Vasilij Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872

Lettere di un uomo. Dall’epistolario di Fëdor Dostoevskij – Prima parte

Introduzione

Un uomo

I. Le lettere di Dostoevskij non sono le lettere di un leggendario creatore che, animato da un’ispirazione quasi divina, scolpisce le proprie immortali parole nella pietra. Le lettere di Dostoevskij sono, semplicemente, le lettere di un uomo. Un uomo insicuro, pieno di dubbi e di paure, incalzato dalla povertà, dalle scadenze, dai debiti, dalla malattia. Un uomo che si gioca sistematicamente il tutto per tutto, che sistematicamente punta l’ultimo gulden in terra straniera. È quanto sottolinea André Gide recensendo un’edizione francese dell’epistolario di Dostoevskij:

Ci si aspetta di trovare un dio: si tocca un uomo malato, sempre in pena. Se vi è chi speri di trovare qui arte, letteratura o qualche godimento spirituale, io gli dico subito che farà meglio a tralasciare questa lettura. Forse non avevamo ancora esempio di lettere di un letterato tanto mal scritte: con così poca cura, voglio dire. Egli, tanto abile a parlare “in un altro”, quando si tratta di parlare a nome proprio, s’imbarazza [1].

Dostoevskij non ha mai tentato, al contrario di tanti altri scrittori, di restituire un’immagine ideale di sé. Dostoevskij si è sempre mostrato per quello che era, e nient’altro; per quello che siamo tutti, indistintamente, e che dovrebbe costituire la nostra vera forza: un uomo.

II. Le lettere di Dostoevskij sono le lettere di un uomo anche in un altro senso, più vasto e profondo. Sono le lettere di un uomo che vuole essere un uomo, che si sforza con tutto se stesso di esserlo, e di restarlo, in qualunque sventura; un uomo che nell’essere un uomo individua, di fatto, il senso della vita.

III. Tutto ciò non significa che le lettere di Dostoevskij non siano anche le lettere di uno scrittore, che non costituiscano, cioè, oltreché una grandiosa testimonianza umana, una altrettanto grandiosa testimonianza letteraria. In Dostoevskij – e non so in quanti altri autori questo si verifichi, non molti, mi pare – l’uomo e lo scrittore sono la stessa cosa. Separarli non è possibile. L’uno ha bisogno necessariamente dell’altro. L’uno esiste esclusivamente in funzione dell’altro. Come scrive Berdjaev nel suo straordinario saggio La concezione di Dostoevskij, il cui valore, inestimabile, va ben oltre l’ambito della critica dostoevskiana, non si può pensare Dostoevskij al di fuori della letteratura, ma soltanto in essa, «spiritualmente e materialmente»:

A nessuna cosa fu legato all’infuori della letteratura [2].

Letteratura che, per Dostoevskij, non è un semplice impegno, una semplice attività – pur essendo, per lui come per nessun altro scrittore russo dell’epoca, necessariamente questo -, ma una missione e un destino, tanto quanto l’essere un uomo. Per questo motivo, perché distinguere l’uomo dallo scrittore non è possibile, Paolo Nori dice che «è come se nelle preoccupazioni di Dostoevskij, che saltano fuori così chiaramente dalle sue lettere, si vedano, in controluce, i suoi personaggi, anche quelli futuri» [3].

La ri-nascita

Dalla lettera del 22 dicembre 1849 al fratello Michail

Di lettere significative, prima di questa, nell’epistolario di Dostoevskij ce ne sono senza dubbio molte, e forse sarebbe stato più corretto, volendo offrire una visione complessiva, d’insieme, partire da quelle, ma il Dostoevskij che conosciamo, ammiriamo e amiamo nasce proprio il 22 dicembre 1849, e la sua ri-nascita coincide con la morte di ciò che egli è stato fino a quel giorno.

Il 22 dicembre 1849 è il giorno dell’esecuzione-farsa. Dostoevskij racconta al fratello la drammatica giornata, l’arrivo nella piazza Semënov, la lettura della sentenza di condanna a morte, la consolazione della croce, le spade spezzate, le camicie bianche (l’abbigliamento dei condannati a morte), l’ultimo minuto di vita, dedicato proprio al ricordo dell’amatissimo fratello Michail, gli abbracci ai compagni vicini, la grazia improvvisa e la lettura delle nuove condanne. Per Dostoevskij la pena capitale è commutata in quattro anni di lavori forzati.

Un uomo certo di morire fino a un momento prima, non si abbatte per una simile condanna, ma Dostoevskij, come suo solito, va oltre:

La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in che cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue [4].

Sono parole straordinarie. L’esperienza della morte rivela a Dostoevskij il valore della vita, il suo significato più profondo e il suo compito. Al centro è l’uomo: significato e compito della vita ruotano attorno all’essere un uomo. Certo, Dostoevskij perde una parte importantissima di sé, la parte artistica, creativa, come scrive più avanti; il Dostoevskij scrittore, autore di Povera gente, esaltatissimo, e del Sosia, disprezzatissimo, di fatto, muore, ma resta il Dostoevskij uomo, vivo, giunto alla sostanza dell’esistenza umana:

Sì, è vero! Quella testa che creava, che viveva della vita superiore dell’arte, che aveva preso coscienza e si era abituata alle sublimi esigenze dello spirito, ebbene quella testa è già stata tagliata via dalle mie spalle. È rimasta la memoria e le immagini da me create, ma non ancora realizzate. Queste immagini mi bruceranno come piaghe aperte, è vero! Ma in me è rimasto il cuore, è rimasta quella stessa carne e sangue che può sempre amare e soffrire, desiderare e ricordare, e questa è ancora vita (28-29).

Il giovane e promettente autore di Povera gente, del Sosia, delle Notti bianche non c’è più. L’arte non c’è più. Ma c’è la vita, che per Dostoevskij viene prima d’ogni altra cosa, e la «vita è vita dappertutto», anche in una fortezza siberiana dimenticata da Dio. D’accordo, per molti anni, chissà quanti, perché dopo i lavori forzati lo attende l’esilio in quegli stessi luoghi sperduti, estremi, non potrà creare, non potrà vivere la propria vocazione artistica, e sarà un dolore rinnovato ogni sacrosanto giorno, ma resta il cuore, restano la carne e il sangue, resta, appunto, la vita, ovvero la possibilità di «amare e soffrire», di «desiderare e ricordare», e non c’è niente di più importante, soprattutto per un uomo che ha vissuto la propria morte, che ha visto la propria fine riflessa nel plotone d’esecuzione schierato a pochi passi da lui e ormai pronto a fare fuoco. Essere è la sola cosa che conta davvero, tutto il resto viene dopo ed è un sovrappiù. Non c’è disperazione nelle parole di Dostoevskij, ma gioia per la vita ritrovata, quella gioia che, dopo la grazia, si scioglie in un canto a squarciagola, come racconterà alla moglie Anna durante il loro primo incontro:

Mio Dio, come desideravo vivere in quel momento! Come mi era cara la vita, quanto di buono e di bello avrei potuto ancora fare! Mi tornò alla mente tutto il mio passato, come ne avevo fatto un uso non del tutto buono, provai un tale desiderio di sperimentare ancora tutto di nuovo e di vivere a lungo, a lungo… Ma a un tratto arrivò la revoca della sentenza e io ripresi coraggio. I miei compagni furono slegati dai pali e riportati al loro posto. Venne letta la nuova sentenza: io ero stato condannato a quattro anni di lavori forzati. Non ricordo un giorno più felice di quello! Andavo avanti e indietro per tutta la casamatta nel rivellino Alekseevskij cantando a squarciagola, tant’ero felice per la vita che mi era stata donata! [5]

E Dostoevskij aggiunge di conservare ancora la lettera scritta quel giorno al fratello Michail. Questa lettera, autentico attestato di ri-nascita.

Ciò che anima e ispira Dostoevskij non è il semplice istinto di conservazione, ma la percezione profondissima del significato e del valore dell’uomo, ancor prima che della vita. Lo scrittore muore, ma resta l’uomo, un uomo reso pienamente consapevole, dall’esperienza della morte, del proprio senso e del proprio scopo, e l’uomo viene prima di tutto. È la sostanza ultima e più profonda. Tutto si decide qui; qualunque problema esistenziale, compreso il problema di Dio, è un problema umano. Ciò non significa mettere l’uomo al centro dell’universo, come fa il rinascimento, l’uomo è e resta una particella infinitesimale, dunque insignificante dell’universo, ma essere pienamente consapevoli della necessità della sua comprensione. Come si può essere ciò che siamo senza sapere cosa siamo? Come si può essere uomini senza conoscere se stessi e gli altri? Tutto passa da questa comprensione. Non quello che facciamo, ma quello che siamo, ci determina. Da giovane scrittore di talento e di successo Dostoevskij diventa un forzato, ma resta pur sempre un uomo. Anche da forzato Dostoevskij resta Dostoevskij.

Dostoevskij chiede al fratello di baciare la cognata e i nipotini da parte sua, di parlargli spesso di lui affinché, di lui, non si dimentichino. Lo esorta ad avere cura della sua famiglia e a pensare all’avvenire dei suoi figli, a vivere «in maniera sana e positiva». Dichiara di non avere mai sentito «ribollire» dentro di sé «delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso», ma teme che il suo corpo non riesca a resistere allo sforzo enorme che lo attende (sullo sfondo aleggia sempre lo spettro minaccioso dell’epilessia). Ma neanche questo lo spaventa, perché, del resto, ha già «sperimentato» molte sofferenze nella sua vita.

Chiede ancora a Michail di ringraziare da parte sua tutti quelli che non lo hanno dimenticato e di ricordarlo a quelli che invece lo hanno dimenticato (il ricordo: sembra questo il bisogno più urgente di Dostoevskij nel drammatico momento della separazione da tutto ciò che è stato fino ad oggi, come se nulla fosse più importante, e viene in mente la Circe di Pavese quando, al termine del dialogo Le streghe, dice a Leucò che l’uomo «non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia», che nomi e parole «sono questo» [6]). Strappa le proprie speranze dal cuore, Dostoevskij, e le seppellisce. Non lo spaventano le sofferenze fisiche, ma lo terrorizza la possibilità di non poter più scrivere, tristemente plausibile:

Sì, se non mi sarà possibile scrivere io perirò. Sarebbe meglio venir condannato a quindici anni di carcere, ma con la possibilità di tenere la penna in mano (31).

Dover rinunciare alla scrittura, forse per sempre, è la cosa che lo addolora e spaventa di più. E queste parole contraddicono forse le precedenti, ma sono del tutto naturali, umane, e avrebbe stupito molto di più la loro assenza. È durissima dover rinunciare obtorto collo alla propria vocazione; può risultare mortale a volte. Per l’artista la propria arte è vita. Per l’artista la propria arte è come l’amore. Dovervi rinunciare è come morire. E anche se la condanna a morte non è stata eseguita, il Dostoevskij artista è stato comunque ammazzato. Ne nascerà uno nuovo, tra qualche anno, infinitamente più grande del precedente, anche grazie all’esperienza della katorga. Noi lo sappiamo, Dostoevskij no, e questa incertezza lo divora. Come artista, teme di essere morto per sempre.

Dostoevskij chiede al fratello d’informarlo, nelle sue lettere, «su ogni dettaglio» della sua vita familiare, «su ogni piccolezza», perché ciò gli trasmetterà «speranza e vita». Assicura che la speranza non lo ha abbandonato.

Del resto oggi sono stato vicino alla morte, per tre quarti d’ora ho vissuto con l’idea di essere giunto agli ultimi istanti di vita [è questa idea, questa certezza a distinguere il condannato a morte dall’uomo libero, destinato anch’egli a perire, ma a data da destinarsi, e in ciò è tutta la brutalità, tutta l’inaccettabile disumanità della pena capitale, come emerge da quello che possiamo considerare il capolavoro letterario assoluto dedicato a questo tema, amatissimo dallo stesso Dostoevskij: L’ultimo giorno di un condannato a morte di Hugo [7]], e adesso sono di nuovo vivo! (ibidem)

Dostoevskij è passato davvero dalla morte, che esiste soltanto nella misura in cui ne abbiamo la percezione e, soprattutto, la certezza, alla vita, ed è un fiume in piena. Vorrebbe riconciliarsi con tutti, e amare tutti, e abbracciare qualcuno dei suoi vecchi amici, come ha fatto poche ore prima dinanzi al plotone d’esecuzione, «al momento di morire». Un momento che ricorda moltissimo quello che precede l’attacco epilettico, per come lo descrivono il principe Myškin e Kirillov, caratterizzato da una percezione acutissima, persino quasi intollerabile, della propria esistenza, del proprio essere-in-vita (a pensarci bene, anche della vita potremmo dire ciò che abbiamo detto della morte, e cioè che esiste soltanto nella misura in cui ne abbiamo la percezione e la certezza) [8]. Sbrana la carta, Dostoevskij, chiede al fratello cosa sta facendo, cosa ha pensato oggi, se è a conoscenza di tutto ed esclama, così, dal nulla, senza un apparente legame con le domande precedenti: «Che freddo faceva oggi!» (32). In effetti quel 22 dicembre 1849 a Pietroburgo, ci informa Pacini in nota, come un puntualissimo inviato, c’erano ventuno, ripeto, ventuno gradi sottozero, e Dostoevskij, in quel gelo polare, fu costretto a restare, con la sola camicia indosso, per tutto il tempo della lettura della sentenza, mezz’ora almeno.

E arriva il momento in cui Dostoevskij, ripensando al passato, annuncia la propria rinascita. Perché questo è accaduto quel gelido 22 dicembre 1849 a Pietroburgo, a Dostoevskij e ai suoi compagni di sventura:

Quando mi volto indietro a guardare il passato e penso a tutto il tempo inutilmente sprecato, a tutto quello che ho perduto in traviamenti, in errori, nell’ozio, nell’incapacità di vivere, a quanto poco ho saputo apprezzarlo, a quante volte ho peccato contro il cuore e contro lo spirito, il cuore mi sanguina. La vita è un dono, la vita è felicità, ogni istante potrebbe essere un secolo di felicità. […] E adesso, cambiando vita, io rinasco in una nuova forma. Fratello, ti giuro che non perderò la speranza e conserverò puro lo spirito e il cuore! Rinascerò per una vita migliore. Ecco in che consiste tutta la mia speranza e il mio conforto (ibidem).

Nel drammatico e tristissimo momento dell’addio, del commiato, Dostoevskij si strappa «a forza» a tutto ciò che sin qui gli è stato caro, «e questo abbandono è così doloroso!». Sì, è «terribilmente doloroso spezzarsi in due, tagliare in due il proprio cuore» (33). Effettivamente, a spezzarsi in due non è soltanto la vita di Dostoevskij, ma Dostoevskij stesso, costretto suo malgrado a rinunciare a tutto ciò che lo caratterizzava e lo costituiva. Quando ricomincerà a scrivere, trasmetterà questa dolorosissima esperienza dello strappo a tutti, o quasi, i suoi personaggi, facendone una vera e propria cifra della sua opera.

In chiusura della lettera, Dostoevskij esorta il fratello a restare fedele a se stesso, a volergli bene e, soprattutto, a «non lasciar raffreddare la memoria» (di nuovo, e in conclusione, dunque nella parte più rilevante del documento, per imprimere come un suggello, l’urgenza del ricordo): il pensiero del suo affetto sarà la «parte migliore» della sua nuova vita (ibidem).

Gli uomini sono uomini dovunque

Dalla lettera del 30 gennaio-22 febbraio 1854 al fratello Michail

Si tratta della prima, memorabile lettera scritta dopo l’espiazione della pena. In essa Dostoevskij racchiude l’«essenziale» dei quattro anni di prigionia, in una sorta di cartone preparatorio delle Memorie di una casa morta, l’opera che segna il suo ritorno sulla grande scena letteraria russa dell’epoca [9]. Dostoevskij inizia dal principio, dalla partenza per la Siberia: mentre a Pietroburgo si festeggia il Natale e le case sono «illuminate a festa», Dostoevskij attraversa la città con i ferri ai piedi, in una slitta scoperta. Si congeda da ogni cosa, da ogni vicolo, da ogni strada, da ogni edificio, e dinanzi all’abitazione di Kraevskij, dove si trovano in quel momento la moglie di Michail e i suoi bambini, prova un’«angoscia terribile». Dice addio alla cognata e ai nipotini, alla sua famiglia. Ma il momento più triste del viaggio, durante il quale Dostoevskij e i suoi compagni si confrontano con temperature davvero estreme, che raggiungono persino i quaranta gradi sottozero, è rappresentato dall’attraversamento dell’Ural. Bloccati dalla tempesta, i prigionieri hanno intorno a sé soltanto neve. Non si vede altro. Devono attendere in piedi, nella tormenta, che le slitte intrappolate vengano liberate, ma non è solo questo:

Quella era la frontiera dell’Europa, davanti a noi c’era la Siberia e il futuro misterioso che ci attendeva laggiù, e ci lasciavamo alle spalle tutto il nostro passato; era uno spettacolo così triste che mi strappò delle lacrime (37).

A Tobol’sk, dove resta per sei giorni, Dostoevskij incontra le mogli dei decabristi, che si prendono cura di lui e dei suoi compagni, procurando loro cibo e vestiti. Qui, da una di loro – la moglie del decabrista Annenkov secondo la testimonianza della moglie Anna, la moglie invece di Fonvizin, secondo Pacini – riceve la copia del Vangelo che lo accompagnerà per tutta la vita. Tre giorni dopo la partenza da Tobol’sk Dostoevskij giunge a Omsk, luogo della sua detenzione. Il primo ricordo, amarissimo, è legato al maggiore della piazza, tale Krivcov, «una canaglia come ce ne sono poche, un barbaro meschino, un attaccabrighe, un ubriacone» (38-39). Picchiava i forzati così, senza alcuna ragione, questo Krivcov, per il semplice gusto di picchiare. Due anni dopo l’arrivo di Dostoevskij a Omsk andò sotto processo e fu un bene per tutti.

La condizione di Dostoevskij e dei suoi compagni è resa ancor più difficile dall’odio istintivo che i forzati d’origine popolare, la stragrande maggioranza, nutrono nei confronti dei nobili:

Ci avrebbero mangiati vivi, se li avessero lasciati fare. […] “Voialtri nobili, becchi di ferro, ci avete sempre straziato. Prima tu eri signore e tormentavi il popolo, ma ora sei peggio dell’ultimo degli uomini, sei diventato come noialtri”, ecco il tema che ci ha risuonato nelle orecchie per quattro anni di fila. Centocinquanta nemici non erano mai stanchi di perseguitarci; era questo il loro massimo piacere, il loro divertimento, la loro occupazione preferita […] (39).

Un tema che Dostoevskij sviluppa e approfondisce nelle Memorie di una casa morta, ma che torna anche in Delitto e castigo, in conclusione dell’opera, dopo la condanna a otto anni di lavori forzati di Raskol’nikov. È proprio per la sua nobile origine che i forzati si prendono gioco di lui e del suo delitto, ferendolo più gravemente che con un coltellaccio:

«Sei un barin!» gli dicevano. «Avevi proprio bisogno di andartene in giro con la scure! Non sono cose da barin, quelle…» [10].

I forzati lavorano in condizioni estreme, persino quando il mercurio del termometro si congela e ci sono quaranta gradi sottozero. E vivono «tutti in un mucchio, ficcati tutti quanti insieme in una sola caserma» (40), una «vecchia, cadente costruzione di legno» in cui l’estate l’aria è talmente soffocante da risultare «irrespirabile», e l’inverno il freddo è «intollerabile». Il pavimento, «marcio», è coperto perennemente di sudiciume ed è facile perdere l’equilibrio. Dal soffitto bucato gocciola l’acqua. La stufa non riscalda, ma riempie lo stanzone di fumo. Durante la notte non è permesso uscire e per i bisogni corporali i forzati sono costretti a servirsi di un bugliolo che, sistemato all’ingresso, emana un «fetore insopportabile». Puzzano «come porci», i forzati, che dormono su assi nude e non possono tenere più d’un cuscino. L’edificio è infestato da pulci, pidocchi e scarafaggi. L’alimentazione prevede pane e minestra di cavoli. Nella minestra dovrebbe esserci anche della carne di manzo, un quarto di libbra a testa, ma Dostoevskij non l’ha mai vista. Nei giorni di festa distribuiscono ai forzati polenta di grano saraceno, ma senza condimento; durante la quaresima invece cavolo con acqua, e nient’altro. E le liti, le discussioni, gli insulti, le grida, la sorveglianza continua, l’impossibilità di leggere e di restare soli, anche solo per un momento, la minaccia delle punizioni, i ferri ai piedi e una «tale oppressione dello spirito». Ecco la vita di Dostoevskij negli ultimi quattro anni.

Ha un bisogno disperato di denaro e di libri (che definisce la sua «vita», il suo «nutrimento», il suo «avvenire»), Dostoevskij. Ha un bisogno disperato di «vivere». Assicura al fratello che tra qualche anno le autorità gli permetteranno di tornare a pubblicare, che non scriverà più «sciocchezze» (come se Povera gente, Il sosia e Le notti bianche fossero delle sciocchezze – averne, oggi, di simili sciocchezze), e che Michail sentirà parlare di lui. Dichiara di avere tutto il proprio futuro davanti agli occhi, e di sapere cosa farà in avvenire. Non ha che un timore: gli «uomini» e il loro «arbitrio». Degradato a soldato semplice, potrebbe capitargli un comandante crudele, e la rassicurazione che là, a Semipalatinsk, «quasi nella steppa kirghisa» (oggi Kazakistan), dove l’hanno destinato, «è tutta gente semplice», non lo tranquillizza: ha paura più «di un uomo semplice che non di uno complicato», Dostoevskij. Ma, così come la vita è vita dovunque, anche in una fortezza siberiana, «gli uomini sono uomini dovunque». Persino tra i forzati ha trovato «uomini veri»:

Tu forse non ci crederai, ma c’erano dei caratteri profondi, forti, stupendi, e che gioia mi dava scoprire l’oro sotto la rude scorza. E non soltanto uno o due, ma parecchi (44).

Alcuni di loro erano addirittura «ammirevoli». E Dostoevskij cita il giovane circasso al quale ha insegnato a leggere e scrivere, e quel forzato che è scoppiato in lacrime al momento della sua liberazione (entrambi i casi vengono narrati nelle Memorie di una casa morta). I lavori forzati gli hanno permesso di conoscere decine e decine di «caratteri», che porterà con sé fuori dalla fortezza e lo accompagneranno per tutta la vita, rappresentando inesauribili fonti d’ispirazione; gli hanno permesso, soprattutto, di conoscere il popolo russo:

Quante storie di vagabondi e di briganti, e in genere di tutto quel mondo miserabile e sofferente! Mi basteranno per volumi interi. Che popolo meraviglioso! In generale non posso dire che questi anni siano stati per me tempo perso. Se non ho conosciuto la Russia, perlomeno ho conosciuto bene il popolo russo, anzi così bene come pochi forse lo conoscono (45).

Nasce in una sperduta, gelida, sporca e fetida fortezza siberiana la fede di Dostoevskij nel popolo russo, il suo popolo. Una fede, come sottolinea Berdjaev, smentita dalla storia [11], e che rappresenta uno dei punti deboli del pensiero dostoevskiano, che, come tutti i pensieri, patisce l’ideologia, ma questo è un altro discorso.

Dinanzi a Dostoevskij si presenta una prospettiva tutt’altro che rosea, anni e anni – chissà quanti – di esilio, da soldato semplice, privato di tutti i diritti, e di silenzio in un remotissimo angolo asiatico. Eppure non perde la speranza, neanche in questo caso, ed è proprio questa la sua grandezza umana e dunque artistica. Citando ancora Berdjaev:

La grandezza di Dostoevskij sta in ciò, ch’egli ha dimostrato come nelle tenebre risplenda la luce [12].

Vive le tenebre, Dostoevskij, ma ad esse non si arrende mai. È un instancabile cercatore di luce, che riesce a trovare ovunque, anche nelle sventure peggiori.

Il Credo

Dalla lettera del 20 febbraio 1854 a Natalija Fonvizina

Tanto più grave e drammatica è la sventura, quanto più forte risplende la luce. Anche per questo motivo le opere di Dostoevskij sono tragiche. È questo il suo metodo artistico, creativo.

Nei momenti più difficili «si è assetati di fede come “l’erba secca”», scrive Dostoevskij alla moglie del decabrista Fonvizin, «e la si trova perché proprio nella sventura la verità splende più chiara». A Dostoevskij, che si definisce figlio del proprio tempo, dunque «della miscredenza e del dubbio», dichiarando che tale resterà «(lo so con certezza) fino alla tomba», questa «sete di credere» è costata «terribili sofferenze» (non c’è nulla di pacifico nella sua fede, mai; è apocalittica la sua fede), ma è proprio quando appaiono più forti gli argomenti ad essa contrari che si fa sentire. Eppure, in questa permanente condizione di conflitto spirituale, Dostoevskij vive degli attimi – ed è inevitabile pensare all’istante miracoloso che precede l’attacco epilettico – in cui si sente «perfettamente sereno»:

in quegl’istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità (51).

In queste parole, le parole spiritualmente più rilevanti scritte da Dostoevskij, è racchiusa l’essenza del nuovo Dostoevskij, quello ri-nato dopo l’esperienza della morte vissuta poco più di quattro anni prima. D’ora in avanti, e fino all’ultimo dei suoi giorni, Dostoevskij sarà sempre questo, un figlio del dubbio, certo, e non potrebbe essere altrimenti, ma, al tempo stesso, uno dei più grandi cristiani che il mondo abbia conosciuto. Cristo è il centro, il nucleo del suo pensiero, della sua visione del mondo e della vita, ma il Cristo uomo, «ideale dell’uomo incarnato» [13], come lo definisce nei Pensieri sulla morte e sull’immortalità, scritti il 16 aprile 1864 durante la veglia della sua prima, sfortunata moglie, Marija Dmitr’evna. Il valore di un uomo si misura in base alla distanza che lo separa da questo supremo modello, al quale, secondo Dostoevskij, ed è questa l’abbacinante straordinarietà, tendiamo naturalmente. In ogni uomo si riflette l’immagine, la sostanza di Cristo, e tradirla significa tradire l’uomo che è in noi, e che resiste sempre, anche nel male, come dimostrano i casi di Svidrigajlov e di Stavrogin [14]. Non si tratta di divinità, ma di umanità, di pura, limpida e semplice umanità. Non c’è niente da decodificare, da interpretare. Mai nessun uomo sarà come Cristo, d’accordo, ma non è certo questo il suo compito. Compito dell’uomo è tendere, con tutte le forze, verso Cristo, e per farlo basta restare un uomo, preservare in sé la sostanza di Cristo. Non c’è nulla di trascendentale, nulla di mistico in tutto ciò. Tutto passa dal riconoscimento, dalla comprensione e dalla accettazione della propria e dell’altrui libertà. Della propria e dell’altrui umanità. Questo è l’amore: riconoscere nell’altro un essere umano, sempre, considerarlo e trattarlo sempre come tale. Tutte le tragedie di Dostoevskij, dunque tutte le tragedie umane, nascono dalla volontà dell’uomo di imporre il proprio dominio sull’altro, dall’incapacità di riconoscere nell’altro se stesso. Un approccio, quello di Dostoevskij, non umanitario, ma soltanto umano, cristiano, perché comprendere e accettare la propria umanità significa comprendere e accettare i limiti e le ombre, le tenebre dell’umanità, senza però mai arrendersi ad esse. Perfetti non lo saremo mai, e ci sarà sempre, sempre chi sceglierà il male, ma guai ad arrendersi al male, guai a considerare il male una condizione necessaria, una condizione umana. È questo il punto: non saremo mai tutti buoni, ma ognuno di noi può scegliere il bene. E la scelta dipende solo ed esclusivamente da noi stessi, dalla nostra libertà, dalla nostra volontà.

La vita militare, alla quale è destinato dopo i lavori forzati, e che è parte integrante della pena, impensierisce e addolora Dostoevskij tanto quanto la prigionia. Anche questa è una forma di prigionia, ben più sfumata e sottile, ma altrettanto dolorosa. Dostoevskij ha bisogno di libertà, ma una libertà piena e autentica, ha bisogno di leggere, di scrivere e, soprattutto, più di ogni altra cosa, di stare solo. La convivenza forzata lo esaspera, lo inasprisce, lo snatura, è il castigo che soffre maggiormente:

Per quanto mi riguarda, io aspiro alla libertà completa o nulla [aspirazione spirituale oltreché materiale]. Nell’uniforme militare io mi sento prigioniero come prima. E quanto sono felice di riuscire a trovare nella mia anima tanta forza di sopportazione, di non desiderare i beni terreni e di aver bisogno soltanto di libri, della possibilità di scrivere e di poter trascorrere in solitudine almeno qualche ora al giorno! Quest’ultima esigenza mi rende particolarmente inquieto. Sono ormai cinque anni che io vivo in permanenza sotto sorveglianza, oppure in mezzo alla folla, e non sono stato solo neppure per un’ora. Stare un po’ da solo è un’esigenza perfettamente normale, come bere e mangiare, altrimenti in questa comunanza forzata si finisce per diventare misantropi. La continua frequentazione degli altri uomini diventa un veleno e un contagio, ed è proprio di questo insopportabile tormento che io ho sofferto più di qualsiasi altra cosa in questi quattro anni. Ho avuto dei momenti in cui odiavo chiunque mi capitasse d’incontrare, sia colpevole che innocente, e li consideravo tutti come dei ladri che mi derubassero impunemente della mia vita. La sofferenza più intollerabile la si prova quando si diventa ingiusti, malvagi, disgustosi, ci si rende conto di tutto ciò, ci si rimprovera anzi per questo, eppure non si trova la forza di vincersi (52).

Dostoevskij dichiara di essere «sempre in attesa di qualcosa», e forse l’attesa è proprio la sua predisposizione spirituale. Anche quando rivela ad Anna, all’inizio della loro conoscenza, di non essere mai stato felice, dichiara di essere «in attesa»:

I giorni felici? La felicità nella mia vita ancora non c’è stata, perlomeno la felicità che ho sempre sognato. Sono in attesa. Qualche giorno fa ho scritto al mio amico, il barone Vrangel’, che, nonostante tutti i dolori che mi hanno colpito, continuo ancora a sognare di cominciare una vita nuova, felice [15].

Dostoevskij non si cristallizza mai. È un fuoco inestinguibile, alimentato da venti interiori che esso stesso genera e rigenera continuamente. Chissà se ciò che ha atteso per tanto tempo alla fine è giunto.

NOTE

[1] Citato in Paolo Nori, Sanguina ancora, Mondadori, Milano 2021, p. 150.

[2] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 21. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Dostoevskij con Berdjaev: la tragedia della libertà – 1. Il volto spirituale di Dostoevskij; 2. L’uomo; 3. La libertà; 4. Il male; 5. L’amore; 6. La rivoluzione, il socialismo, la Russia; 7. Il Grande Inquisitore.

[3] Paolo Nori, Sanguina ancora, cit., pp. 150-151.

[4] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, a cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 28. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[5] Anna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, Castelvecchi, Roma 2014, p. 71.

[6] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, a cura di Salvatore Ritrovato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 158.

[7] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Victor Hugo, «L’ultimo giorno di un condannato a morte»: il «pensiero agonizzante».

[8] «[…] nelle sue crisi epilettiche c’era una certa fase, subito prima dell’attacco vero e proprio […], in cui a un tratto, in mezzo all’angoscia e al senso di profondo buio e oppressione spirituale, per qualche attimo il suo cervello sembrava infiammarsi e tutte le sue forze vitali entravano di colpo in tensione con un impeto straordinario. In quegl’istanti, che duravano il tempo di un fulmine, il sentimento della vita e dell’autocoscienza si moltiplicavano per dieci, e il suo cervello e il suo cuore s’illuminavano di una luce straordinaria; era come se tutte le sue apprensioni, i dubbi e le ansie si acquietassero improvvisamente dissolvendosi in un sentimento di pace suprema, pieno di una gioia e di una speranza limpide e armoniche, rischiarato da una ragione e una finalità onniveggente. […] Era un istante assolutamente intollerabile». Pensando e ripensando a questo istante miracoloso il principe Myškin giunge a una conclusione «assolutamente paradossale: “Che significa il fatto che è una malattia?” aveva finito per concludere. “Che importa che si tratti di uno stato di tensione anormale, se poi il risultato, se quella fugace sensazione, ricondotta alla memoria e analizzata in condizioni normali, si rivela come un’armonia e una bellezza di grado superiore e comunica un sentimento, mai provato e neppure intuito, di pienezza, di equilibrio, di pacificazione e di esultante, religiosa fusione con la più alta sintesi della vita?” […] Del fatto che in quell’attimo si fondessero effettivamente “la bellezza e la preghiera” e che in esso si realizzasse una “suprema sintesi della vita” egli non poteva dubitarne, anzi, non poteva nemmeno ammettere il minimo dubbio. Giacché in quell’istante non gli apparivano delle visioni quali può dare l’haschisch o l’oppio o anche il vino, visioni anormali e irreali, che umiliano la ragione e degradano l’animo [è curiosissimo leggere Dostoevskij in versione Baudelaire, e non mi pare che capiti molte altre volte nella sua, pur immensa, opera]. Di tutto ciò egli poteva giudicare sensatamente una volta superato lo stato morboso. Quegli istanti, se egli avesse dovuto esprimere tutto ciò in una sola parola, li avrebbe definiti appunto soltanto come un eccezionale intensificarsi dell’autocoscienza, e allo stesso tempo anche di un’autopercezione in sommo grado immediata. Se in quel momento, e cioè in quell’ultimo istante cosciente che precedeva immediatamente l’attacco, egli riusciva a dirsi, in piena e lucida coscienza: “Sì, per un istante come questo si può dare tutta la vita!”, ebbene certamente quell’istante doveva valere di per sé tutta una vita». E pensa all’«epilettico Maometto», il principe Myškin: «[…] quell’attimo, per la sconfinata felicità da lui pienamente provata, poteva davvero valere tutta una vita. “In quell’istante, […] mi sembra che mi diventi comprensibile quel detto straordinario: non esisterà più il tempo. Probabilmente, […] si tratta di quel medesimo istante, vissuto dall’epilettico Maometto, in cui non aveva fatto a tempo a versarsi l’acqua dalla brocca rovesciata, ma lui intanto aveva potuto visitare tutte le dimore di Allah”» (Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2022, pp. 291-293. Per un rapido approfondimento sull’opera e il suo protagonista rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte).

Questa, invece, la testimonianza di Kirillov, molto più succinta: «Ci sono degli attimi, cinque o sei secondi ogni volta, nei quali si avverte la presenza dell’eterna armonia, perfettamente raggiunta. È qualcosa di non terreno; non voglio dire che sia qualcosa di celeste, è qualcosa che l’uomo nel suo aspetto terreno non può sopportare. Ci si deve trasformare fisicamente oppure morire. È un sentimento limpido e inequivocabile. È come se d’un tratto si sentisse tutta la natura, e improvvisamente si esclama: sì, questa è la verità. Dio, quando creò il mondo, alla fine di ogni giorno della creazione disse: “Sì, questa è la verità, questo è buono”. Non è… non è commozione, è qualcosa di più semplice, è gioia. Non si perdona nulla, perché non c’è più nulla da perdonare. E non si ama, oh no, si è più in alto dell’amore! La cosa più terribile è questa tremenda limpidezza unita a una simile gioia. Se durasse più di cinque secondi l’anima non potrebbe sopportarlo, sarebbe costretta a scomparire. In quei cinque secondi io vivo un’intera esistenza e per quei cinque secondi sono pronto a dare tutta la mia vita, perché ne vale la pena. Per sopportarlo per dieci secondi, bisogna trasformarsi fisicamente. Io penso che l’uomo deve smettere di generare. A che scopo i figli, a che scopo il progresso, se il fine è già raggiunto?» (Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, pp. 645-646. Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo terzo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione, Aleksej Kirillov, l’Uomo-Dio).

Animati dal «coraggio dell’impossibile», utilizzando una bellissima espressione di Michelstaedter (Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 82), Myškin e Kirillov tentano di rendere l’attimo miracoloso una condizione umana permanente, e questa utopia li rende i due più grandi ribelli dostoevskiani, nel senso cristiano, non ideologico del termine. Ora, definire ribelle cristiano un nichilista come Kirillov potrebbe sembrare un’assurdità, ma Kirillov non è Ivan Karamazov; lo scopo della sua rivolta contro Dio è altruistico, non egoistico; egli intende rivoluzionare la condizione umana, migliorandola, per questo Camus, nel Mito di Sisifo, ne fa un eroe assurdo, definendo il suo suicidio «pedagogico»: «Kirillov deve […] uccidersi per amore dell’umanità; deve mostrare ai suoi fratelli una via sovrana e difficile, nella quale egli sarà il primo. Si tratta di un suicidio pedagogico» (Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 104. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte).

[9] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della Katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[10] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, traduzione di Serena Prina, Mondadori, Milano 2022, p. 612. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[11] «In una cosa Dostoevskij si è ingannato radicalmente e si è dimostrato un profeta in difetto. Egli pensava che l’”intelligentija” fosse contaminata dall’ateismo e dal socialismo, ma credeva che il popolo non avrebbe ceduto a questa lusinga, sarebbe rimasto fedele alla Verità di Cristo. Questa era un’aberrazione della concezione popolareggiante. Il narodničestvo religioso di Dostoevskij ne ha indebolito il dono profetico. La rivoluzione russa ha smentito il narodničestvo religioso russo, ha contaminato le illusioni e gli inganni della coscienza popolareggiante. Il “popolo” ha tradito il cristianesimo […]» (Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, cit., p. 145). C’è anche da dire che il popolo russo non ha letto il suo autore. Se lo avesse fatto, chissà, le cose sarebbero cambiate. Avrebbe compreso davvero che non di solo pane vive l’uomo.

[12] Ivi, p. 174.

[13] Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 154.

[14] Per un approfondimento su Svidrigajlov rimando al già citato contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Per un approfondimento su Stavrogin invece al capitolo secondo, Nikolaj Stavrogin, «Tutto», dello studio, anche questo già citato, Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione.

[15] Anna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, cit., p. 80.