John William Waterhouse, La maga

Cesare Pavese, «Dialoghi con Leucò»: il dramma di essere uomini – Terza parte

Il lago

Ippolito ha vissuto la stessa traumatica esperienza di Orfeo [1]: ha conosciuto la morte, l’Ade, il regno delle ombre, il supplizio del rimpianto per il tempo e la vita perdute per sempre, perché nell’Ade non si fa altro che «riandare il passato». Diana lo ha resuscitato, rinominato Virbio e trafugato in Italia, l’Esperia, sui monti Albani, nel «vivo crepuscolo di un mattino perenne». Ma la vita dopo l’esperienza della morte e del nulla, del rimpianto eterno, in una terra barbara, priva di tutto, non è la vita di prima: passa fra i tronchi e le altre cose come fosse una «nuvola», Virbio, e «non è felice, perché nemmeno sa se esiste» [2]. L’oggi non aggiunge niente al «suo ieri».

La vita, dopo la morte e il nulla, non basta, la vita da sola, come pura esistenza, in una terra vergine e straniera, è l’esilio, e nient’altro che una nuova morte. Per tornare a vivere davvero, Virbio ha bisogno di stringere a sé «un sangue caldo e fraterno», ha bisogno «di avere una voce e un destino», e non importa se ciò significhi essere di nuovo infelice. Meglio vivere ed essere infelici che non vivere affatto. È questa la richiesta di Virbio a Diana, la sua benefattrice:

Chiedo di vivere, non di essere felice (150).

La sola vita, pura esistenza, non basta mai all’uomo, soprattutto al «rinato» che, nel nulla, ha compreso tutto il valore del ricordo. È questa la vera missione dell’uomo: accumulare quanti più ricordi possibili. E gli dei, gli immortali questo non possono capirlo, perché, a differenza degli uomini, non vivono «di passato o d’avvenire», dunque non vivono affatto. Ogni giorno è per loro «come il primo», e quello che agli uomini appare «un gran silenzio» è il loro cielo.

Nella vergine, vuota, morta Esperia (nella breve nota introduttiva, che precede tutti i Dialoghi con Leucò, Pavese ricorda che per gli antichi l’Occidente «era il paese dei morti»), Virbio vive la non-vita proposta da Calipso a Odisseo [3], fatta di un unico «istante», di un unico, eterno presente. Nella loro incoscienza, gli immortali credono che all’uomo basti esistere e non essere infelice, ma per l’uomo esistere e non essere infelice non significa automaticamente essere felice. Soltanto correndo il rischio di essere infelice, dunque di vivere, l’uomo può essere felice.

Come dice il Metafisico di Leopardi, l’uomo non ama la vita in sé, ma in quanto «instrumento o subietto» di felicità [4], e al Fisico consiglia, volendo «giovare agli uomini veramente», di trovare «un’arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro», riempiendo così «quegli smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere» [5].

Se gli immortali conoscessero gli uomini, comprendessero la loro natura, non gli proporrebbero di accontentarsi dell’istante, di durare, rinunciando al ricordo e al sogno, al cuore, come fa Calipso con Odisseo. E forse neppure li resusciterebbero, come fa Diana con Ippolito, perché a una nuova nascita corrisponde una nuova e più terribile morte. Mentre gli immortali fissano lo sguardo nel vuoto, incapaci di guardare oltre il palmo della propria mano, gli uomini proiettano lo sguardo in avanti, ben oltre l’orizzonte, e più spesso dietro, alla loro spalle. Vivono di futuro, ovvero di necessità, e di passato, ovvero di ricordi. Vivere non è durare, vivere è disperdersi, e soffrire, necessariamente, ma la sofferenza, come scrive Dostoevskij in uno dei primi appunti su Delitto e castigo, è l’unica via verso la felicità:

Non c’è felicità nel confort, la felicità si acquista con la sofferenza. L’uomo non nasce per la felicità. L’uomo si guadagna la sua felicità, e sempre con la sofferenza [6].

Le streghe

Perché l’idea del destino tormenti tanto l’uomo è Circe a spiegarlo, Circe che sapeva da tempo di dover a che fare con un Odisseo e, quando Odisseo è comparso, ha recitato la propria parte senza fare tante storie:

La loro vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute (154).

Non sanno sorridere, gli uomini, e sono quanto di più lontano dagli dei, dagli immortali. È molto più simile al dio, all’immortale la bestia, «che mangia, che monta, e non ha memoria», che non l’uomo. Quando Circe tenta di spiegarlo a Odisseo, Odisseo le risponde che a casa, a Itaca, lo attende un cane, e del cane le dice il nome:

Capisci, Leucò, quel cane aveva un nome (155).

Nella sua tragica condizione mortale, l’uomo s’aggrappa a tutto. Tutto nomina e a tutto parla, e tutto, nominando e parlando, a sé riconduce, a sé lega. Di tutto, cose e bestie comprese, nominando e parlando fa un ricordo, perché non ha che questo d’immortale, l’uomo, e Circe è l’unica, degli eterni, ad averlo compreso, il ricordo:

L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti (158).

Il linguaggio è indissolubilmente legato alla memoria. Il linguaggio è memoria. La scrittura stessa, la letteratura è memoria, come mostra il dialogo Le muse, in cui Esiodo è investito della missione poetica da Mnemosine, personificazione della memoria e della facoltà di nominare le cose.

La sera in cui Odisseo vuole dimenticare chi è Circe e dove si trova, sorridendo rassegnato davanti al ricordo chiama Circe Penelope e Circe, in tutto e per tutto Penelope, scopre cosa significa essere mortale:

Anch’io quella sera fui mortale. Ebbi un nome: Penelope. Quella fu l’unica volta che senza sorridere fissai in faccia la mia sorte e abbassai gli occhi (156-157).

Quella sera, in cui fu Penelope, Circe vive il dramma di essere uomini. Il dramma di avere un termine, il dramma di esistere, ovvero di essere dunque di vivere-per-la-morte, nella morte. Stretta nella trappola mortale, Circe capisce perché gli uomini non sanno sorridere, se non per brevi istanti, fugaci parentesi di memoria che regalano loro l’illusione di poter resistere alla morte. In fondo, trasformandoli in bestie, Circe fa loro un grande favore, almeno in teoria. Perché in pratica, anche nella bestia l’uomo resta uomo, come scrive Pavese nel dialogo L’uomo-lupo. La forma non cambia la sostanza. Chi ha la sfortuna di nascere uomo, è condannato a restarlo per sempre. Non c’è via d’uscita.

Gli argonauti

Non la paura, ma l’invidia è il principale sentimento provato dagli uomini verso gli dei. Invidia della loro grandezza, della loro onnipotenza, della loro eterna giovinezza, della loro impunità. Per questo motivo, spiega Iasone, gli uomini fanno il male:

Si fa il male per essere grandi, per essere dèi (178).

Per la stessa ragione, «per essere dio almeno un giorno, almeno un’ora», l’uomo si unisce alla donna, come se fosse una dea. Poi però «s’accorge che aveva a che fare con carne mortale» – l’illusione dura il tempo effimero dell’amplesso -, e allora «cerca altrove di esser dio» (ibidem).

Iasone rivela la radice egoistica, da parte maschile, dell’amore, che non risponde a un bisogno di unione con la donna, e neppure, in fondo, di piacere, ma a un desiderio impossibile – e ridicolo – d’immortalità e onnipotenza. È questa l’ossessione dell’uomo, in particolar modo dell’uomo-eroe, a causa della quale sparge nel mondo sangue, dolore, distruzione e morte. Ma tutti i suoi tentativi s’infrangono, citando Tiresia [7], contro la roccia, contro quel muro della terra che è la morte. Non c’è impresa, per quanto eroica, che muti la drammatica condizione mortale dell’uomo, anzi, semmai la acuisce [8]. Il nulla attende, allo stesso modo, l’eroe e il vigliacco. E allora, più che impegnarci in assurde e sanguinose campagne d’emulazione divina, dovremmo sforzarci di accettare la nostra finitezza e comprendere, finalmente, che in quella «carne mortale» è tutta la nostra inestimabile ricchezza.

Gli uomini

Cratos, il Potere, disprezza gli uomini, li definisce «miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o delle foglie dell’altr’anno che son morti ignorandolo (190), e non comprende come Zeus, «Padre e Signore», possa mescolarsi a loro. Il disprezzo di Cratos è costitutivo del Potere e di chi lo detiene, l’autorità. È proprio su questo disprezzo dell’uomo che si fonda il Potere, perché senza il disprezzo dell’uomo non avrebbe senso di esistere. Se riconoscesse un valore all’uomo, il Potere cesserebbe di esistere, all’istante. È l’umana miseria, l’umana insufficienza a giustificarlo e legittimarlo. Poiché gli uomini sono «miserabili cose», necessitano di un Potere, di un’autorità che li governi ovvero li privi della propria libertà. Il Potere, politico, religioso, sociale, agisce sull’individuo come il destino agisce su Edipo [9]. Il Potere è repressione della volontà individuale, della libertà di scelta e d’azione.

All’opposto Bia, la Forza, che degli uomini evidenzia la ricchezza, la straordinarietà, la complessità:

La parola dell’uomo, che sa di patire e si affanna e possiede la terra, rivela a chi l’ascolta meraviglie (191).

Gli uomini saranno pure «poveri vermi ma tutto fra loro è imprevisto e scoperta. Si conosce la bestia, si conosce l’iddio, ma nessuno, nemmeno noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori» (192). Tra gli immortali protagonisti dei Dialoghi con Leucò, forse soltanto Circe sa, Circe che per una sera fu mortale, ebbe un nome, Penelope, e quella volta, fissando in faccia la sua sorte, non sorrise, ma abbassò gli occhi.

Bia esalta, in particolar modo, la grandezza delle donne, «il frutto più ricco della vita mortale» (ibidem). E allora non siamo poi così «coglioni», come scrive Pavese citato da Camus nei Quaderni, noi uomini, se «quel poco di libertà che ci lascia il governo» – il Potere – «ce lo facciamo mangiare dalle donne» [10].

Il mistero

Per gli dei gli uomini sono un divertimento, un diversivo, un passatempo. Prima degli uomini gli dei erano soli, erano «la terra, l’aria, l’acqua» e non avevano nulla da fare. Con gli uomini, invece, tutto diventa «tempo», «azione», «attesa», «speranza», e «anche il loro morire è qualcosa». Il loro modo di «nominare se stessi e le cose e noialtri», gli dei, i senza nome, «arricchisce la vita», e ovunque gli uomini «spendono fatiche e parole nasce un ritmo, un senso, un riposo» (195). Sono gli uomini, con il loro linguaggio, a dare senso e vita agli dei, a permettere loro di esistere oltreché d’essere. I nomi che danno agli dei rivelano agli dei se stessi, strappandoli alla «greve eternità del destino».

Demetra, dea generosa, indissolubilmente legata alla terra, deve «tutto» agli uomini e vorrebbe fare di più per loro, «aiutarli di più, compensarli in qualche modo, essere accanto a loro nella breve giornata che godono», fermare il sangue che ininterrottamente tra di loro scorre, quel sangue generato dagli stessi dei, dalle cui mani escono sempre ambiguità, ma Dioniso le ricorda che se non fossero tristi non sarebbero uomini, che la loro vita «deve pur morire», e che proprio nella morte risiede la loro «ricchezza», perché la morte «li costringe a industriarsi, a ricordare e prevedere» (196). In quanto mortali, gli uomini «dànno un senso alla vita uccidendosi», e in queste parole terribili di Dioniso è il drammatico senso della Storia umana. Le loro storie, gli uomini, «devon viverle e morirle», le loro storie, gli uomini, le raccontano «col sangue». Non c’è scampo. Qualunque cosa diano loro gli dei, «ne faranno sempre sangue».

Anche il racconto della «vita beata», che Demetra pensa di insegnare agli uomini per alleviarne il tragico destino, prima che ci arrivino da soli, stancandosi così degli dei e riducendoli nuovamente alle loro forme originarie, elementari, all’aria, all’acqua e alla terra, è destinato al sangue:

Ma una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna, sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino? Carne e sangue, come adesso, come sempre. E carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per raggiungere l’eterno che li aspetta (199).

Come scrive Pavese nella breve nota introduttiva al dialogo La chimera, «le Crociate furono molte più di sette». Ancor più della strada che conduce sulla cima dell’Olimpo, come lascia intendere Iasone, la strada che conduce alla «vita beata» è fata di sangue e dolore, distruzione e morte. L’umanità è un’emorragia, che avrà fine soltanto con la sua estinzione. Mangiare, attraverso il pane, il corpo di Cristo, e berne, attraverso il vino, il sangue, non cambia niente. Uccidere resterà sempre il modo preferito dall’uomo per dare un senso a ciò che un senso non l’ha mai avuto né l’avrà mai: se stesso.

Il diluvio

Nulla, per l’uomo, è più incomprensibile e inaccettabile del proprio destino, la morte:

Nessun mortale sa capire che muore e guardare la morte. Bisogna che corra, che pensi, che dica. Che parli a quelli che rimangono (203).

Persino in una catastrofe immensa come il diluvio gli uomini andranno in cerca del satiro e dell’amadriade per fare festa. Ballano, cantano e bevono mentre affogano. È sempre stato così. Di sostenere il peso della morte e del dolore non sono proprio capaci, come se deponendolo, questo peso, smettesse di schiacciarli. Credono che la vita sia una festa, una commedia, quando invece è una irrimediabile tragedia.

Son fatti così, gli uomini, «codardi, deboli, d’animo ignobile e angusto», come dice il Tristano di Leopardi, «docili sempre a sperar bene, […] sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l’arme […] alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e […] vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo» [11].

Non capiscono, gli uomini, che è proprio la loro «labilità» a renderli «preziosi». Desiderano l’eternità, la cui illusione finiranno per fabbricarsela, anche senza l’aiuto di Dioniso e Demetra, e non riconoscono il valore degli «istanti imprevisti, unici». Fuggono continuamente da se stessi, circondandosi d’illusioni, di «credenze false», persino con l’acqua alla gola distolgono lo sguardo dalla morte, quella morte che arriva sempre, e che non conduce alla «vita beata», ma al nulla.

Le muse

Per Esiodo, per l’uomo, «l’esistenza vuol dire fastidio e scontento». Ma Esiodo, l’uomo, trova conforto in Mnemosine, personificazione della memoria e del linguaggio, madre delle muse, e in quegli attimi che lo fanno felice d’un tratto, «come un dio»:

Tu guardavi l’ulivo, l’ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parole che il tuo cuore attendeva. Altre volte è l’occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver già veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più (211).

Ecco, una vita fatta interamente, esclusivamente di questi attimi è la vita di Mnemosine, la «vita immortale». Ben altra è la vita dell’uomo, che non si svolge sulle cime inaccessibili, ma «laggiù tra le case, nei campi», dinanzi «al fuoco e in un letto». Qui «ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze». La vita mortale «taglia le gambe», richiede una «fatica interminabile» ed è avvelenata dal male, il «male meschino» degli altri, di cui non si è responsabili ma è «fastidioso come mosche d’estate» – il male della Storia, che rode l’individuo consapevole e impotente.

Mnemosine rivela a Esiodo l’esistenza di un luogo chiamato palude (è nominando che Mnemosine mostra e chiarifica), «landa nebbiosa di fango e di canne, com’era al principio dei tempi, in un silenzio gorgogliante». È proprio in questo luogo, nella palude che nasce l’uomo, come in passato nacquero mostri e dei terribili:

Non capisci che l’uomo, ogni uomo nasce in quella palude di sangue? e che il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma? Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini (213).

Tutto, nel bene e nel male, viene da lì, dalla «palude di sangue», dal «silenzio delle origini». Quella è la culla dell’umanità, ed ecco perché rivolgersi al mito, come fa Pavese con i Dialoghi con Leucò, non significa disinteressarsi del presente, della catastrofe bellica appena conclusa, del «male meschino» degli altri, ma osservarlo semplicemente da una prospettiva diversa. Nel mito è racchiuso il dramma del Novecento e di ogni altro secolo. Tutto viene da lì, dove tempo, stagioni e voci non giungono. Lì è il principio della tragedia umana. In principio era, è e sarà la palude.

Alla fine del dialogo, Mnemosine esorta Esiodo a dire agli uomini «queste cose che sai», ovvero a creare, perché non l’illusione della «vita beata», ma la creazione poetica, più in generale artistica, permette all’uomo di riprodurre e vivere la «vita immortale». In questa irreparabile tragedia che è la vita umana, mortale, assurda e dolorosa, la poesia, la letteratura, l’arte è un’opportunità di memoria, sensatezza e conforto.

Come dice Circe, l’uomo non ha che il ricordo d’immortale, ed è per questo che Pavese non si rivolge alle muse, come imporrebbe la tradizione, ma alla loro genitrice, Mnemosine. Senza memoria non c’è arte, ed è significativo che Pavese torni alle origini della cultura europea nel momento più buio e terribile della sua storia, quasi a ricordare che l’umanità, nonostante tutto, può essere altro, è stata altro, e che proprio da questo altro bisogna ripartire, su questo altro ricostruire. Perché la «palude di sangue» non smetterà mai di partorire «mostri e dèi di escremento e di sangue», ma non smetterà neppure di partorire uomini.

NOTE

[1] Del dialogo L’inconsolabile, dedicato al mito di Orfeo, ci siamo occupati nella seconda parte del presente contributo.

[2] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, a cura di Salvatore Ritrovato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 149. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Alla vicenda di Calipso e Odisseo Pavese dedica il dialogo L‘isola.

[4] Giacomo Leopardi, Operette morali, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 525. Per un approfondimento sul Dialogo di un Fisico e di un Metafisico rimando al contributo «Operette morali»: la filosofia della sofferenza di Giacomo Leopardi. Seconda parte.

[5] Ivi, p. 527.

[6] Citato in Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2021, p. 239.

[7] Il saggio indovino è protagonista del dialogo I ciechi.

[8] Come dice Rambert nella Peste di Camus, l’eroismo è troppo facile e, soprattutto, uccide.

[9] Al dramma di Edipo è dedicato il dialogo La strada.

[10] Albert Camus, Taccuini, introduzione di Silvio Perrella, Bompiani, Milano 2018, p. 434.

[11] Giacomo Leopardi, Operette morali, cit., p. 603. Per un approfondimento sul Dialogo di Tristano e di un amico rimando alla terza parte del già citato contributo «Operette morali»: la filosofia della sofferenza di Giacomo Leopardi.