Jean-Paul Sartre, «La nausea»: esistere – Seconda parte

L’uomo senza passato

Ha vissuto decine e decine d’avventure, Roquentin. Ha visto decine e decine di luoghi, di città, di piazze, di strade. È stato ovunque, si è bagnato a tutti i soli della terra. Ma, quel che ha visto e vissuto, oggi, non sa più ricordarlo. I suoi ricordi «son come le pistole nella borsa del diavolo: quando la si aprì non vi si trovò che foglie morte» [1]. Ripensa al passato, a ciò che è stato, ai luoghi che ha visto, alle persone che ha incontrato, ma non ricorda, inventa:

[…] certe cognizioni sommarie mi restano ancora nella memoria, ma non vedo più niente; ho un bello sfogliare il passato, non ne ricavo altro che briciole d’immagini e non so bene che cosa rappresentano, né se sono ricordi o finzioni [2].

In molti casi non restano neppure le «briciole», ma soltanto parole. Potrebbe ancora raccontare storie, Roquentin, «ma non sono più che carcasse». Con il protagonista delle sue storie non ha più niente in comune. Pronunciando i nomi dei luoghi in cui è stato, Roquentin elabora ormai immagini del tutto nuove, come se in quei luoghi non ci fosse mai stato. Sogna su dei nomi, su delle parole, come le persone che non hanno mai viaggiato. Tra il Roquentin presente, immobile a Bouville, e il Roquentin passato, infaticabile viaggiatore, si è creata una distanza incolmabile. Sono due persone diverse, perfettamente distinte, estranee l’una all’altra.

Nel cimitero della memoria di Roquentin resistono tuttavia «una o due storie vive». Le evoca, di tanto in tanto, ma con cautela, «per timore di consumarle». Ma il loro destino è segnato: una «sdrucitura», una «parola» s’insinua nel ricordo e lo corrompe per sempre. È una questione di tempo. Tra non molto, anche queste poche storie sopravvissute alla consunzione del tempo finiranno per soccombere.

È un uomo senza passato, Roquentin. Persino le fotografie non servono più a niente. L’altro giorno ne ha trovata una, che raffigura una donna sorridente vicino a una vasca. Non l’ha riconosciuta, Roquentin, eppure è Anny, la sua Anny. È scritto sul retro dello scatto. Senza questa indicazione, avrebbe potuto trattarsi di una donna qualunque.

È tutto nel proprio presente, Roquentin, «uno strano e losco presente», come scrive Sartre nel soffietto per la prima edizione della Nausea [3]. Non ha altre dimensioni, passate o future. È quello che è, soltanto quello che è. Quello che lo specchio spietatamente riflette, la «natura senza gli uomini»:

Mai come oggi ho provato così forte la sensazione d’essere senza dimensioni segrete, limitato al mio corpo, ai pensieri lievi che da esso affiorano come bolle. Costruisco i miei ricordi col mio presente. Sono respinto, abbandonato nel presente. Il passato tento invano di raggiungerlo: non posso sfuggire a me stesso [4].

In realtà ricordare è sempre questo, è sempre costruire ricordi con il presente. Ricordare è creare: un processo che, nella grande letteratura della prima metà del Novecento, trova la massima espressione nella Recherche di Proust. Ma Roquentin ne è consapevole, tutti gli altri no. Di un fatto accaduto dieci anni fa diciamo: lo ricordo come se fosse avvenuto ieri. Ma è una menzogna, o un’illusione. Se la sostanza del fatto resta invariata, tutto il resto muta. È inevitabile. Ricordare è vivere nuovamente, e forse anche per questo la Circe di Pavese dice che l’uomo non ha che il ricordo d’immortale [5]. Roquentin, del ricordo, scopre la vera natura, il vero meccanismo, ed è una scoperta straniante. In fondo ha ragione Meursault, quando dice che basta vivere un giorno, un solo giorno per evitare d’annoiarsi in una prigione, anche se in questa prigione fossimo costretti a vivere un intero secolo [6].

Tutti gli uomini, come Roquentin, sono senza passato. Di ciò che è stato resta soltanto una sostanza minuscola che poi noi, con la nostra immaginazione, rielaboriamo e ricreiamo. Se avessimo la possibilità di rivivere fisicamente un ricordo, ci accorgeremmo che molte delle nostre certezze relative a quell’istante sono false, rielaborazioni artefatte aggiunte a posteriori. Tutti noi, quando ricordiamo, creiamo la nostra piccola Recherche.

La dissociazione di Roquentin rispetto al se stesso che fu, al Roquentin viaggiatore, al Roquentin compagno di Anny, è soltanto accentuata e drammatizzata dalla consapevolezza. Perché è sempre e soltanto questo che fa la differenza: la consapevolezza. E la Nausea è anzitutto consapevolezza, come apparirà chiaro più avanti.

Roquentin si accorge di non aver avuto avventure. Gli sono capitate cose, fatti, incidenti, ma non avventure. Perde così il suo conforto principale, l’idea, o meglio, l’illusione di aver vissuto «momenti meravigliosi», da ricordare quando ascolta la musica nei caffè, per esempio. D’improvviso Roquentin comprende di aver mentito a se stesso per dieci anni, di aver chiamato avventure «falsi splendori di viaggio, amori di prostitute, risse, paccottiglie». Nel suo passato non c’è niente che valga la pena di essere ri-vissuto, eccezion fatta, forse, per la sua storia con Anny. L’illusione di Roquentin, che la sua vita abbia assunto, in determinati «momenti meravigliosi», un’«essenza rara e preziosa», si sgretola per sempre. La sua vita non è materia d’una melodia, non lo è mai stata e, probabilmente, non lo sarà mai. Non c’è stato un solo attimo che abbia meritato di essere fissato e ricordato in ogni suo singolo secondo.

Ma, in fondo, non è questo che conta. Come scrive Camus nel Mito di Sisifo, nell’assurdo non importa la qualità, ma la quantità. Nell’assurdo non importa «vivere il meglio, ma il più possibile» [7]. Tra l’avventuriero e l’uomo comune, chiamiamolo così, non c’è, nella sostanza, alcuna differenza. Non esistono vite di serie A e vite di serie B. Esistono soltanto vite, e «una vita vale l’altra» [8], citando ancora Meursault. Non è questo il punto. Ma al punto arriverà anche Roquentin. È già un bel passo in avanti riconoscere che, di avventure, di «momenti meravigliosi» non ne esistono affatto:

[…] è precisamente questo che non hai mai avuto […] ed è questo che non avrai mai, né tu né alcun altro [9].

Il passato di Roquentin non è che un «enorme buco nero», e tutto ciò che egli sa della sua vita, gli sembra «d’averlo appreso dai libri». Ma c’è stato un tempo in cui non era così. Quando Roquentin era legato ad Anny e neppure un momento andava perduto:

Fintanto che ci siamo amati non abbiamo permesso che il più infimo dei nostri istanti, la nostra più piccola pena si distaccasse da noi e restasse indietro. I suoni, gli odori, le sfumature della luce, perfino i pensieri che non si dicevano, tutto, portavamo con noi e restava vivo […]. Non un ricordo; un amore implacabile e torrido, senza ombre, senza scampo, senza rifugio. Tre anni in un solo presente [10].

Quando Anny ha lasciato Roquentin, i tre anni della loro relazione sono sprofondati di colpo nel passato. Un vuoto improvviso si è spalancato dentro di lui, un vuoto via via più grande, fino a quando, prima del suo ritorno in Francia, «tutto s’è annullato». Ora Anny gli ha scritto, dice di volerlo rivedere, di avere bisogno di rivederlo.

La ama ancora, Roquentin, «con tutto il cuore», ma di Anny non è rimasto che un nome, ed è inevitabile che sia così. Di Anny ha perduto prima il ricordo degli occhi, Roquentin (è vero, d’una persona perduta gli occhi sono sempre la prima cosa a scomparire, pensateci), poi il corpo e infine il sorriso, tre anni fa. Gli torna in mente, il sorriso di Anny, prendendo in mano la sua lettera, ma è soltanto un attimo. L’illusione di un attimo. Roquentin resta com’è, «vuoto e secco».

Anny non è possibile definirla neppure un ricordo. È un’idea, una speranza. Ma dall’ultima volta in cui si sono visti, Anny e Roquentin, sono passati cinque anni, e d’immutato, in Anny, potrebbe esserci soltanto l’inchiostro viola con il quale, sulla busta, ha scritto l’indirizzo di Roquentin.

I professionisti dell’esperienza

Detesta tutti quelli che definisce «professionisti dell’esperienza», Roquentin, medici, preti, magistrati, ufficiali, che credono di conoscere l’uomo come se l’avessero fatto loro. In realtà, questi «professionisti dell’esperienza», non hanno fatto altro che trascinare la propria vita «nel torpore e nel dormiveglia». Le loro vite borghesi, da «porcaccioni» (come scrive Sartre nell’Autoritratto a settant’anni, La nausea «non è solo un attacco alla borghesia, ma lo è in gran parte» [11]), sono tutte uguali, come riprodotte in serie: un matrimonio impaziente, una paternità casuale, incontri nei caffè e funerali. Tutto ciò che avviene intorno a loro inizia e finisce senza che se ne accorgano, senza che se ne curino [12], poi, verso i quaranta, «battezzano le loro piccole ostinazioni e qualche proverbio col nome di esperienza, e cominciano a fare i distributori automatici» di aneddoti e consigli, «consigli preziosi che ti s’incollano ai denti come caramelle». Vivono nell’illusione, per loro certezza incrollabile, che il loro passato, passato «da tasca, libriccino dorato, pieno di belle massime», non sia andato perduto, che i loro ricordi si siano «condensati, […] mollemente convertiti in Saggezza».

Non hanno mancato la propria vita, i «professionisti dell’esperienza», e neppure, in fondo, quelli che dell’esperienza sono soltanto «dilettanti»; hanno saputo rendersi utili e trionfano sui relitti, sugli «imprudenti», sugli «originali» che non hanno saputo o voluto fare ed essere altrettanto, che non hanno ascoltato i consigli paterni. L’esperienza è la loro «ultima difesa», alla quale s’aggrappano e si nascondono all’approssimarsi della fine, come il dottor Rogé. Prossimo a scomparire, il dottor Rogé si maschera «l’insopportabile realtà: ch’egli è solo, che non ha capito nulla, che non ha passato; con un’intelligenza che gli s’intorbida, e un corpo che si sfascia» [13]. A un passo, un solo passo dalla fine, ogni giorno più somigliante «al cadavere che», tra non molto, «sarà», il dottor Rogé dice a se stesso non di scomparire, non di morire, ma di progredire. È il suo «piccolo delirio di compensazione»:

Il suo pensiero ha delle falle? Vi sono momenti in cui il cervello gli gira a vuoto? è perché il suo giudizio non ha più l’impazienza della gioventù. Non capisce più quel che legge nei libri? Ma è perché è così lontano dai libri, ormai. Non può più fare l’amore? Ma l’ha fatto. Aver fatto l’amore è molto meglio che farlo ancora: a distanza, si può giudicare, si può confrontare, si può riflettere. E in quanto a quell’orribile viso di cadavere, per poterne sopportare la vista sullo specchio si sforza di credere che vi siano impresse le lezioni dell’esperienza [14].

Rinomina le cose, il dottor Rogé, ammantando d’illusioni la propria fine, rivestendola di vita, quella vita che già non è più. Indossa una maschera, per non vedere riflessa allo specchio la morte.

Roquentin, guardando il dottor Rogé negli occhi annacquati di sonno, sorride, e vorrebbe che il suo sorriso rivelasse al dottor Rogé «tutto quello che lui cerca di nascondersi». Ma il dottor Rogé ha troppo sonno per accorgersi che Roquentin sa, e chiude gli occhi, addormentandosi cullato dalla sua ridicola illusione di vita. Se il dottor Rogé leggesse La morte di Ivan Il’ič concentrerebbe tutta la propria attenzione sulla malattia del personaggio di Tolstoj [15], e saprebbe persino ridere di lui, giudicandolo magari un «vecchio fissato», come il povero signor Achille.

Paura

Si aggrappa a Anny, Roquentin, si domanda quanti giorni passeranno insieme. Se Anny si fermasse qualche ora a Bouville, se dormisse una notte, una sola notte all’albergo Printania, con lui, «tutto sarebbe diverso: non potrei più aver paura». Perché, è bene ricordarlo, quando la Nausea lo prende, quando la Nausea inonda la città pesando su di essa come una grande minaccia, e non esiste argine all’inverosimile, né rifugio nel quale nascondersi, è la paura il sentimento dominante in Roquentin. Paura dell’esistenza, non del nulla, come sottolinea Nizan nella sua recensione della Nausea pubblicata il 16 maggio 1938 su «Ce Soir» [16].

Il diritto di esistere

Nel salone principale del museo di Bouville, il salone Bordurin-Renaudas, dove sono esposti i ritratti dei cittadini più illustri, Roquentin è catturato dal bel commerciante Paĉome, nel cui sguardo legge un giudizio «calmo», ma «implacabile». Un giudizio che trafigge Roquentin e mette in discussione il suo diritto d’esistere:

Ed era vero, me n’ero sempre reso conto: non avevo il diritto di esistere. Ero apparso per caso, esistevo come una pietra, una pianta, un microbo. La mia vita andava a capriccio, in tutte le direzioni. A volte mi dava avvertimenti vaghi, a volte non sentivo che un ronzio senza conseguenze [17].

È un uomo improduttivo, Roquentin, sradicato, instabile, superfluo. Non ha costruito nulla, si è dissipato. Soltanto un bizzarro e inafferrabile avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon, sul quale sta scrivendo un libro, giustifica, ma a malapena, la sua esistenza. Se c’è qualcosa che ancora distingue Roquentin da una pietra, una pianta o un microbo, è proprio questo morto. Non c’è altro. Una professione, una moglie, dei figli, una casa e i mobili che la arredano giustificano l’esistenza di un uomo, danno a un uomo il diritto di esistere. Roquentin non ha nulla di tutto questo: è solo, non ha un’occupazione e vive in un albergo. Non ha più neppure un passato. È quello che è, Roquentin, soltanto quello che è, ed essere, semplicemente essere, non basta per esistere, non nel contesto sociale borghese nel quale egli è inserito e di cui il bel commerciante Paĉome è un illustre rappresentante.

Ha fatto il suo dovere, Paĉome, «tutto il suo dovere», di figlio, marito, padre e capo, senza avere mai il minimo dubbio, il minimo cedimento, senza ingannarsi mai, sicuro di sé e della propria vita. Con fermezza ha assolto gli obblighi prescritti e reclamato i propri diritti:

[…] figlio, il diritto di essere educato bene, in una famiglia unita, e quello di ereditare un nome senza macchia e un commercio ben avviato; sposo, il diritto di essere curato e circondato d’un tenero affetto; padre, quello d’essere venerato; capo, quello d’essere obbedito senza discussioni [18].

Del resto, quando si ha il diritto di esistere, tutti gli altri diritti sono conseguenze naturali, compreso il piacere, depurato così della sua «aggressiva futilità». Non conosce futilità l’uomo che ha il diritto di esistere, il borghese-capo: tutto ciò che lo riguarda, e la sua vita prima di ogni altra cosa, ha impresso il marchio dell’indispensabilità, come un oggetto prodotto in serie. Sembrano essere usciti tutti dalla stessa catena di montaggio gli uomini che hanno il diritto di esistere, giustificati e non soltanto utili, ma persino indispensabili.

Roquentin, invece, non è niente; non è un padre e neppure un marito, non è un capo e neppure un impiegato, non vota e paga a malapena qualche tassa:

[…] non potevo fregiarmi né dei diritti del contribuente, né di quelli dell’elettore, e nemmeno dell’umile diritto all’onorabilità che vent’anni di obbedienza conferiscono all’impiegato [19].

E lì, al centro del salone Bordurin-Renaudas, tempio della borghesia di Bouville, circondato da centinaia di occhi, gli occhi «gravi» dei più illustri «capi» della città, Roquentin inizia a provare un autentico sconcerto per la sua esistenza ingiustificata e ingiustificabile (signor de Rollebon a parte). Anche perché, in quel salone colmo di ritratti, è l’intero «regno umano», è «l’uomo rifatto dall’uomo, con, per unico ornamento, la più bella conquista dell’umanità: il mazzo dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino» [20].

NOTE

[1] Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 2014, p. 50.

[2] Ibidem.

[3] Citato in Da Melancholia alla Nausea, in Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 4.

[4] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., pp. 51-52.

[5] «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo» (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Feltrinelli, Milano 2021, p. 158).

[6] «Allora ho capito che un uomo che avesse vissuto soltanto un giorno avrebbe potuto facilmente vivere cent’anni in una prigione. Avrebbe avuto abbastanza ricordi per non annoiarsi» (Albert Camus, Lo straniero, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2017, p. 107). Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Albert Camus, «Lo straniero»: l’uomo assurdo. 1. Il funerale, 2. La vita come prima, 3. La prigionia, 4. Il processo, 5. La rivelazione.

[7] «Se mi persuado che questa vita non ha altro aspetto che quello dell’assurdo, se provo che tutto il suo equilibrio dipende dalla perpetua opposizione fra la mia rivolta cosciente e l’oscurità in cui questa si dibatte, se ammetto che la mia libertà non ha senso che rispetto al suo destino limitato, allora devo dire che ciò che importa non è vivere il meglio, ma il più possibile. Non devo chiedermi se ciò sia volgare o nauseante, elegante o degno di esser rimpianto. Una volta per tutte, i giudizi di valore sono qui scartati in favore dei giudizi di fatto» (Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 56). Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[8] Albert Camus, Lo straniero, cit., p. 64.

[9] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 58.

[10] Ivi, p. 90.

[11] Citato in Da Melancholia alla Nausea, cit., p. 6.

[12] Ricordo l’«allegra professione di fede» di Werner negli Anni dell’apprendistato di Wilhelm Meister, una delle espressioni più efficaci del gretto, meschino, arido e filisteo credo borghese: «fare i propri affari, guadagnare denaro, stare allegri con i nostri cari e non occuparsi del resto del mondo se non per quel tanto che può esserci utile» (Johann Wolfgang Goethe, Gli anni dell’apprendistato di Wilhelm Meister, traduzione di Anita Rho ed Emilio Castellani, Adelphi, Milano 1976, p. 256).

[13] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 98.

[14] Ibidem.

[15] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Lev Tolstoj, «La morte di Ivan Il’ič»: la scoperta della fine e della menzogna.

[16] «Sarebbe sbagliato affrettarsi […] ad avvicinare Sartre a Martin Heidegger. Oggetto dell’angoscia nel filosofo tedesco è il nulla: in Sartre è l’esistenza. La legge dell’uomo rigorosamente solo non è la paura del nulla, ma la paura dell’esistenza…» (citato in Da Melancholia alla Nausea, cit., p. 7).

[17] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 117.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, p. 119.

[20] Ivi, p. 124.