Dostoevskij nel celebre ritratto fotografico di Panov del 1880

Dostoevskij con Berdjaev: la tragedia della libertà – 6. La rivoluzione, il socialismo, la Russia

6.1. L’uomo apocalittico

Dostoevskij è il «profeta» della rivoluzione russa. Dostoevskij vede la rivoluzione, la osserva nascere, svilupparsi e diffondersi nello spirito degli uomini, e di questo spirito, che «agisce» nella rivoluzione, denuncia la «falsità». I demòni sono un’opera presente e soprattutto futura, universale oggi, al di là di ogni contingenza storico-politica [1].

La profonda avversione di Dostoevskij per la rivoluzione, non è l’avversione del conservatore, del reazionario, del vecchio che difende interessi iniqui e anacronistici, ma l’avversione «dell’uomo apocalittico, che sta dalla parte di Cristo nella sua lotta finale con l’anticristo» [2]. Perennemente sospeso, come ogni russo, più in generale come ogni pensatore estremo e intransigente, tra apocalisse e nichilismo, Dostoevskij sceglie senza indugio l’apocalisse. «La fine del mondo viene», scrive in un appunto. Non soltanto pensatore e scrittore, non è uomo dalle mezze misure Dostoevskij, in nessun aspetto della vita, dalla politica all’amore, dalla scrittura al gioco: tutto o niente. Dostoevskij è ontologicamente intollerante alla mediocrità, e così tutti i suoi personaggi.

6.2. Rivoluzionario dello spirito

Dostoevskij è un rivoluzionario, sì, ma dello spirito, come Nietzsche, e il rivoluzionario dello spirito è sempre ostile alla rivoluzione: «la rivoluzione dello spirito in generale nega lo spirito della rivoluzione» (103). Per Dostoevskij reazionaria è la rivoluzione. Nel suo caso, come nel caso di Nietzsche e di ogni altro pensatore autenticamente critico (Leopardi, Tolstoj, Michelstaedter), vale la distinzione tra rivoluzione e ribellione di Stirner, che non a caso cita quale massimo esempio del ribelle Cristo:

Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un’azione politica o sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dall’insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mirava a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle “istituzioni” [3].

Egli non era un rivoluzionario, come per esempio Cesare, bensì un ribelle, non uno che rovescia gli Stati, ma uno che si sollevava. Per questo il suo principio era solo: “Siate astuti come serpenti”, che esprime la stessa cosa dell’altro principio, più specifico: “Date a Cesare ciò che è di Cesare”; egli non conduceva alcuna battaglia liberale o politica contro l’autorità costituita, ma voleva, incurante di quell’autorità e da essa indisturbato, percorrere la propria strada [4].

La filosofia dell’egoismo di Stirner, grumo purissimo e incandescente di nichilismo, spirito negativo e distruttore, è quanto di più lontano dal pensiero di Dostoevskij (tutti i suoi personaggi «oscuri» sono riconducibili alla filosofia stirneriana), ma la figura di Cristo, dal valore indiscusso e indiscutibile, dalla validità universale, è capace persino di conciliare gli opposti. Stirner e Dostoevskij si incontrano in Cristo.

6.3. Tra Cristo e anticristo

Dostoevskij rifiuta e condanna la rivoluzione perché la rivoluzione conduce l’uomo necessariamente alla schiavitù, «alla negazione della libertà dello spirito». È in nome della libertà che Dostoevskij si ribella alla rivoluzione, di cui smaschera la menzogna. Mai la rivoluzione mantiene ciò che promette, come dimostra la storia, e in essa l’anticristo sostituisce Cristo:

Gli uomini non hanno voluto unirsi liberamente in Cristo e perciò si uniscono per forza nell’anticristo (104).

Tutto o niente, ancora una volta: tertium non datur.

6.4. Socialismo e cattolicesimo

La profonda avversione di Dostoevskij per la rivoluzione è legata alla sua altrettanto profonda avversione per il socialismo. Dostoevskij individua nel socialismo la massima antitesi di Cristo, l’anticristo. Ideale dell’uomo incarnato, Cristo rappresenta la massima evoluzione umana, il modello supremo di libertà, amore e bellezza verso il quale l’uomo naturalmente tende. All’opposto il socialismo, che prescrive la totale schiavitù dell’uomo, la sua riduzione a mera materia, a mero numero. Il socialismo sfocia sempre nello scigaliovismo [5]. Consacrato all’arida e mortuaria logica del due per due quattro, il socialismo priva l’uomo di ciò che, più di ogni altra cosa, lo definisce come tale, lo costituisce come tale, la libertà, e nella sua pretesa di giustizia e felicità universali s’impone come nuova religione, religione della materia. Non a caso, in questo senso, Dostoevskij lo considera un figlio degenerato del cattolicesimo romano; non a caso, nella sua opera, è un ecclesiastico, il Grande Inquisitore, a imporsi come modello ideale del socialista [6]:

Il socialismo non è che un cattolicesimo laico (109).

Il pensiero del Grande Inquisitore coincide perfettamente con quello di Verchovenskij e Šigalëv: un’impressionante coincidenza tra ateismo totalitario e cattolicesimo che rivela tutta l’ostilità di Dostoevskij nei confronti della Chiesa di Roma, rea di aver tradito, traviato, usato Cristo per accrescere e consolidare il proprio potere temporale. Il cattolicesimo e il socialismo si fondano sulla medesima idea, quella di un «ordinamento costrittivo del regno terreno», negando entrambi la «libertà di coscienza» (110). È il cattolicesimo a condurre l’Europa verso il socialismo, verso l’anticristo, è il cattolicesimo ad aprire la strada all’anticristo. L’ipocrita motto rivoluzionario «Liberté, Égalité, Fraternité, ou la Mort», di cui Dostoevskij rivela tutta la falsità e inconsistenza nelle Note invernali su impressioni estive [7], racchiude l’essenza stessa del cattolicesimo. È motto papale oltreché rivoluzionario. Il socialismo prevede uno stato confessionale, non laico, proprio come lo stato cattolico:

[…] vi è una religione di Stato, e godono pieni diritti solo quelli che appartengono a questa religione di Stato.

Come lo stato cattolico, lo stato socialista conosce e prevede una sola verità, «a cui conduce con la costrizione gli uomini, né lascia libertà di scelta» (111).

6.5. Socialismo cristiano

Nell’avversione per la borghesia, espressa con particolare ardore critico nelle già citate Note invernali, Dostoevskij è ancor più radicale, ancor più estremo dei socialisti. La borghesia riduce l’uomo a ciò che possiede, al suo conto in banca diremmo oggi, ne determina il valore in base alla capacità produttiva e consumistica. Il denaro è l’unico interesse del borghese, il dio dell’utile, per dirla con Baudelaire, il primo autore a fondare la propria opera sul sistematico rifiuto della borghesia, è il suo unico dio [8]. Per il borghese l’uomo non è ciò che è, ma ciò che ha. La sua libertà è determinata dalla ricchezza:

Che cos’è la liberté? La libertà. Quale libertà? La libertà, per tutti uguale, di fare quello che si vuole, nei limiti della legge. Quando è possibile fare tutto quello che si vuole? Quando si possiede un milione. La libertà dà un milione a testa? No. Che cos’è un uomo senza un milione? Un uomo senza un milione è colui che non fa tutto quello che vuole, bensì è colui del quale si fa tutto quello che si vuole [9].

Da questo punto di vista, Dostoevskij è molto più socialista di tanti socialisti, ma il suo è un socialismo cristiano che non ha nulla a che fare con il socialismo rivoluzionario, di cui pure in giovinezza subì il fascino, pagando a carissimo prezzo, con la condanna a morte, poi commutata a quattro anni di lavori forzati, la frequentazione del circolo fourierista di Petraševskij [10]. Se una rivoluzione deve avvenire – e una rivoluzione, come sosterrà anche Tolstoj, deve necessariamente avvenire -, che sia individuale, personale, cosciente, nel nome di Cristo e della libertà.

6.6. Tutti schiavi, tutti uguali

«Tutti sono schiavi e nella schiavitù sono uguali», spiega Verchovenskij a Stavrogin, esponendogli il pensiero di Šigalëv. In queste parole è racchiuso il senso più profondo e terribile del socialismo rivoluzionario secondo Dostoevskij. Dostoevskij si ribella alla rivoluzione e alla sua contro-morale in nome della libertà, «della personalità umana e del suo valore etico», personalità che nella concezione rivoluzionaria «non è mai moralmente attiva, non è mai moralmente responsabile» (114). Dostoevskij rivendica la responsabilità dell’uomo, perché la libertà è anzitutto questo, responsabilità e scelta. Uomini irresponsabili sono possibili soltanto in un regime di schiavi. Meglio essere liberi e scegliere il male, che non poter scegliere affatto. La libertà impone questo fardello, questo dovere. La libertà impone di scegliere, di pronunciarsi, di schierarsi, di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, delle proprie azioni. È necessario rendere l’uomo consapevole di tutto ciò, affinché non si lasci schiavizzare, come troppo spesso accade, senza neppure saperlo.

6.7. L’uomo delle due culture

Dostoevskij ha una considerazione enorme, vertiginosa, persino abissale della Russia e del popolo russo, in cui vede l’ultimo baluardo del puro e autentico messaggio cristiano, ma non per questo può essere considerato e definito uno slavofilo. Tra slavofilismo e occidentalismo, le due ideologie che spaccano l’intelligencija russa del XIX secolo, Dostoevskij assume una posizione indipendente, impossibile da racchiudere in una di queste due etichette. Accanto alla fede nella Russia, nel popolo russo e la sua universale missione cristiana, in Dostoevskij si colloca un’ammirazione profonda, che talvolta assume i toni entusiastici del culto, per la cultura e la tradizione europea. L’ammirazione di Versilov e Ivan Karamazov per l’Europa è l’ammirazione di Dostoevskij. Ciò che egli detesta e condanna, come emerge da quell’eccezionale critica della società europea dell’Ottocento che sono le Note invernali su impressioni estive, è appunto la società europea contemporanea, il suo «gretto spirito “borghese”», brutale tradimento delle grandi, luminose, universali tradizioni «lasciate in eredità dalla cultura europea del passato» (135). Vittima del dominio borghese e capitalistico, del cattolicesimo e del suo figlio degenerato, il socialismo, l’Europa si avvia alla distruzione. Un epilogo inaccettabile per il vero russo, al quale le sorti dell’Europa stanno a cuore tanto quanto le sorti della Russia.

È necessario superare la distinzione tra slavofilismo, che rischia sempre di sfociare nell’«etnolatria», ovvero in un nazionalismo becero e violento, e occidentalismo, che rischia sempre di sfociare nello sradicamento, nell’incomprensione, e giungere a una sintesi tra la cultura russa e la cultura europea, che in campo letterario, e più in generale artistico, ha prodotto risultati davvero eccezionali. Se la Russia non è Occidente, non è neppure Oriente. La Russia è «l’immenso Oriente-Occidente, incontro e mutua reazione di elementi orientali e occidentali» (145). La Russia non può fare a meno dell’Europa, come l’Europa non può fare a meno della Russia, in particolar modo della sua letteratura immensa tanto quanto il suo territorio.

6.8. L’errore e il tradimento

Dostoevskij annuncia ciò che avverrà, ha un «dono profetico», «giustificato dalla storia». Ma sono le sue profezie negative ad avverarsi, non quelle positive, come spesso accade. Dostoevskij era certo che il popolo russo, permeato del sentimento di Cristo, avrebbe resistito alle lusinghe socialiste rivoluzionarie. Un errore, o addirittura una «aberrazione della concezione popolareggiante», incline all’«etnolatria» (per Berdjaev esiste un solo popolo, il popolo cristiano – il passo davvero fondamentale sarebbe riconoscere l’esistenza di un unico popolo umano -, e ciò lo porta a rifiutare recisamente l’idea dostoevskiana del messianismo russo). Il popolo russo ha tradito Cristo. Il popolo russo ha tradito Dostoevskij. Perché Dostoevskij, purtroppo, non ha potuto leggerlo.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera rimando allo studio Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione.

[2] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 102. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, Milano 2009, pp. 330-331.

[4] Ivi, p. 332. Per un approfondimento sul pensiero e l’opera del filosofo tedesco rimando al contributo Max Stirner, L’unico e la sua proprietà.

[5] Da Šigalëv, il più cupo e impressionante dei demòni. Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo quarto.

[6] Per un approfondimento sul poema di Ivan Karamazov rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quinto – Ivàn, il nichilista estremo – V-VI.

[7] Per un approfondimento sul testo rimando al contributo «Note invernali su impressioni estive»: Dostoevskij nel «paese dei santi prodigi» – Prima parte, Seconda parte.

[8] Per un approfondimento sul poeta e il suo valore storico rimando al contributo La rivoluzione di Baudelaire. Prima parte, Seconda parte.

[9] Fëdor Dostoevskij, Note invernali su impressioni estive, a cura di Serena Prina, Feltrinelli, Milano 2020, p. 85.

[10] Per un approfondimento sull’arresto e l’esecuzione-farsa rimando al contributo Fëdor Dostoevskij ovvero della sofferenza (e della felicità, forse).

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