Michail Bulgakov, «Memorie di un giovane medico». Prima parte – Dai libri alla realtà

Tutti i ventiquattro anni della mia vita li avevo trascorsi in una grande città, e pensavo che la tormenta ululasse soltanto nei romanzi. Risultò invece che ululava davvero.

L’impensabile

«Son dunque io pensabile in URSS?», domanda Bulgakov nella celebre lettera del 28 marzo 1930 al governo sovietico [1]. No, non è pensabile Bulgakov in URSS. Troppo poco sovietico. Troppo poco realistico il suo realismo. Secondo alcuni, persino troppo borghese. Eppure, il 18 aprile Stalin in persona chiama lo scrittore ed esaudisce la sua richiesta di un impiego al Teatro dell’Arte di Mosca. Che Stalin stimasse tanto Bulgakov? Certo, apprezzava molto il dramma I giorni dei Turbin, versione teatrale della Guardia bianca, in cui vedeva una «dimostrazione della forza travolgente del bolscevismo» [2], ma non si tratta di questo. Il fatto è che quattro giorni prima, il 14 aprile, si è tolto la vita Majakovskij, «con grande clamore in patria e all’estero», e «il rischio di un secondo scandalo internazionale legato a esponenti del mondo intellettuale doveva essere evitato a ogni costo» [3].

La telefonata di Stalin salva forse la vita al Bulgakov uomo, ma uccide il Bulgakov scrittore, il Bulgakov impensabile, che resusciterà soltanto molti anni dopo la sua morte. Ventitré anni dopo la sua morte, per l’esattezza, nel 1963, quando sulla rivista «Il mondo nuovo» compare una recensione positiva, a firma di Vladimir Lakšin, delle Memorie di un giovane medico, una raccolta di racconti pubblicati singolarmente da Bulgakov tra il 1925 e il 1927 e ispirati dalla sua attività di medico nei piccoli ospedali di Nikol’skoe e Vjaz’ma [4].

Ne rileggiamo i primi tre, dedicati alle esperienze battesimali del protagonista: un’amputazione, un parto difficile, un crup difterico. È il benvenuto, o forse sarebbe meglio dire mal-venuto, della realtà al giovane medico [5], dopo anni passati a studiare manuali in cui tutto è – troppo – chiaro e ad assistere a interventi dove tutto è – troppo – semplice.

L’asciugamano col galletto

I. Ventiquattro ore. Ventiquattro ore esatte – così esatte da rasentare la comicità – «per percorrere le quaranta verste che separano Gračëvka, capoluogo del distretto, dall’ospedale di Mur’e» [6]. Un’eternità. Per di più sotto una pioggia incessante. In piedi nel cortile del nosocomio, il cappotto «gonfio d’acqua come una spugna», le gambe intorpidite, il giovane medico sfoglia mentalmente le pagine dei manuali alla ricerca della malattia che determina proprio l’intorpidimento dei muscoli.

Le dita dei piedi non le sente più, quelle delle mani non sono in grado di afferrare nulla. Maledice la medicina, il giovane medico, e la sua domanda d’ammissione. Ha ventitré anni, appena ventitré anni, e tutti lo scambiano per uno studente, cosa che lo irrita molto. Forse, se indossasse gli occhiali, lo prenderebbero per quello che è, un medico, ma degli occhiali non ha bisogno, ci vede benissimo. Voleva fare il medico assistente, e invece gli hanno affidato la direzione di un piccolo ospedale sperduto nell’immensa provincia russa.

Eccolo, finalmente, il nome della malattia che determina l’intorpidimento dei muscoli: «paralisi». Ma nella testa del giovane medico non ci sono soltanto manuali. C’è anche «un robusto tenore dalle cosce turchine» che canta passi del Faust di Gounod: «Ave dimora… casta e pura» [7]. Ha «enigmatiche finestre sepolcrali», la nuova dimora del giovane medico, «infausto Esculapio». È lontanissima Mosca:

Addio, addio per molto tempo, teatro Bol’šoj, rosso e dorato, Mosca, vetrine… oh, addio [8].

Scopre parecchie cose nuove, il giovane medico: che a metà di «un settembre grigiastro e inacidito» si può congelare come «nel pieno di un feroce inverno»; che all’uomo non occorre molto, e per prima cosa occorre un fuoco, e che, oltre al fuoco, all’uomo «occorre anche ambientarsi». Poi, alla sera, nel suo nuovo appartamento, alla luce della lampada [9], fa i conti con il terrore:

“[…] ti porteranno un’ernia” rombò una voce severa nel cervello, “perché, se le strade sono impraticabili, uno col raffreddore (un malanno da poco) mica viene, ma un’ernia te la portano, state tranquillo, caro collega dottore” [10].

È il terrore del giovane medico che parla, «con voce demoniaca». L’«infausto Esculapio», il suo Mefistofele, se lo porta dentro.

II. Ma il primo caso del giovane medico non è un’ernia, no. È una giovane e bellissima contadina maciullata dalla gramola. Dovrebbe maciullare il lino, la gramola, non le persone. Disperato, il padre della sventurata si getta ai piedi del giovane medico, batte la testa sul pavimento e lo implora, con i suoi occhi «senza fondo», di salvarla:

Signor dottore… quello che volete… vi darò soldi… prendete i soldi che volete. Quanti ne volete. Vi procureremo il cibo che vorrete… fate solo che lei non muoia. Fate solo che lei non muoia. Se resterà storpia, non importa. Non importa [11].

Osserva, o meglio, contempla la ragazza, distesa sul tavolo operatorio, il giovane medico, e l’ernia svanisce dalla sua testa. Ne ammira la bellezza, una bellezza «rara», ma l’assistente sanitario, Dem’jan Lukič, le strappa la gonna, rabbiosamente, e riporta alla luce della lampada a cherosene la mattanza compiuta dalla gramola:

La gamba sinistra, in sostanza, non c’era più. A partire dal ginocchio frantumato pendevano dei brandelli sanguinolenti, muscoli rossi sbrindellati e da ogni parte sporgevano ossa bianche e acuminate, spiaccicate. La gamba destra era fratturata al ginocchio, in modo che entrambe le ossa, con le estremità, sporgevano all’esterno, dopo aver perforato la pelle. Per questo motivo il piede giaceva inerte, come fosse separato dal corpo, rovesciato su un lato [12].

Sarebbe stata meglio un’ernia, anche strozzata. La realtà supera il terrore. Perché ciò che si ritrova davanti il giovane medico, è una di quelle cose che non s’immaginano. Una di quelle cose terribili che accadono e, quando accadono, ci domandiamo come sia possibile, che accadano.

Giace sul tavolo operatorio come un cadavere, la ragazza squartata dalla gramola, ma non muore, come si augura il giovane medico. Ha perduto un’enorme quantità di sangue, incalcolabile, ma non muore, come si aspettano Dem’jan Lukič e Anna Nikolaevna, una delle due ostetriche dell’ospedale di Mur’e. Come un’«onda appena percettibile» passa il suo battito.

«Possibile che non muoia?», si domanda, disperato, il giovane medico. No, quel che resta della ragazza non muore. Gli tocca intervenire, amputare quel che resta della sua gamba maciullata. E allora ci si augura che non muoia sotto i ferri. «Ancora… ancora un poco… non morire», pensa, quasi prega il giovane medico dopo aver segato l’osso, «resisti fino alla corsia, lasciami uscire con successo da questo caso terribile della mia vita» [13].

E neanche questa volta la ragazza muore. Ingessata l’altra gamba e lavatosi le braccia sporche di sangue fino ai gomiti, il giovane medico si ritira nel suo appartamento. Accanto alla lampada, «un po’ invecchiato», attende l’attimo in cui busseranno alla porta e gli comunicheranno la morte della sua prima paziente.

III. Alla porta bussano due mesi e mezzo dopo l’intervento. Entra prima il padre, poi… lei, con una sola gamba, sorretta dalle stampelle, «di una bellezza incantevole». Reca con sé un dono per il giovane medico, «un lungo asciugamano bianco come la neve, con un galletto rosso ricamato con grande semplicità». L’asciugamano col galletto del titolo. Il giovane medico lo porterà con sé per molti anni:

Alla fine è invecchiato, s’è consumato, bucato ed è scomparso, come sbiadiscono e scompaiono i ricordi [14].

Ecco, è per non farli scomparire, i ricordi, che il giovane medico li imprime sulla pagina. Quelli che compongono L’asciugamano col galletto, e i due successivi racconti delle Memorie, segnano il suo passaggio dai libri alla realtà, alla vita, che spesso, troppo spesso, è persino peggiore delle nostre paure più grandi.

Il battesimo del fuoco

I. Dedica le sere, «del tutto libere», alla lettura dei manuali e a «lunghe e solitarie bevute di tè», il giovane medico. Fuori scroscia incessante la pioggia, le strade sono impraticabili, nel cortile c’è fango, nebbia e una «tenebra nera», in cui si distinguono, «come macchie appannate, indistinte», le luci provenienti dalla casetta dell’assistente sanitario, Dem’jan Lukič.

II. È in una di queste pacifiche sere che dei colpi forti e ostinati, «sinistri», svegliano il giovane medico, coricatosi da non più di mezz’ora. Un parto complicato: presentazione trasversale. Ha assistito a due parti, il giovane medico, ma del tutto normali. È inquieto e angosciato: tutta la responsabilità è nelle sue mani. Prende tempo, effettuando esami che nulla potrebbero aggiungere alle informazioni fornitegli dalle ostetriche, e non può contare sul supporto del manuale di Döderlein.

«Presentazione trasversale…», riflette a voce alta il giovane medico, senza lasciar trasparire la propria angoscia, «se si verifica una presentazione trasversale, significa che si deve… si deve fare…». «Il rivolgimento podalico» [15], interviene l’esperta ostetrica Anna Nikolaevna. Un vecchio medico, nota il protagonista, avrebbe fulminato Anna Nikolaevna per averlo preceduto. Lui, invece, non è uno che se la prende… E conferma l’indicazione dell’ostetrica, «con l’aria di chi la sa lunga». In realtà il giovane medico la sa corta, la sua sapienza d’«infausto Esculapio» è tutta racchiusa in qualche manuale, e in fondo è naturale che sia così. Non ha mica scelto lui di dirigere un ospedale a ventitré anni. Voleva fare il medico assistente, lui.

Sfoglia mentalmente il manuale di Döderlein, il giovane medico, e di tutte le parole lette, rilette, sottolineate, memorizzate, visualizzate, emergono soltanto queste:

…La presentazione trasversale è una presentazione assolutamente sfavorevole [16].

Benissimo. Mica poteva essere un parto normale, semplice, come quelli a cui ha assistito all’università, il primo parto del giovane medico. La frase tratta dal manuale di Döderlein è di un’esattezza disarmante: è sfavorevole, assolutamente sfavorevole la presentazione trasversale, «tanto per la donna che per il medico che ha portato a termine l’università sei mesi prima» [17].

Il Döderlein ci vuole, necessariamente. Impossibile fare senza. Ordina di preparare l’anestesia, il giovane medico, e di stendere la partoriente sul tavolo, lui, intanto, fa un salto a casa a prendere le sigarette. Corre nel suo appartamento, il giovane medico, afferra il manuale di Ostetricia operativa di Döderlein e lo sfoglia in fretta alla luce della lampada. Ma il Döderlein non fa altro che acuire l’angoscia del giovane medico e confondergli le idee. Infausto è lui, giovane Esculapio, e «infauste» possono essere le conseguenze se dovesse compiere una manovra sbagliata. Confuso e sfiduciato, il giovane medico si abbandona sulla poltrona. È a casa già da dodici minuti, quei minuti che compongono le ore, e nel caso di una presentazione trasversale «ogni ora di indugio aumenta il pericolo», recita il Döderlein.

Rientra di corsa in ospedale, il giovane medico. In sala parto è tutto pronto. E ciò che non gli ha detto il Döderlein, e nessun altro manuale di ostetricia studiato per gli esami di Stato, glielo dice Anna Nikolaevna, raccontando di come il suo predecessore, il mitico Leopol’d Leopol’dovič, ne avesse fatti molti di questi rivolgimenti. Ora, il giovane medico, sa cosa fare:

Solo una cosa contava: dovevo introdurre dentro una mano, con l’altra dall’esterno aiutare il rivolgimento e, contando non sui libri, ma sul senso della misura, senza il quale un medico non va da nessuna parte, con cautela ma con insistenza tirare verso il basso una gambina e quindi, dietro di essa, estrarre il piccolo [18].

Certo, i manuali offrono nozioni fondamentali, imprescindibili, ma è anzitutto su se stesso che deve fare affidamento un medico, sul proprio «senso della misura». Deve agire con calma, cautela e, al tempo stesso, decisione, «senza paura». In questo senso, è una delle massime espressioni umane della responsabilità e dell’azione.

La manovra funziona, il bambino e la madre sono vivi. Anna Nikolaevna «aspira avidamente una sigaretta» e si congratula con il giovane medico, il cui cuore «si riempie di gioia».

III. Rientrato a casa all’una passata, il giovane medico afferra il Döderlein e riprende la lettura, sorseggiando il tè, freddo. Tutti i passi del manuale che in precedenza, durante la sua fuga dalla sala parto, gli erano apparsi oscuri e funesti, divengono ora «assolutamente comprensibili, come se fossero stati infusi di luce». E in questo momento, «al chiarore della lampada», il giovane medico comprende cos’è «l’autentica conoscenza». Anche in campagna, riflette prendendo sonno, si può fare una «grande esperienza», basta «leggere, leggere, leggere di più». Leggere prima, all’università, e, soprattutto, dopo, rischiarati dalla luce dell’esperienza, della realtà, della vita. È la vita a rendere comprensibili i libri, non il contrario. E forse non vale soltanto per i manuali di medicina.

Gola d’acciaio

I. Dopo una vita intera passata a Mosca, il giovane medico conosce la desolante solitudine delle sere invernali in campagna e scopre che la tormenta non ulula soltanto nei romanzi. Scopre che la tormenta ulula davvero. E la tormenta non è soltanto la tormenta, ma la vita. Il giovane medico scopre che è tutto vero, ciò che ha letto nei libri, di medicina e non solo, che là fuori è davvero una tragedia, che una ragazza può cadere in una gramola ed essere squartata, che una donna può rischiare di morire perché il bambino che porta in grembo ha assunto una posizione trasversale. Non mentono, i libri, e dopo averlo scoperto sul campo, s’illuminano d’una luce diversa. L’ululato della tormenta non è un’immagine poetica, un artificio, ma la realtà. Ulula davvero, la tormenta, nelle desolate e desolanti notti d’inverno della sterminata campagna russa. E sogna di scappare, il giovane medico, da quella desolazione, di trasferirsi nel capoluogo del distretto, dove c’è la luce elettrica e altri medici con i quali potersi confrontare. Ma sarebbe vile scappare, anche perché è «proprio per questo» che ha deciso di frequentare la facoltà di Medicina.

Anche in questo racconto, come nel primo, L’asciugamano col galletto, lo tormenta il pensiero di un’ernia strozzata, o di un parto difficile, prova superata, tra mille angosce, nel Battesimo del fuoco, perché va benissimo la laurea, con tanto di lode, «ma la lode è una cosa e l’ernia un’altra». Angosciato, il giovane medico s’immerge ogni sera nella lettura dei manuali di chirurgia, compreso quello di Döderlein. Legge, beve tè nero, fuma, ansima.

II. E riecco i colpi alla porta che strappano il giovane medico alla tregua del sonno. E il caso, questa volta, è peggiore del precedente, peggiore di un parto in posizione trasversale. Una bambina, meravigliosa, i capelli «del colore dell’avena», gli «occhi azzurri, immensi, le guance da bambola», non riesce a respirare. La diagnosi è terribile: crup difterico. Tra non molto la gola si chiuderà completamente.

Rimprovera la madre della bambina di aver atteso tanto (cinque giorni) prima di portarla in ospedale, il giovane medico, e allora la madre, consegnata la bambina all’insopportabile baba, s’inginocchia davanti al protagonista, batte la fronte contro il pavimento e lo implora di darle le «gocce», minacciando d’impiccarsi se la figlia dovesse morire. C’è un solo modo per salvare la bambina: effettuare una tracheotomia. Ma la madre non accetta. Il giovane medico tira un sospiro di sollievo, ma la sua voce, una voce che non gli appartiene, si oppone a quel rifiuto: «State uccidendo la bambina. Accettate. Come fate a non avere pietà?» [19], esclama la voce. La madre, spalleggiata dall’odiosa baba, incarnazione dell’ignoranza popolana, continua ad opporsi, e anche il giovane medico si domanda cosa stia facendo, perché insista tanto, correndo il rischio di sgozzare una bambina. Ma le sue parole non corrispondono ai suoi pensieri. Sono decise e perentorie, le sue parole, restituiscono l’immagine di un medico sicuro di sé, delle proprie capacità. Alla fine le donne acconsentono e dentro di sé il giovane medico si sente raggelare, ma, ancora una volta, la sua voce si esprime con chiarezza e autorità: «Sterilizzate subito bisturi, forbici, divaricatori, specillo!», ordina agli assistenti.

È davvero singolare questa discrepanza, presente in tutti e tre i primi racconti delle Memorie, tra pensiero e azione, tra i dubbi, le paure, le angosce che agitano il giovane medico in questi momenti decisivi, in cui è in ballo la vita dei suoi pazienti, e la sua voce, le sue parole, i suoi gesti, la sua immagine. È una sorta di ispirazione, del tutto istintiva, a tratti persino estranea, a guidarlo in queste situazioni. È come se la sua coscienza medica, scientifica ed etica restasse perfettamente salda, nonostante l’inquietudine e il terrore, trattenendolo dal precipitare nel panico. Da una parte c’è l’uomo, l’uomo nudo, senza altre definizioni, preda della paura e dell’angoscia, dall’altra il medico, forte delle sue conoscenze e della sua missione. Fortunatamente, è sempre il medico a prevalere.

Anche in questo caso il giovane medico fugge dall’ospedale e si rifugia nel suo appartamento, dopo aver attraversato «di corsa il cortile dove, come un demonio, la tempesta di neve volava e scalpicciava». Afferra un libro e si sofferma sull’illustrazione di una tracheotomia. Legge il testo, divenuto improvvisamente incomprensibile e, dopo un’ultima occhiata al disegno, torna in ospedale, incurante della tormenta. Ha una sola certezza, il giovane medico: addosso gli è piombata «una faccenda difficile, tremenda».

Effettua la tracheotomia, il giovane medico, ma il sangue non smette di sgorgare e si pente, si pente «amaramente» d’aver scelto la facoltà di Medicina. Preda di una disperazione «furiosa», affonda la pinzetta a casaccio vicino alla ferita e il sangue smette, quasi magicamente, di scorrere. Ma della trachea, nessuna traccia. Se non avesse proposto l’intervento, la piccola Lidka – questo il nome della bambina – «se ne sarebbe morta tranquilla in corsia», pensa il giovane medico, «mentre adesso morirà con la gola squarciata, e mai in alcun modo potrò dimostrare che comunque sarebbe morta, che non potevo farle alcun danno» [20]. Sta per rinunciare, il giovane medico, quando gli appaiono gli occhi della madre di Lidka e, con essi, la trachea. Fissa i divaricatori, il giovane medico, uno da una parte, uno dall’altra, e uno lo porge all’assistente. Assistente che inizia, inspiegabilmente, a tirare la trachea. Non per una follia improvvisa, come pensa lì per lì il giovane medico, ma per uno svenimento dovuto al caldo soffocante. Disperato, il giovane medico crede di aver sgozzato la piccola Lidka: «Appena torno a casa, mi sparo», dice a se stesso. Ma ecco che interviene l’ostetrica anziana: si avventa sull’assistente, afferra il suo divaricatore e, a denti stretti, dice al giovane medico di continuare. Privo di sensi, l’assistente si schianta a terra. Nessuno se ne cura. Inserisce il tubicino d’argento nella trache della piccola Lidka, il giovane medico, ma la piccola Lidka resta immobile. Il giovane medico si ferma: non c’è altro che possa fare. Vorrebbe soltanto chiedere perdono, scusarsi «per la sventatezza d’essere entrato nella facoltà di Medicina». È sul punto di lasciar perdere tutto, sta per mettersi a piangere, quando la piccola Lidka finalmente si scuote e inizia a respirare e gridare. Riprende i sensi, l’assistente, e dopo aver contemplato, «con sguardo ottuso e terrorizzato», la gola della piccola Lidka, aiuta il giovane medico a suturarla.

Non è stato un semplice intervento. È stata una lotta. Con se stesso e la propria paura. Con la madre di Lidka e l’insopportabile baba. Con il caso, che abbatte l’assistente nel momento decisivo dell’operazione. Con quella piccola trachea che proprio non voleva saperne di accogliere aria. Esausto, il giovane medico, rientrato nel suo appartamento, si getta sul divano e s’addormenta all’istante.

III. La tracheotomia alla piccola Lidka assicura al giovane medico la «gloria», come gli comunica l’ostetrica anziana, senza il cui intervento provvidenziale l’operazione non sarebbe mai andata a buon fine. E la storia della piccola Lidka diventa leggenda popolare:

Sapete cosa dicono in campagna? Che alla piccola Lidka malata invece della gola ne avete messa una d’acciaio e l’avete ricucita. Vanno apposta in quel villaggio per vederla [21].

Un epilogo che, dopo tanta tensione, strappa un sorriso, ma rivela al tempo stesso quanto fosse difficile per un medico confrontarsi con il popolo russo all’inizio del XX secolo. Fronteggiare la diffidenza e l’ignoranza popolane, incarnate dall’odiosa baba, non è un’impresa meno complicata di un parto difficile o di una tracheotomia. Se tutto va bene c’è la gloria, d’accordo, ma se va male… Perché occhi da «bestia feroce» attendono il medico fuori dalla sala operatoria, ed è sin troppo facile immaginare di cosa sarebbe capace un essere umano con questi occhi, se qualcosa dovesse andare storto.

NOTE

[1] Citato in Serena Prina, Postfazione a Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, Neri Pozza Editore, Vicenza 2022, p. 181.

[2] Ivi, p. 182.

[3] Ibidem.

[4] È grazie all’impegno di Elena Šilovskaja, terza moglie di Bulgakov, che le Memorie vedono la luce e il nome dello scrittore ricomincia finalmente a circolare. Sono importanti, nella storia della letteratura russa, le mogli degli scrittori, tanto quanto gli scrittori stessi, a volte, e penso ad Anna Grigor’evna, la seconda moglie di Dostoevskij, che con le sue amorevoli e devote cure allunga la vita del marito di alcuni anni, come scrive il tipografo Aleksandrov (Sergej Belov, Vladimir Tunimanov, Introduzione a Anna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, a cura di Luigi Vittorio Nadai, Castelvecchi, Roma 2014, p. 11). Per un approfondimento sul rapporto tra Anna e Dostoevskij rimando al contributo Quattordici anni di passione. Dostoevskij nelle «Memorie» della moglie Anna – Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[5] Mal-venuto potremmo definire anche quello di Chirone al piccolo Asclepio, il mitico medico rievocato più d’una volta da Bulgakov, nel dialogo Le cavalle di Cesare Pavese: «Bimbetto, era meglio se restavi nel fuoco. Tu non hai nulla di tua madre se non la triste forma umana. Tu sei figliolo di una luce abbacinante ma crudele [che, al di fuori del contesto mitologico, potremmo identificare nella scienza], e dovrai vivere in un mondo di ombra esangue e angosciosa, di carne corrotta, di sospiri e di febbri [lo «sprofondo», come Dem’jan Lukič, l’assistente del giovane medico, definisce il desolato e desolante lembo di campagna russa in cui si trova l’ospedale di Mur’e] – tutto ti viene dal Radioso. La stessa luce che ti ha fatto frugherà il mondo, implacabile, e dappertutto ti mostrerà la tristezza, la piaga, la viltà delle cose. Su di te veglieranno i serpenti» (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, a cura di Salvatore Ritrovato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 55).

[6] Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, a cura di Serena Prina, cit., p. 5.

[7] Ivi, p. 7.

[8] Ibidem.

[9] Sulla lampada, immagine ricorrente nelle Memorie e, più in generale, nell’opera di Bulgakov, scrive Serena Prina: «[…] il cerchio caldo di luce si propone come rifugio: accanto alla lampada si sfogliano libri, si impara a salvare le vite, si salva la propria vita. La lampada dei racconti è un preludio di quella condizione di quieta calma domestica che Bulgakov avrebbe in seguito agognato per tutta la vita, non certo in chiave piccolo borghese, ma in quanto dimensione dove era possibile coltivare i sentimenti più profondi, e i ricordi, e tenere lontana la violenza di un mondo cieco e brutale» (Serena Prina, Postfazione, cit., p. 187).

[10] Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, cit., p. 13.

[11] Ivi, p. 15.

[12] Ivi, pp. 16-17.

[13] Ivi, p. 19.

[14] Ivi, p. 22.

[15] Ivi, p. 28.

[16] Ivi, p. 29.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 33.

[19] Ivi, p. 42.

[20] Ivi, p. 45.

[21] Ivi, p. 48.