Edgar Degas, L'absinthe, particolare

James Joyce, «Gente di Dublino»: l’umanità paralizzata. E morta – Prima parte

Ogni sera, alzando lo sguardo verso la finestra, ripetevo fra me la parola “paralisi”. Mi aveva sempre fatto uno strano effetto, come la parola “gnomone” in Euclide e la parola “simonia” nel catechismo. Ora però mi sembrava il nome di un essere malefico e peccaminoso. Mi riempiva di paura, ma al tempo stesso sentivo il desiderio di stargli vicino per osservarne l’opera mortale.

Le sorelle

E pian piano l’anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti.

I morti

1. La rivolta

La rivolta, contro le convenzioni sociali e letterarie dell’epoca, è alla base dell’esperienza esistenziale e artistica di Joyce, costituendone la vera e propria «forza propulsiva» [1]. Non cede in nulla al proprio tempo e al proprio paese lo scrittore irlandese, da nessun punto di vista, né personale né letterario, è intollerante ai compromessi, e questa sua radicale, intransigente fedeltà a se stesso, alla propria visione del mondo e dell’arte, lo costringe a vivere la propria vita e a sviluppare la propria opera in una condizione d’isolamento prima, di esilio poi. Del resto, che la solitudine sia una conseguenza inevitabile della rivolta, lo dimostra anche il caso di Proust, che passa gli ultimi dodici anni della propria vita, dal 1910 al 1922, rinchiuso nella sua stanza foderata di sughero, concentrato anima e corpo, come un autentico dio, nella creazione della Recherche, il massimo vertice narrativo della letteratura del XX secolo insieme all’Ulisse di Joyce [2], nata dalla più ambiziosa, assurda – nel senso positivo, camusiano del termine – e al tempo stesso umana delle ribellioni: la ribellione alla morte.

Della solitudine non ebbe mai paura Joyce, anzi, ne fece una «legge» di vita, come scrive Svevo nella sua celebre conferenza del 1927 dedicata allo scrittore irlandese:

Tanta indipendenza e dirò più chiaro tanta arroganza lo diresse sempre per le vie che percorse da solo non guidato e non trattenuto da nessuno. E dev’essere della sua età giovanile quella sua risposta ad un vecchio poeta irlandese: “È vero, voi non aveste alcuna influenza su di me. Ma è deplorevole voi siate troppo vecchio per sentire voi la mia” [3].

Non riconosce maestri Joyce, verso i «canoni artistici tradizionali, le amicizie e i tabù» è assolutamente indifferente, e di questa suprema indifferenza, paragonabile a quella della natura nei confronti dell’uomo, insieme al «grande potere d’impersonalità», fa i «cardini» della propria esperienza artistica, come spiega egli stesso [4]. È un artista libero Joyce, come il suo Stephen Dedalus, coerente, estremo, intollerante a qualunque forma di compromesso, ostinatamente certo delle proprie capacità, del proprio talento e deciso nel portare avanti la propria battaglia, la propria rivolta contro quel mondo gretto, meschino, ipocrita che suo malgrado gli è toccato in sorte. Il proprio destino, esistenziale e letterario, se lo crea da solo Joyce, senza mai retrocedere di un passo, anzi, andando sempre ostinatamente, testardamente avanti, a testa bassa, senza mai servire nessun altro all’infuori di se stesso, del proprio talento e della propria arte. «Non servirò», dichiara Dedalus in conclusione del Ritratto dell’artista da giovane all’amico-rivale, «figlio di lombi esausti», Cranly:

Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami casa, patria o chiesa: e cercherò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte il più liberamente e il più compiutamente possibile, usando a mia difesa le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia [5].

In queste ribelli e fiere parole di Dedalus c’è tutto Joyce.

2. Il rogo

È Gente di Dublino il primo, grande frutto artistico della rivolta di Joyce. Pubblicarlo fu un’impresa. Troppo scabrosi certi termini, troppo scandalose, ovvero troppo reali certe vicende. C’è una linea, di pudore e decoro, che uno scrittore non può superare, non prima di Joyce almeno. Questa linea lui la sfonda, si spinge oltre, permettendo alla vita, ma la vita vera, la nostra vita, in tutta la sua ordinarietà e in tutto il suo squallore, di erompere nell’arte. È nell’ordinarietà e nello squallore che si trova l’assoluto. Dopo Joyce niente sarà più lo stesso, e molto di ciò che verrà dopo di lui non sarà altro che una sua pallida imitazione.

Non lo comprendono i suoi contemporanei, e soprattutto non lo comprende lo stampatore dell’editore dublinese Maunsel, che brucia tutte le copie già stampate. Joyce riesce a salvarne una, una sola di copia, e con questa unica copia sopravvissuta al rogo (non è semplicemente lo stampatore di Maunsel a bruciare Gente di Dublino, ma l’intera società irlandese), torna a Trieste, dove vive già da qualche anno. Siamo nel 1912 e Joyce non tornerà più in Irlanda. Gente di Dublino viene pubblicato due anni dopo dall’editore londinese Grant Richards, che fiuta l’affare dopo aver notato l’interesse suscitato dai primi due capitoli del Ritratto, apparsi sulla rivista «The Egoist» grazie all’interessamento di Ezra Pound (incredibile ma vero, ha fatto anche cose buone nella sua vita il poeta statunitense) [6].

Il rogo dei Dubliners ferisce e offende nel profondo Joyce (orgoglio o meno, per uno scrittore un libro è come un figlio), lo convince a recidere per sempre il legame con il proprio paese. E pensare che c’è persino chi trova divertente la reazione dello scrittore irlandese, il suo indignato stupore. È Svevo naturalmente, che non manca di colpire con la sua tagliente ironia l’amico-collega:

Scrive nel modo che tutti sanno ed in inglese, e si meraviglia. Ciò dimostra la sua perfetta buona fede [7].

Joyce scrive come scrive perché questo è il suo modo di scrivere. Non c’è affettazione, non c’è malignità, non c’è cattiveria, non c’è pornografia nel vero senso della parola, spiega Svevo, nella sua scrittura. La scrittura di Joyce riflette il suo modo di essere, la sua natura estrema, radicale, intollerante ai compromessi e alle convenzioni, ai pregiudizi, ai luoghi comuni, ai canoni, alle amicizie, coerente con se stessa, la propria concezione artistica e la realtà. Coerente con la vita.

3. La banalità della vita

In Gente di Dublino, così come nell’Ulisse, non racconta niente di straordinario Joyce. Potremmo definire i quindici racconti che compongono il volume altrettante «piccole disfatte», servendoci della definizione che fornisce Sartre dei racconti raccolti nel Muro. Proprio questa ordinarietà delle vicende narrate contribuisce sensibilmente alla grandezza dei Dubliners e rivela l’interesse, il profondo interesse di Joyce per i fatti banali della vita. Per la banalità della vita, più in generale. È proprio a questa banalità che lo scrittore irlandese, come sottolinea Benati, «chiedeva di mostrare un significato, perché il suo scopo era quello di ridurre gli obiettivi grandiosi a dimensioni umane, così come per Kafka non vi era differenza fra chi combatte la sua battaglia a Salamina e chi in sala da pranzo». È in questa vera e propria «transustanziazione del banale» che va «ricercato il segreto dell’arte di Joyce» [8]. Per lo scrittore irlandese i veri eroi non sono i guerrieri. Per Joyce l’eroe è Bloom, «l’uomo normale, cornificato dalla moglie e in cerca di un posto nel mondo; oppure Stephen Dedalus, per il quale la storia è un incubo da cui fuggire» [9]. Come in Kafka e in Proust, in Joyce non c’è la grande Storia collettiva, ma la piccola storia individuale, nella quale è possibile talvolta rintracciare il senso ultimo, più profondo e drammatico dell’esistenza umana.

Insomma, l’arroganza dello scrittore irlandese resta chiusa entro i confini del temperamento, lasciando spazio, nella creazione, alla vita, quella vita ordinaria, modesta e molto spesso squallida che viviamo ogni sacrosanto giorno e costituisce, di fatto, la nostra prigione esistenziale, dalla quale è possibile evadere soltanto con la morte. Ci siamo tutti in Gente di Dublino, nessuno escluso, con le nostre delusioni, i nostri fallimenti, le nostre miserie, le nostre frustrazioni. Per questo motivo le quindici «piccole disfatte» che compongono i Dubliners, così ordinarie, così banali ci fanno tanto male, aprono ferite che non smetteranno mai di sanguinare.

NOTE

[1] Daniele Benati, Una storia curiosa, in James Joyce, Gente di Dublino, Feltrinelli, Milano 2021, p. XXXI.

[2] Per un approfondimento sulle due opere rimando ai contributi Marcel Proust, «Dalla parte di Swann»: l’ouverture della «Recherche». Prima parte, Seconda parte; L’Ulisse di Joyce: amor matris.

[3] Italo Svevo, Conferenza su Joyce, in James Joyce, Gente di Dublino, cit., p. IX. Per un approfondimento sulla conferenza rimando al contributo L’artista in rivolta. Svevo racconta Joyce – Prima parte, Seconda parte.

[4] Daniele Benati, Una storia curiosa, cit., p. XXXVII.

[5] James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, cura e traduzione di Marina Emo Capodilista, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 215. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo «Non serviam»: lo sviluppo di Stephen Dedalus nel «Ritratto dell’artista da giovane» di James Joyce. Prima parte, Seconda parte.

[6] Daniele Benati, Una storia curiosa, cit., p. XXXV.

[7] Italo Svevo, Conferenza su Joyce, cit., p. XIV.

[8] Daniele Benati, Una storia curiosa, cit., p. XLIII.

[9] Ivi, p. XLI.