Edvard Munch, Donna sulla riva

James Joyce, «Gente di Dublino»: la paralisi di Eveline

Dai suoi occhi non veniva nessun segno d’amore, né d’addio, né di coscienza.

I

È stanca Eveline. Seduta alla finestra, la testa piegata contro le tendine, guarda fuori, osserva la sera calare sulla via e pensa alla propria infanzia, quando, insieme ai fratelli e ai figli dei vicini, ogni pomeriggio giocava in quel prato dove ora sorgono case dai mattoni vivaci e i tetti splendenti. Allora era felice Eveline: suo padre non era ancora diventato cattivo e, soprattutto, sua madre era ancora viva. Quel tempo non c’è più, è cambiato tutto, perché «tutto cambia», e anche lei sta per lasciare quella casa. La sua casa. Eveline distoglie lo sguardo dalla strada e si guarda attorno, osserva gli oggetti familiari raccolti nella stanza, spolverati ogni sacrosanta settimana per tanti anni, «domandandosi ogni volta da dove diamine venisse tutta quella polvere» (potrebbe sembrare riduttivo, persino sciocco, ma la presenza di simili dettagli, così ordinari, contribuisce a rendere Gente di Dublino un capolavoro). Mai avrebbe pensato di doversi separare da quegli oggetti, parte della sua vita non meno delle persone. La nostra esistenza, in fondo, è fatta anche di cose.

Eveline ha una coscienza ed è questa che parla, che fluisce libera. È stato saggio accettare di andare via, di abbandonare la sua casa?, si domanda. Per l’ennesima volta, immaginiamo, soppesa tutti gli aspetti della questione, i pro e i contro. È razionale Eveline, lucida, nonostante la stanchezza. Di certo non rimpiangerà il lavoro ai grandi magazzini. Miss Gavan ha sempre qualcosa da rimproverarle, soprattutto in presenza dei clienti, come se ce l’avesse con lei: una volta di far aspettare le signore, un’altra di avere poco brio. È Hill il cognome di Eveline. Eveline Hill. Lontano da Dublino, in un paese ignoto, in una casa nuova tutto sarà diverso, da donna sposata la gente le porterà rispetto, finalmente. Non farà la fine della madre.

Eveline ha diciannove anni, è una donna ormai, ma teme ancora di essere vittima della bestialità del padre, molto probabilmente un alcolizzato, come più o meno tutti i padri di Gente di Dublino, e gli uomini in generale. È proprio a causa delle violenze del padre che sono venute le palpitazioni a Eveline. Ha paura del padre Eveline, delle sue minacce, anche perché non c’è più nessuno che la protegga: dei due fratelli più grandi Ernest è morto, mentre Harry è sempre in giro per il paese. Fa il decoratore di chiese Harry.

È stanca Eveline, come ogni sera da quando la madre non c’è più e tutto il peso della casa e di quel che resta della famiglia è ricaduto sulle sue spalle:

Era una faticaccia tener dietro alla casa e badare a che i due fratellini a lei affidati andassero regolarmente a scuola e regolarmente mangiassero. Era una gran fatica, una vitaccia, ma ora che stava per abbandonarla, non le sembrava nemmeno tanto indesiderabile [1].

È l’effetto anestetizzante della nostalgia. Eveline osserva, ricorda e pensa come se fosse lontana già migliaia e migliaia di chilometri dalla sua casa, dalla sua città, dalla sua vita. La distanza concilia, è sempre così.

Eveline sta per scappare con Frank. È gentile, forte e generoso Frank. Vuole sposare Eveline e vivere con lei a Buenos Aires. Frank va a prenderla ogni sera ai grandi magazzini e una volta l’ha portata persino a teatro, a vedere La ragazza di Boemia. È stata una serata indimenticabile per Eveline. Frank ama la musica, canticchia ogni tanto e a Eveline racconta storie di paesi lontani. Fa il marinaio e di queste storie ne conosce molte. Al padre di Eveline, neanche a dirlo, Frank non piace, perché dice di conoscerli, lui, i marinai, di sapere come sono fatti. Frank e il padre di Evelin hanno litigato e da quel giorno lei è costretta a vederlo di nascosto Frank.

Eveline ha scritto due lettere, una per il padre e una per Harry. Vuole bene a Harry, certo, ma il suo preferito era Ernest. Sono sempre i preferiti ad andarsene per primi. Eveline ha notato che il padre negli ultimi tempi è invecchiato. Gli mancherà senz’altro. È violento il padre di Eveline, a Ernest e Harry gliene ha date di santa ragione, se risparmia Eveline è soltanto per rispetto della moglie morta, molto probabilmente è un ubriacone, come quasi tutti i padri, e in generale gli uomini, in Gente di Dublino, ma sa essere carino:

Un giorno che lei era dovuta stare a letto, qualche tempo prima, si era messo a leggerle una storia di fantasmi e le aveva abbrustolito delle fette di pane sul fuoco. Un altro giorno, quando ancora era viva la madre, erano andati tutti insieme a fare un picnic sulla collina di Howth e ricordava che il padre si era messo il cappellino della mamma per far ridere i bambini [2].

L’effetto narcotizzante della nostalgia, di nuovo. Eveline è fisicamente a Dublino, nella sua casa, tra i suoi oggetti, ma con la testa è già a Buenos Aires e ricorda la vita passata purificata dal dolore, dalla fatica, dalla paura. Da questa distanza immensa, persino il padre le appare sotto una luce diversa, meno brutale (basterebbe poco per rendere felici le persone che ci vogliono bene, soprattutto i nostri figli, basterebbe leggere una storia, abbrustolire del pane, indossare un cappellino bizzarro, ed è questo che fa rabbia). Non avere a che fare con lui e con la sua bestialità ogni sacrosanto giorno, non subire più le sue minacce, le sue offese e i suoi rimproveri, permette a Eveline di instaurare, seppur idealmente, nell’ambito della memoria, un rapporto pacifico e conciliante con il padre. Come a dire occhio non vede, cuore non duole.

In questa condizione di sospensione tra quel che è ma che tra poco non sarà più e ciò che di luminoso la attende, Eveline trova un equilibrio nuovo, inedito, confortante. L’ora della fuga con Frank si avvicina, ma lei resta seduta alla finestra, con la testa poggiata alle tendine, completamente immersa nei propri pensieri. Ha già compiuto il lungo viaggio Eveline, ha già attraversato l’oceano. Il suono lontano di un organetto la riporta bruscamente alla realtà, spezzando di colpo il suo equilibrio interiore. La conosce quella melodia Eveline, ed è strano che giunga proprio questa sera a ricordarle la promessa fatta alla madre in punto di morte, di mantenere la famiglia unita il più a lungo possibile. Eveline ricorda l’ultima notte della madre, il buio della stanza e quelle stesse note malinconiche di un’aria italiana che ora riecheggiano in strada. Ora come allora. Allontanarono il musicante dandogli una monetina quella notte. «Maledetti italiani! Fin qui arrivano!», aveva esclamato furioso il padre. Eveline ricorda la vita della madre, una vita fatta di tanti piccoli sacrifici e conclusasi con la pazzia. Una visione «pietosa», che getta come una «malia» sulla parte più viva di Eveline. Eveline che trema udendo di nuovo la voce della madre ripetere con ostinazione la formula della sua follia, «Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!», storpiatura d’una frase in gaelico traducibile come «Il fine del piacere è il dolore» o «La fine del canto è una delirante follia» [3]. Una frase misteriosa, quasi oracolare che, in entrambi i significati, evidenzia la brutale drammaticità dell’ultimo atto umano. Eveline si scuote, salta su dalla sedia, terrorizzata:

Fuggire! Questo doveva fare! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la forza di vivere, e anche l’amore, forse. Ma più d’ogni altra cosa era vivere che voleva. Perché essere infelice? Aspirare alla felicità era un suo diritto. Frank l’avrebbe accolta fra le braccia, stringendola tutta. E l’avrebbe salvata [4].

Il ricordo della madre, della sua vita infelice e della sua fine scandalosa, scuote Eveline con violenza dal nostalgico torpore nel quale era naufragata, ed è bastata una melodia. Eveline si ribella al triste destino che l’attende se restasse a Dublino, nella sua casa, accanto al padre, rivendica con forza e con coraggio il proprio diritto di vivere e di essere felice. Non vuole fare la fine della madre Eveline, non vuole impazzire e morire senza aver vissuto, senza aver goduto di quella felicità la cui prospettiva si spalanca luminosa dall’altra parte dell’oceano e ha l’aspetto rassicurante di Frank. Non c’è ancora amore tra di loro, ma non è questo che conta, non ora almeno. La priorità è lasciare Dublino, un padre violento, ingrato e rincorrere la felicità, che la attende a braccia aperte nella persona di Frank.

II

Ed eccola nella stazione di North Wall Eveline, guidata, o meglio, trascinata da Frank, che la tiene per mano, tra la folla. Frank le parla della traversata, ma Eveline non risponde. Lo sente Frank, ma non lo ascolta. È tutta concentrata in sé Eveline, che sente le guance pallide, fredde ed è preda di una «convulsa disperazione». Si aggrappa a Dio, lo prega di guidarla, ma guidarla davvero, non come Frank, che piuttosto la trascina tra la folla di soldati che riempie la stazione portuale, di indicarle ciò che è suo dovere fare. C’è qualcosa in Eveline che improvvisamente fa resistenza, qualcosa di indefinibile, ma potente e inesorabile, che la trattiene e ammutolisce. Come potrebbe tirarsi indietro dopo tutto quello che Frank ha fatto per lei? Al tempo stesso, come potrebbe infrangere la promessa fatta alla madre in punto di morte e abbandonare la sua famiglia? Questa seconda domanda, terribile, resta celata nelle profondità della coscienza di Eveline, non emerge in superficie, ma è lì, la sentiamo riecheggiare comunque, e la disperazione di Eveline diventa così forte da provocarle un senso di nausea. Continua a pregare, la povera Eveline, silenziosamente e con fervore, muovendo le labbra, ma senza scardinare il mutismo nel quale è piombata, come se avesse di colpo disimparato a parlare. Il suono di una campana la colpisce nel cuore e l’esortazione di Frank, che la prende di nuovo per mano, si perde nel vuoto:

I mari di tutto il mondo le si riversarono in cuore. E lui ve la stava trascinando dentro: per annegarla. Si aggrappò con entrambe le mani alla sbarra del parapetto [5].

Come poco prima Eveline si era ribellata alla sua vita, alla sua condanna, ora si ribella alla sua opportunità di salvezza, o meglio, a ciò che nella sua prima rivolta le appariva come un’opportunità di salvezza. Seguire Frank le è impossibile ormai. Eveline stringe la sbarra di ferro con tutte le sue forze e, in balia del proprio naufragio interiore, prorompe in un terribile grido d’angoscia. Frank la chiama, quasi la invoca, disperatamente e con tenerezza, mentre viene trascinato sulla nave, ma Eveline, svuotata dal suo suo stesso grido, non reagisce più, resta ferma sulla banchina, immobile e spaurita:

Lei lo fissava con la faccia pallida, inerte, come quella di un animale sperduto. Dai suoi occhi non veniva nessun segno d’amore, né d’addio, né di coscienza [6].

Eveline è vittima della paralisi, vera e propria malattia mortale (fisica, come nel caso di padre Flynn nelle Sorelle, il racconto che inaugura la raccolta, ma anche e soprattutto morale, spirituale e psicologica) che affligge tutti i personaggi di Gente di Dublino, imponendosi come il grande tema dell’opera, accanto alla morte, naturalmente. Dublino è una trappola, dalla quale è impossibile fuggire, Dublino è una condanna, senza alcuna possibilità di assoluzione. Ma Dublino non è soltanto Dublino; Dublino è il mondo intero, e la paralisi non è una condizione esclusiva dei dublinesi contemporanei di Joyce, ma «emblema della condizione umana» [7]. In Gente di Dublino c’è ognuno di noi; la debolezza, il terrore, il senso di colpa di Eveline sono la nostra debolezza, il nostro terrore, il nostro senso di colpa.

L’improvvisa paralisi di Eveline non è dovuta a un consiglio divino, a una risposta di Dio alle sue preghiere disperate (Dio è morto anche a Dublino, ma in pochi lo sanno, forse soltanto Mr Duffy, protagonista di Un increscioso incidente, lo sa, e questo è il dramma), ma a un collasso psicologico comprensibile in una ragazza di diciannove anni costretta ad attraversare l’oceano per trovare, o meglio, cercare un po’ di vita e di felicità. A Dublino – ma Dublino è il mondo – ci sono soltanto morte e dolore.

NOTE

[1] James Joyce, Gente di Dublino, traduzione di Daniele Benati, Feltrinelli, Milano 2021, p. 31.

[2] Ivi, p. 32.

[3] Ivi, p. 33.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 34.

[7] Daniele Benati, Una storia curiosa, in James Joyce, Gente di Dublino, cit., p. XL.