Dostoevskij nel celebre ritratto fotografico di Panov del 1880

Dostoevskij con Berdjaev: la tragedia della libertà – 4. Il male

4.1. La responsabilità del male

Il problema della libertà è indissolubilmente legato al problema del male. Senza il legame con la libertà non esisterebbe la «responsabilità del male». Senza libertà, sarebbe Dio il responsabile del male, come sostiene Ivan Karamazov. La libertà, di per sé, non è un valore; la libertà è la libertà, e come tale può generare, oltreché il bene, anche il male. È questo il «mistero» dell’uomo e della vita. È possibile eliminare il male cancellando la libertà, eliminandola, ma eliminare la libertà perché può produrre il male, «significa produrre un male ancora più grande» [1]. È necessario sostenere la libertà, farsene carico, nel bene e nel male. Sostenere la repressione e la schiavitù in nome del bene e della felicità dell’uomo è un male, è la negazione di Cristo: il Grande Inquisitore nega Cristo, in nome del bene comune accoglie il diavolo e rifiuta Cristo [2]. È la logica dell’autorità, di ogni autorità, qualunque sia il suo nome. L’autorità si basa sulla mancanza di fiducia, diciamo pure di fede nel genere umano, nella sua capacità di scegliere il bene, altrimenti non avrebbe motivo di esistere. Fede nel genere umano che rappresenta uno dei tratti più luminosi di Cristo, e che Dostoevskij attribuisce al principe Myškin, il suo personaggio che più si avvicina a Cristo, concepito sul grandioso ideale di Cristo, e come tale deriso, ridicolizzato, donchisciottizzato [3].

4.2. Delitto e castigo

È la degenerazione della libertà in arbitrio a generare il male e il delitto. Ma è inesorabile il castigo dopo il delitto. Dostoevskij rifiuta con forza l’umanitaria e semplicistica teoria «esteriore del male e del delitto come frutto dell’ambiente sociale». Verso questa teoria prova un’avversione profonda, istintiva, vedendo in essa la negazione della «profondità della natura umana», della «libertà dello spirito umano» e della «responsabilità che a questa si ricollega». Se non c’è profondità, se non c’è libertà e dunque responsabilità nel male e nel delitto, allora non c’è neppure il castigo: una prospettiva inaccettabile per Dostoevskij, per la sua profondità etica, morale. La riduzione dell’uomo a «riflesso passivo dell’ambiente sociale esterno» porta alla cancellazione, alla distruzione dell’uomo stesso, della libertà, del bene e del male, in un terribile trionfo d’insensatezza e impunità. È «interiore» l’origine del male, «insito nel profondo della natura umana, nella sua libertà irrazionale», ed esplode quando questa libertà degenera in arbitrio decretando il fatale allontanamento dell’uomo dall’ideale cristiano. L’uomo stesso, in quanto tale, in quanto essere libero, cosciente e responsabile, esige il castigo, che lo attende al varco «nel più profondo della sua natura stessa» (68). Il castigo è conseguenza naturale, ontologica del delitto, indissolubilmente legata all’essere stesso dell’uomo. Un punto di vista che trova la massima espressione artistica e filosofica nella vicenda di Raskol’nikov, naturalmente [4].

L’uomo non si perdona, non può perdonarsi, e persino un essere come Stavrogin, tiepido, indifferente, vuoto a un grado supremo, disumano conosce il castigo. Lo cerca, lo desidera, come mostra la sua decisione di rendere pubblica la propria Confessione. Persino attraverso il male Dostoevskij trova il modo di difendere la «dignità» e la «nobiltà originale» dell’uomo:

È indegno di un essere libero e responsabile togliersi di dosso il fardello della responsabilità e riversarlo sull’ambiente, e sentirsi zimbello di questo ambiente. Tutta l’opera di Dostoevskij è una condanna di questa calunnia contro la natura umana (69).

In quanto responsabile del male, l’uomo deve pagare, ma resta viva in lui, e anzi risplende con maggiore forza, la possibilità di redimersi e risorgere. Perché, come dice il giudice Porfirij – uno dei personaggi più belli, in assoluto, di Dostoevskij – a Raskol’nikov, «la sofferenza è una grande cosa», «nella sofferenza c’è un’idea». Il castigo, non il delitto, spiega sempre Porfirij, di cui è «vergognoso» aver paura, in esso è la rinascita:

Poiché avete fatto un passo simile, siate forte. Qui è la giustizia. Adempite quel che la giustizia esige. So che non avete fede, ma, com’è vero Dio, la vita vi porterà alla vita [5].

Anche per questo motivo Dostoevskij rifiuta con tutto se stesso la pena di morte: giustiziare un uomo è privarlo della sacra possibilità di risorgere, di tornare alla vita e trovare finalmente Cristo. La pena di morte è un crimine barbaro, e ancor più barbaro perché legalizzato, contro la vita e contro Cristo.

4.3. La conoscenza del male

Dostoevskij vede l’abisso umano, vertiginoso, insondabile e non distoglie lo sguardo, anzi, lo spinge in profondità nell’abisso. Dostoevskij non reprime l’abisso, non lo occulta, ma lo esplora, fino a raggiungerne il fondo: il sottosuolo. Dostoevskij, che intuisce istintivamente, come ogni uomo, il bene, vuole conoscere il male, e proprio perché la «natura del male è interna, metafisica, non esterna, sociale». L’uomo è libero e come tale deve rispondere del male. È sua, esclusivamente sua la responsabilità del male. Dostoevskij rivela il male, la sua «nullità», per distruggerlo; Dostoevskij «impetuosamente lo condanna e lo distrugge» (ibidem).

In Al di là del bene e del male Nietzsche avverte l’uomo: «E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso guarderà in te» [6]. Dostoevskij sostiene con coraggio e determinazione questa sfida, lungo tutta la sua vita, scruta l’abisso, lo esplora, e dall’abisso si lascia scrutare, dubita, mette in discussione tutto, ma proprio l’abisso rafforza, fino a renderla granitica, la sua fede nell’uomo e in Cristo (non c’è fede in Cristo senza fede nell’uomo). Del resto, il male è il male, sempre, comunque, ma «può anche arricchire l’uomo, sollevarlo a un grado superiore» (ibidem). È proprio l’immanenza del male a rivelarne la nullità: da questo punto di vista, da questa prospettiva – rischiosa, certo, ma il rischio è una componente fondamentale dell’esperienza esistenziale di Dostoevskij – «il male si distrugge e l’uomo perviene alla luce» (70). Ciò non significa che il male sia necessario, nient’affatto, e che rappresenti una tappa verso il bene, una sorta di prova propedeutica al bene. Il bene può scaturire dal male, ma è indipendente dal male, e il riscatto nel male è possibile soltanto attraverso una terribile sofferenza.

4.4. L’omicidio ovvero il suicidio

Quando un uomo abusa della propria libertà distorcendola in arbitrio, quando non riconosce autorità all’infuori di se stesso, della propria volontà, del proprio desiderio, del proprio «capriccio» direbbe l’uomo del sottosuolo, facendo di se stesso dio, e uccide un suo simile, uccide contemporaneamente se stesso, «cessa di essere uomo, perde la sua immagine umana, e la sua personalità comincia a dissolversi» (73). L’omicidio è al tempo stesso un suicidio, per questo motivo nel caso di Raskol’nikov non è soltanto lecito, ma doveroso parlare di resurrezione. Raskol’nikov stesso lo sa, sa di essere morto insieme con l’usuraia e Lizaveta, con le sue vittime, e appunto per questo chiede a Sonja di leggere il passo della resurrezione di Lazzaro. L’assassino uccide e si uccide, ma può risorgere. Egli stesso sente dentro di sé questa necessità, se la sua parabola esistenziale non è ancora giunta alla fase discendente. Come l’uomo sceglie di fare il male, sceglie di risorgere. Nella sua sconfinata e tragica libertà, la resurrezione è una possibilità come le altre, tra le altre. Non c’è niente di divino, di trascendentale, di miracoloso. Anche in questo caso tutto è nell’uomo – Cristo e Lazzaro a un tempo – e nella vita.

4.5. Napoleoni e pidocchi

Raskol’nikov mette in pratica la propria idea napoleonica [7], criminale frutto di una solitudine estrema e di una mente dominata esclusivamente dalla ragione, uccide il più insignificante e nocivo degli esseri, un «pidocchio», per poter consacrare se stesso a grandi imprese future a beneficio dell’intera umanità: una vita inutile sacrificata in favore di milioni di vite. È ciò che fanno tutti i grandi uomini, o presunti tali: infrangono la legge, uccidono se necessario, saltano con slancio l’ostacolo del sangue e procedono spediti, inarrestabili verso un avvenire luminoso. Ma nel sangue versato Raskol’nikov resta intrappolato, e scopre d’essere egli stesso uno di quei «pidocchi» la cui vita per i «Napoleoni» non ha alcun valore. Scopre la propria impotenza, la propria nullità Raskol’nikov, come Amleto, e in esse naufraga, in un incubo che avrà fine soltanto con la confessione e la condanna, in un gelido, ma luminosissimo mattino siberiano, accanto a colei senza la quale la sua resurrezione e la sua salvezza sarebbero stati impossibili: Sonja [8]. E l’uomo rinato alla vita-attraverso-la-vita, secondo il consiglio di Porfirij, all’amore e alla fede può esclamare esultante:

Sette anni, solo sette anni! [9]

Cosa sono sette anni di lavori forzati dinanzi alla prospettiva della libertà, una libertà nuova e autentica, impreziosita dall’amore e dalla fede? Solo sette anni.

Raskol’nikov, e con lui Dostoevskij stesso, scopre che «ogni anima umana», anche la più meschina, insignificante, dannosa, «vale di più che non il beneficare l’umanità futura, vale più delle “idee” astratte» (ibidem). Non c’è nulla che possa giustificare l’omicidio, mai. Fondare l’armonia e la felicità future sulla violenza e il sangue non è mai accettabile. In questo senso Ivan Karamazov ha ragione: un mondo fondato sul male e la sofferenza, qualunque esso sia, deve essere rifiutato.

4.6. Gli oscuri condannati

Che dal male possa nascere il bene non significa che per approdare al bene sia necessario fare il male. Soltanto la sofferenza è necessaria al bene, come mostrano i casi dei personaggi più luminosi di Dostoevskij: la Sonja di Delitto e castigo e la Sonja dell’Adolescente, Makar, il padre legale di Arkadij, il principe Myškin e lo starec Zosima, Alëša. Dei personaggi «oscuri» di Dostoevskij soltanto Raskol’nikov si salva – egli è il miracolo umano che dimostra come dal male possa nascere il bene -, tutti gli altri soccombono, precipitando irreversibilmente nell’autodistruzione e nel nulla. Perché questa sostanziale, fondamentale differenza tra Raskol’nikov e gli altri «oscuri»? Esaminiamo caso per caso.

4.6.1. Svidrigajlov e Fëdor Pavlovič Karamazov

Due relazioni salvano Raskol’nikov: quella con Sonja, che non lo abbandona, nonostante tutto, conducendolo infine all’amore e alla fede (non ci si salva mai da soli: è questo uno dei messaggi più profondi e potenti dell’opera di Dostoevskij), e quella con il giudice Porfirij, che lo bracca assecondando, approfondendo il suo intimo, istintivo bisogno di castigo, indicandogli però, nel contempo, la via della resurrezione, della luce, della vita, attraverso la sofferenza. Se non ci fossero stati Sonja e Porfirij, Raskol’nikov avrebbe seguito senz’altro Svidrigajlov sulla via del male assoluto, definitivo, sistematico, il male come regola, e avrebbe finito anche lui per uccidersi (Porfirij, nella sua straordinaria conoscenza della natura umana sa che l’unica alternativa al castigo è per Raskol’nikov l’autodistruzione, per questo lo persuade a tornare alla vita attraverso la vita). Raskol’nikov oscilla tra Sonja e Svidrigajlov, è attratto ora dall’una ora dall’altro (come l’uomo è attratto ora dal bene ora dal male), ma è proprio la salutare presenza di Sonja al suo fianco a permettergli di oscillare tra il bene e il male, scegliendo infine il bene.

Al contrario di Raskol’nikov, Svidrigajlov è condannato. L’amore di Avdot’ja, la sorella del protagonista, avrebbe potuto salvarlo, ma è impossibile amare un uomo come Svidrigajlov, sfigurato per sempre dal vizio. Svidrigajlov non è Raskol’nikov: la depravazione, elevata a sistema esistenziale, a unico scopo della vita, lo ha distrutto. La stessa cosa vale per Fëdor Pavlovič Karamazov [10]. Irreversibilmente malati di depravazione, Svidrigajlov e Fëdor Pavlovič sono troppo vecchi per risorgere. È ai giovani, come Arkadij, come Alëša, non a caso protagonisti dei suoi due ultimi romanzi, che Dostoevskij consegna il proprio testamento e in questa scelta credo si nasconda anche una profonda e severa critica alla propria generazione. D’accordo, i giovani saranno pure attratti dal nichilismo, dall’ateismo, dal socialismo, ma è tutt’altro che edificante l’esempio fornito dai vecchi, dai padri, campioni del vizio e della depravazione, bestie senza spirito.

4.6.2. Kirillov

Anche Kirillov, Stavrogin e Smerdjakov, come Svidrigajlov, si uccidono. Se Svidrigajlov è distrutto dal vizio, Kirillov è distrutto dalla sua idea, dalla sua filosofia del suicidio [11]. Kirillov non è semplicemente ossessionato dalla sua idea, è egli stesso la sua idea, interamente, nella mente, nel corpo e nello spirito. Kirillov non ha un’idea: è l’idea che ha Kirillov. Non gli resta altro da fare che metterla in pratica. Se Raskol’nikov uccide l’altro per un ipotetico benessere futuro, Kirillov uccide se stesso. Mai avrebbe ucciso un suo simile Kirillov, è troppo nobile e puro per poter fare del male. Il suo notevole spessore umano è racchiuso tutto in una battuta di Šatov, l’estasiato Šatov della notte meno cupa dei Demòni, quella del ritorno della moglie:

Kirillov! Se… Se voi riusciste a rinnegare le vostre orribili fantasie, ad abbandonare il vostro delirio ateo… ah, che uomo potreste essere, Kirillov! [12]

La tragedia di Kirillov è anzitutto una tragedia della solitudine, della ragione abbandonata a se stessa, priva del contrappeso dell’amore. Nella tragedia di Kirillov si ripete la tragedia di Raskol’nikov, ma Raskol’nikov conosce Sonja, Porfirij e si salva, mentre Kirillov resta drammaticamente solo e si annienta nella sua stessa idea. L’irrazionalità è necessaria. Il puro e incontrastato dominio della ragione genera il nulla. Kirillov avrebbe potuto essere un grande uomo, o meglio, semplicemente un uomo, nel senso più elevato e nobile del termine (non esistono uomini più o meno grandi, ma uomini più o meno uomini), e fare il bene. Kirillov è la dimostrazione più evidente, all’interno dell’umanità di Dostoevskij, che l’«ateo assoluto», come dice Tichon a Stavrogin, «è pur sempre sul penultimo scalino in alto prima della perfettissima fede» [13]. Kirillov non ha la fortuna di incontrare una Sonja che lo aiuti a salire sullo scalino successivo, l’ultimo, che lo guidi, lo sostenga, ed egli precipita per sempre nel proprio abisso. Di nuovo, nessuno si salva da solo, mai.

4.6.3. Stavrogin

Kirillov non incontra una Sonja, non incontra un Porfirij, incontra Stavrogin, come tutti i demòni è una creatura del funesto demiurgo Stavrogin, ma se il male è il male, Stavrogin è Stavrogin, ovvero la tepidezza e il nulla, l’indifferenza e l’impossibile, disumana convivenza tra l’ideale di Sodoma e l’ideale della Madonna, citando Mitja Karamazov [14]. In quanto tale, Stavrogin condanna alla distruzione definitiva chiunque abbia la sfortuna di entrare nella sua maledetta orbita, e alla fine condanna anche se stesso, perché è l’autodistruzione la conseguenza naturale, necessaria della distruzione: come recita il passo evangelico che ispira a Dostoevskij I demòni, i porci posseduti finiscono sempre per gettarsi da una rupe e annegarsi da sé. Il male non perdona. Prima o poi chi lo ha scelto deve fare i conti con il male, deve arrivare ai ferri corti con il male, e assai di rado, forse mai, è l’uomo ad avere la meglio.

4.6.4. Smerdjakov

Ancor più di Ivan, è Smerdjakov la vera anima nera dei Fratelli Karamazov [15]. Animato da una cattiveria pura, gratuita, da un risentimento barbaro che lo precipita nella vendetta, Smerdjakov è semplicemente malvagio, e oltre, naturalmente, all’assassinio di Fëdor Pavlovič, così brutale e al tempo stesso freddo, perfetto, lo dimostra quell’orribile scherzo fatto al cane Zučka, che influisce tanto negativamente sul piccolo Iljuša. Come Mitja, Ivan e Alëša, anche Smerdjakov è vittima della bestialità di Fëdor Pavlovič, ma non esiste ingiustizia subita, sofferenza patita che possano giustificare la vendetta violenta, il sangue.

Smerdjakov disprezza la Russia e la sua cultura, tortura e angoscia le creature più innocenti e indifese della terra (si ricordino le toccanti parole di Zosima dedicate ai bambini e agli animali [16]), uccide, ruba, inganna, condanna un uomo innocente ai lavori forzati e infine, incapace di sostenere il peso della propria colpa e del proprio fallimento (un assassino per Dostoevskij è sempre destinato a fallire, come Raskol’nikov), di assumersi la responsabilità terribile del male, si uccide, vittima di se stesso, della propria malvagità, che gli si ritorce contro condannandolo a morte. Smerdjakov non poteva proprio salvarsi. Il miracolo – perché un vero miracolo sarebbe servito nel suo caso – è questione tutta umana, come ogni altra cosa in Dostoevskij, e di quella luce interiore, spirituale, necessaria alla resurrezione, Smerdjakov non ha dentro di sé neppure un pallido riflesso.

4.6.5. Pëtr Verchovenskij

Puramente malvagio è anche Pëtr Verchovenskij, il Nečaev di Dostoevskij, saltimbanco del male ossessionato dallo scigaliovismo e da Stavrogin [17]. Anch’egli è vittima del proprio genitore, Stepan Trofimovič, come Versilov rappresentante di quella generazione di liberali occidentalisti completamente sradicati dal suolo russo, colpevole nei confronti dei propri figli, abbandonati, dimenticati, spediti qua e là come pacchi. Pëtr Verchovenskij rappresenta il male nella sua forma più meschina, bassa, volgare e proprio per questo pericolosa. Saltella goffamente attorno a Stavrogin, tentando di ingraziarsi il suo favore, ridacchia, sgomita, suda, galoppino del nulla. Nella sua terribilità è insignificante Pëtr Verchovenskij, mediocre, e mediocre è l’esito della sua impresa: sparge scompiglio, caos, morte e distruzione senza ottenere nulla. Insieme a Smerdjakov è forse il personaggio di Dostoevskij che più si allontana dall’ideale umano incarnato da Cristo. Attraverso la sua figura, terribile, certo, ma buffonesca e caricaturale, Dostoevskij ridicolizza Nečaev e mostra come una natura spaventosa celi spesso un’essenza meschina, insignificante, da insetto. Creare un personaggio come Pëtr Verchovenskij è il modo di Dostoevskij di combattere il terrorismo russo: l’ironia si rivela più efficace della repressione.

4.6.6. Ivan Karamazov

Infine Ivan Karamazov, il personaggio in assoluto più importante di Dostoevskij, per se stesso e l’intera storia della letteratura [18]. Dopo Ivan Karamazov niente, nell’ambito filosofico-letterario occidentale, sarà più come prima. Possiamo ignorarlo e vivere lo stesso, certo, ma è così. Dostoevskij stesso trema. Un cristiano del suo spessore, del suo valore capace di concepire «il rifiuto di Dio nella sua forma più estrema», come scrive egli stesso a Pobedonoscev nella lettera del 19 maggio 1879 [19]. Una scoperta sconvolgente, che conferma definitivamente a Dostoevskij la radice contraddittoria, dubbiosa, ma proprio per questo salda, inestirpabile della sua fede, come rivela il celebre e già citato appunto scritto negli ultimi giorni della sua dolorosa vi(t)a:

Neppure in Europa vi sono state, né vi sono, delle affermazioni ateistiche di tale forza [intendendo quelle espressa da Ivan Karamazov]. Dunque io non credo in Cristo e non professo la sua fede come un bambino, ma il mio osanna è passato attraverso il grande crogiolo dei dubbi [20].

Nella lettera a Pobedonoscev Dostoevskij parla di Dio, affronta il tema della negazione, o meglio, del rifiuto di Dio, certo, ma è Cristo, sempre e solo Cristo il centro di tutto, l’unica alternativa al nulla. Senza Cristo Dio non avrebbe alcun senso, è Cristo a giustificare l’idea di Dio, non il contrario, Cristo ovvero un uomo, perché è sempre l’uomo, l’umano e non il divino, che Dostoevskij pone al centro della sua opera e della sua riflessione filosofico-morale. È Cristo il suo Credo, come dichiara nella celebre lettera alla Fonvizina del gennaio-febbraio 1854, scritta proprio al termine dei lavori forzati e che s’impone come una delle più belle, vibranti, poetiche espressioni di fede mai concepite:

[…] nella sventura la verità splende più chiara. Di me Le dirò che io sono figlio del mio secolo, figlio della miscredenza e del dubbio, e non solo fino ad oggi, ma tale resterò (lo so con certezza) fino alla tomba. Quali terribili sofferenze mi è costata – e mi costa tuttora – questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nella mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti ad essa contrari! Ciononostante Iddio mi manda talora degl’istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegl’istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità [21].

Di nuovo il dubbio, seguito però da una professione di fede che ogni cristiano, autenticamente tale, dovrebbe condividere e fare propria. Emerge da queste meravigliose parole di Dostoevskij la necessità umana dell’irrazionalità ovvero della libertà spirituale dell’individuo e il rifiuto, poi memorabilmente espresso dall’uomo del sottosuolo, dell’arida logica del due per due quattro. D’accordo, la verità è la verità, ma senza irrazionalità, senza libertà di spirito la verità sfocia nella freddezza, nella repressione, nel male, nella distruzione individuale – se l’individuo, come Kirillov, mantiene intatta la propria umana dignità – e collettiva. Senza Cristo, senza il rispetto della libertà propria e altrui, la verità sfocia nella violenza, nel sangue, nella schiavitù. È naturale che menti puramente euclidee come Šigalëv, Ivan Karamazov e il suo Grande Inquisitore individuino nella repressione della libertà il modo per giungere alla felicità universale, ma senza libertà non c’è felicità. Affinché la felicità sia davvero tale è necessario accettare il rischio e la tragedia della libertà.

Ivan Karamazov è il più radicale, estremo e perfetto nichilista di Dostoevskij, e come tale sarebbe stato troppo salvarlo, almeno nella prima parte dei Fratelli Karamazov (nei piani di Dostoevskij, interrotti dalla sua morte improvvisa, la storia dei Karamazov avrebbe dovuto continuare). Il colpo di genio di Dostoevskij è riservargli un destino nient’affatto scontato e molto più crudele del suicidio: la follia. Divorato dal rimorso – reazione che dimostra come in lui, anche e persino in lui resista, nonostante il terribile rifiuto, il seme di Cristo, della resurrezione, della salvezza, quasi che la sua natura umana si opponga al disumano strapotere razionale -, Ivan Karamazov, spirito euclideo, sprezzante teorico del Tutto è permesso, sprofonda infine nella pazzia: un contrappasso degno del miglior Dante. E prima della pazzia lo sdoppiamento e quel memorabile, grandioso colloquio con il proprio alter-ego, il diavolo, uno dei diavoli più riusciti della storia della letteratura, misero, dozzinale, volgare, russo fino al midollo, come mostra il suo desiderio d’incarnarsi in una ricca mercantessa moscovita di un quintale. Superbo, altero, brillante, colto, al di sopra di tutto e tutti, superiore moralmente e culturalmente, Ivan Karamazov ha prima un confronto con la parte più umiliante e vergognosa di se stesso, che nasce da una sorta di sintesi tra il male, l’assassina logica del Tutto è permesso, e Fëdor Pavlovič, quel padre bestiale che tanto disprezza e odia perché lo umilia, in quanto padre, con la sua esistenza, e infine precipita nel baratro della follia. L’incubo prima, l’incoscienza, l’irrazionalità nella sua forma più estrema poi. Una condanna terribile, infernale, decisamente peggiore del suicidio. Ivan Karamazov collassa psicologicamente, schiacciato dal peso della sua stessa intelligenza, geniale e spietata, dunque autodistruttiva.

NOTE

[1] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2002, p. 66. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul testo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quinto – Ivàn, il nichilista estremo – V-VI.

[3] Per un approfondimento sul personaggio e l’opera rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij – Prima parte, Seconda parte.

[4] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[5] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, traduzione di Vittoria Carafa de Gavardo, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 399. Corsivo mio.

[6] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, traduzione di Silvia Bartoli Cappelletto, in Id., Opere 1882/1895, Newton Compton editori, Roma 2008, p. 483.

[7] «[…] io dimostro che tutti gli uomini, non solo i grandi, ma anche quelli che s’elevano appena appena al di sopra del livello comune, quelli che son capaci di dire qualcosa di nuovo, devono assolutamente, a causa della loro natura, essere dei delinquenti, più o meno, s’intende. Altrimenti sarebbe loro difficile uscire dalla carreggiata di tutti e a rimanervi, naturalmente, essi non possono acconsentire, sempre a causa della loro natura, e, secondo me, hanno il dovere di non acconsentire» (Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, cit., pp. 254-255).

[8] L’importanza di questa figura nell’opera di Dostoevskij è sottolineata dalla scelta dello scrittore e della moglie Anna di chiamare Sonja la loro primogenita, proprio in onore della protagonista femminile di Delitto e castigo.

[9] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, cit., p. 461.

[10] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo primo – Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[11] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo terzo.

[12] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 626.

[13] Ivi, p. 746.

[14] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo secondo.

[15] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo sesto – Smerdjàkov, l’anima nera del romanzo.

[16] «Amate gli animali: Dio ha dato loro un germe di pensiero e una gioia pacifica. Non tormentateli, non li turbate, non togliete loro la gioia, non vi opponete al progetto divino. Uomo, non porti al di sopra degli animali: essi sono senza peccato, mentre tu, nella tua grandezza, appesti la terra con la tua apparizione e lasci dietro di te la tua traccia pestilenziale, e purtroppo questo è vero per ognuno di noi. Amate più di ogni cosa i bambini, perché anch’essi sono senza peccato, come gli angeli, e vivono per intenerire i nostri cuori, per purificare le nostre anime, e sono per noi come un esempio. Guai a chi offende i bambini!» (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2011, p. 327).

[17] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo primo.

[18] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quinto – Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[19] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 156.

[20] Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 45.

[21] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, cit., p. 51.