Jean-Paul Sartre, «La nausea»: esistere – Prima parte

…io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto.

Il cambiamento

Qualcosa è avvenuto. Un cambiamento. Per questo motivo Antoine Roquentin inizia a scrivere. Per «determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento», che riguarda il suo rapporto con le cose. Sono loro, le cose, a essere cambiate, o almeno così sembrerebbe. Non gli appaiono più come prima. Difficile, al momento, dire di più. Delle storie dei giorni precedenti, che lo hanno convinto a scrivere, ma di cui, ormai, sarebbe inutile parlare, perché troppo lontane (il ricordo altera e mistifica, ri-crea, e Roquentin, per capire, ha bisogno di cogliere l’attimo presente, in cui l’impressione si manifesta), restano una sensazione di disgusto e la paura, o qualcosa di simile alla paura. Ecco, capire di cosa ha avuto paura, sarebbe per Roquentin già un bel passo in avanti.

Come una malattia

È accaduto qualcosa a Roquentin. Qualcosa che è come una malattia [1], ma una malattia insinuatasi discretamente, «subdolamente, a poco a poco». Si è messa lì, comoda, tranquilla, così comoda e tranquilla da illudere Roquentin di non avere nulla, di aver vissuto, nelle scorse settimane, soltanto «una piccola crisi di pazzia». Ma la malattia si è mossa e ha iniziato a espandersi, costringendo Roquentin ad afferrare di nuovo carta e penna e avviare il suo vero e proprio diario. In un momento come questo, di sconcerto e dubbio, la scrittura è un sostegno, l’unico strumento a disposizione del protagonista per tentare di capire cosa gli stia succedendo, per fare luce sulla sua presunta malattia.

Roquentin o le cose?

Non prende più la pipa o la forchetta allo stesso modo, Roquentin, come se, nelle sue mani, ci fosse qualcosa di nuovo. O forse sono le cose, la pipa o la forchetta, il ciottolo o la maniglia, a farsi prendere in modo diverso. È come se le cose, ora, avessero una personalità. Ma questa sorta di «cambiamento astratto che posa sul nulla», non riguarda soltanto le cose. Riguarda anche gli uomini. Questa mattina, per esempio, in biblioteca, dove si reca ogni giorno, Roquentin ha impiegato dieci secondi a riconoscere l’Autodidatta. Dieci secondi per riconoscere un volto noto, improvvisamente svuotato di ogni significato, di ogni rapporto, di ogni ricordo. Visualizzate il volto di un conoscente e contate fino a dieci. Vi accorgerete che dieci secondi non sono pochi. Non lo sono affatto. E poi la mano dell’Autodidatta nella mano di Roquentin. Come stringere un «grosso verme bianco». Nelle strade di Bouville, ora, «c’è una quantità di rumori sospetti che strisciano».

Ma è stato lui, Roquentin, a cambiare, oppure le cose, la camera, la città, la natura? La soluzione più semplice e logica è che sia stato lui, Roquentin, a cambiare. Del resto la trasformazione è un suo tratto caratteristico:

Gli è che io penso assai di rado; perciò si accumula in me una piccola folla di metamorfosi senza ch’io ci badi, poi un bel giorno avviene una vera rivoluzione. È questo che ha dato alla mia vita un aspetto angoloso, incoerente [2].

È scandita da colpi di testa, o almeno è così che la gente giudica i suoi viaggi improvvisi, la vita di Roquentin, dunque non c’è niente di più naturale che individuare nella sua persona l’oggetto dell’inquietante cambiamento avvenuto nelle ultime settimane. Anche perché, pensare che una cosa, una pipa o una forchetta, un ciottolo o una maniglia, possano cambiare, per di più da un giorno all’altro, il modo di farsi prendere…

Sembrerebbe un uomo istintivo, passionale Roquentin, un uomo che prende e parte, senza pensarci troppo. Anzi, senza pensarci affatto. Poi però la passione muore ed è come risvegliarsi di colpo da un sonno lungo anni, svuotati e indolenti. Il sospetto di una nuova rivoluzione, questa volta, lo spaventa, e non perché la sua vita a Bouville sia «ricca, o greve, o preziosa», no, ma proprio per quel penoso risveglio:

[…] ho paura di quello che sta per nascere, che sta per impadronirsi di me… e trascinarmi, dove? Dovrò ancora andarmene e lasciare tutto in asso, le mie ricerche, il mio libro? Che debba risvegliarmi, tra qualche mese, tra qualche anno, stremato, deluso, in mezzo a nuove rovine? [3]

L’uomo solo

Vive solo Roquentin, «completamente solo» [4]. Non parla con nessuno, «mai». Non dà niente, non riceve niente. L’Autodidatta non conta, e neppure la padrona del «Ritrovo dei ferrovieri». Non le parla, Roquentin. Semplicemente qualche volta, dopo aver mangiato, le domanda se ha tempo. La padrona del «Ritrovo dei ferrovieri» non dice mai di noi, e allora Roquentin la segue in una delle grandi camere al primo piano. Non la paga, Roquentin, fanno l’amore «alla pari»:

Lei vi prende piacere (le occorre un uomo al giorno e ne ha molti oltre me) e io mi purgo così di certe melanconie di cui conosco fin troppo bene la causa [5].

Mentre si spoglia, la donna domanda a Roquentin se conosce un aperitivo chiamato Bricot e se può tenere le calze. Nient’altro. Del resto, non avrebbe senso sprecare troppe parole. Lui, Roquentin, resta per lei, la padrona del «Ritrovo dei ferrovieri», anzitutto un cliente del suo caffè. Evidentemente, in certe sere, nel conto della cena è compreso anche questo servizio, ed è un bene per entrambi, a quanto pare.

Un tempo era Anny, la donna amata, l’àncora del pensiero di Roquentin. Ora che non pensa più ad Anny, non pensa più a nessuno e non si cura «nemmeno di cercare le parole»: non fissa nulla, Roquentin, lascia correre; i suoi pensieri, privi dell’appiglio delle parole, «restano nebulosi», si addensano, come nuvole, in «forme vaghe e piacevoli», per poi sprofondare nel nulla. Non trattiene nulla, Roquentin, tutto in lui «scorre […] più o meno svelto». La malattia lo cambia anche in questo, se di una malattia si tratta e se effettivamente è lui a cambiare: lo costringe ad afferrare carta e penna e fissare, trattenere, analizzare. È una nuova àncora del pensiero, questa cosa indefinita e, al momento, indefinibile, che c’è, si sente, ma non si vede, e non ha nome.

Se, a Roquentin, domandassero che cosa ha fatto ieri, non saprebbe rispondere, si metterebbe a balbettare. Perché l’uomo solo «non sa nemmeno più che cosa sia raccontare: il verosimile scompare insieme con gli amici» [6]. Così, oltre ai pensieri, Roquentin ha sempre lasciato scorrere anche gli avvenimenti, che passano senza lasciare traccia. Come tutti gli uomini soli, sarebbe un pessimo testimone. Ma il vuoto lasciato dal verosimile viene riempito dall’inverosimile: «tutto quello che […] non verrebbe creduto, non ci sfugge».

Per esempio, se Roquentin parlasse, agli scapoli che lo circondano nel caffè Mably, dell’inquietudine che gli provoca il bicchiere di birra che sta sul tavolo, un’inquietudine così intensa da impedirgli di guardarlo, il bicchiere, non gli crederebbero. Direbbero che è un bicchiere come tutti gli altri, sfaccettato, con un manico e una piccola piastra sulla quale è impressa il nome della birra. D’accordo, tutto questo Roquentin lo sa, sa com’è fatto quel bicchiere di birra, sa che nella forma è uguale a tutti gli altri. Ma c’è «dell’altro», qualcosa di indefinibile, di inafferrabile che gli impedisce di spiegare quello che vede e lo fa scivolare nella «paura».

La solitudine, a Roquentin, inizia a dare «fastidio». Di ciò che gli succede, della sua malattia, vorrebbe parlare a qualcuno, prima che sia troppo tardi. Vorrebbe che Anny fosse lì. Anny, speranza di dialogo e comprensione che torna dopo anni di niente, con la malattia.

La nausea

Così come non riesce a guardare il bicchiere di birra sulla tavola, al mattino Roquentin non è riuscito a raccogliere una carta che strisciava per terra. Una circostanza che lo ha impressionato «profondamente», perché ha recato con sé un’idea di cui non riesce a liberarsi, un’idea che gli è rimasta dentro, «pesante e dolorosa», e gli ha ispirato le prime pagine – datate – del suo diario: «ho pensato che non ero più libero». Non riesce più a lasciar scorrere, e correre, i pensieri, Roquentin, la malattia lo costringe a riflettere, e come scrive Camus nel Mito di Sisifo, «cominciare a pensare è cominciare a essere minati» [7].

Non è più libero, Roquentin, non può fare più quello che vuole. Gli oggetti, per lui, non sono più cose inutili, cose da rimettere a posto dopo averle utilizzate. Hanno una vita, ora, gli oggetti, lo commuovono e spaventano, «proprio come se fossero bestie vive», ed è «insopportabile». Ricorda, Roquentin, cosa ha provato, l’altro giorno, tenendo in mano quel ciottolo: una sgradevole sensazione di nausea, «nausea dolciastra», che proveniva proprio da lui, dal ciottolo, e dal ciottolo passava nelle sue mani: «Sì, è così, proprio così, una specie di nausea nelle mie mani» [8].

La Nausea espugna anche l’ultimo rifugio di Roquentin, il caffè. Non avrà più nemmeno questo d’ora in avanti. Quando nella sua camera gli capiterà di sentirsi oppresso, non saprà più dove andare, dove rifugiarsi dalla Nausea. Non esistono più rifugi per Roquentin: la Nausea è ovunque. Ha invaso l’intera città. Dilaga.

Va al «Ritrovo dei ferrovieri» per fare l’amore, Roquentin, per annegare nel sesso le sue melanconie, ma la padrona non c’è e allora sprofonda nella delusione, una delusione che sa di desiderio frustrato, torturato. Fermo sulla soglia del caffè, «circondato, afferrato da un lento turbine colorato, un turbine di nebbia, di luci nel fumo, negli specchi», Roquentin esita, ma un «risucchio» lo spinge dentro. Non cammina, Roquentin, ma fluttua, «stordito dalle nebbie luminose» che lo tirano «da ogni parte contemporaneamente». È in questo momento che la Nausea lo prende, e Roquentin non può fare altro che lasciarsi cadere sulla panca, senza sapere più dove si trova:

[…] vedevo girare lentamente i colori attorno a me, avevo voglia di vomitare. Ed ecco: da quel momento la Nausea non m’ha più lasciato, mi possiede [9].

È come spezzato, Roquentin, riesce a muovere gli occhi, ma non la testa, «molle, elastica, […] semplicemente posata» sul collo. Se Roquentin la girasse «potrebbe cadere». La Nausea non è in lui, ma «laggiù», sulla parete color cioccolato, sulle bretelle color malva del cugino della padrona che la sostituisce alla cassa quando lei non c’è e che Roquentin deve guardare per forza, non potendo girare la testa. È ovunque intorno a lui, la Nausea:

Fa tutt’uno col caffè, son io che sono in essa [10].

Some of these days

Esasperato, Roquentin chiede alla cameriera di mettere Some of these days, e tutto cambia. La musica reca subito con sé la felicità, ma soltanto «una piccola felicità di Nausea». È quando la voce femminile finalmente risuona, al termine del lungo prologo di note, «una miriade di piccole scosse», che la Nausea scompare:

Quello che è accaduto è che la Nausea è scomparsa. Quando la voce s’è levata, nel silenzio, ho sentito il mio corpo indurirsi e la Nausea è svanita. Di colpo: è stato quasi doloroso diventar così duro, tutto rutilante. Nel tempo stesso la durata della musica si dilatava, si gonfiava come una tromba d’aria. Colmava la sala con la sua trasparenza metallica, schiacciando contro i muri il nostro tempo miserabile. Io sono dentro la musica. Negli specchi roteano globi di fuoco; anelli di fumo li circondano velando e svelando il duro sorriso della luce. Il mio bicchiere di birra s’è rimpicciolito, si accoscia sulla tavola: ha aspetto denso, indispensabile. Voglio prenderlo e soppesarlo, stendo la mano… Mio Dio! È questo, soprattutto, che è cambiato, sono i miei gesti. Questo movimento del mio braccio si è sviluppato come un tema maestoso, è scivolato lungo il canto della negra; m’è parso come se danzassi [11].

Roquentin stringe, finalmente, il bicchiere di birra, di nuovo indispensabile, ed è felice. Ripensa al proprio passato, alle proprie avventure e scorge «la rigorosa concatenazione delle circostanze». Tutto ciò che ha vissuto, tutti i mari che ha solcato, le città che ha visitato, i fiumi che ha risalito, le foreste nelle quali si è addentrato, le donne che ha avuto, i tipi con i quali si è battuto, senza poter mai tornare indietro, lo hanno condotto qui, proprio qui, «a questo minuto, a questo sedile, in questa bolla di luce tutta ronzante di musica» [12]. Come il lungo preludio di note conduce alla voce femminile di Some of these days. Così tutto ha un senso. Così, alla luce di questo minuto di gioia, tutto appare giustificato e giustificabile.

Terminato il brano, Roquentin lascia il «Ritrovo dei ferrovieri» e s’immerge nella notte «dolciastra» ed «esitante».

NOTE

[1] Anche l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, proprio all’inizio delle sue Memorie, nelle prime righe, dichiara di essere malato: «Io sono una persona malata… sono una persona cattiva. Io sono uno che non ha niente di attraente. Credo d’avere una malattia al fegato. Anche se d’altra parte non ci capisco un’acca della mia malattia, e non so che cosa precisamente ci sia di malato in me» (Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 5). Cito le memorie dal sottosuolo di Dostoevskij perché sono uno dei testi archetipici, diciamo così, della grande letteratura europea della prima metà del Novecento. Ricordo inoltre che Nabokov formula il suo caustico giudizio su Sartre, definito mediocre imitatore di Dostoevskij, proprio nella sua lezione di letteratura russa dedicata alle Memorie dal sottosuolo: «Cerca una definizione di se stesso [l’uomo del sottosuolo, che Nabokov chiama uomo-topo], un’etichetta da appiccicarsi addosso, “pigro”, per esempio, o “intenditore di vini”, un piolo qualunque, un qualunque rampino. Ma che cosa esattamente lo spinga a cercarsi un’etichetta, Dostoevskij non lo spiega. L’uomo da lui descritto vive solo come maniaco, come groviglio d’atteggiamenti. I mediocri imitatori di Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, hanno perpetuato questa tendenza sino a oggi» (Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, traduzione di Ettore Capriolo, citato in Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, cit., p. 178).

Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[2] Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 2014, p. 15.

[3] Ivi, p. 16.

[4] Di Roquentin potremmo dire ciò che Sartre, nell’Autoritratto a settant’anni, dice del Sartre trentenne autore della Nausea: «ero “l’uomo solo”, vale a dire l’individuo che si oppone alla società con l’indipendenza del proprio pensiero, ma che non deve nulla alla società e su cui la società non può nulla, perché è libero» (citato in Da Melancholia alla Nausea, in Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., pp. 5-6).

[5] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 18.

[6] Ibidem.

[7] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 6.

[8] Jean-Paul Sartre, La nausea, cit., p. 23.

[9] Ivi, p. 33.

[10] Ivi, p. 34.

[11] Ivi, pp. 37-38. [12] Ivi, p. 39.