Albert Camus, «Lo straniero»: l’uomo assurdo – 2. La vita come prima

2.1. Nel deserto

Prima di proseguire nella lettura dello Straniero, un’annotazione di carattere tecnico, diciamo così. Il metodo narrativo utilizzato da Camus ricorda, almeno al sottoscritto, quello utilizzato da Hugo nell’Ultimo giorno di un condannato a morte [1] e da Dostoevskij nella Mite. Un metodo che potremmo definire stenografico, secondo la spiegazione fornita da Dostoevskij nell’introduzione della Mite, dove fa riferimento proprio all’opera di Hugo [2].

Hugo, Dostoevskij e Camus ci scaraventano dentro i loro personaggi. Nel caso di Meursault, ci ritroviamo in un deserto, un deserto enigmatico e straniante (lo straniamento è forse l’effetto principale prodotto dallo Straniero). Ed è naturale che sia così, perché, come scrive Camus nel Mito di Sisifo, l’uomo assurdo, libero dalle regole comuni, risvegliato dal sonno quotidiano e tornato alla coscienza, vede intorno a sé «un universo ardente e gelato, trasparente e limitato, dove nulla è possibile, ma tutto è dato; e dopo il quale vi è lo sprofondamento e il nulla» [3]. È questo stesso universo, questo sterminato e desolante deserto, che noi troviamo in Meursault. Lo straniero è un’autentica esperienza dell’assurdo.

2.2. Ieri

Il giorno dopo il funerale della mamma Meursault va a nuotare. È sabato. Ecco perché il suo principale era seccato quando gli ha chiesto due giorni di permesso. Così Meursault ha quattro giorni di vacanza, domenica inclusa, ed è normale che al principale la cosa desse fastidio. Non è colpa di Meursault se la mamma l’hanno seppellita ieri, venerdì, anziché oggi, sabato, senza contare che se anche l’avessero seppellita oggi, sabato, lui, Meursault, avrebbe avuto comunque il sabato e la domenica liberi. Ciò tuttavia non gli impedisce di capire il suo principale. Non so voi, ma a me talvolta pare che in Meursault ci sia qualcosa del principe Myškin, il protagonista dell’Idiota di Dostoevskij, proprio lui [4]. Non a caso, forse, nei Quaderni Camus dice che per descrivere l’atteggiamento di Meursault «impassibilità» non è la parola giusta, ma sarebbe meglio «benevolenza» [5].

In acqua Meursault incontra Marie Cardona, un’ex dattilografa del suo ufficio che all’epoca gli aveva «smosso il sangue», e pure lui a lei. Nuotano insieme Meursault e Marie, poi lui le propone di andare al cinema. Ride Marie, che ha voglia di vedere un film con Fernandel, l’attore che interpreta Don Camillo, proprio lui. Mentre i due si rivestono, Marie nota la cravatta nera di Meursault e gli domanda se è in lutto. Meursault le risponde che la mamma è morta. Quando?, chiede Marie. «Ieri», risponde Meursault, che tra l’altro non è vero, perché ieri c’è stato il funerale e sono passati almeno due giorni dalla morte della mamma. Allora Marie si allontana un po’ da Meursault, ma senza commentare:

M’è venuta voglia di dirle che non era colpa mia, ma mi sono trattenuto perché ho pensato che l’avevo già detto al mio principale. Non significava niente. Tanto siamo sempre un po’ colpevoli [6].

È quello che dice anche l’uomo del sottosuolo, e anche se non c’entra niente, lo riporto lo stesso, perché quello che dice l’uomo del sottosuolo, e non solo in questo caso specifico, ma in generale, secondo me, sta bene un po’ dappertutto:

[…] per quanto la rigiri, alla fin fine vien sempre fuori che il principale colpevole di tutto sei sempre tu, tu e nessun altro, e – quel che fa più male – colpevole senza colpa e, potremmo dire, per legge di natura [7].

Si allontana un po’ Marie, ma finisce lì. Accetta l’invito al cinema di Meursault e passa la notte da lui.

2.3. Niente di diverso

A Meursault la domenica non piace. E non gli piace neppure che gli si facciano domande. Per questo motivo non va a pranzo da Céleste, come al solito, e si prepara due uova al tegamino, che mangia così, senza pane, perché il pane l’ha finito e non gli va di andare a comprarlo.

Da quando la mamma non c’è più, l’appartamento di Meursault è troppo grande per lui. Vive in una sola stanza, la camera, dove ha portato il tavolo della sala da pranzo. Il resto della casa è «in abbandono». La camera, l’ufficio, la trattoria di Céleste, la spiaggia, il cinema: è tutto in questi cinque luoghi il mondo di Meursault.

Dopo pranzo, tanto per fare qualcosa, Meursault legge un vecchio giornale, dal quale ritaglia la pubblicità dei «sali Kruschen», che incolla in un vecchio quaderno dove conserva «le cose divertenti dei giornali». Il resto della giornata lo passa sul balcone, a osservare la strada, e così passa un’altra domenica:

Ho pensato che era comunque un’altra domenica passata, adesso mamma era al cimitero, avrei ripreso il mio lavoro e, tutto sommato, non c’era niente di diverso (43).

2.4. I vicini

Meursault ha due vicini di pianerottolo: il vecchio Salamano e Raymond Sintès, un «magnaccia» che dice di fare il «magazziniere».

2.4.1 Il vecchio Salamano

Il vecchio Salamano ha un cane, uno spaniel, malato, probabilmente, di scabbia. Ha riempito il vuoto lasciato dalla moglie, defunta. A forza di vivere insieme, padrone e cane hanno finito per somigliarsi:

Sembrano della stessa razza eppure si odiano (47).

Il vecchio Salamano picchia e insulta il suo cane in continuazione, ma quando lo perde prova una tristezza profonda. E viene fuori che quando era un cucciolo lo allattava con il biberon, e che da quando «si era preso quella malattia della pelle, […] gli passava la pomata ogni mattina e ogni sera», anche se il vecchio Salamano è convinto che la sua malattia sia la vecchiaia, «e dalla vecchiaia non si guarisce» (68). La vita del vecchio Salamano è cambiata ora, proprio come quando morì la moglie, con la quale «non era stato felice, ma nell’insieme ci aveva fatto l’abitudine», e non sa cosa farà.

È lui, il vecchio Salamano, a rivelare a Meursault che nel quartiere lo giudicano male per aver messo la mamma all’ospizio. Meursault non lo sapeva, e il giudizio negativo del quartiere lo stupisce, perché per lui è stata una scelta naturale: i soldi necessari all’assistenza domiciliare della mamma non li aveva, e poi da tempo la mamma non aveva più niente da dirgli e s’annoiava a stare sola:

A casa, mamma stava tutto il tempo a seguirmi con gli occhi, in silenzio (21).

2.4.2. Intermezzo – Il punto zero

Roger Grenier scrive che Meursault deve «alla madre il suo modo di essere senza parola, senza pensiero, accontentandosi di ciò che appare al primo momento», e che al suo funerale, di piangere, Meursault non ha proprio bisogno, perché la madre è l’unico essere con il quale egli si senta «immediatamente in comunione, al di là delle parole, del pensiero e anche delle lacrime» [8].

Un’interpretazione plausibile, come tutte le interpretazioni letterarie del resto, tranne quelle che un autore o un testo intendono politicizzarlo, ma che non mi trova del tutto d’accordo. È l’assurdo, anzitutto l’assurdo a dare forma a Meursault, a costituirlo, e non sono io a dirlo, ma Camus stesso:

Lo straniero descrive la nudità dell’uomo davanti all’assurdo [9].

Che Meursault non parli, o meglio, parli soltanto se interrogato e se ha qualcosa da dire, come dovremmo imparare a fare tutti, credo, e che le sue riflessioni sfocino sempre nelle formule Non ha importanza, Non significa niente, non vuol dire che egli non sappia parlare né pensare. Semplicemente l’assurdo sgretola tutto ciò che comunemente compone l’uomo, lo denuda, l’uomo, lo demistifica, riportandolo al punto zero dell’essere.

A proposito di punto zero, è proprio così che Camus, nei Quaderni, definisce Lo straniero. Lo straniero è il «punto zero» del percorso artistico, filosofico e morale di Camus, una sorta di «difficile marcia verso una santità della negazione, un eroismo senza Dio, l’uomo puro insomma» [10]. La «ricerca di uno stile di vita», nella quale risiede l’unica «superiorità di esempio» del cristianesimo, verso una «perfezione senza ricompensa». Di questo percorso, di questa «marcia», di questa «ricerca» La peste è la tappa successiva, un «progresso», ma non «verso l’infinito», bensì «verso una complessità più profonda» [11]: l’uomo alla prova del flagello [12].

2.4.3. Sintès

L’altro vicino di pianerottolo di Meursault, Raymond Sintès, il «magnaccia» che dice di fare il «magazziniere», sorta di archetipo di Cottard, l’anima nera della Peste, è tutto concentrato nel desiderio di punire l’amante, l’araba che l’ha fregato. L’ha già picchiata a sangue, mentre prima la picchiava così, «con tenerezza», ma non gli basta. Vuole umiliarla, oltreché punirla, ricondurla a sé, portarsela di nuovo a letto e poi sputarle in faccia, «proprio al momento di finire». Il problema è che la donna ha un fratello, e questo fratello sa tutto, e s’è già fatto vivo con Sintès, e non demorde, anche se Sintès lo ha messo al tappeto.

Una brutta storia insomma, nella quale Meursault si lascia coinvolgere, prima scrivendo la lettera che attiri di nuovo l’araba da Sintès, poi testimoniando a suo favore, perché il piano di Sintès non va proprio come previsto, la situazione gli sfugge di mano e interviene la polizia.

2.5. Una vita vale l’altra

Al principale, che vorrebbe aprire un ufficio a Parigi e gli domanda se è interessato a cambiare vita, Meursault risponde che «non si cambia mai vita», che «una vita vale l’altra» – in queste due semplici frasi è racchiuso tutto il suo abissale pensiero – e che la sua, lì, ad Algeri, non gli dispiace affatto. Non è infelice Meursault. Certo, da studente aveva molte ambizioni di questo genere («prometteva tanto», come scrive Camus in un frammento per il suo primo romanzo, La morte felice, uscito postumo, e dal quale trae ispirazione anche per Lo straniero [13]), ma dopo aver abbandonato gli studi, evidentemente per necessità, ma una necessità di cui non conosciamo la ragione, non ci ha messo molto a capire che queste cose non hanno «una vera importanza».

L’uomo quotidiano si domanda come una vita possa valere l’altra. Paragona la propria, di vita, a quella di un miliardario, perché tanto sempre questo è il metro di paragone, il denaro, e conclude che no, una vita non vale l’altra. E gioca alla lotteria, sperando di poter cambiare vita. Ma le condizioni esteriori, le ricchezze, i beni non cambiano la sostanza delle cose, non sovvertono quella che Camus, nel Mito di Sisifo, definisce la «sanguinante matematica che regola la nostra condizione» [14], ovvero, qualora non fosse ancora chiaro, la morte. La differenza tra l’uomo quotidiano e l’uomo assurdo, in fondo, è tutta qui. L’uomo assurdo è perfettamente consapevole del proprio destino mortale. Per questo motivo per lui una vita vale l’altra. Per questo motivo ai suoi occhi dalla palpebre recise, citando una delle poesie più note di Sbarbaro, «tutto è quello / che è, soltanto quel che è» [15].

2.6. Una proposta di matrimonio

Nello stesso giorno in cui il principale chiede a Meursault se è interessato a cambiare vita, Marie chiede a Meursault se vuole sposarsi con lei. Meursault risponde che per lui è «lo stesso» e che se Marie vuole possono farlo. Allora Marie gli chiede se la ama e Meursault dice che non significa niente, ma di sicuro no, non la ama. E allora perché sposarsi?, domanda Marie. Meursault le spiega che non ha importanza e che se lei lo desidera possono sposarsi:

D’altronde era lei a chiederlo, io mi limitavo a dire sì (65).

Non fa una piega. Per Marie il matrimonio è una cosa seria, per Meursault no, come nessun’altra cosa nella vita, del resto, almeno per ora. Marie poi vuole sapere se Meursault accetterebbe la stessa proposta da un’altra donna con la quale avesse lo stesso tipo di legame. «Naturalmente», risponde Meursault, che al successivo quesito di Marie, e cioè se lei lo ami oppure no, non può proprio rispondere. Questo solo Marie lo sa. Marie che, dopo un momento di silenzio, afferma di amare Meursault sicuramente per la sua stranezza, ma che forse un giorno le farà «schifo per lo stesso motivo».

Ad ogni modo, la proposta di matrimonio resta valida, e Meursault ribadisce a Marie che possono sposarsi quando vuole. Poi le parla della proposta del principale e alla domanda di Marie su come sia Parigi, dove Meursault ha vissuto per qualche tempo, risponde:

È sporca. Ci sono piccioni e cortili bui. La gente ha la pelle bianca (ibidem).

A Meursault non piace la domenica, né che gli si facciano domande, non gli piacciono gli agenti, i bordelli e, a quanto pare, neppure Parigi.

2.7. Lo stesso sole

L’ultimo giorno di Meursault da uomo libero è domenica, e c’è lo stesso sole «lancinante» del giorno del funerale della mamma. Dal cielo cade una «pioggia accecante» che gonfia la sua fronte. Il caldo gli pesa addosso e frena il suo avanzare. Da ormai due ore il giorno s’è «fermato», ha «gettato l’ancora in un oceano di metallo bollente» (83). Sotto questo sole assurdo a Meursault duole la fronte, «con tutte le vene a pulsare insieme sotto la pelle». E quando l’arabo, il fratello dell’amante di Sintès, gli mostra il coltello, è come se una «lunga lama scintillante» lo colpisse proprio lì, sulla fronte. Il sudore gli precipita di colpo sulle palpebre ricoprendole di un «velo tiepido e denso». Schermati da quella «cortina di lacrime e sole», gli occhi di Meursault non distinguono più nulla. C’è soltanto il «fragore del sole sulla fronte» ora, e quella lama che morde le ciglia e rovista negli occhi «doloranti». È in questo momento che tutto vacilla:

Dal mare è spirato un soffio denso e rovente. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua vastità per lasciar piovere fuoco. Tutto il mio essere si è teso, ho stretto la mano sulla pistola. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre levigato del calcio ed è stato lì, nel rumore al contempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato di dosso il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità (84-85).

Un delitto senza senso, in cui non è tanto Meursault, distrutto dal sole, a sparare, quanto il grilletto a cedere. In questo momento Meursault non è semplicemente un uomo assurdo, è l’assurdo stesso. Perché mai avrebbe dovuto uccidere l’arabo? Eppure lo uccide, e dopo quel primo colpo ne spara altri quattro, ancor più insensati del primo, se possibile. Anzi, ognuno di quei quattro colpi è ancor più insensato del precedente.

Ma queste riflessioni lasciano il tempo che trovano. Il delitto di Meursault non è importante in sé, ma in relazione a ciò che ne consegue, ovvero quella seconda parte dello Straniero in cui Camus, attraverso l’efficacissimo espediente narrativo del processo, rappresenta la condizione di solitudine, emarginazione e incomprensione dell’uomo assurdo nella società.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Victor Hugo, «L’ultimo giorno di un condannato a morte»: il «pensiero agonizzante».

[2] «[…] lo sviluppo del racconto si protrae per alcune ore, procedendo a salti e in maniera discontinua, per di più in forma sconnessa: l’uomo ora parla tra sé e sé, ora è come se si rivolgesse a un invisibile ascoltatore, a una sorta di giudice. È proprio così che accade nella realtà. Se uno stenografo avesse potuto ascoltarlo e trascrivere ogni cosa, ne sarebbe uscito qualcosa di più scabro, di meno elaborato di quanto io ho esposto, anche se, almeno così mi sembra, l’ordine psicologico sarebbe probabilmente rimasto lo stesso. E proprio la supposizione dell’esistenza d’uno stenografo che tutto avrebbe annotato (e a questo stenografo io sarei subentrato per dare forma agli appunti) è quel che, in questo racconto, chiamo fantastico. Ma un qualcosa di parzialmente analogo è già stato consentito più d’una volta in arte: Victor Hugo, per esempio, nel suo capolavoro L’ultimo giorno d’un condannato a morte, si è avvalso d’un procedimento pressoché identico e, pur non chiamando in causa uno stenografo, si è permesso un’inverosimiglianza ancor più grande, supponendo che un condannato a morte possa (e abbia il tempo di) prendere appunti non soltanto nel corso della sua ultima giornata, ma addirittura durante la sua ultima ora e letteralmente nell’ultimo minuto. Ma, se egli non si fosse concesso tale fantasia, l’opera stessa non esisterebbe, la più reale, la più veritiera tra quelle da lui scritte» (Fëdor Dostoevskij, La mite, traduzione di Patrizia Parnisari, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 4-5. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «La mite»: un uomo del sottosuolo e sua moglie).

[3] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 56. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[4] Per un approfondimento sul personaggio e l’opera rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte.

[5] Albert Camus, Taccuini, traduzione di Ettore Capriolo, Bompiani, Milano 2018, p. 176.

[6] Albert Camus, Lo straniero, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2017, pp. 38-39. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[7] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 13. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[8] Roger Grenier, Prefazione a Albert Camus, Taccuini, cit., p. 14.

[9] Albert Camus, Taccuini, cit., p. 170.

[10] Ivi, p. 167.

[11] Ivi, p. 168.

[12] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Albert Camus, l’uomo nella «Peste». Prima parte, Seconda parte.

[13] «Il tipo che prometteva tanto e che lavora adesso in un ufficio. Per il resto non fa nulla: torna a casa, si sdraia, aspetta fumando l’ora di cena, si sdraia di nuovo e dorme sino all’indomani. La domenica si alza tardissimo e s’accosta alla finestra a guardar la pioggia o il sole, i passanti o il silenzio così tutto l’anno. Attende. Attende di morire. A che servono le promesse se in ogni modo…» (Albert Camus, Taccuini, cit., p. 67).

[14] Albert Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. 17.

[15] Camillo Sbarbaro, Taci, anima stanca di godere, in Pianissimo, vv. 19-20. Come per l’uomo assurdo, anche per l’io lirico di Pianissimo il mondo è un «grande / deserto». Per un approfondimento sul poeta rimando al contributo Camillo Sbarbaro: «Pianissimo», fino al silenzio.