Jean-Paul Sartre, «La nausea»: esistere – Terza parte

La seconda morte del signor de Rollebon

Anche l’ultima giustificazione di Roquentin, il libro sul signor de Rollebon, va in frantumi. Come può un uomo senza passato [1] «sperare di salvare il passato di un altro»? Come può un morto giustificare un vivo [2]?

Pietrificato dinanzi a una frase scritta pochi istanti prima e divenuta di colpo irriconoscibile, impossibile da ripensare e da attribuire con certezza a se stesso, Roquentin alza lo sguardo dal foglio, si guarda intorno e non vede altro che presente. Presente che svela la sua vera natura:

[…] era ciò che esiste, e tutto quel che non avevo presente, non esisteva. Il passato non esisteva. Affatto. Né nelle cose e nemmeno nel mio pensiero [3].

Dissolta, improvvisamente, l’illusione del passato come un «collocamento in pensione», come «un’altra maniera di esistere», conservata in una scatola, Roquentin si avvede che «le cose sono soltanto ciò che paiono», e che «dietro di esse… non c’è nulla». E questa volta non si tratta della Nausea, no, semplicemente il signor de Rollebon muore per la seconda volta.

Fino a qualche istante prima era lì, il signor de Rollebon, in Roquentin, «caldo e tranquillo», molto più vivo, per Roquentin, dell’Autodidatta e della padrona del «Ritrovo dei ferrovieri». La colpa della sua improvvisa sparizione è di Roquentin, che ha pronunciato le sole parole che mai, nel suo ruolo di storico, avrebbe dovuto pronunciare, e cioè che il passato non esiste. Si è privato da solo, Roquentin, della sua ultima, fragilissima giustificazione. Si aggrappa disperatamente alle lettere del signor de Rollebon, Roquentin, le stringe e si dice che è stato lui, proprio lui, il signor de Rollebon, a scriverle, a tracciare quei segni, ma è troppo tardi. Le parole del signor de Rollebon non hanno più alcun senso per Roquentin. Ciò che stringe con disperazione tra le mani, non è che «un fascio di fogli ingialliti».

Perduta di colpo la sua ragione d’essere, Roquentin precipita in un «vuoto intollerabile»:

Il signor di Rollebon era mio socio: per esistere aveva bisogno di me, e io avevo bisogno di lui per non sentire la mia esistenza. Io fornivo la materia bruta; di questa ne avevo da vendere e non sapevo che farne: l’esistenza, la mia esistenza. Lui, invece, la sua parte era di rappresentare. Mi stava di fronte e s’era impadronito della mia vita per rappresentarmi la sua. Non m’accorgevo più che esistevo; non esistevo più in me, ma in lui: era per lui che mangiavo, per lui che respiravo, ognuno dei miei movimenti trovava la sua giustificazione al di fuori, là, di fronte a me, in lui; non vedevo più la mia mano che tracciava le parole sulla carta, e nemmeno la frase che avevo scritta – ma dietro, al di là della carta, vedevo il marchese, che aveva reclamato questo gesto e del quale questo gesto prolungava e consolidava l’esistenza. Io non ero che un mezzo di farlo vivere, lui era la mia ragion d’essere, mi aveva liberato da me stesso. Cos’avrei fatto, ora? [4]

Torna a se stesso, interamente a se stesso, Roquentin, alla propria esistenza, che, «liberata, svincolata» dall’argine rappresentato dal signor de Rollebon, torna a rifluire in lui. Roquentin esiste. Ed è un delirio d’esistenza quello che segue alla seconda e definitiva morte del signor de Rollebon, un’orgia del pensiero che fluisce incontenibile come se tentasse di abbattere il muro del corpo che lo contiene per diffondersi e infine svanire per sempre nell’aria [5].

Ma una ragione d’essere, per Roquentin, ancora resiste: è Anny, che rivedrà tra quattro giorni. Perduto per sempre il signor di Rollebon, Roquentin s’aggrappa alla donna amata e spera di non doverla lasciare più.

Esistere

Esistere. Semplicemente esistere. È questo il dramma di Roquentin. Non ha guai, di nessun genere, vive di rendita, non ha superiori né sottoposti, non ha moglie né figli. Esiste, nient’altro. E proprio per questo dell’esistenza sente tutto il peso e prova tutto il terrore. Non c’è nulla che lo distolga dall’esistenza. È puro essere, come un albero, come un sasso; è una cosa tra le cose, ma una cosa dotata di pensiero e ciò rende tutto più complicato e tragico. È così «vago», così «metafisico» il suo guaio da provare vergogna.

È perfettamente inutile, Roquentin, fine a se stesso, ingiustificato e ingiustificabile. E si trova in una condizione di solitudine estrema, unico superfluo in un mondo di uomini utili e persino indispensabili [6]. È l’uomo solo, l’uomo puro, l’uomo che è soltanto quello che è, l’uomo che esiste semplicemente esiste, e sa di esistere, perché non ha che questo, la propria esistenza. E l’esistenza in sé, l’esistenza fine a se stessa, liberata dalle sovrastrutture civili e sociali e riportata al suo stato originario, naturale, fa paura. Gli uomini che non sanno di esistere, la nascondono sotto un cumulo d’attività, d’impegni, di scopi, di diritti e doveri, la occultano, la rimuovono. Roquentin no. Con la propria esistenza, Roquentin, fa i conti ogni giorno, e ora che anche l’ultima, fragilissima giustificazione, il signor de Rollebon, è svanita, non c’è più nulla che lo protegga dal dramma dell’esistenza, della propria esistenza nuda e inutile. C’è Anny, certo, ma Anny è un’idea, una speranza ancor più fragile del signor de Rollebon. Viene dal passato di Roquentin, Anny, ma il passato di Roquentin non esiste più. L’uomo che sa di esistere, che esiste e basta, vive a una sola dimensione, in una sorta di eterno presente che fagocita passato e futuro. Non c’è niente prima e dopo di lui. Non c’è niente prima e dopo l’attimo. Non esistono più orizzonti per lui, tranne, naturalmente, l’estremo orizzonte della morte.

Sapere di esistere, come Roquentin, significa essere consapevoli dell’irrimediabile assurdità dell’esistenza. Così gli uomini si creano piccole fissazioni personali che gli impediscono di accorgersi della propria esistenza; si credono tutti indispensabili a qualcuno o qualcosa, alla moglie, all’amante e al figlio, al benessere e alla sicurezza della comunità, attribuendo alla propria esistenza ciò che l’esistenza non ha e non può in alcun modo avere: un senso.

Il senso della Nausea

È durante il pranzo con l’Autodidatta che Roquentin comprende finalmente cos’è la Nausea. È un’«accecante evidenza»:

[…] io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto [7].

In mano si tiene un oggetto e questo oggetto inizia a esistere dentro la mano: ecco la Nausea. E quando le cose iniziano a esistere, si disfano dei loro nomi, perdendo dunque ogni significato [8]:

Son lì, grottesche, caparbie, gigantesche, e sembra stupido chiamarle sedili o dire qualsiasi cosa su di esse: io sono in mezzo alle Cose, le innominabili. Solo, senza parole, senza difesa, esse mi circondano, sotto di me, dietro di me, sopra di me. Non esigono nulla, non s’impongono: son lì [9].

Salta giù dal tram, Roquentin, assediato dalle cose, troppo vicine, ed entra nel giardino pubblico di Bouville, dove si lascia andare su una panchina. Vorrebbe dimenticare, vorrebbe dormire, ma non ci riesce. Soffoca:

[…] l’esistenza mi penetra da tutte le parti, dagli occhi, dal naso, dalla bocca… [10]

Non incontra ostacoli, non incontra fissazioni, illusioni, falsi scopi, diritti e doveri in Roquentin l’esistenza, e lo invade, dilaga dentro di lui, come un fiume in piena che, distrutti gli argini, inonda la terra, la annega, la cancella. Ed è in questo momento che Roquentin, d’un tratto, inondato dall’esistenza, dalla consapevolezza dell’esistenza, propria e delle cose che lo circondano, dalla Nausea, vede.

Sa, ora, Roquentin, quello che voleva sapere. Comprende, ora, ciò che gli accade da mesi. La Nausea non lo ha lasciato, no, ma non la subisce più. Non è più una malattia, la Nausea, né un accesso passeggero: è lui stesso.

È accaduto al giardino pubblico. Il capo chino, Roquentin osservava la radice del castagno che s’affondava nella terra proprio sotto la sua panchina. Con le parole era scomparso anche il significato delle cose e Roquentin non ricordava più che quella «massa nera e nodosa, del tutto bruta», spaventosa, era una radice. Era soltanto una «massa nera e nodosa, del tutto bruta», spaventosa. È in questo momento che Roquentin ha visto.

Prima della Nausea Roquentin non aveva mai presentito cosa volesse dire «esistere». Era come tutti gli altri, gli incoscienti. Si muoveva tra le cose ignorando la loro esistenza, le osservava come fossero ornamenti, se ne serviva come utensili e niente di più. Poi, d’un tratto, la consapevolezza, la Nausea:

[…] l’esistenza s’era improvvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto inoffensivo di categoria astratta, era la materia stessa delle cose, quella radice era impastata nell’esistenza. O piuttosto, la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s’era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine – nude, d’una spaventosa e oscena nudità [11].

Come scrive Sartre nel soffietto, «la Nausea è l’Esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’Esistenza» [12]. Tutto ciò che lo circonda, appare a Roquentin «di troppo»: è questo l’unico rapporto che riesce a stabilire tra le cose che lo circondano, alberi, cancellate, ciottoli. Roquentin stesso è di troppo:

Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze superflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo nella terra che l’avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate, nette e polite come denti, sarebbero state anch’esse di troppo: io ero di troppo per l’eternità [13].

E ora, rievocando quel momento, fissandolo sulla pagina, Roquentin trova la parola che prima non aveva trovato, e neppure cercato, perché del tutto privo di parole, pensante «sulle cose, con le cose». «Assurdità» è la parola, incarnata in quel momento dalla radice di castagno. È l’Assurdità la «chiave dell’Esistenza» [14], delle Nausee di Roquentin e della sua stessa vita. Certo, quella radice ha una funzione, ma la funzione non spiega nulla. Quando l’esistenza si svela, ogni cosa è «al di sotto di qualsiasi spiegazione». È ciò che è, nient’altro. La spiegazione appartiene a un livello superiore, diciamo così, sovrastrutturale, che è già un mascheramento dell’esistenza, l’esistenza pura, originaria, naturale.

Non c’è niente, non c’è nessuno che possa spiegare l’esistenza:

Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso [15].

Quando ce ne accorgiamo «ecco la Nausea», ecco quello che i borghesi, i «Porcaccioni», nascondono «con il loro concetto di diritto». La verità è che «nessuno ha diritto», e che anche loro, i «Porcaccioni», e in particolar modo i loro capi, questi uomini illustri, straordinari, indispensabili, di cui la società immortala e tramanda i grugni, «sono completamente gratuiti, come gli altri uomini». Come gli altri esistenti:

Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione [16].

Ogni esistente, albero o capo. Non c’è altro, è tutto qui. Tutto è quello che è, soltanto quello che è, un assoluto fine a se stesso, inutile e insensato, e quando muore non lascia nulla dietro di sé, neppure il ricordo. Tutte le illusioni, tutte le menzogne si sgretolano dinanzi all’esistenza e alla sua «accecante evidenza».

È un «imbecille» chi parla di «volontà di potenza e di lotta per la vita», chi individua negli alberi «giovani forze violente» che zampillano «verso il cielo», e nella radice «un artiglio vorace» che squarcia la terra «per strapparle il suo nutrimento». Tutto si trascina mollemente, debolmente, suo malgrado, fino a quando il caso lo libera dalla trappola dell’esistenza, della forma.

Anny

C’è ancora Anny, che regala a Roquentin una «forte impressione d’avventura». Ma Anny non è la stessa di cinque anni fa. Ha perduto la sua aria da «ragazzetta» ed è diventata «grassa». Si muove ora, o piuttosto si sposta, con una «pesantezza maestosa», sebbene non senza grazia. È ancora bella e avvenente, certo, ma è un’altra donna. La sua camera è così nuda e impersonale. Una volta, in tutti i suoi viaggi, Anny portava sempre con sé un’enorme valigia piena di scialli, turbanti, mantiglie, maschere, immagini, di cui rivestiva, con indecifrabile cura, ogni camera d’albergo, dandole una «personalità greve e sensuale, quasi intollerabile». Lo faceva anche se in quella camera doveva passare soltanto una notte. Ora, invece, di quei sensuali tesori non c’è traccia. È «fredda», la camera di Anny, e vagamente sinistra, come quella di Roquentin a Bouville. E la sua aria… la sua aria è così stanca.

Ha perduto i suoi «momenti perfetti», Anny, che dice di sopravvivere a se stessa, con un tono che non è tragico, come il suo volto, come la sua maschera, ma «orribile». Un tono che esprime una «disperazione secca, senza lacrime, senza pietà». C’è qualcosa di «irrimediabilmente disseccato» in lei. Incapace di appassionarsi, vive circondata delle sue «defunte passioni», Anny.

Hanno percorso gli stessi cammini, Roquentin e Anny: lui ha perduto le sue avventure, lei i suoi momenti perfetti. E anche ad Anny gli oggetti danno la nausea. Ma le reazioni sono diverse: Anny, che nutriva aspettative ben più grandi di Roquentin, è disperata, mentre Roquentin è piuttosto «stupito, dinanzi a questa vita che mi vien data, data per niente». Inoltre, mentre per Roquentin il passato non esiste più, Anny vive «nel passato». Riprende tutto ciò che le è capitato e lo aggiusta, fino a renderlo perfetto:

Così da lontano, non fa male, quasi quasi ci si cascherebbe. Tutta la nostra storia è abbastanza bella. Vi do qualche colpo di pollice e diventa una sequenza di momenti perfetti. Allora chiudo gli occhi e cerco d’immaginare che vivo ancora dentro. Ho anche altri personaggi… bisogna sapersi concentrare. Vuoi sapere che cosa ho letto? Gli Esercizi spirituali di Loyola. M’è stato utilissimo. C’è una maniera di disporre prima lo scenario e poi far apparire i personaggi. Si arriva a vedere [17].

Nell’esercizio spirituale, di carattere quasi mistico, di ri-creazione idealizzante del passato, Anny trova un rimedio alla disperazione, a quella sensazione di «disagio» suscitata dall’abbacinante consapevolezza dell’inesistenza di momenti perfetti. È rivolto alle proprie spalle, lo sguardo spirituale di Anny, per la quale la vita presente, la vita fisica non ha più alcun significato e valore. Per questo si lascia mantenere. La sua esistenza è davvero mera sopravvivenza. Anche lei, come Roquentin, vive in una sola dimensione, ma una dimensione passata, puramente spirituale, creativa, ed è come se ciò che le sta davanti agli occhi, gli occhi visibili, gli occhi esterni, non la riguardasse più. Se ha deciso di rivedere Roquentin dopo tanti anni, è stato soltanto per accertarsi che lui non fosse cambiato, che una parte rilevante della sua storia ancora r-esistesse immutata nella realtà presente. Non è più capace di amare, Anny.

Ma è cambiato, Roquentin, e dopo aver cullato, per qualche istante, l’illusione d’una corrispondenza con la donna amata nella Nausea, sente che lui ed Anny non hanno, in realtà, più nulla da dirsi. Avrebbe voluto farle tante domande, Roquentin, avrebbe voluto sapere come ha vissuto gli ultimi quattro anni, dove è stata, cosa ha visto, chi ha incontrato, ma non ha più alcuna importanza ormai:

[…] tutti questi paesi, tutte queste città per le quali ella è passata, tutti questi uomini che le hanno fatto la corte e che magari ha amato, tutto ciò non la riguardava, tutto questo le era in fondo talmente indifferente: piccoli sprazzi di sole sulla superficie d’un mare cupo e freddo. Anny sta di fronte a me, non ci vedevamo da quattro anni, e non abbiamo più niente da dirci [18].

Prima di andare via, Roquentin avvicina Anny a sé e lei non oppone resistenza, ma scuote la testa. «Non si ricomincia», dice Anny, e aggiunge che, «del resto, per quello che se ne può fare, della gente, il primo venuto, un po’ bel ragazzo, vale quanto te», quanto Roquentin. Non ha ritrovato Anny, Roquentin. La Anny di Roquentin non c’è più, non esiste più. La Anny di oggi è una donna grassa e disperata, che si fa mantenere e vive nel passato, subendo, indifferente e vuota, il presente.

La libertà

È libero, ora, Roquentin. Non ha più alcuna ragione di vivere. Il suo passato «è morto», il signor de Rollebon «è morto». Gli restava un ultimo appiglio, un’ultima speranza in mezzo ai suoi «terrori», alle sue «nausee», Anny, ma Anny è tornata soltanto per privarlo di ogni speranza. Non c’è più niente. Non c’è più nessuno. È definitivamente solo, Roquentin, e libero, ma è una libertà terribile, la sua, simile, troppo simile alla morte. Ha perduto la partita, Roquentin, e, al tempo stesso, ha appreso «che si perde sempre». Non c’è scampo alla sconfitta. Come Anny, sopravviverà a se stesso, Roquentin, alla propria devastazione, alla propria disperazione:

Mangiare, dormire. Dormire, mangiare. Esistere, lentamente, dolcemente, come questi alberi, come una pozza d’acqua, come il sedile rosso del tram [19].

La sua coscienza «è coscienza di essere di troppo», nient’altro. E perde il suo io, Roquentin: «Antonio Roquentin non esiste per nessuno». Forse neppure per Anny, se Anny si smarrisce nella voluttà in compagnia del suo amante egiziano.

La possibilità

Particolarmente benevolo con il suo personaggio, e dunque, in un certo senso, con se stesso, Sartre, alla fine della Nausea, concede a Roquentin una possibilità, «un’esile possibilità di accettarsi» [20]. No, non è «un libro senza scampo» [21], come scrive Nizan, La nausea. Le disperate e disperanti riflessioni di Roquentin dopo il fallimentare incontro con Anny, non hanno nulla di definitivo.

Sono liberi dal «peccato d’esistere» gli eroi dei romanzi. E l’autore e la cantante di Some of these days, che Roquentin ascolta per un’ultima volta al «Ritrovo dei ferrovieri», prima di lasciare Bouville, dove non ha più nulla da fare, dopo la seconda, definitiva morte del signor de Rollebon, sono un po’ come gli eroi di un romanzo. Pensando a questo, Roquentin, che immagina l’autore del brano un ebreo di New York «dalle sopracciglia di carbone», prova una specie di gioia. Forse è ancora possibile giustificare la propria esistenza, magari creando, scrivendo un libro, ma non di storia, perché «la storia parla di ciò che è esistito» e «un esistente non può mai giustificare un altro esistente» [22]. Forse avrebbe potuto farlo Anny, ma c’è quel dubbio sulla voluttà sessuale, che cancella ogni cosa.

Immagina un libro, Roquentin, un romanzo, che racconti una storia «come non possono capitarne, un’avventura», «bella e dura come l’acciaio, e che facesse vergognare le persone della propria esistenza» [23] (è più o meno il compito che si prefigge il giovane Sartre autore della Nausea «per adempiere» al suo «destino d’uomo», come spiega egli stesso nell’Autoritratto a settant’anni [24]). Potrebbe giustificare Roquentin, questo libro, potrebbe rendere la sua vita «qualcosa di prezioso e di semileggendario» agli occhi dei lettori, come a lui appaiono le vite dell’autore e della cantante di Some of these days. Concilierebbe Roquentin, questo libro, con la propria vita, permettendogli di ricordarla «senza ripugnanza», gli renderebbe il suo passato e gli consentirebbe, infine, di accettare se stesso.

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Nel Mito di Sisifo Camus scrive che le opere degli scrittori e dei filosofi esistenzialisti, pur «interamente rivolte verso l’Assurdo e le sue conseguenze», si risolvono infine in un «immane grido di speranza» [25]. La nausea non fa eccezione. Alla fine dell’opera la frattura è ricomposta e Roquentin può continuare non soltanto a esistere, ma a vivere. Senza una giustificazione, non sarebbe stato capace di farlo. Non sarebbe stato capace di sopravvivere a se stesso, mortalmente libero e, soprattutto, disperato, come Anny.

Non è nella consapevolezza dell’Assurdità dell’esistenza, né nella libertà assurda che ad essa consegue, che Roquentin trova la gioia, ma nella possibilità di una giustificazione, dunque di un’illusione di sensatezza, perché avere una giustificazione non significa che questo, avere un senso. Scopre l’Assurdo, Roquentin, ma non è un uomo assurdo, perché l’Assurdo, scrive Camus, impedisce all’uomo che ne è consapevole di riconciliarsi con se stesso [26], di «accettarsi», che è il nuovo scopo di Roquentin. Intravisto quell’«universo ardente e gelato, trasparente e limitato, dove nulla è possibile, ma tutto è dato; e dopo il quale vi è lo sprofondamento e il nulla» [27], che si spalanca dinanzi all’uomo assurdo, Roquentin torna indietro, ricompone la propria esistenza e, liberatosi dallo «strano e losco presente», dalla «palude temporale» nella quale lo aveva sprofondato la Nausea, torna ad avere un passato e un futuro, una storia e una prospettiva, una vita, oltreché un’esistenza, con quel sogno di gloria («ci sarebbe gente che leggerebbe questo romanzo […] e penserebbe alla mia vita […] come a qualcosa di prezioso e di semileggendario» [28]) che rivela tutta la sua incapacità, piuttosto borghese, di accettarsi come mero, assoluto esistente e sostenere il peso della propria solitudine, della propria disperazione e della propria insensatezza.

Sogna di scolpire parole nella pietra, Roquentin, mentre il creatore assurdo le scolpisce nell’argilla.

NOTE

[1] Della perdita del passato da parte di Roquentin ci siamo occupati nella seconda parte del presente contributo.

[2] Come scrive Sartre nel soffietto per la prima edizione della Nausea, «un morto non può mai giustificare un vivente» (citato in Da Melancholia alla Nausea, in Jean-Paul Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 2014, p. 5).

[3] Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, cit., p. 132.

[4] Ivi, pp. 134-135.

[5] È la «metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione» di cui parla Sartre nel già citato soffietto (in Da Melancholia alla Nausea, cit., p. 4).

[6] A Roquentin potremmo attribuire la straordinaria dichiarazione di solitudine dell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, uno dei tanti uomini superflui della letteratura russa dell’Ottocento: «Io sono solo, e loro invece sono tutti» (Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 66). Per un approfondimento sull’uomo superfluo, figura tipica della letteratura russa del XIX secolo, rimando al contributo Ivan Turgenev, «Diario di un uomo superfluo»: la triste storia di Čulkaturin.

[7] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 166.

[8] Senza nomi, dunque senza parole, non c’è significato. Non a caso la parola è alla base del mito di sensatezza cristiano: «In principio era il Verbo, / e il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio» (Vangelo secondo Giovanni, in La sacra Bibbia, Edizione ufficiale della C.E.I., Cooperativa Promozione Culturale, Roma 1999, p. 1058).

[9] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 170.

[10] Ivi, p. 171.

[11] Ivi, p. 172.

[12] Citato in Da Melancholia alla Nausea, cit., p. 5.

[13] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 174.

[14] Corsivo mio.

[15] Ivi, p. 177.

[16] Ivi, p. 180.

[17] Ivi, p. 205.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, p. 210.

[20] Citato in Da Melancholia alla Nausea, cit., p. 5.

[21] Ivi, p. 7.

[22] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 237.

[23] Ibidem.

[24] «Dire la verità sull’esistenza e demistificare le bugie borghesi era tutt’uno ed era tutto quello che avevo da fare per adempiere al mio destino d’uomo, dato che ero nato per scrivere…» (citato in Da Melancholia alla Nausea, cit., p. 6).

[25] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 134. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[26] «Si tratta di morire irreconciliati e non già di pieno accordo» (ivi, p. 52).

[27] Ivi, p. 56.

[28] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 238.