Albert Camus, «Lo straniero»: l’uomo assurdo – 3. La prigionia

3.1. Capita a tutti

Durante il funerale della mamma Meursault ha dato prova di «insensibilità»: è questa la conclusione degli inquirenti dopo l’indagine effettuata a Marengo, come se il delitto fosse avvenuto lì, e non in una spiaggia alla periferia di Algeri. Al proprio avvocato, d’ufficio, che lo interroga su questo punto e gli domanda se quel giorno ha sofferto, Meursault risponde che ovviamente voleva bene alla mamma, ma che capita a tutte le persone normali di augurarsi la morte dei propri cari. Agitato, l’avvocato gli fa promettere di non dirlo a nessuno, né in udienza né al giudice istruttore. Meursault poi gli spiega che spesso le sue esigenze fisiche interferiscono con i suoi sentimenti:

Il giorno in cui avevo seppellito mamma ero molto stanco e avevo sonno. E così non mi ero reso conto di cosa stesse capitando [1].

E aggiunge che l’unica cosa che può affermare con «assoluta certezza», è che avrebbe preferito che la mamma non morisse. L’avvocato risponde che «non basta», poi gli chiede se possa dire che quel giorno Meursault ha tenuto a freno i suoi sentimenti. «No», risponde Meursault, «perché è falso». L’avvocato lo guarda in modo strano, come se gli facesse «un po’ schifo». Meursault allora gli fa notare che la storia della mamma non c’entra niente con il suo caso, e l’avvocato risponde che evidentemente non ha mai avuto a che fare con la giustizia.

Insoddisfatto del suo assistito, l’avvocato se ne va con aria seccata. A Meursault dispiace di averlo contrariato, perché desidera la sua simpatia, ma così, «naturalmente». Sa di metterlo a disagio, Meursault, e vorrebbe convincerlo di essere «come tutti, assolutamente come tutti», ma rinuncia per pigrizia.

3.2. Questione di lacrime

Meursault parla poco, ma quando parla dice sempre quello che pensa. Non indossa maschere, è così come appare, e questa sua sincerità, per certi aspetti myškiniana, è incomprensibile e inaccettabile per la società, che della menzogna e dell’ipocrisia fa le sue leggi fondamentali. È lecito desiderare la morte dei propri cari, ma non è lecito dirlo. Chi lo dice, squarciando il velo di menzogne e ipocrisie con il quale gli uomini quotidiani ammantano le proprie misere vite, è un mostro, e come tale va eliminato. Il processo a Meursault non è il processo all’assassino, ma all’uomo diverso, allo straniero che non rientra nei canoni sociali convenzionali e rappresenta un pericolo per l’intero sistema. In condizioni normali il diverso, lo straniero, la cui condotta non è soltanto incomprensibile, ma addirittura inconcepibile per la società, viene escluso, emarginato, relegato in un angolo. Camus porta questo processo di esclusione, di emarginazione, di isolamento alle estreme conseguenze, ovvero all’eliminazione fisica del diverso.

Come vedremo, in una società che adotta la pena di morte, nella quale dunque l’omicidio è ammesso e legalizzato, non è tanto scandaloso che un uomo uccida un altro uomo, ma che un uomo non pianga al funerale della madre. È questa una delle conclusioni dello Straniero, come spiega Camus nei Quaderni:

La società ha bisogno di gente che pianga al funerale della madre [2].

È su queste lacrime, sincere o meno non importa, che si fonda la società.

3.3. Il crocifisso

Meursault spiega al giudice istruttore che non ha molto da dire – non nel caso specifico, durante l’interrogatorio, che Meursault accetta di sostenere nonostante l’assenza dell’avvocato, perché tanto non ha niente da nascondere ed è tutto perfettamente chiaro, ma in generale nella vita -, perciò sta zitto, sembrando agli altri taciturno e chiuso.

Il giudice istruttore gli domanda perché abbia aspettato prima di sparare il secondo colpo, e perché abbia continuato a sparare su un corpo inerte. Meursault, che rivede la «spiaggia rossa» e sente di nuovo sulla fronte la «morsa» del sole, non risponde. Non sa rispondere Meursault, perché all’assurdo non c’è risposta. Esasperato dal silenzio del protagonista, il giudice istruttore afferra un crocifisso, lo brandisce contro Meursault e dichiara che per lui non esiste uomo colpevole a tal punto da non meritare il perdono di Dio, ma che per meritarlo, il perdono di Dio, è necessario che il colpevole si penta del proprio delitto e si purifichi, o qualcosa del genere. Meursault non segue il ragionamento, perché fa troppo caldo e le mosche lo tormentano, e poi perché il giudice istruttore, con quel crocifisso in mano e quell’aria esaltata, da fanatico, gli fa un po’ paura.

Alla fine il giudice istruttore domanda a Meursault se crede in Dio e Meursault risponde di no. Ma secondo il giudice istruttore, che è quanto di più lontano, nella sua ottusità ostinata, da Porfirij Petrovič, il giudice istruttore di Dostoevskij in Delitto e castigo, il più eccezionale dei giudici istruttori, è impossibile, perché «tutti gli uomini credono in Dio, anche quelli che lo evitano», e che se così non fosse la sua vita non avrebbe più senso. Ma la vita non ha, non può avere alcun senso (ciò non significa che non valga la pena vivere, anzi, l’assurdità della vita rappresenta una grande opportunità per l’uomo, come sostiene Camus nel Mito di Sisifo [3]), ed è questa la differenza sostanziale tra Meursault e gli altri: Meursault ne è consapevole, gli altri no. È la consapevolezza dell’assurdità della vita a renderlo uno straniero.

Sdegnato dall’atteggiamento di Meursault, il giudice istruttore lo definisce un’«anima incallita». Tutti i criminali che gli sono passati davanti hanno pianto al cospetto di quel «simbolo di dolore» che è il crocifisso. Meursault è il primo a restare impassibile. Di nuovo una questione di lacrime, dunque.

3.4. Il rimorso

Al termine dell’interrogatorio il giudice istruttore domanda a Meursault se prova rimorso. L’avvocato gli avrebbe impedito di rispondere, forse, ma l’avvocato non c’è:

Ho riflettuto e ho detto che più che rimorso vero e proprio provavo una certa noia (97).

Meursault ha la sensazione che il giudice istruttore non lo capisca.

È naturale che Meursault non provi rimorso, perché l’assurdo, scrive Camus nel Mito di Sisifo, «rende al rimorso la sua inutilità» [4].

3.5. Abitudine

Ribattezzato dal giudice istruttore «signor Anticristo», Meursault si abitua a tutto, anche alla prigione. Perché una vita vale l’altra, e non c’è alcuna differenza sostanziale tra la vita del prigioniero e la vita dell’uomo libero, la morte attende entrambi:

Allora mi sono trovato spesso a pensare che se mi avessero fatto vivere dentro un tronco d’albero morto, senza poter fare altro che guardare il fiore del cielo sopra la mia testa, a poco a poco mi sarei abituato. Avrei aspettato passaggi di uccelli o incontri di nuvole, così come lì aspettavo le strambe cravatte del mio avvocato e come, in un altro mondo, pazientavo fino al sabato per abbracciare il corpo di Marie (104-105).

E non si lamenta Meursault, perché in prigione c’è gente più infelice di lui. Tutta quella gente che ignora l’assurdo, attribuendo alla libertà un valore e un’importanza che in realtà non ha.

3.6. La libertà

Per un uomo la libertà è, prima d’ogni altra cosa, poter soddisfare il proprio desiderio della donna. Per questo, spiega il capo-secondino a Meursault, che trova «ingiusto» quel trattamento, i criminali vengono messi in prigione, dove, ad ogni modo, «finiscono per aiutarsi da soli». Dopo averlo capito, Meursault supera anche questo disagio.

C’è una frase di Pavese, trascritta da Camus nei Quaderni, dedicata a questo tema, che trovo particolarmente efficace:

Siamo dei coglioni. Quel poco di libertà che ci lascia il governo ce lo facciamo mangiare dalle donne [5].

Una delle definizioni più convincenti del genere maschile.

3.7. Il fumo

Ciò che, all’inizio della prigionia, abbatte maggiormente Meursault, più dell’astinenza sessuale, è l’impossibilità di fumare (immaginate Zeno senza sigarette – ecco). I primi giorni sono «durissimi». Succhia pezzetti di legno staccati dall’asse della branda, Meursault, e per tutto il giorno si trascina in una «nausea continua». Non capisce perché lo privino di qualcosa che non fa male a nessuno, poi però si rende conto, senza l’aiuto del capo-secondino stavolta, che anche questa privazione fa parte della punizione, e la nausea passa. Abituatosi a non fumare, anche questa punizione non lo riguarda più.

Libero dal desiderio e dal vizio, Meursault è ormai puro essere. La sua vita non è più vita, ma pura esistenza, perfettamente fine a se stessa. Esiste come esiste un albero, Meursault. Niente di più, niente di meno.

3.8. Il ricordo

Non è «particolarmente infelice» in prigione Meursault, e quando impara a ricordare smette anche di annoiarsi. Prima non sapeva farlo, non sapeva ricordare, perché non ne aveva bisogno. Inizia partendo dalla sua stanza, che percorre mentalmente elencando ciò che trova lungo il percorso. Le prime volte finisce presto, ma poi, ogni volta che ricomincia, dura un po’ di più, fino a quando, nel giro di qualche settimana, riesce a passare ore intere elencando il contenuto della sua stanza. Ricorda i particolari di ogni oggetto Meursault, e persino i particolari dei particolari: un’incrostazione, una crepa, una scheggia. Così, più riflette e più cose dimenticate, o addirittura sconosciute, riemergono dall’oblio della sua memoria. E comprende una cosa importante Meursault:

Allora ho capito che un uomo che avesse vissuto soltanto un giorno avrebbe potuto facilmente vivere cent’anni in una prigione. Avrebbe avuto abbastanza ricordi per non annoiarsi (107).

3.9. La storia del cecoslovacco

Ma l’attività principale di Meursault in cella è il sonno. Dorme dalle sedici alle diciotto ore al giorno. Le restanti otto o sei le «ammazza» con i ricordi, i pasti, i bisogni fisiologici e la storia del cecoslovacco. Meursault trova questa storia, ambientata non a caso, forse, nella terra di Kafka, su un frammento di giornale rinvenuto tra il pagliericcio e l’asse della branda.

Il giornale racconta di un uomo partito dal suo villaggio in cerca di fortuna. Torna dopo venticinque anni, ricco, con una moglie e un figlio. L’uomo si reca nella locanda gestita dalla madre e dalla sorella, per fare loro una sorpresa. Ma la madre non lo riconosce e così, per scherzo, l’uomo affitta una stanza e mostra alla madre il denaro che ha in tasca. Durante la notte la madre e la sorella lo uccidono a colpi di martello per derubarlo e gettano il cadavere nel fiume. Scoperta l’identità della vittima, la madre s’impicca, la sorella si getta in un pozzo.

Da una parte Meursault trova questa storia «inverosimile», dall’altra «naturale». Secondo lui il cecoslovacco un po’ se l’è meritato. Per Meursault, infatti, non si deve «mai scherzare». Non ha senso dell’umorismo, Meursault, lo trova, forse, fuori luogo, in ogni caso. E in fondo ha ragione: non c’è niente da ridere.

3.10. Lo stesso giorno

Quando, un giorno, il secondino dice a Meursault che è in prigione da cinque mesi, gli crede, ma non lo capisce. Perché, per Meursault, è sempre «incessantemente lo stesso giorno» quello che dilaga nella sua cella. In cella il tempo non c’è più. È l’eternità del prigioniero.

3.11. Il silenzio

Quello stesso giorno, quando il secondino se ne va, Meursault decide di specchiarsi nella gavetta. La sua immagine resta seria, anche se cerca di sorriderle. Sorride Meursault, ma la sua immagine mantiene «la stessa aria severa e triste». Il sole è tramontato ed è l’ora di cui Meursault non vuole parlare, «l’ora senza nome in cui i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio». Nell’«ultima luce» Meursault osserva di nuovo la propria immagine: resta seria. E in quel momento, per la prima volta da mesi, sente «distintamente» il suono della propria voce:

L’ho riconosciuta per quella che ormai da lunghi giorni mi risuonava nelle orecchie, e ho capito che in tutto quel tempo avevo parlato da solo. Allora ho ricordato le parole dell’infermiera al funerale della mamma [6]. No, non c’era via d’uscita, e nessuno può capire cosa sono le sere in prigione (109).

Non so esattamente perché, ma queste parole di Meursault mi ricordano una lettera di Dostoevskij, la lettera del 13 agosto 1879, scritta ad Anna, la moglie, da Ems:

Domani mi resteranno precisamente due settimane da passare in assoluto silenzio, perché non è più una solitudine, ma un assoluto silenzio. Non so più parlare, parlo con me stesso come un pazzo… [7].

Nella lettera di Dostoevskij trovo la stessa disperazione di Meursault, anche se la disperazione di Dostoevskij è, diciamo così, a tempo determinato.

Forse per questo motivo le parole di Meursault mi hanno ricordato la lettera di Dostoevskij del 13 agosto 1879, scritta ad Anna, la moglie, da Ems.

NOTE

[1] Albert Camus, Lo straniero, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2017, p. 91. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo. Del funerale della mamma di Meursault ci siamo occupati nella prima parte del presente contributo.

[2] Albert Camus, Taccuini, traduzione di Ettore Capriolo, Bompiani, Milano 2018, p. 167.

[3] Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[4] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 64.

[5] Albert Camus, Taccuini, cit., p. 434.

[6] «[…] all’ingresso del paese, l’infermiera delegata mi ha rivolto la parola. […] Mi ha detto: “Se si va adagio, si rischia l’insolazione. Ma se si va troppo in fretta, si suda e poi in chiesa si piglia un colpo di freddo.” Aveva ragione. Non c’era via d’uscita» (34).

[7] Anna Grigor’evna Dostoevskaja, Dostoevskij mio marito, a cura di Luigi Vittorio Nadai, Castelvecchi, Roma 2014, p. 382.