George Hendrik Breitner, Amsterdam in inverno

Albert Camus, «La caduta»: un falso profeta nel deserto dell’assurdo – Prima parte

Ogni cosa sarebbe consumata, avrei concluso, come se niente fosse, la mia carriera di falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.

Prologo. Un profeta ad Amsterdam

Noto e stimato avvocato parigino, Jean-Baptiste Clamence, protagonista della Caduta, l’ultimo romanzo compiuto di Albert Camus, pubblicato nel 1956, molla tutto e si trasferisce ad Amsterdam, dove stabilisce il suo “studio” in un losco bar frequentato da marinai di ogni nazionalità e gestito da un gorilla di poche parole (una sorta di uomo di Cro-Magnon prigioniero nella Torre di Babele), il Mexico-City. Amsterdam non è una scelta casuale: sebbene si trovi all’estremità dell’Europa, Amsterdam è il «cuore delle cose», il «centro delle cose», dal quale il mercantilismo borghese irradia i suoi tentacoli abbracciando il mondo intero; e poi i suoi canali concentrici somigliano ai gironi dell’inferno, l’«inferno borghese, popolato naturalmente di brutti sogni» [1]. In questo senso Amsterdam, «capitale di acqua e di nebbie», soddisfa pienamente quel bisogno di mortificazione che rode Clamence come un tarlo.

Il suo studio è nel porto, al Mexico-City, mentre la sua casa, fatta di stanze in stile Vermeer, ma senza mobili né pentole, è nel quartiere ebraico della città, «luogo di uno dei più grandi crimini della storia». Ecco, la storia, con la sua violenza, con la sua ferocia ha reso Clamence diffidente e sospettoso verso gli uomini, dai quali ci si può, ci si deve aspettare di tutto, ha ridimensionato sensibilmente la sua istintiva simpatia verso di loro:

Lo sa che nel mio villaggio, durante una rappresaglia, un ufficiale tedesco ha pregato gentilmente un’anziana donna di scegliere quale dei due figli sarebbe stato fucilato come ostaggio? Scegliere, si rende conto? Quello? No, questo. E vederlo andar via. Non voglio insistere, ma mi creda, signore, bisogna aspettarsi di tutto (10).

Clamence, che si distingue da subito per lo straordinario spirito critico, corrosivo e compendia il significato storico dell’uomo contemporaneo nella formula «fornicava e leggeva giornali», formula che appare persino gratificante al giorno d’oggi, Clamence, dicevo, abbandonando la propria brillante carriera, è evaso dal sistema sociale borghese che spolpa l’individuo dopo avergli organizzato accuratamente la vita:

Avrà sentito sicuramente parlare di quei minuscoli pesci dei fiumi brasiliani che attaccano a migliaia il nuotatore imprudente, in pochi secondi lo spolpano, con piccoli morsi rapidi, e ne lasciano soltanto uno scheletro immacolato. Ecco, il loro sistema funziona così. “Vuole una vita regolata? Come quella di tutti?” Ovviamente lei dice di sì. Come dire di no? “Benissimo. Allora noi la spolpiamo. Eccole un lavoro, una famiglia, passatempi organizzati.” E i dentini affondano nella carne, fino all’osso (8).

Fuoriuscito dal piragnesco sistema sociale borghese, Clamence non appartiene più alla categoria degli uomini quotidiani, opposta da Camus, nel Mito di Sisifo [2], a quella degli uomini assurdi, nella quale rientrano gli spolpati che vivono con degli scopi, fasulli e illusori, con il pensiero fisso dell’avvenire, facendo assegnamento sulla pensione e il lavoro dei figli, certi che le loro vite seguano una direzione precisa, mentre nessuno di noi ha una direzione, ma soltanto una meta comune, la morte.

A proposito di direzioni e di mete, a Clamence piace camminare per Amsterdam, la sera, nel calore, quasi materno, del jenever, illuminato dalla «luce dorata, ramata» che ti mette in corpo il distillato. Cammina per notti intere Clamence, fantasticando oppure parlando da solo, ininterrottamente (deformazione professionale). Si definisce «saturo», e così gli basta aprire la bocca perché ne esca un fiume di frasi. Ma nelle sue lunghe passeggiate notturne, Clamence non attraversa mai un ponte. Ha fatto un voto, un patto con se stesso, con la propria coscienza debole, che non intende affatto infrangere, per carità. Il motivo?

Supponga, per esempio, che qualcuno si butti in acqua. Delle due l’una, o lei lo segue per ripescarlo, e nella stagione fredda rischia grosso! Oppure lo abbandona, e i tuffi mancati lasciano a volte strani indolenzimenti (12).

Oh, di tuffi mancati e strani indolenzimenti Clamence ne sa qualcosa, come vedremo. Con queste parole, che nel torrente di eloquenza del protagonista rischiano di passare in sordina, egli compie il primo, primissimo passo verso la caduta, insinua il primissimo sospetto nell’interlocutore e nel lettore, che sempre con maggiore interesse e curiosità iniziano a domandarsi chi sia davvero quest’uomo dal nome così evocativo (naturalmente si tratta di uno pseudonimo). Un profeta, Jean-Baptiste Clamence non è altro che un profeta – del resto, come ammette egli stesso, nella solitudine è facile ritenersi tale, può capitare a chiunque sia dotato di uno spirito critico esacerbato, talvolta reso persino patologico, dal risentimento, verso se stessi e verso gli altri. Un profeta «vuoto» e «falso», «per tempi mediocri» (ogni epoca ha i profeti che si merita), che grida in un deserto di nebbia e acque putride, rifiutandosi ostinatamente di uscirne. Scoperto l’assurdo, Clamence vi resta intrappolato.

1. Prima dell’assurdo

1.1. L’elevazione di Clamence

A Parigi Clamence si occupava di cause nobili, di vedove e orfani, sorretto ed entusiasmato da due sentimenti: la soddisfazione di trovarsi dalla parte giusta della sbarra e un «istintivo disprezzo per i giudici in genere», quello stesso disprezzo che anima la rivolta e la disperata ricerca di pace, compassione e santità di Tarrou nella Peste [3]. Cortese, gentile ed altruista fino al parossismo, con entusiasmo Clamence si lancia verso il cieco timoroso sul marciapiede aiutandolo ad attraversare la strada, cede il proprio posto in autobus o in metropolitana a chiunque lo meriti, il taxi a chi ha più fretta di lui. Difende molti dei suoi clienti gratuitamente, dona ingenti somme di denaro, giunto «a quel culmine in cui la virtù si nutre ormai solo di se stessa». Del resto, è soltanto in questi «punti culminanti», in questi picchi di bene che Clamence riesce a vivere, sentendosi a proprio agio esclusivamente nelle «situazioni elevate»:

A ogni ora del giorno, in me stesso e fra gli altri, mi ergevo in alto, accendevo fuochi ben visibili, e un gioioso saluto si levava verso di me. Così, quanto meno, mi godevo la vita e la mia superiorità (18).

La sua professione appaga facilmente e felicemente questa «vocazione per le vette», e Clamence ha tutto il diritto di ritenere la propria vita «riuscita». Con la vita, e non soltanto la sua, ma la vita in generale, egli è in un accordo pieno, «totale», fa tutt’uno con essa e accetta tutto di lei. Clamence è così pago di sé e della propria vita da sentirsi «un po’ superuomo», e talvolta persino un predestinato. Tuttavia lo tormenta un’insoddisfazione perenne, inestinguibile, nessun piacere lo appaga definitivamente, costringendolo a desiderarne sempre un altro:

Così correvo, sempre appagato, mai soddisfatto, senza sapere dove fermarmi, fino al giorno, o meglio fino alla sera in cui la musica si è fermata, in cui le luci si sono spente (21).

1.2. Io, io, io

Nel corso del romanzo, della sua lunga requisitoria, Clamence si smaschera, poco a poco, pagina dopo pagina, confessando la propria duplicità (un «delizioso Giano» campeggerebbe sulla sua insegna infernale, accompagnato dal motto «Non fidatevi»), la propria vanità, il proprio egoismo smisurato:

Io, io, io, era questo il ritornello della mia amata vita, che si udiva in tutto ciò che dicevo. Non sono mai riuscito a parlare se non vantandomi, soprattutto se lo facevo con la fragorosa discrezione di cui possedevo il segreto. È vero che ho sempre vissuto libero e potente. Il fatto è che mi sentivo libero nei riguardi di chiunque per l’ottima ragione che non riconoscevo nessuno alla mia altezza. […] Quando mi interessavo agli altri, era per pura condiscendenza, in totale libertà, e il merito andava tutto a me: salivo di un gradino nell’amore che avevo per me stesso (32-33).

Clamence vive alla giornata, «senz’altra continuità all’infuori di quella dell’io-io-io», procede «alla superficie della vita, nelle parole in un certo senso, mai nella realtà» (34). Non ci sono ardore, coinvolgimento, profondità nella sua vita elevata, fatta di libri letti a malapena, di amici amati a malapena, di città visitate a malapena, di donne possedute a malapena (a malapena: è così che vivono, o forse sarebbe meglio dire sopravvivono, gli spolpati, gli uomini comuni). Tutto ciò che fa, Clamence lo fa per noia o per distrazione, mai per convinzione (di convinzioni, di fedi all’infuori di se stesso, del proprio io non ne ha). Qualche disgraziato prova ad aggrapparsi a lui, a trattenerlo, a stringerlo a sé, ma non trova appigli e scivola via, perdendosi nel caotico, nevrotico nulla dell’esistenza borghese. Quanto a Clamence lui dimentica, dimentica sempre, ricordandosi sempre e solo di se stesso. Qualcuno lo offende? Clamence non perdona, ma dimentica in fretta, sorridendo con gentilezza al suo offensore, di cui non ricorda neppure il nome.

Clamence è il centro luminoso, il sole che assorbe e divora tutto, attorno al quale devono ruotare, per la sua soddisfazione, il suo piacere e la sua felicità, tutti gli uomini, suoi sottoposti:

Per mia stessa ammissione, quindi, potevo vivere solo a patto che tutti gli individui sulla faccia della terra, o il maggior numero di essi, fossero a mia disposizione, eternamente vacanti, privi di vita indipendente, pronti a rispondere al mio appello in qualunque momento, votati infine alla sterilità, fino al giorno in cui mi fossi degnato di gratificarli della mia luce. Insomma, affinché io potessi essere felice, occorreva che le persone che sceglievo non vivessero affatto. La vita dovevano riceverla solo, di tanto in tanto, quando faceva comodo a me (44-45).

Clamence esige tutto senza mai pagare niente, sempre tiepido e sempre al di qua, concentrato tutto in se stesso, nella propria soddisfazione, nel proprio tentacolare egoismo. Il suo ego smisurato e insaziabile inghiotte tutto, lo mastica per un po’, senza assaporarlo, e poi lo sputa via, annoiato, disgustato. Dietro l’apparenza del brillante e generoso avvocato, si cela in realtà un narcisista arrogante che si ritiene migliore di tutti gli altri e usa gli uomini per il proprio piacere. Perché in fondo, oltreché spolpati, gli uomini sono tutti, al tempo stesso, spolpatori.

Intermezzo. Le cose come stanno

Relazioni

Con spietatezza Clamence sgretola le false e illusorie certezze dell’uomo quotidiano, strappa i veli e mostra l’autentica sostanza delle cose e dei rapporti umani, avvelenati alla radice dall’egoismo e dall’ipocrisia, vera e propria piaga della società borghese. A tal proposito, nelle sue relazioni con gli uomini Clamence ha imparato ad accontentarsi della «simpatia», facile da trovare e poco impegnativa. E l’amicizia? La tanto celebrata, decantata amicizia? L’amicizia è qualcosa di troppo complesso per Clamence, richiede tempo, impegno ed è difficile da ottenere, inoltre delude e, alla prova dei fatti, nonostante gli sforzi, le belle parole e le promesse, si rivela sempre inutile e inopportuna. Per non parlare poi dei legami familiari, che fanno soltanto del male:

Non s’illuda che gli amici le telefonino tutte le sere, come dovrebbero, per sapere se non è proprio quella la sera in cui ha deciso di suicidarsi, o più semplicemente se ha bisogno di compagnia, se ha voglia di uscire. Ma no, se telefonano, stia pur tranquillo, lo fanno la sera in cui non è solo, e in cui la vita è bella. Al suicidio la spingerebbero, semmai, in virtù di ciò che secondo loro lei deve a se stesso. Mio caro signore, ci guardi il cielo dalla troppo alta considerazione dei nostri amici! Quanto a coloro la cui funzione è quella di amarci, intendo dire parenti e affini (che razza di espressione!), qui è tutt’altra musica. Loro la parola giusta ce l’hanno, ma per sparare a zero; telefonano come se impugnassero una carabina. E hanno buona mira. Ah! i Bazaine! (22)

Amici e parenti sono uomini come tutti gli altri, dunque… L’amicizia e l’amore familiare non salvano mai un individuo dalle sue tentazioni suicide, soltanto il proprio corpo, che si oppone istintivamente al pensiero dell’autodistruzione, e la speranza lo trattengono dal suicidio, come scrive Camus nel Mito di Sisifo (tra tutti i pensatori che dedicano riflessioni organiche, diciamo così, all’argomento, soltanto Leopardi individua nel legame affettivo con amici a parenti un argine morale al suicidio, nel Dialogo di Plotino e di Porfirio [4]).

L’amicizia è «distratta» e «impotente», quello che vuole non lo può. È molto più semplice e comodo essere giusti e generosi con gli amici morti, ai quali rendiamo con commozione quell’omaggio che forse si aspettavano da noi in vita, e che magari la vita gliel’avrebbe salvata, come fa Plotino con Porfirio, ma che noi, distratti, irresponsabili, egoisti, tiepidi non gli abbiamo mai tributato. L’amicizia arriva sempre in ritardo, quando ormai è troppo tardi e i giochi sono fatti. E in fondo va bene così, perché verso gli amici morti non abbiamo obblighi, con loro «possiamo prendercela comoda, trovare un posticino per l’omaggio fra il cocktail e una deliziosa amante, a tempo perso, insomma» (23). Quando capita di ricordarli poi, colui al quale vogliamo tanto bene non è l’amico, ma il «morto recente», il «morto doloroso», e il tenero affetto che ci invade e strugge è tutto per la nostra emozione, per noi stessi in definitiva. Perché l’uomo è così, «duplice: non può amare senza amarsi». Talvolta sembra risvegliarsi in lui un’autentica, sincera, disinteressata pietà, ma è soltanto un’illusione. Se in un palazzo muore all’improvviso il portiere, tutti gli inquilini si impietosiscono di colpo, si svegliano nel mezzo della notte, si agitano, si informano, fanno le condoglianze alla vedova, anche se il defunto fosse stato il peggior uomo sulla faccia della terra (la morte rende tutti gli uomini dei santi, si sa, a tal punto che viene da domandarsi se il nostro mondo non sia un paradiso). Perché? «Hanno bisogno della tragedia, […] è la loro piccola trascendenza, il loro aperitivo» (ibidem).

Impunità

Ad Amsterdam Clamence, che ha studiato il diritto olandese, continua a svolgere il suo lavoro e offre consulenze a papponi e ladri. Perché un po’ di impunità ci vuole:

Se i protettori e i ladri fossero sempre e ovunque condannati, le persone oneste si crederebbero tutte perennemente innocenti, caro signore. E secondo me […] questo va evitato a ogni costo (27).

Per quanto onesto, nessun uomo è innocente, neppure un santo, neppure Cristo, come vedremo, ed è bene ricordarglielo, affinché la smetta di giudicare e condannare gli altri. In ogni uomo c’è del marcio, ed è compito di Clamence riportarlo alla luce.

Il suicidio

Clamence non ha più amici, ma soltanto «complici», e così tanti da abbracciare l’intero genere umano. Ha scoperto di non avere amici il giorno in cui ha pensato di uccidersi per punirli, i suoi amici. Ma con il suo suicidio nessuno si sarebbe sentito punito; qualcuno sarebbe rimasto sorpreso, certo, ma nessuno si sarebbe sentito in colpa per la sua morte. Di uccidersi non ne vale la pena, non in rapporto agli altri, agli amici, ai parenti almeno. Se un uomo potesse suicidarsi e poi vedere le loro facce, allora sì che il gioco varrebbe la candela, ma non è possibile: «la terra è buia, […] il legno spesso, opaco il sudario». Il problema è che soltanto con la morte, la tua morte «gli uomini si convincono delle tue ragioni, della tua sincerità, e della gravità delle tue pene». Le parole non bastano, i legami non bastano e l’empatia, in fondo, non esiste: fin quando «sei vivo il tuo caso è dubbio» e degli uomini meriti soltanto lo «scetticismo». Ogni uomo è solo, disperatamente solo, con il proprio dramma, con le proprie devastazioni incomprensibili per gli altri. Ci si può uccidere e fornire la prova definitiva e inconfutabile della sincerità del proprio dolore, ma «è irrilevante che ti credano o non ti credano: non ci sei per cogliere il loro stupore e la loro contrizione, peraltro fugace, per assistere insomma ai tuoi funerali, che poi è il sogno di ogni uomo. Per non essere più un caso dubbio, devi semplicemente cessare di essere» (48-49). L’uomo è in trappola.

Clamence sancisce così l’inutilità del suicidio, che non serve a cambiare le cose: una ragazza si toglie la vita per vendicarsi del padre che le ha impedito di sposare l’uomo che amava, ma dopo appena tre settimane il padre torna all’attività che ama di più, la pesca; un uomo si uccide per vendicarsi della moglie, ma, così facendo, le restituisce la libertà ecc. Clamence rappresenta un mondo del tutto privo di senso di colpa.

Nell’interpretazione dei suicidi poi, sempre così grossolana, semplicistica e rassicurante, gli uomini dimostrano una totale mancanza di fantasia, riducendo sempre tutto a una sola ragione:

Ah, caro amico, che scarsa fantasia hanno gli uomini! Credono sempre che ci si suicidi per una ragione. Ma ci si può benissimo suicidare per due ragioni. No, a loro non entra in testa. Quindi, a che pro morire volontariamente, sacrificarsi all’idea che si vuol dare di sé? Quelli approfitteranno della tua morte per attribuire al tuo gesto ragioni idiote, o volgari. I martiri, caro amico, devono scegliere se essere dimenticati, scherniti o usati. Capìti, mai (49).

Clamence ha ormai superato la vendicativa tentazione del suicidio. Egli, come ogni uomo assurdo che si rispetti, ama la vita, «a tal punto da non riuscire a immaginare altro». Clamence non si spezza, ma si piega, flette, oscilla. Ama troppo se stesso per autodistruggersi. Del resto, la morte di Narciso è un incidente.

Progenie di Stavrogin

Per Clamence tutti gli uomini sono tiepidi, mezzi, sfumati, vivono in un limbo, in un’anticamera, né dentro né fuori l’inferno: «Non abbiamo né l’energia del male né quella del bene» (54). Gli uomini pretendono di essere assolti, ma senza fare lo sforzo di purificarsi, di redimersi. Non c’è abbastanza cinismo né abbastanza virtù in loro. Né Abele né Caino: è di Stavrogin l’umana progenie [5].

NOTE

[1] Albert Camus, La caduta, traduzione di Yasmina Melaouah, Bompiani, Milano 2021, p. 12. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[3] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Albert Camus, l’uomo nella «Peste». Seconda parte.

[4] «Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni; o non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano» (Giacomo Leopardi, Operette morali, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 598. Per un approfondimento sul testo rimando al contributo «Operette morali»: la filosofia della sofferenza di Giacomo Leopardi. Terza parte).

[5] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo secondo.