Edvard Munch, Esseri umani. Solitari

James Joyce, «Gente di Dublino»: il crollo esistenziale di Gabriel Conroy

Mentre lui si era cullato nei ricordi della loro vita intima, pieno di tenerezza, di gioia e di desiderio, lei dentro di sé lo aveva paragonato a un altro. Lo assalì all’improvviso la consapevolezza della propria mediocrità e ne provò vergogna.

1. Musica lontana

È terminato il ballo organizzato, come ogni anno, alla fine dell’anno, dalle attempate signorine Kate e Julia Morkan, con la fondamentale collaborazione della loro unica nipote, Mary Jane, organista nella chiesa di Haddington Road. È mattino ormai, anche se fuori è ancora buio, e gli ultimi invitati stanno lasciando la grande e desolata casa sulla Usher’s Island, tra cori di risate e saluti. Se ne sta in un angolo buio dell’atrio Gabriel Conroy, nipote prediletto delle signorine Morkan. Fissa le scale.

Si è laureato alla Royal University Gabriel, è il più colto dei Dubliners. Insegna in un collegio e scrive recensioni per il «Daily Express». Non lo fa per il misero compenso di quindici scellini, ma perché gli piace ricevere i libri da recensire, palparne le copertine e sfogliarne le pagine fresche di stampa. Quasi ogni giorno, dopo le lezioni, gironzola sui lungofiume, fermandosi nelle botteghe di libri usati. Crede che la letteratura sia al di sopra della politica. Giustamente. Ma non è soltanto spirito e parole il professor Gabriel Conroy. È anche corpo, anche stomaco e gli piace sedersi a capo di una tavola riccamente imbandita. Ed è sempre riccamente imbandita la tavola delle zie nel consueto ballo annuale. È addetto al taglio dell’oca Gabriel, e la cosa non lo mette minimamente a disagio. Nel tagliare i cibi è un esperto e adempie con sicurezza e audacia questa funzione sacerdotale.

Era una donna dal carattere «serio e matronale» la madre di Gabriel. Non aveva alcun talento musicale, a differenza delle sorelle, e forse proprio per questo la definiva il «cervello della famiglia Morkan» zia Kate. Aveva un «alto senso della dignità della vita famigliare» e per questo motivo era stata lei a scegliere i nomi dei figli, Constantine e Gabriel. Grazie a lei Constantine ora è curato a Balbriggan e Gabriel si è laureato alla Royal University. Non aveva approvato il matrimonio del figlio con Gretta. La considerava una «furba campagnola». Una menzogna. Una cattiveria. Era stata proprio Gretta, da lei tanto disprezzata, ad assisterla durante la sua malattia.

È stufo del proprio paese Gabriel, e non considera l’irlandese la sua lingua. Lo dice senza mezzi termini a Miss Ivors, sua fanatica collega che durante il ballo lo accusa di essere un anglofilo, senza mai smettere di sorridere e di stringergli la mano però.

Fissa le scale Gabriel. C’è una donna lassù, in cima alla prima rampa. È nell’ombra, come lui. Non riesce a scorgerne il volto Gabriel, ma distingue i riquadri amaranto e rosa salmone della gonna. Appaiono bianchi e neri nell’ombra. L’ombra scolora. È sua moglie, Gretta, che Gabriel osserva dal basso verso l’alto. Appoggiata alla ringhiera, sembra ascoltare. Sorpreso dalla sua fissità, tende l’orecchio Gabriel, ma sente ben poco. Resta così, immobile nel buio, tentando di cogliere la melodia e tenendo lo sguardo fisso sulla moglie. Gli appare come un simbolo in quel momento Gretta:

Vi era della grazia e del mistero in quel suo atteggiamento, come fosse un simbolo di qualcosa. E si domandò che simbolo poteva essere quello di una donna in piedi sulle scale in ombra, intenta ad ascoltare una musica lontana. Se fosse stato un pittore l’avrebbe ritratta in quella posizione. Il blu del suo cappellino di feltro avrebbe fatto risaltare il bronzo dei suoi capelli nel buio, e i riquadri scuri della gonna avrebbero dato risalto a quelli chiari. L’avrebbe intitolato Musica lontana [1].

Lassù, in cima alla prima rampa di scale, nell’ombra, intenta ad ascoltare, ma ascoltare davvero, protesa con tutto il suo essere, corporeo e incorporeo, verso quella melodia, Gretta è un simbolo, o forse sarebbe meglio dire una allegoria, del ricordo e del dolore. Ma non può saperlo Gabriel, non ancora almeno. Lo scoprirà tra poco, nel momento più doloroso, e al tempo stesso luminoso, epifanico in una sola parola, della sua vita (tutti i racconti di Gente di Dublino rappresentano delle epifanie, ovvero dei momenti di crisi che mandano all’aria le esistenze dei protagonisti, sgretolandone illusioni, aspirazioni, menzogne e rivelando il dramma alla radice di ognuna di esse).

2. La faniculla di Aughrim

La porta dell’atrio finalmente si chiude e la voce e il suono del pianoforte si odono più distintamente ora. Gabriel alza la mano e fa segno alle zie e a Mary Jane di tacere. È in vecchio stile irlandese la canzone, una canzone triste, dalle parole «piene di dolore»:

Oh, la pioggia cade sui capelli miei grevi
E la rugiada la mia pelle bagna,
Freddo giace il pargoletto mio… [2]

S’interrompe il canto. Lascia il pianoforte, stizzito, e scende nell’atrio Mr Bartell D’Arcy, esecutore della canzone. Anche Gretta finalmente si muove. La osserva Gabriel, in piedi sotto il lucernario polveroso, i capelli bronzei illuminati dalla fiamma del gas. Qualche giorno fa ha visto Gretta asciugarseli al fuoco del camino i capelli. È indifferente ai vuoti e sciocchi discorsi che si fanno nell’atrio Gretta, la sua mente è altrove, concentrata tutta in quella melodia che sente risuonare ancora dentro di sé. Si volta finalmente e nota il rossore del suo volto e il luccichio dei suoi occhi Gabriel. Un’improvvisa «onda di gioia» sgorga dal suo cuore. Ritrova una Gretta dimenticata Gabriel, o almeno questo è ciò che crede in quel momento. In realtà dinanzi a lui c’è una Gretta sconosciuta. La fanciulla di Aughrim: è questo il titolo della canzone che l’ha colpita tanto. Lo ha chiesto a Mr D’Arcy, Gretta. Proprio non le veniva in mente.

3. La vita segreta

Una luce «giallastra e velata» illumina Dublino, stazionando sulle case e sul fiume. Sembra che il cielo si sia abbassato, come se un peso lo schiacciasse a terra. C’è fango sulla strada e soltanto sui tetti, sulle cancellate e sui parapetti si vedono chiazze e strisce di neve. Dicono che stia nevicando su tutta l’Irlanda. Ardono ancora i lampioni.

Osserva Gretta avvicinarsi alla carrozza accanto a Mr D’Arcy, Gabriel, la gonna sollevata con le mani per proteggerla dal fango della strada. È dietro di lei. Non c’è grazie nel portamento di Gretta, ma brillano ancora di gioia gli occhi di Gabriel. Il sangue gli ribolle nelle vene e un «insieme tumultuoso di pensieri felici, dolci, arditi, orgogliosi» gli affollano la mente. In entrambi i coniugi Conroy è scattato qualcosa, qualcosa di dimenticato, di sepolto in profondità, di rimosso è tornato in superficie, ma non è per entrambi la stessa cosa. Non può neppure immaginarlo Gabriel, che vorrebbe raggiungere Gretta di corsa, afferrarla per le spalle e sussurrarle «qualche sciocchezza affettuosa all’orecchio». Le appare così fragile… Vorrebbe proteggerla e stare da solo con lei. Momenti lieti della loro intimità brillano «come stelle» nella memoria di Gabriel:

Una busta color eliotropio era posata accanto alla tazzina della colazione e lui l’accarezzava con la mano. Gli uccelli cinguettavano nell’edera e la tela soleggiata della tenda si rifletteva sul pavimento: era così felice da non riuscire nemmeno a mangiare. Erano in piedi accanto al binario affollato e lui le stava infilando un biglietto nel palmo della mano calda, dentro il guanto [3].

Una nuova «onda di gioia», più tenera della precedente, si libera dal cuore di Gabriel e gli corre in un «flusso caldo per le vene». Si rincorrono nella sua mente, uno dopo l’altro, ulteriori «attimi della loro vita segreta, di cui nessuno sapeva nulla né avrebbe saputo mai». Vorrebbe ricordarli a Gretta quegli attimi Gabriel, «farle dimenticare gli anni opachi della loro esistenza in comune e ricordare solo i momenti di grande felicità». Anestetizza, fino a ucciderli, passioni e sentimenti il matrimonio, agisce come un veleno sull’amore, ammesso che ce ne fosse, di amore, vera e propria chimera nei Dubliners. E poi i figli… Ma dopo il ballo delle signorine Morkan non torneranno a casa i Conroy, fa troppo freddo per sostenere un viaggio del genere in piena notte. C’è una camera d’albergo che li attende e anche questa libertà, questa possibilità di recuperare almeno per una notte l’intimità perduta, eccita Gabriel. La vita coniugale, i figli, il lavoro non hanno spento la sua anima, e neppure quella di Gretta. Lo sente Gabriel. Tenere parole d’amore, scritte anni addietro, risorgono in lui dal passato e riecheggiano come una «musica lontana». Vuole restare solo con Gretta, Gabriel, ricordarle ciò che sono stati, e che potrebbero ancora essere.

4. Il desiderio

Si appoggia al braccio di Gabriel, Gretta, scendendo dalla carrozza, «lievemente, come quando, poche ore prima, aveva ballato con lui». Si era sentito felice e orgoglioso in quel momento Gabriel, «felice che fosse sua, orgoglioso della sua grazia e del suo portamento». Invece ora il contatto con il corpo di Gretta, «così armonioso, strano e profumato», gli infligge un «acuto e angoscioso desiderio di sensualità». Sono i ricordi della loro «vita segreta», della loro antica intimità perduta, riaccesisi uno a uno come stelle nel cielo della sera, e la momentanea fuga dalla «solita vita», dai doveri, dalla casa, dal lavoro, dai figli, dagli amici a risvegliare il desiderio di Gabriel.

Salgono le scale dell’albergo Gretta e Gabriel, guidati dall’assonnato portiere. Vorrebbe afferrare Gretta per i fianchi Gabriel e stringerla a sé. Gli tremano le braccia per il desiderio e soltanto «piantandosi le unghie nel palmo della mano» riesce «a trattenere l’impulso sfrenato della sua carne». Ha fame di Gretta, Gabriel. Da quanto tempo non accadeva? Quasi ogni giorno, dopo le lezioni, gironzola sui lungofiume, invece di correre a casa da lei. È come se vivesse un’altra vita questa notte Gabriel, vecchia e al tempo stesso nuova. È come se fosse tornato alla prima, dolcissima fase del suo amore per Gretta. La prima, dolcissima fase dell’innamoramento, dell’eccitazione e del desiderio ardenti, sfrenati.

Finalmente sono soli Gretta e Gabriel. Un «fascio di luce spettrale proveniente dalla strada» taglia in due la stanza. Si spoglia Gretta, davanti allo specchio, e Gabriel la chiama. Si avvicina a Gabriel, Gretta, piano, «illuminata dal fascio di luce». È seria e stanca Gretta, così seria, così stanca che non riesce a spiccicar parola Gabriel. Non è ancora il momento. Si avvicina alla finestra Gretta e resta lì. Guarda fuori, osserva la Dublino bianca e spettrale. Teme che la timidezza prenda il sopravvento Gabriel, uccidendo il desiderio, e allora parla, di quel poveraccio di Freddie Malins che gli ha restituito una sterlina. Trema Gabriel, trema dalla tensione osservando Gretta così assorta e distante. Non sa da che parte iniziare:

Era forse tesa anche lei per qualcosa? Se solo si fosse rivolta a lui spontaneamente o lo avesse avvicinato! Prenderla così sarebbe stato brutale. No, prima doveva scorgere almeno l’ombra di un desiderio nei suoi occhi. Voleva arrivare a dominare quel suo strano umore [4].

È fatto di scene dall’impatto e dall’efficacia cinematografiche il racconto di Joyce. Li vediamo davvero davanti ai nostri occhi Gretta e Gabriel. Hanno una consistenza plastica, tangibile, non sono soltanto anime. E finalmente si avvicina a Gabriel, esasperato dal desiderio, Gretta, resta per un istante ferma davanti a lui e poi, alzandosi sulla punta dei piedi, lo bacia. Tremante di piacere, le accarezza i capelli bronzei Gabriel e trabocca di felicità il suo cuore:

Proprio nel momento in cui l’aveva desiderata, gli si era avvicinata spontaneamente. Forse seguivano entrambi gli stessi pensieri. Forse anche lei aveva provato quell’impetuoso desiderio che lo scuoteva e questo l’aveva disposta all’abbandono. Ora che gli aveva ceduto così facilmente, si domandava perché mai prima lo avesse preso una simile sfiducia [5].

Trionfa Gabriel, ma è un’illusione, che dura il tempo di una domanda: «Gretta, cara, a cosa stai pensando?». La stringe alla vita Gabriel, la tira a sé, ma non cede del tutto alla sua stretta Gretta. Ripete la domanda Gabriel, e scoppia a piangere Gretta. No, non c’è lo stesso «impetuoso desiderio» di Gabriel in lei. In lei c’è un lutto antico, risvegliato dalla Fanciulla di Aughrim. Non è proprio il momento.

5. L’altro ovvero il crollo

Si libera dalla stretta di Gabriel e corre verso il letto Gretta, «gettando le braccia sulla spalliera e nascondendo il viso». Lo stupore pietrifica Gabriel, che avvicinandosi a Gretta coglie la propria immagine riflessa allo specchio. Pensa a qualcuno che cantava La fanciulla di Aughrim tanto tempo fa, quand’era una ragazza e viveva ancora a Galway, Gretta. È arrabbiato Gabriel, il sorriso scompare dal suo volto e «opache fiamme di lussuria» iniziano «ad ardere furiosamente nelle sue vene». L’improvvisa e inattesa distruzione delle sue aspettative, causata dal ricordo di un altro uomo, lo offende, lo esaspera e fa sì che la sua parte peggiore, più meschina e bestiale prenda il sopravvento. Desiderava così tanto Gretta… con tanta tenerezza e tanto ardore… e lei stava pensando a un altro. «Qualcuno di cui eri innamorata?», domanda con ironia Gabriel. Era un ragazzo che conosceva, spiega Gretta, ignorando il tono velenoso del marito, si chiamava Michael Fuery e cantava sempre La fanciulla di Aughrim. «Era molto delicato di salute». Le sembra ancora di vederlo, di vedere i suoi occhi grandi, scuri ed espressivi. Passeggiavano insieme Michael e Gretta, come si fa in campagna. Un pensiero maligno, frutto della delusione, della frustrazione e della rabbia attraversa la mente di Gabriel: ecco perché vorrebbe andare in vacanza con Miss Ivors nell’ovest Gretta, per rivedere Furey. No, non ha colto il tempo con il quale si è espressa Gretta, Gabriel. È troppo arrabbiato, troppo frustrato. È morto Micheal, quando aveva diciassette anni. Non rinuncia alla sua caustica e vendicativa ironia Gabriel, neanche dinanzi alla morte, domanda a Gretta che lavoro facesse Furey, e Gretta risponde che lavorava all’azienda del gas. A diciassette anni, debole di salute, Michael Furey lavorava all’azienda del gas. Non c’è niente, niente, né rabbia né ironia, che possa salvare Gabriel dall’imminente crollo esistenziale. È come se tutti i veli con i quali egli ha ammantato la propria vita, arricchendola, ornandola si strappassero di colpo, rivelandone tutta l’illusorietà e la miseria:

Gabriel si sentì umiliato dall’insuccesso della sua ironia e dalla evocazione di questa immagine del morto, un ragazzo che lavorava all’azienda del gas. Mentre lui si era cullato nei ricordi della loro vita intima, pieno di tenerezza, di gioia e di desiderio, lei dentro di sé lo aveva paragonato a un altro. Lo assalì all’improvviso la consapevolezza della propria mediocrità e ne provò vergogna. Si vide come una figura ridicola, una specie di galoppino delle zie, un sentimentale ansioso e pieno di buone intenzioni, che teneva grandi discorsi a gente volgare e idealizzava i propri bassi istinti: insomma, quell’essere frivolo e patetico di cui aveva colto l’immagine allo specchio. Istintivamente girò le spalle alla luce, per timore che lei potesse scorgere la vergogna che gli ardeva in viso [6].

Finalmente si vede per quello che è Gabriel, e ne prova vergogna. Come già in Un increscioso incidente [7], anche nei Morti la morte funge da strumento epifanico che rivela al protagonista l’autentica, miserevole, drammatica sostanza di se stesso e della propria vita. L’intera impalcatura d’illusioni e menzogne sulla quale Mr Duffy e Gabriel Conroy hanno costruito le proprie esistenze, collassa.

Un «vago terrore» afferra Gabriel quando Gretta gli rivela che Michael Furey probabilmente è morto per causa sua. Pensa forse, istintivamente, al suicidio Gabriel. È come se, «nel momento in cui aveva sperato di trionfare, un essere invisibile e vendicativo gli si fosse messo contro, con tutte le forze che poteva raccogliere in quel suo vago mondo» [8]. Si libera dalla paura con uno sforzo mentale Gabriel, che ha ormai rinunciato al proprio scopo e stringe teneramente la mano di Gretta, «calda e umida». È inerte quella mano, giace immobile nella sua, ma non smette di accarezzarla Gabriel. È tutto passato ormai, la delusione, la rabbia, la frustrazione, il desiderio, la vendetta, il terrore. Recupera la propria dimensione spirituale Gabriel, fino a pochi istanti prima sopraffatta da quella animale, e questo gli permette di entrare in sintonia con Gretta, con il suo stato d’animo, di ascoltarla, non solo di sentirla, e di comprenderla, di comprendere il suo dolore e farsene carico. È l’unica epifania che conduce a una sorta di redenzione, quella dei Morti. Una redenzione nella morte, certo, ma pur sempre una redenzione. Quello «speciale odore di putrefazione» che, come scrive Joyce nelle lettere, aleggia in Gente di Dublino [9], è qui nascosto dal profumo di fiori funebri.

Aveva una bellissima voce Michael Furey. Avrebbe studiato canto se non fosse stato così cagionevole. Era molto malato quei giorni, i giorni della partenza di Gretta da Galway. Così malato che non le permisero di vederlo, a Gretta. La sera prima di partire, mentre preparava le valigie, sente dei sassolini contro il vetro della finestra Gretta. Esce dalla porta posteriore e trova Michael là, in fondo al giardino, sotto la pioggia, «tutto tremante». Lo implora di tornare subito a casa Gretta, altrimenti morirà con quella pioggia:

Ma lui disse che non voleva più vivere. Vedo ancora i suoi occhi davanti a me. Stava in piedi, là in fondo al muro, accanto un albero [10].

Una settimana dopo l’arrivo a Dublino, viene a sapere della morte di Michael, Gretta. Fu un giorno terribile quello, che la tormenta ancora, di nuovo, come se non fosse mai finito. Tace Gretta, soffocata dai singhiozzi. Si butta sul letto, a faccia in giù, sfogando tutto il proprio pianto. Temendo di «intromettersi nel suo dolore», lascia cadere piano la mano di Gretta, Gabriel, e si avvicina alla finestra. Ogni singola parola di Gretta durante la sua confessione, è un chiodo conficcato nella bara dell’esistenza di Gabriel per come la conosceva e la concepiva fino a questa notte.

6. E la neve stancamente cade

È caduta in un sonno profondo Gretta, e la osserva Gabriel, «senza rancore», sdraiato accanto a lei. Dunque prima di lui c’è già stato un amore nella vita di Gretta: un uomo, un ragazzo di diciassette anni è morto per lei. In confronto a Michael Furey ha una parte ben più misera nella vita di Gretta lui, Gabriel, il marito. Ma non lo addolora, o quasi, questo triste pensiero. È andato oltre Gabriel, a fatica, certo, dovendo superare la rabbia, la vergogna e persino la paura, ma è andato oltre, e osserva Gretta dormire «come se non fossero mai stati marito e moglie». Libero finalmente dalle convenzioni e dalle etichette, consapevole delle illusioni e delle menzogne che davano forma alla propria vita, osserva Gretta come una pura creatura, come un puro essere Gabriel, come doveva essergli apparsa la prima volta che l’aveva vista e si era innamorato di lei. Poi il matrimonio, i figli, la casa, il lavoro, i doveri ne avevano fatto un’altra cosa. Torna alla sostanza delle cose in questa notte interminabile Gabriel, e prova compassione osservando Gretta, immaginandola all’epoca del suo amore per Michael Furey. Il suo volto non è più quello per cui Michael Furey ha sfidato la morte. È sfiorito, ma per nulla al mondo lo definirebbe meno bello Gabriel.

La morte… presto prenderà anche zia Julia. Sì, presto anche zia Julia diventerà un’«ombra». Ha notato un’«aria di smarrimento» nei suoi occhi mentre cantava Ornata per le nozze Gabriel. Si vede in quello stesso salotto, ma vestito a lutto, Gabriel. Accadrà presto, ne è certo. Non sarà l’unica zia Julia. Uno a uno, diventeremo tutti «ombre». Ed è meglio morire «baldanzosi, nel pieno rigoglio di una passione», come Michael Furey, «piuttosto che appassire spegnendosi nella vecchiaia», come zia Julia. Pensa a come «colei» che gli sta accanto (non è più una moglie, una madre Gretta, ma semplicemente una donna, o meglio, semplicemente un essere) abbia potuto «custodire per tanti anni nel cuore l’immagine degli occhi del suo innamorato quando le aveva detto che non voleva più vivere». La ammira per questo Gabriel, e «calde lacrime» gli salgono agli occhi. Si innamora di nuovo di Gretta, Gabriel, e questa volta per davvero:

Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quel sentimento doveva essere l’amore. Le lacrime gli si accumularono più fitte sugli occhi e nella semioscurità immaginò di vedere la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli stavano accanto. La sua anima si era avvicinata a quella regione in cui dimorano le vaste schiere dei morti. Era conscio della loro vacillante e illusoria esistenza, ma non riusciva ad afferrarla. Perfino la sua identità pareva perdersi in un mondo grigio e impalpabile: e il mondo stesso, così solido, in cui quei morti avevano creato e vissuto, si dissolveva e svaniva [11].

Riprende a nevicare e osserva i fiocchi «scuri e argentei» cadere Gabriel. È giunto per lui il momento di andare a «ovest», nei luoghi d’origine di Gretta. È là dove affondano le radici dell’esistenza della donna nuovamente, veramente amata che lo conduce il suo spirito. Cade la neve su tutta l’Irlanda, sulla «scura pianura centrale», sulla «torbiera di Allan» e sulle «scure e tumultuose acque dello Shannon». Cade sul piccolo cimitero in cui giace Michael Furey (anche qui dovrà recarsi Gabriel), si raccoglie a poco a poco sulle croci piegate e sulle lapidi, sulle lance appuntite del cancello e sui roveti spogli. Cade la neve sull’intero universo, «stancamente», come la «discesa» della nostra «fine ultima». Cade, «stancamente» cade, «su tutti i vivi e tutti i morti».

Appendice

È un racconto straordinario I morti, così delicatamente, così teneramente distruttivo. Conosco pochi testi altrettanti tristi. Affonda le sue radici nel dolore il racconto di Joyce, un dolore profondo, insuperabile, nascosto che, risvegliato da una canzone, emerge finalmente in superficie, alla luce spettrale della notte innevata di Dublino e sgretola in un istante l’illusoria esistenza di Gabriel. Quell’immagine poi, anch’essa spettrale, come la luce tenue e gelida della notte dublinese, dell’intero universo ricoperto di neve, dell’intero universo morto e sepolto

Ma il crollo esistenziale che all’improvviso coglie Gabriel genera finalmente un moto interiore, scuote il protagonista dalla malattia mortale che affligge i Dubliners, la paralisi. Finalmente Gabriel si avvicina alla moglie, alla sua dimensione spirituale, scopre il vero amore e giunge per lui il momento di muoversi, di «andare a ovest», nel Connacht, a Galway, dove affondano le radici dell’esistenza e del dolore – perché esistenza e dolore sono una cosa sola – di Gretta.

È una figura straordinaria Gretta, un concentrato di umanità e dolore. Insieme a Eveline e a Mrs Sinico, le altre due figure femminili più belle dei Dubliners [12], costituisce un trittico dell’umana sofferenza davvero indimenticabile. Sembra di vederle rappresentate in un polittico, ognuna su un pannello diverso queste tre donne straordinarie, Eveline pietrificata sulla banchina di North Wall, Mrs Sinico sola nel buio della sua stanza, Gretta spezzata dal pianto, il volto affondato nel letto. Una pala issata sull’altare della sofferenza umana.

NOTE

[1] James Joyce, Gente di Dublino, traduzione di Daniele Benati, Feltrinelli, Milano 2021, p. 197.

[2] Ibidem.

[3] Ivi, p. 200.

[4] Ivi, p. 203.

[5] Ivi, p. 204.

[6] Ivi, p. 206.

[7] Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo James Joyce, «Gente di Dublino»: la solitudine di Mr Duffy.

[8] James Joyce, Gente di Dublino, cit., p. 206.

[9] Citato in Daniele Benati, Una storia curiosa, in James Joyce, Gente di Dublino, cit., p. XXXVIII.

[10] James Joyce, Gente di Dublino, cit., p. 207.

[11] Ivi, p. 209.

[12] Per un approfondimento sul personaggio di Eveline rimando al contributo James Joyce, «Gente di Dublino»: la paralisi di Eveline; per un approfondimento sul personaggio di Mrs Sinico rimando al già citato James Joyce, «Gente di Dublino»: la solitudine di Mr Duffy.