apre una ferita: si domanda se non sia tutto inutile.

Per settimane attende l’uomo con l’esantema stellato e sua moglie. Si era raccomandato, il giovane medico, avrebbe dovuto visitare anche la moglie del malato, e poi di nuovo lui, dopo sei frizioni, ma nessuno s’è fatto vivo. E allora il giovane medico li dimentica entrambi. Del resto, ogni giorno visita decine e decine di pazienti, decine e decine di volte si smarrisce per poi riprendere la «lotta». Che sia inutile o meno, bisogna lottare. Non c’è alternativa. Fare il medico è questo, ed è per questo che il protagonista delle Memorie ha scelto la facoltà di Medicina.

II. Tutti i malati di sifilide si comportano come il primo: vengono all’ospedale per il mal di gola e non seguono la cura prescritta. E il cucchiaio che usano a casa lo usano anche i figli, ammalandosi pure loro, come nel caso del piccolo Ivan Karpov, malato di sifilide secondaria, il corpicino ricoperto di stelle. Nello «sprofondo» non hanno idea di cosa sia la sifilide (l’ignoranza non è meno grave della peste, la sua epidemia è altrettanto devastante). È questa la terribile verità. Anche la madre del piccolo Ivan, Avdot’ja Karpova, è malata, come risulta dal registro dell’ambulatorio, e anche la sorella Mar’ja, di otto anni. Della famiglia manca soltanto un componente: il padre. Chissà come si chiama, se Sidor oppure Pëtr:

[…] probabilmente era arrivato dal maledetto fronte e non s’era «rivelato», e forse nemmeno lo sapeva che doveva rivelarsi. Se n’era andato. E lì era cominciata. Dopo Avdot’ja, Mar’ja; dopo Mar’ja, Ivan. Una scodella in comune con la zuppa, un solo asciugamano… [11].

E come la famiglia Karpov ce ne sono molte altre.

Intende lottare con lei, la sifilide, il giovane medico, ma per lottare «bisogna vederla». Ed eccola che si manifesta, «in forma di ulcere biancastre nella gola di una ragazzina adolescente». E ancora, «in forma di gambe storte come sciabole», «di ulcere flaccide sulle gambe gialle di una vecchia», «come pustole purulente sul corpo di una donna in fiore», occupando la fronte «con la corona di Venere a mezzaluna», «come castigo riflesso dell’ignoranza dei padri sui propri figli», con nasi che assomigliano a «selle cosacche» [12]. Riesce a farne tornare alcuni, di malati, dopo le prime sei frizioni, il giovane medico, che spende parole «appassionate» nel tentativo, quasi disperato, di convincerli a curarsi, e con alcuni gli riesce persino di fare almeno qualche iniezione, ma sono eccezioni:

[…] la maggior parte mi sfuggiva dalle dita, come sabbia in una clessidra, e non riuscivo a ritrovarli nella tenebra nevosa. Ah, mi convinsi che da quelle parti la sifilide era terribile proprio perché non sembrava terribile [13].

III. Paziente numero novantasei della giornata, sigaretta numero cinquanta: una giovane baba, «molto bella», e i suoi tre figli. Il corpicino del più piccolo è «punteggiato come un cielo in una fredda notte d’inverno». Anche la donna ha i fianchi e il petto coperti di macchie. Quando il giovane medico le spiega che lei e i suoi bambini hanno un «brutto male», pericoloso, terribile, nei suoi occhi «azzurri sporgenti di baba» brilla la diffidenza, una diffidenza impossibile da descrivere a parole. Quindi afferra il bambino più piccolo, lo rigira tra le mani «come fosse un pezzo di legno», e domanda da dove venga, questa malattia, ridendo. Deve terrorizzarla, il giovane medico, e ci riesce. Le sue parole, «volutamente dure e spaventose», convincono la donna, in lacrime, ad accettare il ricovero.

È necessario aprire un reparto per i malati di sifilide, nell’ospedale di Mur’e, nonostante le ristrettezze. Un mese dopo, il reparto, sebbene in una condizione di «pietosa povertà, sommersa dalla neve», ospita sette uomini e cinque donne. Di giorno in giorno, davanti agli occhi del giovane medico l’esantema stellato va dileguandosi. Una grande vittoria.

L’occhio scomparso

I. È passato un anno dall’arrivo del giovane medico nello «sprofondo». Un anno che lo ha cambiato profondamente, anche dal punto di vista estetico. Dalla sua testa è scomparsa la scriminatura, che non «seduce nessuno a trenta verste dalla strada ferrata». Il suo volto non è più ben rasato. Si rade una volta alla settimana, ora, il giovane medico, le sue guance sono «come una grattugia».

Ricorda, il giovane medico, il suo secondo rivolgimento podalico. A differenza del primo, narrato nel racconto Il battesimo del fuoco, eseguito con successo, questo è andato male. Confessa, il giovane medico, di aver rotto, durante la manovra, un braccino al bambino, che viene alla luce già morto. Pelageja Ivanovna resta con la partoriente, nell’isba invasa dall’odore «soffocante» del cloroformio, mentre lui torna a casa. C’è la tormenta, che lo sballotta nella slitta, mentre tutt’intorno i «boschi cupi» lo scrutano «con rimprovero, senza speranza, con disperazione». Cupi sono i boschi che la slitta fende nella tormenta, e cupi i pensieri del giovane medico, che si sente «sconfitto, spossato, schiacciato da un destino crudele». Un destino che lo ha scaraventato nelle «tenebre egizie», nello «sprofondo», costringendolo «a combattere da solo, senza alcun sostegno e senza indicazioni». Gli può capitare di tutto, e tutto deve provare a sconfiggere. Se non ce la fa si tormenta, mentre viene sballottato «lungo i fossi», alle spalle «il cadaverino di un bimbo e una povera madre». Domani, passata la tormenta, Pelageja Ivanovna la porterà da lui, questa «povera madre», e chissà se riuscirà a salvarla:

[…] come potevo salvarla? Come intendere questa parola grandiosa? In sostanza, io agivo a casaccio, non sapevo niente di niente. Be’, fino a quel momento era andata bene, erano andate lisce cose sorprendenti, mentre oggi non era stato così. Ah, il cuore si stringeva per la solitudine, per il freddo, per il fatto di non aver nessuno attorno. E forse avevo anche commesso un delitto, con quel braccino. Poter andare da qualche parte, potersi buttare ai piedi di qualcuno, dire che ecco, così e cosà, io, un dottore, avevo rotto il braccino di un bimbo. Ripigliatevi il mio diploma di laurea, non ne sono degno, cari colleghi, mandatemi a Sachalin [14].

Si rattrappisce sul fondo della slitta, il giovane medico, nel tentativo di ripararsi dal freddo, quel freddo che lo divora, nella tormenta, e si sente «come un penoso cagnetto, come un cane inetto e senza casa». Il piccolo, «ma così gioioso, eternamente caro», lampione dell’ospedale di Mur’e lo rincuora, e il giovane medico dice a se stesso di smetterla di pensare a quel braccino, spezzato a un bimbo già morto, e di concentrarsi sulla madre, viva. È sempre sui vivi che deve concentrare i suoi sforzi, il giovane medico: il bimbo è morto, non c’è più, e tormentarsi non lo riporterà certo in vita; c’è una madre da salvare. È questo il senso della lotta. Anche se la paura resta e ci si sente la creatura più sola del pianeta.

II. Un anno è passato, rivelando «molti volti, molte forme», mostrandosi «complicato e terribile». Ha lasciato tracce ben visibili sul volto del giovane medico, che non è più giovane come un anno fa: gli occhi sono «più severi e inquieti», la bocca «più sicura e virile», sulla radice del naso è comparsa una «piega» che non andrà più via. Si guarda allo specchio, il giovane medico, dove «corrono in un ordine tumultuoso» i suoi ricordi. Neanche questi andranno più via.

Ricorda l’estrazione di un dente, il giovane medico, a un soldato, uno dei tanti soldati tornati dal fronte dopo la rivoluzione. Mentre stringe, con le tenaglie, l’«enorme» dente cariato, gli viene in mente un racconto di Čechov, intitolato Chirurgia, in cui si narra proprio dell’estrazione di un dente, a un sacrestano, e per la prima volta gli sembra che non faccia affatto ridere. Strappa via il dente, il giovane medico, e con esso un enorme pezzo d’osso. Dalla bocca del soldato inizia a schizzare sangue. Arrestata l’emorragia e liberato il paziente, ma con la raccomandazione di tornare il giorno successivo per un controllo, il giovane medico sprofonda nella paranoia, come suo solito. Immagina «quadri assurdi», la morte del soldato a causa di un’infezione da lui provocata, l’indagine, la riesumazione del cadavere, il processo, la condanna. Per una settimana vive «immerso nella nebbia», il giovane medico, che dimagrisce, deperisce. Fin quando, dal medico del capoluogo del distretto, viene a sapere che al soldato ha sfondato l’alveolo. «Siete uno che i denti li cava davvero…», dice il vecchio medico offrendogli della vodka.

III. Ricorda, il giovane medico, e traccia un bilancio. In un anno ha accolto 15.613 malati, di cui soltanto sei hanno perso la vita. Ha fatto di tutto: amputazioni, raschiamenti, ernie, tracheotomie, incisioni, ingessature, intubazioni, parti. Ha lottato contro pleuriti, polmoniti, cancri, sifilidi, emorroidi, sarcomi. Non c’è più nulla che possa stupirlo, nulla che possa fargli paura, o almeno è quello che si dice al termine del bilancio.

Ma il mattino successivo, il primo giorno del suo secondo anno nell’ospedale di Mur’e, ecco un caso spaventoso, senza precedenti: un bimbo di un anno con «una sfera di colore giallo della dimensione di una piccola mela» al posto dell’occhio sinistro. Propone di tagliarla, quella «piccola mela», il giovane medico, convinto che non ci sia proprio nessun occhio, ma la baba si oppone e va via. Per due giorni il giovane medico si scervella, rovista in biblioteca, ma niente. Rivede quello stesso bimbo una settimana dopo, con entrambi gli occhi. Allora il giovane medico comprende: si trattava di un enorme ascesso che, crescendo, aveva spinto indietro l’occhio. Una volta scoppiato, tutto è tornato a posto. E il giovane medico scopre che c’è sempre un caso eccezionale in agguato pronto a stupirlo e spaventarlo. Bisogna essere umili, nella lotta, e aspettarsi di tutto, perché spesso la realtà è persino peggiore dei nostri incubi più terribili.

NOTE

[1] Michail Bulgakov, «Memorie di un giovane medico». Prima parte – Dai libri alla realtà.

[2] Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, a cura di Serena Prina, Neri Pozza Editore, Vicenza 2020, p. 51.

[3] Serena Prina, Postfazione a Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, cit., p. 187.

[4] Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, cit., p. 52.

[5] Ivi, p. 57.

[6] Ivi, p. 60.

[7] Ivi, p. 73.

[8] Ivi, p. 79.

[9] Ibidem.

[10] «[…] qui non si tratta di eroismo. Si tratta di onestà. Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà» (Albert Camus, La peste, traduzione di Yasmina Mélaouah, Bompiani, Milano 2017, p. 175).

[11] Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, cit., p. 93.

[12] Ivi, p. 94.

[13] Ivi, p. 95.

[14] Ivi, p. 108.