Dostoevskij nel celebre ritratto fotografico di Panov del 1880

Dostoevskij con Berdjaev: la tragedia della libertà – 2. L’uomo

2.1. Il pensiero dominante

L’uomo è il «pensiero dominante» di Dostoevskij, il problema al quale egli dedica interamente le sue energie e i suoi sforzi, la sua vita. L’uomo è tutto, è in lui il «mistero della vita universale», e risolvere «il problema dell’uomo significa risolvere il problema di Dio» [1]. Non c’è Dio senza uomo.

Tutte le attenzioni di Dostoevskij, ovunque si trovi, in Russia o in Germania, in Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in Italia, si concentrano sull’uomo, sulle disposizioni psicologiche, lo stile di vita, i sentimenti e i pensieri dell’uomo. Nelle sue opere la città compare come sfondo infernale del dramma umano, come «destino tragico dell’uomo», strappatosi alla natura e precipitatosi da sé «in orribili antri cittadini, dove si tormenta e soffre». Pietroburgo, la città di Dostoevskij, ideale scenario delle sue tragedie, «è un fantasma generato dall’uomo nel suo distacco da Dio e nel suo vagabondaggio». Tutto ciò che compone la dostoevskiana Pietroburgo, le stanze striminzite, claustrofobiche e maleodoranti (una su tutte, la mansarda-tana-gabbia-tomba di Raskol’nikov, parte attiva nel concepimento della sua criminale idea napoleonica), le osterie fumose e sporche, ma di uno sporco quasi atavico, irremovibile, i bordelli dimenticati da Dio, «si concentra e s’addensa intorno all’uomo», in un fitto, inestricabile labirinto di vie e loculi.

2.2. Stavrogin è tutto

Ci sono personaggi di Dostoevskij in cui il suo interesse per l’uomo appare particolarmente evidente. L’intera opera ruota attorno a questo personaggio, perno e sole. È il caso di Versilov nell’Adolescente e, soprattutto, di Stavrogin nei Demòni [2]. Stavrogin «è Tutto», scrive Dostoevskij stesso in un appunto, è il suo personaggio che più si avvicina alla figura del dio-creatore, ma in una versione negativa, nichilistica, distruttiva:

Šatov, Verchovenskij, Kirillov son solo parti della personalità dissolta di Stavrogin, solo emanazioni di quella personalità straordinaria, in cui si esauriscono (30).

Persino l’«ossessione rivoluzionaria», l’idea che possiede i demòni, è soltanto «un momento del destino di Stavrogin, un’espressione della sua interna realtà, del suo arbitrio» (ibidem). Un momento ormai superato dal protagonista, e al quale invece si aggrappano disperatamente i suoi demòni, Verchovenskij su tutti. Mentre Verchovenskij si impegna a tradurre in azione l’«ossessione rivoluzionaria», Stavrogin è già andato oltre, rivolgendo la propria forza distruttiva verso se stesso.

Dostoevskij «ci conduce nel più profondo delle contraddizioni della natura umana», e anche di questo suo aspetto peculiare Stavrogin è una luminosa testimonianza: creatore di distruttori e dunque distruzioni, di assassini, suicidi e dunque morti, è al tempo stesso capace di concepire idee meravigliose, grandiose; vede e comprende Cristo, vede e comprende il popolo russo (citando Mitja Karamazov, è attratto contemporaneamente dall’ideale di Sodoma e dall’ideale della Madonna, in entrambi trova bellezza e godimento, e questa duplice, disumana attrazione lo porta infine a un precoce esaurimento esistenziale: i due ideali opposti si annullano, zero è il loro risultato). Stavrogin, il più funesto dei demiurghi letterari, ha anche una sapienza positiva, costruttiva, cristiana, che trasmette a Šatov, l’unico personaggio dell’opera capace di intraprendere il cammino della redenzione, della resurrezione, brutalmente interrotto dalla ferocia di Verchovenskij. Come ogni uomo, Stavrogin è tutto e ha tutto in sé, il bene e il male, ma nessuna delle due vie riesce a scuoterlo dalla sua suprema indifferenza.

2.3. I chiari

Se nell’Adolescente e nei Demòni ogni movimento si dirige verso le figure centrali, solari, magnetiche di Versilov e Stavrogin, nell’Idiota è la figura centrale, quella del principe Myškin, a irradiarsi verso tutti [3]. Myškin «esplica tutti, […] va in aiuto a tutti» e «vive in una estasi tranquilla», la dimensione miracolosa dell’attimo che precede l’attacco epilettico (analogo a quello che precede l’esecuzione della condanna a morte) e che egli vorrebbe rendere una condizione permanente dell’esistenza umana (l’utopia di Myškin, il suo «coraggio dell’impossibile», per dirla con Michelstaedter).

Esplicare è una caratteristica peculiare dei personaggi «chiari» di Dostoevskij, luminosi, come Myškin e come Alëša [4], «dotati del dono della visione» e interamente protesi nell’aiuto degli altri. Al contrario, i personaggi «oscuri» come Versilov, Stavrogin e Ivan Karamazov «sono dotati di una natura enigmatica, che tutti tormenta e strazia» (31).

2.4. La solitudine di Raskol’nikov

Delitto e castigo rappresenta un altro caso ancora. Nel primo dei quattro grandi romanzi di Dostoevskij, e proprio per questo, proprio per essere il primo, «il destino dell’uomo si scopre non nella molteplicità umana, ma nell’atmosfera arroventata delle correlazioni umane» (ibidem). Autentico uomo del sottosuolo, Raskol’nikov «ricerca i confini della natura umana da solo a solo, fa esperienze sulla propria natura» (ibidem) [5]. Egli è uno «stadio» del destino umano precedente a Stavrogin e Ivan Karamazov, e come tale è meno complesso. È oscuro Raskol’nikov, certo, ma non enigmatico, come non lo è l’uomo del sottosuolo. Entrambi pongono enigmi. Entrambi sono i personaggi più soli di Dostoevskij.

2.5. L’abisso

Dostoevskij trascina il lettore in un «abisso oscuro, che si spalanca all’interno della natura umana», lo conduce per le «tenebre infernali», ma anche in quelle tenebre risplende la luce, «deve risplendere la luce» (corsivo mio). Dostoevskij vuole conquistare e rivelare la «luce delle tenebre» (32). È questa la sua vocazione.

2.6. Concezioni a confronto

Dante, Shakespeare, Dostoevskij: tre giganti della letteratura e del pensiero umano di cui Berdjaev mette a confronto le concezioni.

2.6.1. Dante ovvero il Medioevo

In Dante l’uomo è parte di un ordine divino, di un sistema gerarchico, definito, prestabilito, fisso e immutabile: sopra di lui il cielo, sotto di lui l’inferno. Bene e male sono dati all’uomo, non si rivelano nelle profondità dello spirito. Una concezione tipicamente medievale, espressa in modo «geniale» da Dante. L’uomo è saldamente ancorato al cosmo.

2.6.2. Shakespeare ovvero il Rinascimento

Nel Rinascimento muta la concezione: l’idea di un cosmo unico e unitario, perfettamente ordinato e gerarchico, lascia spazio all’infinità dei mondi (viene in mente Bruno). In questi spazi infiniti l’uomo «si perde», ma trova rifugio nel suo «vasto mondo psichico»: ha inizio l’«epoca umanistica della nuova storia, in cui si affermano le forze creatrici dell’uomo» (33). L’uomo si sente «libero». Del Rinascimento Shakespeare è uno dei più grandi geni, «scopre per la prima volta il molteplice e infinitamente complesso mondo psichico umano, il mondo delle umane passioni, del gioco spumeggiante delle forze umane, pieno di energia e di potenza» (34). Ma l’uomo si allontana dallo spirito, è tutto concentrato nella sua dimensione psichica.

2.6.3. Dostoevskij ovvero l’uomo

Dostoevskij inaugura una nuova concezione dell’uomo, al quale restituisce la vita spirituale, «ma dal profondo, dall’interno, attraverso le tenebre, attraverso il purgatorio e l’inferno», che riemergono dal ribollente sotterraneo nel quale il Rinascimento li aveva relegati e rimossi, ma che non hanno nulla di trascendentale, di divino: il purgatorio e l’inferno sono in noi; il purgatorio e l’inferno siamo noi.

2.7. Il principio

Come scrive l’uomo del sottosuolo, l’uomo preferisce la propria libertà, la propria volontà, il proprio capriccio a tutto, alla logica, al benessere, persino alla felicità:

[…] all’uomo, sempre e dovunque, chiunque egli sia stato, è piaciuto agire come voleva lui, e per null’affatto come invece gli comandavano la ragione e il suo proprio vantaggio; giacché si può sì volere anche ciò che va contro il proprio vantaggio, e anzi, talvolta è positivamente doveroso volere così […]. Il proprio volere, libero, personale e autonomo, il proprio capriccio personale, foss’anche il più strambo, la propria fantasia, eccitata talvolta fin’anche alla follia: ecco appunto qual è quella cosetta sempre tralasciata, e più vantaggiosa di qualsiasi altro vantaggio, che non si confà ad alcuna classificazione e a causa della quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno perennemente al diavolo. […] Quello che occorre all’uomo è solamente un suo volere indipendente, qualunque cosa gli dovesse poi costare tale sua indipendenza e a qualunque esito dovesse portarlo [6].

E ancora:

Cospargetelo di tutti i beni del mondo, sprofondatelo nella felicità finché non gli arrivi fin sopra la testa, così che non se ne veda più se non qualche bollicina sulla superficie dell’acqua; dategli una tale tranquillità economica che non gli rimanga proprio nient’altro da fare se non dormire, mangiare pasticcini e adoperarsi perché la storia universale non finisca: bene, anche così l’uomo, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, unicamente per farvi una pasquinata vi combinerà qualche porcheria. Metterà a repentaglio persino i suoi pasticcini, e a bella posta desidererà le più rovinose sciocchezze, la più antieconomica delle assurdità, all’unico scopo di poter mescolare a tutta questa positiva ragionevolezza il proprio rovinoso elemento fantastico [7].

È questa una delle scoperte più importanti fatte da Dostoevskij nelle Memorie dal sottosuolo, scoperte che «determinano il destino» dei grandi personaggi di Dostoevskij, soprattutto quelli «oscuri», come Raskol’nikov, Stavrogin, Kirillov, Ivan Karamazov. Con le Memorie inizia il doloroso vagabondaggio dell’uomo sulle «vie del libero arbitrio», inizia la «dialettica sull’uomo e il suo destino», che si rivelerà poi in tutti i romanzi di Dostoevskij e culminerà nella Leggenda del Grande Inquisitore. In questo senso, Ivan Karamazov rappresenta «l’ultima tappa» del dostoevskiano cammino della libertà, «trascesa in arbitrio e rivolta contro Dio» (36). Sono le Memorie dal sottosuolo a inaugurarlo questo cammino, questa via dolorosa, questa passione. Sì, Dostoevskij rappresenta la passione dell’uomo, la sua sofferta e accidentata ascesa al Calvario. La libertà è la sua croce.

2.8. Dostoevskij e Nietzsche

Accanto a Dostoevskij Berdjaev colloca Nietzsche: entrambi comprendono «che l’uomo è terribilmente libero e che questa libertà è tragica e impone un fardello doloroso» (44). Mentre però Nietzsche rivendica la completa emancipazione dell’uomo dall’elemento religioso, Dostoevskij apre «una via a Cristo attraverso una libertà infinità» (ibidem). Infinita: per questo motivo i religiosi stessi lo guardano con sospetto.

Dostoevskij e Nietzsche segnano il crollo dell’umanitarismo, la sua «intima condanna», aprono il cammino del Dio-uomo, del Superuomo, dell’uomo-dio. Kirillov vuole diventare dio, Nietzsche vuole superare l’uomo [8]. Ma se in Nietzsche infine «non c’è né Dio né l’uomo, ma solo un ignoto superuomo», in Dostoevskij «c’è Dio e l’uomo» (46). Senza l’uomo non c’è Dio.

2.9. A difesa dell’uomo

Tutta l’opera di Dostoevskij è una strenua «difesa dell’uomo». La natura umana resta sempre libera e indipendente dalla natura divina. In Dostoevskij è il trionfo dell’umano, con le sue luci e le sue ombre, con tutte le sue contraddizioni, lacerazioni, crisi.

2.10. La via del dolore

Dostoevskij predica all’uomo la «via del dolore», e ciò perché al centro della sua «concezione antropologica» egli colloca «l’idea della libertà»:

Senza la libertà non c’è l’uomo. […] Ma la via della libertà è la via del dolore (47).

La libertà è una tragedia.

NOTE

[1] Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di Bruno Del Re, Einaudi, Torino 2022, p. 27. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento su questi due personaggi rimando ai contributi Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco», Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo secondo – Nikolaj Stavrogin, «Tutto».

[3] Per un approfondimento sul personaggio e l’opera rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij – Prima parte, Seconda parte.

[4] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo ottavo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, Alëša, il midollo dell’universale.

[5] Per un approfondimento sul personaggio e l’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[6] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 39.

[7] Ivi, p. 46. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[8] Per un approfondimento sul personaggio dostoevskiano rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo terzo – Aleksej Kirillov, l’Uomo-Dio; per un approfondimento sul pensiero nietzschiano al contributo Friedrich Nietzsche, «Così parlò Zarathustra»: il senso della terra. Prima parte, Seconda parte.