Turgenev in un ritratto fotografico di Nadar

Ivan Turgenev, «Rudin»: nient’altro che parole – Prima parte

[…] non piango per ciò che voi pensate… Non è questo che mi fa male: mi fa male di essermi ingannata a vostro riguardo. Come? io vengo da voi per un consiglio, in un momento come questo, e la prima vostra parola è: rassegnarsi!… Rassegnarsi! È così che applicate in pratica le vostre teorie di libertà, di sacrificio, così…

1. Un uomo superfluo

Trentacinque anni, alto e un po’ curvo, riccioluto, dal volto irregolare, ma espressivo e intelligente, dagli occhi di un azzurro scuro, vivaci, attraversati da un tenue luccichio, con un naso dritto, largo e le labbra ben modellate: ecco il ritratto di Rudin, protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, il primo romanzo di Turgenev, pubblicato nel 1856. Rudin è povero e senza gradi, possiede una modesta tenuta dispersa nell’immensa provincia russa che non gli garantisce neppure il necessario per sopravvivere (ho scritto modesta, avrei fatto meglio a scrivere misera), ed è vestito mediocremente: indossa un abito vecchio, che gli sta stretto come se ci fosse cresciuto dentro. Nonostante l’aspetto, tutt’altro che entusiasmante, Rudin si esprime con «saggezza, calore e abilità», dimostrando di aver letto molto e di avere una grande cultura. Del resto, ha studiato all’estero, in Germania, a Heidelberg e Berlino. A tal proposito, egli è «tutto immerso nella poesia germanica, nel mondo germanico filosofico e romantico». La Germania è per lui la «terra promessa». Rudin è un intellettuale progressista, crede nel sapere, nella scienza, nel pensiero, nell’arte, nella bellezza, nell’uomo e la sua missione:

È vero, la nostra vita è breve e meschina; ma tutto ciò che è grande si compie per mezzo degli uomini. La coscienza di essere lo strumento di queste forze superiori deve sostituire nell’uomo tutte le altre gioie; nella morte stessa egli troverà la sua vita, il suo nido… [1]

Rudin in pubblico non è affatto timido, goffo, impacciato, come potrebbe far pensare la sua figura, si destreggia anzi con sicurezza ed eleganza, possedendo il «supremo segreto: la musica dell’eloquenza». Sa catturare gli ascoltatori, toccare le corde più intime e profonde, trascinarli con sé, squarciando i loro veli e illuminandone gli sguardi.

Insomma, come si evince da questi dati preliminari, Rudin rientra in quella categoria di personaggi tipica della letteratura turgheneviana e della letteratura russa dell’Ottocento in generale: l’uomo superfluo. Ancor prima di Rudin, Turgenev ha dato spazio a questo personaggio in almeno un paio di testi, L’Amleto del distretto di Ščigry, scritto nel 1849 e raccolto nelle Memorie di un cacciatore, e, soprattutto, Diario di un uomo superfluo, racconto lungo del 1850 che in un certo senso formalizza definitivamente, istituzionalizza in un certo senso, questo tipo letterario [2]. Rudin vorrebbe essere utile, non sprecare, non sciupare le proprie conoscenze, le proprie capacità e le proprie forze in chiacchiere inutili, in sterili conversazioni da salotto; vorrebbe che le sue convinzioni non restassero soltanto parole, ma si traducessero in azioni. Come fare? È questo il suo cruccio, «dove trovare le anime sincere simpatizzanti?». Rudin, d’anima sincera simpatizzante, ne ha una proprio accanto: Natal’ja, la figlia diciassettenne della vecchia dama moscovita malata di mondanità presso la quale il protagonista ha trovato rifugio, Dar’ja Michajlovna. Natal’ja pende dalle labbra di Rudin, dalla sua trascinante, entusiasmante eloquenza, in lui vede un maestro, una guida e si lascia condurre, tramite Goethe, nella teutonica «terra promessa»: ancora nulla di compromettente. Letteratura, ovvero chiacchiere, e niente di più.

2. Una civetta

Ad addensare ombre sinistre, inquietanti sulla figura, apparentemente innocua, di Rudin, è Ležnev, suo vecchio compagno d’università ed ex amico con il quale non si è lasciato affatto bene (in seguito scopriremo che il protagonista ha mandato all’aria, senza volerlo, il primo amore dell’amico, e per lui, restando in quell’ambito letterario tedesco che gli sta tanto a cuore, potremmo utilizzare la celebre definizione che Mefistofele, nel Faust di Goethe, dà di se stesso, ma ribaltata: sono una parte di quella forza che vuole sempre il Bene e opera sempre il Male). Ležnev dichiara che in Rudin, nonostante la straordinaria intelligenza, c’è «poca sostanza»; lo definisce «dispotico nell’animo», «pigro», «poco competente», «freddo come il ghiaccio», parassita e falso. Ležnev rivela come Rudin reciti sempre una parte e finga soltanto di essere ardente, rappresentando un pericolo, una minaccia per chi con lui si gioca il cuore, mentre lui «non mette sulla carta né una copeca né un capello». Rudin è improduttivo, premeditato e astratto, le sue belle parole restano soltanto belle parole e non si traducono mai in fatti:

Il fatto è che le parole di Rudin rimangono sempre delle parole e non diventano mai azioni, ed intanto quelle stesse parole possono turbare, distruggere un giovine cuore [3].

Le parole di Ležnev, che si riferisce naturalmente al rapporto tra il protagonista e la giovane Natal’ja, avvicinano Rudin agli uomini superflui più oscuri e negativi, come Onegin e Pečorin, sebbene egli non si sia macchiato di un omicidio come i memorabili personaggi di Puškin e Lermontov [4]. Al culmine dell’irritazione poi, Ležnev definisce Rudin un «vecchio attore», una «civetta» che, un po’ come l’insopportabile Foma protagonista del Villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti di Dostoevskij [5], spadroneggia ovunque s’insidi, recitando la parte dell’«idolo», dell’«oracolo». Perché Rudin ha la «dannata abitudine di appuntare colle parole, come una farfalla con uno spillo, ogni movimento di vita, propria e altrui» [6], immischiandosi in qualunque circostanza, spiegando, sentenziando, intervenendo, condizionando. Egli vola «in mezzo a ogni specie di malintesi e di imbrogli, come una rondine sopra uno stagno» [7].

Quanto Ležnev sia severo e ingiusto nei confronti di Rudin, lo ammetterà egli stesso in seguito. Il protagonista è anche questo, probabilmente è vero, ma non soltanto, non soprattutto, e il j’accuse di Ležnev in fondo è soltanto frutto di una sorta di istintiva autodifesa: egli compone questo ritratto a tinte fosche di Rudin ad Aleksandra Pavlovna, la donna di cui è segretamente innamorato e che teme possa subire, come tutti, il fascino del protagonista, fino a perdere la testa per lui.

3. Un pusillanime

Rudin dichiara a Natal’ja di non aspettarsi più niente per se stesso dalla vita, di aver rinunciato per sempre ai godimenti, alle soddisfazioni personali, anche perché le sue speranze, i suoi sogni e la sua felicità non hanno nulla di comune e come tali appaiono irrealizzabili. E l’amore? L’amore non fa per lui, non ne è degno: «la donna che ama è in diritto di chiedere tutto l’uomo, ed io non posso più darmi tutto» [8]. Rudin è ormai troppo vecchio per queste cose, eppure finisce per dichiarare a Natal’ja il proprio amore, in una serena sera d’estate, sotto l’immancabile, convenzionale pergola di lilla (chissà, senza questa pergola così poetica, così romantica, il protagonista non avrebbe arrischiato un simile passo). Sorprendentemente, perché è davvero raro trovare un uomo superfluo tanto fortunato, Natal’ja non rifiuta Rudin, anzi, e i due si giurano amore eterno. In realtà il protagonista non è affatto convinto di amare la ragazza, non sa se soffre o soffrirà a causa di un’eventuale separazione. E allora perché turbare Natal’ja? Perché incasinarle il cuore e la vita? Non per divertimento oppure per vendetta, come Pečorin, no, Rudin non è disonesto a tal punto, anzi, non è disonesto e basta, non è un’anima nera come il personaggio di Lermontov, terribile, sanguinario nella sua indifferenza, ma perché «nessuno si lascia trascinare così facilmente, come le persone fredde» [9]. Su questo Ležnev ha ragione, Rudin è davvero freddo.

Dar’ja Michajlovna, che, grazie alle sue spie, viene a sapere subito tutto, naturalmente si oppone all’unione della figlia con un poveraccio come Rudin, e comunica a Natal’ja il suo netto rifiuto. Natal’ja reagisce dimostrando tutta l’insospettabile, almeno per la madre, fermezza del proprio carattere: non si dispera, non piange, non grida, non dà in escandescenza, non scivola nel melodramma insomma, ma resta salda, lucida, razionale e chiede consiglio all’amato, al quale si è abituata a credere e al quale crederà fino alla fine. Rudin, dopo essersi disperato un po’, dopo essersi teatralmente afferrato la chioma riccioluta con entrambe le mani, risponde che l’unica cosa da fare è «rassegnarsi al destino». Ecco, in questa resa immediata, incondizionata alle contingenze, peraltro prevedibilissime, c’è tutta la freddezza di Rudin, tutta la sua incapacità di entusiasmarsi e lottare, di dare un seguito pratico, attivo alle sue belle parole, destinate inesorabilmente a restare tali. Natal’ja, che sarebbe disposta a tutto per amore di Rudin, persino a fuggire con lui e recidere ogni legame con la madre se necessario, Natal’ja, ardente, eroica, verginale e sincera, ascoltando quella risposta gelida scoppia a piangere. È questa la circostanza, questa rinuncia immediata, istantanea, senza lotta, senza rivolta a rivelare tutta l’inadeguatezza, tutta l’inabilità e l’inettitudine di Rudin alla vita.

Natal’ja, tra le lacrime, delusa e ferita da Rudin, dalla sua incoerenza e dalla sua codardia, sbotta, squarciando il magnifico velo d’eloquenza che ammanta il protagonista e che fino a questo momento ha nascosto le sue miserie interiori:

[…] non piango per ciò che voi pensate… Non è questo che mi fa male: mi fa male di essermi ingannata a vostro riguardo. Come? io vengo da voi per un consiglio, in un momento come questo, e la prima vostra parola è: rassegnarsi!… Rassegnarsi! È così che applicate in pratica le vostre teorie di libertà, di sacrificio, così… [10]

No, Rudin non ama Natal’ja, non l’ha mai amata e di certo non soffrirà per la loro separazione. Come Onegin, Rudin dimostra di non essere all’altezza di un amore puro, giovanile, eroico che lo avrebbe rinnovato e, in un certo senso, resuscitato, restituito alla vita. Entrambi i personaggi sono malati, ma se la malattia di Onegin è la malinconia, la malattia di Rudin è la freddezza, che gli impedisce di legarsi a un suo simile. Rudin è un’isola destinata a restare per sempre sola, dispersa nel suo immenso oceano d’idee impraticabili.

Con impeto Natal’ja riversa addosso a Rudin tutta la sua delusione, la sua amarezza, il suo dolore, la sua rabbia, lei che ha dichiarato alla madre, con slancio e ardore da martire, di preferire la morte a un altro uomo. Per chi? Per uno che la esorta a rassegnarsi, a lasciar perdere! Natal’ja rivela tutta l’inconsistenza delle chiacchiere di Rudin, la loro natura di vaniloqui inutili, fine a se stessi. Gli dichiara apertamente che sarebbe stata pronta a «tutto», anche a fuggire con lui, nonostante la totale mancanza di garanzie per l’avvenire, e lo accusa di aver avuto paura. Natal’ja finisce persino per insultarlo, infliggendogli così una lezione memorabile:

Dio mio! venendo qui, nel pensiero dicevo addio alla mia casa, e invece? chi ho incontrato? un pusillanime… [11]

Onegin, Pečorin, Čulkaturin, Rudin, Oblomov, l’uomo del sottosuolo: è l’amore, sempre anzitutto l’amore a dare l’esatta misura dell’inadeguatezza esistenziale dell’uomo superfluo, a determinare la sua natura inguaribilmente inutile.

NOTE

[1] Ivan Turgenev, Rudin, traduzione di Ettore Lo Gatto, Mursia, Milano 2022, p. 31.

[2] Per un approfondimento su questi testi rimando ai contributi Ivan Turgenev, «Memorie di un cacciatore»: un viaggio nella vecchia Russia. Seconda parte, Ivan Turgenev, «Diario di un uomo superfluo»: la triste storia di Čulkaturin.

[3] Ivan Turgenev, Rudin, cit., p. 51.

[4] Per un approfondimento su questi due celebri personaggi della letteratura russa dell’Ottocento rimando ai contributi Aleksandr Puškin, «Evgenij Onegin»: il coraggio di rinunciare. Prima parte, Seconda parte; «Un eroe del nostro tempo»: la terribile diagnosi di Lermontov.

[5] Per un approfondimento sul personaggio dostoevskiano rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti»: Fomà Fomìč, il parassita morso dal serpente dell’amor proprio letterario.

[6] Ivan Turgenev, Rudin, cit., p. 58.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 62.

[9] Ivi, p. 75.

[10] Ivi, p. 77.

[11] Ivi, p. 79.