Gustave Moreau, Orfeo

Cesare Pavese, «Dialoghi con Leucò»: il dramma di essere uomini – Seconda parte

La madre

Ha gettato il tizzone nel fuoco, Altea, e ha lasciato bruciare suo figlio, Meleagro, e Meleagro è morto. Tutto, per lui, è passato, la «fiamma» e l’«arsione». Tutto, per lui, è perduto. Ora, come tutti i morti, Meleagro è «meno del fumo che si è staccato da quel fuoco». È «quasi il nulla», ed Ermete lo esorta a rassegnarsi. Non è del tutto nulla perché un nulla completo, definitivo, irrimediabile sono per lui, come per tutti i morti, «le cose del mondo, il mattino, la sera, i paesi». Ecco cosa significa essere un’ombra: essere quel tanto che basta per avere consapevolezza della propria fine.

Si duole della propria sorte, Meleagro, ma la sua sorte è la sorte di ogni uomo:

Avevano tutti una madre, Meleagro. E fatiche da compiere. E una morte li attendeva, per la passione di qualcuno. Nessuno fu signore di sé né conobbe mai altro [1].

Non esiste un uomo che dipenda esclusivamente da se stesso. Sarebbe un dio, non un uomo. Ogni uomo ha una madre, e a questa è legato per sempre:

Sempre la vostra vita è nel tizzone e la madre vi ha strappati dal fuoco, e voi vivete mezzo riarsi. Che altro siete se non carne e sangue suoi? (ibidem).

Il destino di Meleagro è il destino di tutti gli uomini, è l’inevitabile di cui è inutile dolersi:

Tutti attende una morte, per la passione di qualcuno. Nella carne e nel sangue di ognuno rugge la madre (85).

La passione, il desiderio della madre genera una nuova vita e dunque una nuova morte. La vita è la morte. Ed è così per tutti, tranne che per i capricciosi immortali, che appunto non esistono, ma semplicemente sono, come spiega Tanatos nel dialogo Il fiore [2].

Certo, non tutti gli uomini sono coraggiosi come Meleagro, ma il coraggio è legato all’incoscienza, non è una qualità, ma una manifestazione d’ignoranza: «Fin che l’uomo non sa, è coraggioso». La consapevolezza, della morte e dunque dell’assurdità della vita, distrugge il coraggio, e tutto il resto:

Tutti, quando sapete, conducete una vita di morti (86).

La condizione attuale di Meleagro, e degli altri morti come lui, delle ombre, è la condizione dell’uomo che sa, dell’uomo consapevole dell’irreparabile tragicità e assurdità dell’esistenza umana. Come Meleagro, è «un’ombra e il nulla» l’uomo che sa, e se non ha più coraggio, è perché sa che ogni tentativo, ogni gesto è perfettamente insensato e vano. Come scrive Camus nel Mito di Sisifo,

Alla luce del destino mortale, appare l’inutilità. Nessuna morale, nessuno sforzo sono giustificabili a priori davanti alla sanguinante matematica che regola la nostra condizione [3].

Non ha che un unico, terribile destino l’uomo: la morte. Tutto ciò che avviene tra una tragedia e l’altra, tra la tragedia della nascita e la tragedia della morte, è decretato esclusivamente dal caso. La madre – la tragedia della nascita – il caso – la tragedia della morte: la vita dell’uomo è tutta qui.

I due

Un uomo che sa è Achille:

Patroclo, perché noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà. Verrà un giorno che saremo cadaveri”? (91)

L’Achille consapevole di Pavese sa che tra gli eroi come lui, come Patroclo e i vili non c’è alcuna differenza sostanziale. Lo stesso destino attende gli uni e gli altri:

Per tutti c’è un peggio. E questo peggio vien per ultimo, viene dopo ogni cosa, e ti tappa la bocca come un pugno di terra (ibidem).

Arriva sempre il momento in cui il ragazzo, Patroclo, coraggioso e incosciente, capisce cos’è la morte, capisce che «si è dentro la morte» – ecco cos’è essere uomini, è stare dentro la morte -, e allora il ragazzo, Patroclo, diventa uomo. È la consapevolezza della morte a rendere uomini, e da quel terribile momento, che recide le palpebre e rende per sempre ciechi, ciechi per troppo vedere, come Tiresia [4], «non si può non pensarci». Da quel terribile momento, che rappresenta una sorta di anticamera del «peggio», la vita è come guastata, svuotata, sbiadita, raggrinzita e l’uomo, non più ragazzo, non più Patroclo, ma Achille, non più Meleagro vivo, ma Meleagro morto, scopre «la fatica e il rimpianto».

La strada

Cieco e vagabondo, alla fine dei suoi giorni, Edipo si duole della propria dipendenza dal destino: nulla di ciò che ha fatto l’ha voluto, ma subìto. Volendo fare altro, ha in realtà compiuto il proprio destino, ha fatto sempre la «cosa saputa», «come lo scoiattolo che crede d’inerpicarsi e fa soltanto ruotare la gabbia» (101). Non è mai stato libero, Edipo, non è mai stato se stesso, ma una marionetta nelle mani del destino. E non c’è ricchezza, non c’è regno che valga il bene più prezioso dell’uomo, la libertà. Edipo ha percorso una strada tracciata da altri, è vissuto come su dei binari. Altra cosa è la strada libera:

Ma certo la libera strada ha qualcosa di umano, di unicamente umano. Nella sua solitudine tortuosa è come l’immagine di quel dolore che ci scava. Un dolore che è come un sollievo, come una pioggia dopo l’afa – silenzioso e tranquillo, pare che sgorghi dalle cose, dal fondo del cuore (102).

Purché sia umano, esclusivamente umano, dunque libero, anche il dolore è conforto. Avrebbe preferito essere un mendicante, come il suo interlocutore, piuttosto che un grande sovrano suo malgrado, Edipo. Perché non c’è bene più prezioso della libertà, libertà di scegliere, sbagliare, soffrire, e non c’è ricchezza, non c’è regno, non c’è gloria che ne risarciscano la drammatica mancanza. Meglio essere nulla, e mantenere la propria libertà intatta, che essere tutto senza averlo deciso.

Ciò che per Edipo è il destino, per l’uomo moderno è la società, che stabilisce cosa fare e cosa non fare, cosa essere e cosa non essere, lasciando all’individuo l’illusione che sia lui a decidere, a scegliere.

La rupe

Prometeo spiega a Eracle, giunto sulla rupe a liberarlo, che la morte «è entrata in questo mondo con gli dèi». Non la morte in sé, come naturale epilogo della condizione umana, ma la percezione della morte, influenzata dalla presenza degli dei:

Voi mortali temete la morte perché, in quanto dèi, li sapete immortali (110).

È il pensiero dell’immortalità a condizionare, negativamente, la percezione umana della morte, vissuta non più come qualcosa di naturale e inevitabile che semplicemente accade, come il giorno e la notte, ma come una sorta di maledizione, inesauribile fonte di paura e dolore. Mentre al tempo dei Titani l’uomo, concentrato tutto nel proprio gesto e attimo presente, viveva senza pensare alla morte, o meglio, riservandole l’attenzione che merita qualcosa che semplicemente accade, come il sorgere e il tramontare del sole, ora, al tempo degli dei, gli immortali, l’uomo è perennemente tormentato dal pensiero della fine, e più che vivere sopravvive. La morte è per l’uomo l’incubo, il mostro sotto al letto del bambino, la causa di un terrore immotivato che fa il gioco dei padroni.

Viene in mente l’invettiva del Porfirio leopardiano contro Platone, reo di aver introdotto per primo la nefasta idea dell’immortalità:

So ch’egli si dice che Platone spargesse negli scritti suoi quelle dottrine della vita avvenire, acciocché gli uomini, entrati in dubbio e in sospetto circa lo stato loro dopo la morte; per quella incertezza, e per timore di pene e di calamità future, si ritenessero nella vita dal fare ingiustizia e dalle altre male opere. Che se io stimassi che Platone fosse stato autore di questi dubbi, e di queste credenze; e che elle fossero sue invenzioni; io direi: tu vedi, Platone, quanto o la natura o il fato o la necessità, o qual si sia potenza autrice e signora dell’universo, è stata ed è perpetuamente inimica della nostra specie. Alla quale molte, anzi innumerabili ragioni potranno contendere quella maggioranza che noi, per altri titoli, ci arroghiamo di avere tra gli animali; ma nessuna ragione si troverà che le tolga quel principato che l’antichissimo Omero le attribuiva; dico il principato della infelicità. Tuttavia la natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte: la quale da coloro che non molto usassero il discorso dell’intelletto, saria poco temuta; dagli altri desiderata. E sarebbe un conforto dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori, l’aspettazione e il pensiero del nostro fine. Tu con questo dubbio terribile, suscitato da te nelle menti degli uomini, hai tolta da questo pensiero ogni dolcezza, e fattolo il più amaro di tutti gli altri. Tu sei cagione che si veggano gl’infelicissimi mortali temere più il porto che la tempesta, e rifuggire coll’animo da quel solo rimedio e riposo loro, alle angosce presenti e agli spasimi della vita. Tu sei stato agli uomini più crudele che il fato o la necessità o la natura. E non si potendo questo dubbio in alcun modo sciorre, né le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la morte piena d’affanno, e più misera che la vita. Perciocché per opera tua, laddove tutti gli altri animali muoiono senza timore alcuno, la quiete e la sicurtà dell’animo sono escluse in perpetuo dall’ultima ora dell’uomo. Questo mancava, o Platone, a tanta infelicità della specie umana [5].

Ma Prometeo rivela a Eracle che anche gli dei «finiranno», quando gli uomini smetteranno di averne paura. E con la paura degli dei, e gli dei stessi, sparirà anche la paura della morte, che tornerà ad essere qualcosa che semplicemente accade, come il giorno e la notte, qualcosa che, se proprio deve suscitare un sentimento nell’uomo, è il conforto, non il terrore.

L’inconsolabile

Non supera il trauma dell’Ade, del regno delle ombre e del nulla, l’Orfeo di Pavese. Non si ferma all’istante, ma va oltre, vola gli anni, fino alla seconda morte, al secondo e più terribile distacco, Orfeo, e decide di voltarsi, di farla finita una volta per tutte. La vita, d’accordo, una nuova vita, ma alla fine sempre la morte e il nulla. È la piena, tangibile consapevolezza del destino mortale dell’uomo a schiacciare Orfeo:

È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva (113).

Orfeo ha «visto in faccia il nulla» e ha deciso di voltarsi, di dire addio a Euridice – «il fiore del suo canto, del suo animo sicuro», come scrive Michelstaedter [6] – per sempre, non è stato un errore o un capriccio. E il destino non c’entra niente, perché il destino è cosa tutta umana, il destino è dentro l’uomo, «più profondo del sangue», e «nessun dio può toccarlo». È con le proprie decisioni, con le proprie scelte che l’uomo determina il proprio destino. Orfeo decide di voltarsi come Saffo decide di suicidarsi [7]. Gli dei non c’entrano niente. La mente e il cuore dell’uomo sono per loro dei limiti invalicabili.

Nell’Ade Orfeo comprende «che i morti non sono più nulla», che quel passato, quella «stagione della vita» ch’egli cercava attraverso Euridice, laggiù, nel regno del freddo e delle ombre, non esiste più, è perduta per sempre, e che la si può soltanto rimpiangere. Con il suo canto miracoloso, in cui è racchiusa l’essenza della poesia, e più in generale dell’arte, come suprema forma di resistenza alla distruzione del tempo, Orfeo la rende presente ai morti, per questo motivo tutto si ferma, persino la ruota di Issione, persino il nulla, e la gratitudine delle ombre è tale da consentirgli di portare con sé Euridice, di ricondurla alla vita.

Euridice, certo, sarebbe rinata, risorta alla vita, e all’amore, ma «per morire un’altra volta», e quell’orrore, l’orrore gelido del nulla, se lo sarebbe portato nel sangue per sempre. È inimmaginabile, inconcepibile il nulla. Conosciuta la morte, guardatala negli occhi, Orfeo comprende ciò che nessun uomo vorrebbe comprendere, ovvero che non vale la pena:

Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena (115).

L’uomo che scopre la morte, che sa la morte, appartiene ad essa per sempre. Tutto, per lui, perde significato e valore, tutto, la vita e l’amore. Per questo motivo Orfeo si volta. Troppo ha visto, troppo sa, e non c’è più nulla, per lui, per cui valga la pena. La vita, di nuovo, è la morte, e per Euridice tornare in vita avrebbe significato soltanto morire un’altra volta. Tutto ciò che sarebbe accaduto nell’attesa della morte, non avrebbe avuto più alcun senso.

I fuochi

Per un contadino non c’è piaga peggiore della canicola, che tutto brucia, tutto distrugge, tutto uccide, che prosciuga i pozzi e incattivisce gli uomini, rendendoli bestie. La canicola, oggi, nell’ordine olimpico del mondo, sono gli dei, i padroni:

La nostra canicola sono i padroni. E non c’è pioggia che ci possa liberare (135).

Ma invece di unirsi contro i padroni, perché non dai padroni, ma da se stessi viene la forza della rivolta contro i padroni, gli uomini bruciano i propri simili per compiacerli, quelli che non servono, gli inutili, i nocivi, «zoppi, fannulloni e insensati». L’uomo fa di se stesso canicola, di se stesso padrone, meritandosi la ferocia degli dei:

Fanno bene i padroni a mangiarci il midollo, se siamo stati così ingiusti tra noialtri. Fanno bene gli dèi a guardarci patire. Siamo tutti cattivi (137).

Non sono migliori degli dei, gli uomini, che invece di ribellarsi ai padroni, si fanno essi stessi padroni, eguagliandone e persino superandone la ferocia. Perché se la ferocia degli dei, che non esistono, serve soltanto a spiegare, a significare, a nominare ciò che umanamente non può essere spiegato, significato, nominato, il destino, la disgrazia, la metamorfosi (come ricorda Tiresia, tutto è possibile nel mondo, e non occorrono dei per questo), la ferocia dell’uomo è sempre consapevole e responsabile. In particolar modo la ferocia sociale, che prevede l’eliminazione degli inutili.

L’isola

Immortale non è, come crede Odisseo nella sua limitata dimensione eroica, di cui Achille rivela tutta l’inconsistenza, «chi non teme la morte», ma chi, come spiega Calipso, «accetta l’istante», «non conosce più domani» e «non spera di vivere». Perché con la speranza di vivere svanisce anche il timore di morire.

Odisseo può liberarsi del proprio destino, ma rinunciando ai ricordi e ai sogni, deponendo la «smania» e accettando l’«orizzonte». È questo che gli offre Calipso. Ma per l’uomo fermarsi all’istante è impossibile, perché quello che cerca lo porta nel cuore. Un immortale come Calipso può accontentarsi, un mortale come Odisseo no. Egli è costretto, dalla sua stessa naturale mortale, finita ed esauribile, dal suo destino incontrovertibile, a cercare, ad andare, a tornare e ripartire. Tutto per l’uomo ha una fine, e la certezza dell’ultima fine, la morte, gli impedisce di fermarsi, di cristallizzarsi nell’attimo. Se anche volesse, non potrebbe farlo. Deve viverne e collezionarne, in funzione del ricordo, il maggior numero possibile, di attimi.

Odisseo rifiuta la proposta di Calipso non in quanto Odisseo, ma in quanto uomo. Ogni altro uomo, al suo posto, avrebbe fatto lo stesso. L’uomo deve cercare, andare, tornare, ripartire – deve, insomma, vivere, esistere, non semplicemente essere, come gli immortali -, e se davvero l’isola che porta dentro, quell’Itaca che è egli stesso, una volta raggiunta, gli apparirà «mutata, perduta, un silenzio», come dice Calipso, allora saprà di doversi fermare. Ma soltanto allora, non prima. L’Itaca di Odisseo, e dell’uomo, è Penelope, non Calipso.

NOTE

[1] Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, a cura di Salvatore Ritrovato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 84. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Del dialogo Il fiore ci siamo occupati nella prima parte del presente contributo.

[3] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 17.

[4] Tiresia è protagonista del dialogo I ciechi.

[5] Giacomo Leopardi, Operette morali, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 593. Per un approfondimento sul Dialogo di Plotino e di Porfirio rimando al contributo «Operette morali»: la filosofia della sofferenza di Giacomo Leopardi. Terza parte.

[6] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 106. Per Michelstaedter Orfeo si volta perché «vinto dalla trepida cura», ed è dunque simbolo di debolezza.

[7] Saffo è protagonista del dialogo Schiuma d’onda.