La solitudine di Joyce

Il Joyce conosceva la nostra lingua e letteratura prima d’arrivare a Trieste. Io conosco un articolo di Joyce diciottenne in cui è citato il Nolano. […]
La citazione del Nolano è notevole perché pare un proposito fatto dal giovinetto, cui l’uomo maturo rimane sempre fedele. Io la traduco dall’inglese non avendo una gran dimestichezza con le opere di Giordano Bruno: Nessuno può amare sinceramente il vero e il buono se non aborre dalla moltitudine, e l’artista, per quanto può usare della folla, è ansioso d’isolarsene.
Così nasce Stefano Dedalo cui nell’Ulisse devesi attribuire il nome di Telemaco (lontano dalla lotta). Così – devo dire – è nato James Joyce nella cui vita fu legge la solitudine aristocratica. Tanta indipendenza e dirò più chiaro tanta arroganza lo diresse sempre per le vie che percorse da solo non guidato e non trattenuto da nessuno. E dev’essere della sua età giovanile quella sua risposta ad un vecchio poeta irlandese: “È vero, voi non aveste alcuna influenza su di me. Ma è deplorevole voi siate troppo vecchio per sentire voi la mia”.

Italo Svevo, Conferenza su Joyce.

Forse soltanto uno scrittore con un simile temperamento poteva spingersi fino all’estremo limite della creazione letteraria, oltre il quale è il nulla, il silenzio.