Bruno Liljefors, Cacciatore con cane, 1891

Ivan Turgenev, «Memorie di un cacciatore»: un viaggio nella vecchia Russia. Seconda parte

VII

Nelle Memorie di un cacciatore compare uno dei personaggi tipici della letteratura turgheneviana e, più in generale, della letteratura russa dell’Ottocento, da Griboedov a Čechov, l’uomo superfluo, protagonista del racconto L’Amleto del distretto di Ščigry. Non riuscendo a prendere sonno, questo caratteristico Amleto russo – è lui stesso a ribattezzarsi così – si solleva sul cuscino e narra al cacciatore, suo casuale compagno di stanza dopo un ricco ricevimento, la propria storia. Il cacciatore non lo ha certamente notato, come tutti gli altri del resto, eppure l’Amleto russo non è uno stupido, nient’affatto: parla francese e tedesco, ha trascorso tre anni all’estero, di cui otto mesi a Berlino, ha studiato Hegel e conosce Goethe a memoria. Un curriculum di tutto rispetto, sconosciuto alla stragrande maggioranza dei nobili russi. A lungo è stato innamorato della figlia d’un professore tedesco, piuttosto bruttina in verità, ma non è certo l’estetica che conta per un uomo astratto e premeditato come lui, un uomo dell’idealità, e ha sposato una donna tisica, con pochi capelli e anche in questo caso tutt’altro che bella, «ma con una personalità oltremodo interessante». L’Amleto russo è «consumato» dalla riflessione e in lui non c’è niente d’immediato, di spontaneo, di naturale: ogni suo singolo gesto è frutto di un’idea, di un pensiero pesato e soppesato innumerevoli volte. Ora, al termine della sua parabola esistenziale, che lo ha condotto infine all’umiliazione, si nasconde dietro agli altri, sosta dietro alle porte, non parla con nessuno ed è completamente «rassegnato» al proprio ridicolo destino. Inoltre non ha un soldo ed è costretto a un’umiliante condizione di parassitismo. Per questi motivi passa sempre inosservato e il maggiordomo, quando gli passa accanto col vassoio, durante i ricevimenti, alza in anticipo il gomito all’altezza del suo petto. L’Amleto russo è timido, selvatico, si nasconde, evita il contatto con gli altri, ma non perché provinciale oppure perché povero e senza titoli, bensì perché, come ogni uomo superfluo che si rispetti, è «pieno di amor proprio», un amor proprio sensibilissimo, come una corda di violino, e continuamente offeso dalla vita. La totale assenza di originalità è il suo cruccio, il suo tarlo, che lo rode dall’interno senza sosta, lo mangiucchia e lo svuota ogni giorno di più:

Mi chiamano un originale… Ma di fatto nel mondo non c’è persona meno originale del vostro umilissimo servo. Io, dunque, sono nato come un’imitazione di un altro… Quant’è vero Iddio! E vivo anche imitando i vari autori che ho studiato, vivo del sudore della mia fronte; ho studiato, mi sono innamorato, ho preso moglie infine, quasi non per mia volontà, ma come per adempiere a un dovere, per seguire un insegnamento, chi ci capisce è bravo! [1]

L’Amleto russo è l’imitazione ridicola, quasi una caricatura, dei testi che ha letto e studiato. Ogni sua decisione nella vita rappresenta una goffa emulazione di questi testi, destinata inevitabilmente al fallimento, perché la Russia di Nicola I, autoritaria e soffocante, non è certo la Germania, né l’Europa in generale. Servire oppure ritirarsi in campagna e non rompere le scatole: è questo, come scrive Nori, il bivio dinanzi al quale si ritrova l’intellettuale russo della prima metà dell’Ottocento di ritorno in patria dopo un lungo ed entusiasmante soggiorno all’estero [2]. Quella dell’Amleto russo è la storia, comune a tutti gli uomini superflui, di una inesorabile caduta verso il basso, dalle grandiose speranze giovanili all’umiliazione volontaria, all’auto-punizione che ricorda quella del terenziano Heautontimorumenos. L’Amleto russo non si perdona e punisce severamente se stesso per non essersi dimostrato all’altezza delle proprie ambizioni. Rispetto a Čulkaturin, l’uomo superfluo di Turgenev tale per definizione, protagonista dell’omonimo Diario [3], l’Amleto del distretto di Ščigry appare molto più velenoso e polemico, tagliente e vendicativo, verso se stesso e verso gli altri, tanto da ricordare l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, probabilmente il più radicale tra tutti gli uomini superflui della letteratura russa dell’Ottocento, in cui l’inutilità sfocia nella patologia, inaugurando una nuova e più terribile categoria, quella degli uomini del sottosuolo appunto, inesauribile fonte d’ispirazione per tutti i personaggi negativi di Dostoevskij successivi a quest’opera [4].

L’Amleto russo in una illustrazione di Turgenev

VIII

Čertopchanov è senza dubbio, almeno secondo il modesto parere del sottoscritto, il più maestoso, imponente personaggio delle Memorie di un cacciatore, anche perché i due racconti di cui è protagonista, Čertopchanov e Nedopjuskin e La fine di Čertopchanov, costituiscono una sorta di romanzo breve: la narrazione si dilata e dunque approfondisce, permettendo a Turgenev di costruire una figura e una storia perfettamente compiute.

«Nobile di antico lignaggio», come si definisce orgogliosamente egli stesso, ma irrimediabilmente decaduto, proprietario di una piccola tenuta trascurata, vecchia e in rovina, Pantelej Eremeič Čertopchanov si distingue per la fierezza, l’altezzosità e l’arroganza, mitigate dal suo profondo senso della giustizia, che lo porta sempre a schierarsi dalla parte degli aggrediti, degli umiliati, delle vittime insomma. La sua fine inizia con la fuga di Maša, l’amatissima zingara che lo abbandona perché vittima della «nostalgia». Meravigliosa la scena della separazione, con Čertopchanov che, disperato, si lancia all’inseguimento della donna, la raggiunge, la prega e la minaccia, piange, impreca e infine spara. Indifferente al colpo di pistola, che le sibila sopra la testa, Maša se ne va, dondolando per stuzzicarlo e intonando una malinconica canzone d’addio:

[…] si era allontanato di appena una cinquantina di passi quando all’improvviso si fermò come impietrito. Una voce nota, troppo nota aveva raggiunto il suo orecchio. Maša cantava. «Giovinezza età meravigliosa», cantava, ogni nota era come se si diffondesse nell’aria della sera, dolorosamente e appassionatamente. Čertopchanov aguzzò le orecchie. La voce si allontanava sempre più; ora languiva ora si udiva appena appena ma sempre come un’onda ardente…
«Lo fa per dispetto», pensò Čertopchanov ma subito dopo gemette: «Oh, no: mi sta dicendo addio per sempre», e scoppiò in lacrime (310).

Per Čertopchanov è un colpo durissimo, al quale si aggiunge la morte improvvisa dell’amico fedele, devoto, che ha salvato dallo scherno pubblico e accolto in casa propria, Nedopjuskin, anch’egli prostrato dalla fuga di Maša. Ma l’evento che distrugge definitivamente Čertopchanov è il furto del suo meraviglioso, quasi fiabesco destriero Malek-Adel’, regalatogli da un ebreo al quale ha salvato la vita, sottraendolo alla furia cieca di un gruppo di contadini inferociti. Malek-Adel’ è l’ultima occasione di superiorità per Čertopchanov, che a un cacciatore-principe disposto a dargli tutto per il suo cavallo, persino la moglie e i figli, risponde: «Se tu fossi lo zar […] e mi avessi offerto il tuo regno per il mio cavallo, non avrei accettato ugualmente!» (319). In queste parole è racchiusa, compendiata l’essenza di Čertopchanov, fiero e sdegnoso nobile d’antico lignaggio per il quale la dimostrazione della propria superiorità conta più di ogni altra cosa, più dell’amicizia, più dell’amore, più del potere e della ricchezza. Čertopchanov sfreccia ogni giorno accanto alle tenute dei vicini in sella a Malek-Adel’, di cui tutti ammirano e invidiano la regale bellezza, esibendo la propria superiorità. Ma ecco che una notte un ladro gli porta via il cavallo. Come con Maša, Čertopchanov si lancia all’inseguimento di Malek-Adel’, disposto a scandagliare ogni angolo dell’immensa Russia pur di ritrovarlo. Torna a casa un anno dopo, con un cavallo molto simile a Malek-Adel’, quantomeno nell’aspetto. Roso dal dubbio, che non gli dà tregua, Čertopchanov, dopo aver avuto la dolorosa certezza di aver riportato a casa un altro cavallo, perde la testa. Il suo orgoglio ferito, umiliato lo consegna interamente alla rabbia e all’odio: Čertopchanov uccide la povera bestia con un colpo di pistola (uno dei momenti più terribili delle Memorie di un cacciatore), quindi si rinchiude nella propria stanza, circondato dai ricordi di Maša, di Nedopjuskin, del primo, vero Malek-Adel’, e, stordendosi ogni sacrosanto giorno di vodka, si lascia morire. Non ci sono dubbi: Pantelej Eremeič Čertopchanov è uno dei personaggi letterari che meglio rappresenta la meravigliosa, affascinante e al tempo stesso spaventosa follia dei russi.

IX

Protagonista del racconto Reliquia vivente, Luker’ja è una delle figure più commoventi e strazianti delle Memorie di un cacciatore. Contadina un tempo bellissima, alta e imponente, bianca e rossa, ballerina energica e instancabile, guida di tutte le danze, corteggiata da tutti i giovanotti e per la quale lo stesso cacciatore sospirava in segreto, a causa di una caduta Luker’ja è ora ridotta a una mummia: la testa «completamente rinsecchita, monocolore, color bronzo, proprio come le immagini delle antiche icone, il naso sottile come un rasoio, le labbra quasi inesistenti, solo i denti e gli occhi risaltavano di bianco e da sotto un fazzoletto spuntavano sulla fronte radi mazzetti di capelli giallicci» (343). Il suo volto non è brutto, anzi, è persino bello, ma terribile, innaturale.

Luker’ja, che non ha neppure trent’anni ed è stata soprannominata dai contadini «reliquia vivente», passa le giornate sdraiata in una capanna: paralizzata, può muovere soltanto le braccia. Luker’ja non si lamenta, mai, si è abituata alla propria condizione. «C’è chi sta peggio di me», dice, chi non ha un posto dove stare, che è cieco oppure sordo. Lei, invece, ci sente benissimo, e passa le giornate in ascolto: una talpa scava sottoterra e lei la sente, riconosce tutti gli odori, anche i più deboli, è la prima ad accorgersi della fioritura del grano saraceno e dei tigli.

No, perché far andare in collera Dio? Molti altri stanno peggio di me. E poi, se non altro, le persone sane peccano molto facilmente, invece perfino il peccato si è allontanato da me (346).

Luker’ja ha imparato a non pensare e, soprattutto, a non ricordare: così il tempo passa più in fretta. Tace e ascolta, perché anche quando è buio c’è sempre qualcosa da ascoltare, «il crepitio di una candela o il raspare di un topo. Allora sto bene e non penso» (347). Luker’ja prega, ma non troppo: perché «scocciare Dio?»; Lui sa perfettamente di cosa lei ha bisogno, non serve mica che glielo chieda.

Luker’ja non si lamenta mai e non chiede, né vuole aiuto, perché, in fondo, «chi può aiutare un’altra persona? Chi può penetrare nella sua anima? L’uomo si aiuta da solo! Ecco, voi non ci crederete, ma alle volte me ne sto sdraiata qui da sola… come se non esistesse nessun altro al mondo a parte me. Come se vivessi soltanto io! E mi sembra di essere illuminata… Mi metto a meditare… è persino sorprendente!» (348). Luker’ja è ormai entrata in una dimensione esistenziale altra, vive in una sorta di altrove inaccessibile ai sani che si affannano fuori della sua capanna, e nel suo caso la solitudine è un bene, perché «se ci fossero delle persone accanto a me, tutto questo non accadrebbe e non sentirei nulla a parte la mia infelicità» (ibidem).

Luker’ja dorme poco ed è forse questo il suo unico cruccio, ma quando dorme fa sogni straordinari, quasi delle visioni, anche se il prete che la va a trovare dice che le visioni possono averle soltanto loro, i preti: sogna Cristo, giovane e senza barba, che la chiama «sposa mia ornata» e la conduce con sé nel regno dei cieli, dove non c’è posto per la sua malattia e lei tornerà a condurre i girotondi e a cantare; sogna i genitori che le fanno visita e la ringraziano per aver riscattato, con la sua sofferenza, anche i loro peccati; sogna la propria morte, alla quale chiede di portarla via con sé. Quando Luker’ja finalmente muore, misteriose campane suonano per tutta la giornata. Del resto, lei stessa diceva sempre che lo scampanio non proviene dalla chiesa, «ma “dall’alto”. Forse non osava dire “dal cielo”» (354).

Con la figura luminosissima, abbacinante di Luker’ja, concludiamo il nostro breve viaggio nella vecchia Russia di Turgenev, condividendo l’augurio dell’autore che conclude le Memorie di un cacciatore: «Tuttavia è ora di finire. A proposito: avevo iniziato a parlare della primavera: in primavera è facile separarsi, in primavera anche chi è felice sente un richiamo lontano… Addio, lettori, vi augurò prosperità perpetua» (377).

NOTE

[1] Ivan Turgenev, Memorie di un cacciatore, traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano 2020, p. 272. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Paolo Nori, Introduzione a Ivan Gončarov, Oblomov, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 10-11.

[3] Per un approfondimento sul testo, e sulla figura dell’uomo superfluo in generale, rimando al contributo Ivan Turgenev, «Diario di un uomo superfluo»: la triste storia di Čulkaturin.

[4] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parteSeconda parteTerza parte.