L’artista in rivolta. Svevo racconta Joyce – Prima parte

Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami casa, patria o chiesa: e cercherò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte il più liberamente e il più compiutamente possibile, usando a mia difesa le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.

James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane

1. Joyce a Trieste

Joyce arriva a Trieste, dove trova lavoro come insegnante presso la Berlitz School, nel 1904, stabilendovisi definitivamente, dopo un soggiorno di qualche mese a Pola, l’anno successivo. Ha ventidue anni, non ha ancora pubblicato niente di rilevante e porta con sé poco denaro e dei manoscritti: molte delle poesie raccolte nel volume Musica da camera, alcuni dei racconti che compongono Gente di Dublino.

A Trieste Joyce conosce Svevo, allora autore di due romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898) [1], passati pressoché inosservati. Insomma, il signor Schmitz è uno scrittore soltanto perché scrive, non certo perché viene riconosciuto come tale. Tra i due nasce un legame profondo, che va al di là della letteratura, una vera e propria amicizia, come testimonia la celebre Conferenza di Svevo su Joyce tenuta a Milano l’8 marzo 1927 (ora sì che il signor Schmitz è uno scrittore noto, riconosciuto e apprezzato). Poche pagine, ma densissime, straordinarie, ispirate da un affetto e un’ammirazione sinceri verso il grande scrittore irlandese, ma senza rinunciare a quella sottile, tagliente ironia che rappresenta senza dubbio uno dei punti di forza della scrittura di Svevo. Pagine che s’impongono come una pietra miliare della critica joyciana in Italia, e non solo.

Joyce trascorre a trieste dieci anni della sua vita, dal 1905 al 1915. Qui nascono i suoi due figli, Lucia e Giorgio, e alcune delle sue opere più importanti, compresa una parte dell’Ulisse. È a Trieste che Joyce diventa scrittore, ed è a Trieste che si trova la sua anima, come scrive alla moglie, Nora Barnacle, in una lettera del 27 ottobre 1909.

2. Esuli

A Trieste Joyce vive un periodo felice, ricordato talvolta con rimpianto negli anni successivi. Rimpianto che forse contribuisce a dare origine al dramma Esuli (Exiles, 1918):

Esiliati? domandai io quando assistetti alla sua rappresentazione da parte della Stage-Society di Londra. Esiliati coloro che ritornano in patria? E il Joyce mi disse: Ma lei non ricorda come il figliol prodigo fu ricevuto dal fratello nella casa paterna? È pericoloso abbandonare la propria patria, ma anche più pericoloso ritornarci perché allora i vostri compatrioti se possono vi cacciano il coltello nel cuore [2].

3. Un buon padre di famiglia

Nonostante l’estrema libertà e la licenziosità dei suoi testi, Joyce è un «buon padre di famiglia»:

Ricordo che quando […] fu tanto seccato per l’abbruciamento dei suoi Dubliners, mi disse: È certo che io sono più virtuoso di tutti costoro, io che sono un vero monogamo e che non amai in mia vita che una volta sola (ibidem).

Nella vita di Joyce è esistita una sola donna: Nora Barnacle, incontrata per la prima volta il 16 giugno 1904, giorno dal significato e dal valore quasi trascendentali, in cui è ambientato l’Ulisse.

4. La solitudine

Joyce ha un legame profondo con la letteratura italiana, precedente al suo arrivo in Italia. A dimostrazione di ciò Svevo menziona un articolo del Joyce diciottenne in cui è citato Giordano Bruno:

Il Joyce conosceva la nostra lingua e letteratura prima d’arrivare a Trieste. Io conosco un articolo di Joyce diciottenne in cui è citato il Nolano. […]
La citazione del Nolano è notevole perché pare un proposito fatto dal giovinetto, cui l’uomo maturo rimane sempre fedele. Io la traduco dall’inglese non avendo una gran dimestichezza con le opere di Giordano Bruno: Nessuno può amare sinceramente il vero e il buono se non aborre dalla moltitudine, e l’artista, per quanto può usare della folla, è ansioso d’isolarsene (VIII-IX).

In questa citazione è l’origine di Stephen Dedalus, e di Joyce stesso, «nella cui vita fu legge la solitudine aristocratica. Tanta indipendenza e dirò più chiaro tanta arroganza lo diresse sempre per le vie che percorse da solo non guidato e non trattenuto da nessuno. E dev’essere della sua età giovanile quella sua risposta ad un vecchio poeta irlandese: “È vero, voi non aveste alcuna influenza su di me. Ma è deplorevole voi siate troppo vecchio per sentire voi la mia”» (IX).

5. Un falso sportivo

Svevo con manca di realizzare un ritratto esteriore di Joyce, che dal suo arrivo a Trieste fisicamente non è cambiato molto, nonostante abbia superato già da un po’ i quaranta: è alto, sottile, snello, sembrerebbe uno sportivo «se non si movesse con l’abbandono di persona cui le proprie membra non importano affatto». Insomma, nel corpo Joyce non appare «il combattente strenuo che l’opera sua coraggiosa farebbe pensare» (il pensiero corre subito a Leopardi, inevitabilmente). Miope, porta occhiali spessi che gli ingrandiscono gli occhi azzurri, occhi che guardano «con un’eterna curiosità e con una freddezza altrettanto grande» (IX).

6. Un uomo odiato

Dotato di un organo tenorile «magnifico», Nora sperò a lungo di vedere il marito «camminare trionfalmente le scene liriche travestito da Faust o da Manrico», e ancora adesso rimpiange ch’egli abbia preferito al canto la letteratura, ovvero l’arte che ha fatto di Joyce «uno degli uomini più noti ma anche più odiati nel mondo anglo-sassone cui egli contro voglia appartiene» (X).

7. La lotta per la vita dei suoi

La vita esteriore di Joyce a Trieste è «lotta generosa per la vita dei suoi». Quella interiore non è meno complessa e faticosa, ma chiara: «l’elaborazione della sua infanzia e adolescenza. Un pezzo d’Irlanda che si maturava al nostro sole» (ibidem).

Nella lotta per la sua famiglia Joyce paga di persona: non è semplice la vita di un «mercante di gerundii». Joyce prova a migliorare la propria condizione partecipando a un concorso per una cattedra d’inglese all’università di Padova, ma viene incredibilmente scartato ed è memorabile la «disillusione» che gli procura questo fallimento. Convince un impresario cinematografico triestino ad aprire una sala a Dublino, dove il cinema non è ancora arrivato, ma anche questo progetto naufraga. Collabora ad un giornale e diventa corrispondente d’inglese in una banca. Traduce in italiano un dramma irlandese, I cavalieri del mare, ma nessuno lo rappresenta.

Si potrebbe insomma dire che il Joyce perdesse molto tempo (XI).

8. La lotta per il proprio paese

Sebbene Joyce stesso attribuisca, nell’Ulisse, «alla persona che più gli somiglia», Stephen Dedalus, la parte di Telemaco, ovvero colui che è lontano dalla battaglia, anche da Trieste partecipa alle lotte del proprio paese, con due articoli pubblicati sul «Piccolo della Sera». Svevo si sofferma in particolar modo sull’ultimo, del 16 maggio 1912, «magnifico d’indignazione e d’ironia»:

Ve ne leggo la chiusa non tanto per farvi sentire la prosa italiana di un grande scrittore inglese quanto perché vi darà un’idea precisa della posizione del cittadino Joyce che a me pare anch’essa importante per intendere lo scrittore, più precisa che se io volessi spiegarla con parole mie. “Nel suo ultimo fiero appello al popolo Parnell implora di non essere gettato in pasto ai lupi inglesi che gli urlavano attorno. Ridondi ad onore dei suoi connazionali che non mancarono a quell’appello. Non lo gettarono ai lupi inglesi: lo dilaniarono essi stessi.” Vedete qui il Joyce camminare il mondo con un unico compagno di fede: il Parnell. E Parnell è morto. Pare che il nostro poeta sia qui Zaratustra che porta il cadavere del grand’uomo sulla schiena (XII).

Straordinaria l’immagine di Joyce nei panni di Zarathustra che porta in spalla il cadavere del grand’uomo Parnell. Gli articoli pubblicati sul «Piccolo» dimostrano che le biografie di Joyce mentono quando scrivono che egli non prese parte alle lotte irlandesi: ognuno combatte con i propri mezzi, e il mezzo di Joyce, il suo enorme, straripante talento letterario, non è meno efficace di un’arma, anzi. Resta scolpito nei secoli.

9. Due volte ribelle

La rivolta è una componente essenziale del Joyce uomo e scrittore, e lo pone in una condizione sospesa, mezza, in uno stato di emarginazione ed esilio permanente:

È due volte ribelle, all’Inghilterra e all’Irlanda. Odia l’Inghilterra e vorrebbe trasformare l’Irlanda. Ma appartiene tanto all’Inghilterra che come tanti suoi predecessori irlandesi riempirà qualche pagina della storia letteraria inglese e non delle meno fulgide; è tanto irlandese che gl’inglesi non sanno amarlo (ibidem).

Viene il sospetto che l’odio di Joyce per l’Inghilterra finisca per coinvolgere persino la lingua, «quella lingua inglese per sua natura breve e nervosa e che in mano sua si fa rapida e docile come un puro sangue» (XII-XIII).

10. Un poeta elisabettiano

Nel 1907 esce la raccolta di versi Musica da camera (Chamber Music), un libro che Joyce sente ormai lontano da sé, dal proprio pensiero, dalla propria visione artistica, dalla propria vita interiore insomma, tanto da pensare di cancellarne la pubblicazione. È il fratello Stanislaus a fargli cambiare idea, e a ragione, sostiene Svevo, perché Musica da camera «contribuisce a chiarire la fisionomia dell’autore dell’Ulisse». I versi di Joyce rinnovano la «gloriosa lirica» della canzone dell’epoca elisabettiana:

Pareva fosse rinato un poeta di quel secolo. Ora io so spiegare la stranezza del fatto: Non si tratta di un’imitazione. Tanta parte della giovinezza del Joyce fu turbata dal dubbio quale fosse la lingua della sua razza. Ritornare al gaelico? Era difficile. E allora il giovinetto rivisse a amò la lingua e i metri dei primi conquistatori (XIII).

Musica da camera è la prima pubblicazione importante di Joyce. Il giovinetto è diventato uomo.

NOTE

[1] Per un approfondimento su questi due romanzi rimando ai contributi Italo Svevo, «Una vita»: la rinuncia di Alfonso Nitti alla vita ovvero alla lotta, Italo Svevo, «Senilità»: la giovinezza postuma di Emilio Brentani. Prima parte, Seconda parte.

[2] Italo Svevo, Conferenza su Joyce, citato in James Joyce, Gente di Dublino, Feltrinelli, Milano 2021, p. VIII. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.