Bruno Liljefors, Cacciatore con cane, 1891

Ivan Turgenev, «Memorie di un cacciatore»: un viaggio nella vecchia Russia. Prima parte

Il vecchio mondo è morto e il nuovo tarda a nascere!

I

Pubblicate nel 1852, le Memorie di un cacciatore, che raccolgono in un unico volume racconti scritti e apparsi sul «Contemporaneo» a partire dal 1847, segnano una svolta decisiva nella rappresentazione letteraria, dunque nella percezione dell’opinione pubblica, del contadino russo servo della gleba: Turgenev è il primo scrittore a «evidenziare la ricchezza e la multiformità della sua vita spirituale, la profondità e le doti che sono una sua caratteristica nazionale» [1]. Turgenev sensibilizza i lettori su un tema, quello del rapporto tra padroni e servi, allora vietato, e infatti la pubblicazione delle Memorie determina immediatamente la dura reazione dell’autorità: il censore che ne ha autorizzato la stampa viene licenziato senza diritto di pensione, mentre l’autore è condannato a un mese di prigione e all’esilio forzato nella tenuta familiare di Spasskoe [2].

Turgenev rappresenta il contadino russo quasi sempre in modo positivo, ne parla come di un morto, secondo un’acuta osservazione di Tolstoj, e «nell’atmosfera arroventata dalle passioni, tipica degli anni che precedettero la liberazione dei servi della gleba», avvenuta nel 1861 per il volere dello zar Alessandro II, successore dell’autoritario Nicola I, «questo fatto fece dello scrittore, nell’opinione di critici e lettori, uno dei più autorevoli fautori della liberazione dei contadini» [3]. Se c’è un testo, nella letteratura russa dell’Ottocento, che influisce in modo decisivo sull’abolizione della servitù della gleba, questo testo è proprio Memorie di un cacciatore di Ivan Turgenev, lungo e indimenticabile viaggio nella Russia più profonda, spontanea, quasi primordiale, la «vecchia Russia», come la definisce lo stesso narratore, quella precedente al fatidico 1861, ma i cui tratti caratteristici, dal punto di vista umano, certamente sono rimasti anche dopo la liberazione dei contadini e forse, chissà, persistono ancora oggi.

II

Nelle Memorie di un cacciatore troviamo un mondo – perché la Russia da sola è un intero mondo, per vastità e varietà – perfettamente polarizzato. Da una parte i padroni, appartenenti a una classe vittima di un irreversibile processo di decadenza, spesso persino di degenerazione, rappresentato meglio di ogni altro scrittore russo dell’Ottocento da Saltykov-Ščedrin nel suo capolavoro, I signori Golovlëv [4], ingiusti, violenti, sciocchi, vuoti, incompetenti, incapaci di «elevarsi al di sopra della stupida quotidianità godereccia, delle vuote facezie di cui è riempita la loro vita» [5], agonizzanti inconsapevoli. Dall’altra i servi, i contadini, gli operai, i vagabondi, dotati di un’«autentica saggezza interiore», della «limpidità di sguardo su uomini e cose», di una «saggezza profonda» e della «rassegnazione alla propria condizione di uomini messi alla prova» [6].

Nelle Memorie di un cacciatore, la prima grande opera di Turgenev, compaiono già tutti gli elementi fondamentali della sua narrativa: «in questi suoi primi racconti lo scrittore ha saputo inventarsi uno stile inconfondibile, fatto di attenzione all’uomo, al mondo che si è costruito intorno, destinato prima o poi alla distruzione, e di attenzione alla natura, al suo divenire, che è invece indistruttibile, eterno, magnifico» [7]. Quella natura che, nella sua commovente e sensazionale grandezza, fa da cornice ai tanti personaggi, alle tante vicende che si susseguono nelle Memorie, e dinanzi alla quale, come il sensibile cacciatore, restiamo stupiti e incantati, talvolta intimoriti. Se nelle Memorie di Turgenev resiste ancora un’antica idea di bellezza, essa è indissolubilmente legata alla natura, che l’uomo dovrebbe sforzarsi di comprendere e preservare, non di dominare e dunque distruggere.

III

Ovsjanikov, protagonista del racconto che porta il suo nome, è uno dei personaggi più positivi e luminosi delle Memorie di un cacciatore. Odnodvorec, ovvero contadino libero in possesso di terre proprie, di settantatré anni, imponente e saggio, è uno degli ultimi rappresentanti, l’unico all’interno dell’opera, del XVIII secolo. Ricorda i boiari dell’epoca anteriore a Pietro il Grande, per la sua «aria solenne e placida, per la sua intelligenza e indolenza, la sua rettitudine e tenacia» [8]. Sua è la sentenza posta in epigrafe al presente contributo, «Il vecchio mondo è morto e il nuovo tarda a nascere!» (66), che rivela il carattere transitorio dell’epoca in cui Turgenev scrive e ambienta i suoi racconti, a metà strada tra un passato perduto per sempre, e per certi aspetti rimpianto dall’autore, il XVIII secolo, e un futuro ancora tutto da scrivere e che tarda a manifestarsi. In questo senso, l’abolizione della servitù della gleba, decretata quasi dieci anni dopo la pubblicazione delle Memorie, rappresenterà un momento di svolta decisivo, dopo il quale niente sarà più come prima (per un approfondimento, dal punto vista artistico-letterario, sull’impatto della liberazione dei contadini sulla nobiltà terriera russa, o almeno su una parte di essa, e la servitù, rimando ancora una volta ai Signori Golovlëv di Saltykov-Ščedrin).

Ovsjanikov in una illustrazione di Turgenev

IV

Il prato di Bež è un racconto bellissimo, una sorta di commovente omaggio all’infanzia e ai suoi misteri, alle sue paure e alle sue luci. Nell’olezzante notte estiva russa cinque ragazzi, dai quattordici ai sette anni (Fedja è il più grande, poi ci sono Pavluša, il più coraggioso, Il’juša, il più preparato sulle credenze popolari, Kostja e infine Vanja, il più piccolo del gruppo, rintanato sotto la sua copertina), si raccontano storie spaventose, popolate da misteriose creature soprannaturali (il domovoj, sorta di spirito domestico, la rusalka, creatura femminile abitante delle acque, il lešij, orco dei boschi, il vodjanoj, spiritello delle acque). Splendido il racconto dell’eclissi di sole, chiamata «presagio celeste», che terrorizza tutti, servi e padroni, indistintamente, e annuncia l’arrivo di Triška, l’anticristo così descritto dal sapiente Il’juša:

[…] ma da dove vieni se non sai che è Triška? Nel vostro villaggio se ne stanno tutti rintanati in casa senza uscire mai?! Triška è quella persona eccezionale che verrà, e sarà così eccezionale che nessuno lo prenderà né gli farà nulla: tanto sarà eccezionale. Per esempio se lo vorranno catturare i cristiani, usciranno per picchiarlo con il bastone e metterlo in catene, ma lui incanterà i loro occhi, li incanterà tanto che quelli finiranno per picchiarsi l’uno con l’altro. Se lo metteranno in prigione, poniamo, quello chiederà di bere un po’ d’acqua da una ciotola: gli porteranno la ciotola e si tufferà dentro e nessuno lo acchiapperà più. Quando lo metteranno in catene, lui batterà le mani e le catene cadranno. Questo Triška andrà per villaggi e città; e sarà una persona furba, riuscirà ad abbindolare i cristiani… e nessuno gli potrà fare niente… Tanto sarà eccezionalmente furbo (101).

Durante il «presagio celeste» la gente, terrorizzata, si riversa in strada, ed ecco che dal borgo sembra scendere, nella loro direzione, proprio Triška, dalla testa enorme, «eccezionale». L’anticristo si avvicina… c’è chi si getta in un fosso, chi si rifugia in un campo gridando come una quaglia, nella speranza che Triška risparmi almeno gli animali… Ma non è lui, non è l’anticristo. È soltanto il bottaio Vavila che porta sulla testa la sua brocca nuova. I ragazzi scoppiano a ridere. Ed è come se Fedja, Pavluša, Il’juša, Kostja e Vanja, restino per sempre lì, nel meraviglioso prato di Bež, raccontandosi storie spaventose e ridendo, mentre i cavalli, ai quali fanno la guardia, se ne stanno placidi accanto a loro.

V

Altro personaggio positivo e luminoso delle Memorie di un cacciatore, è Kas’jan di Krasivaja Meč’, protagonista dell’omonimo racconto. Detto Pulce per la sua statura minuta, Kas’jan ha cinquant’anni, un viso scuro e rugoso, i capelli neri, ricci e spessi che gli coprono la piccola testa come il cappello d’un fungo. Straordinariamente gracile e magro, sorta di jurodivyj, K’as’jan non si esprime come un contadino, ma con meditata solennità. Rimprovera il cacciatore per la sua attività omicida, perché è peccato uccidere le creature dei boschi e dei campi, dei fiumi, delle paludi e delle praterie, creature libere e come tali intoccabili. Altro cibo è riservato all’uomo, «il pane, dono di Dio, l’acqua del cielo e le creature affidategli dai padri antichi», come le anatre e i polli. Kas’jan, che parla agli uccelli imitandone il canto e li avverte del pericolo, definisce sacro il sangue: «Il sangue non vede il solicello divino, il sangue si cela alla luce… è un grave peccato mostrare il sangue alla luce, un grave peccato e una cosa terribile… Oh, un peccato gravissimo!» (119). In primavera Kas’jan cattura gli usignoli per sopravvivere, ma non li uccide:

Non c’è uomo né animale che possa fargliela alla morte. La morte non corre, ma non la eviti lo stesso; però non bisogna neanche aiutarla… Io non uccido gli usignoli… me ne guardi Iddio! Io non li catturo per torturarli né per distruggere la loro vita, ma li catturo per la gioia dell’uomo, per consolarlo e rallegrarlo (120).

Irrequieto proprio come una pulce, incapace di restare troppo a lungo nello stesso posto, Kas’jan erra per il mondo, individuando nella ricerca della «verità» il senso dell’esistenza umana, ma senza nutrire una grande fiducia nei propri simili, ai quali pure dona consolazione e allegria: «Non c’è giustizia nell’uomo, ecco come stanno le cose…» (122).

Kas’jan in una illustrazione di Turgenev

VI

Ci sono dei momenti nelle Memorie di un cacciatore che spiccano su tutti gli altri. Momenti in cui l’essenza, o meglio, l’anima, sì, l’anima della vecchia Russia si manifesta con una particolare, rara limpidezza. Uno di questi momenti è rappresentato senza dubbio dal malinconico canto di Jakov nei Cantori, che commuove nel profondo tutti gli ascoltatori:

Devo dire che mi è capitato di rado di sentire una voce simile: era leggermente rotta e risuonava come scheggiata; all’inizio sembrava quasi malata, eppure in essa vi era una passione profonda e genuina, una giovinezza, una forza, una dolcezza, una specie di tristezza malinconica e fascinosamente indolente. Vi risuonava e vi si effondeva l’anima russa, ardente, sincera, che afferrava forte il cuore, toccandone direttamente le corde della sua natura russa. La canzone cresceva, si diffondeva. Jakov era in estasi: non aveva più paura, si abbandonava interamente alla sua felicità, la voce non gli tremava più, ma fremeva di quel fervore interiore, appena percettibile, della passione che trafigge come una freccia l’anima dell’ascoltatore; si rafforzava, si potenziava e si ampliava. Ricordo di aver visto un grande gabbiano bianco una sera, durante la bassa marea, sulla riva pianeggiante e sabbiosa del mare, che roboava minacciosamente in lontananza: l’uccello se ne stava immobile, offrendo il petto setoso allo splendore purpureo del crepuscolo e solo di tanto in tanto allargava leggermente le lunghe ali verso il mare noto, incontro al sole basso infuocato. Fu questo il ricordo che mi sovvenne ascoltando Jakov. Cantava, dimentico del rivale e di tutti noi, sollevato come un energico nuotatore dalle onde della nostra appassionata e silenziosa compartecipazione. Cantava, e da ogni nota della sua voce spirava qualcosa di familiare e di inesprimibilmente grande, come se la steppa conosciuta si allargasse sconfinata dinanzi a voi (231-232).

Grazie a Turgenev, insieme a Dostoevskij e Tolstoj il più grande scrittore ottocentesco russo della seconda generazione (Puškin, Lermontov e Gogol’ sono i più grandi della prima, di generazione), anche dinanzi ai nostri occhi si spalanca l’immensa, sconfinata steppa russa, con i suoi luoghi incantati e i suoi abitanti straordinari, in un viaggio lungo e indimenticabile che vorremmo non finisse mai.

NOTE

[1] Gabriella Schiaffino, Introduzione a Ivan Turgenev, Memorie di un cacciatore, Garzanti, Milano 2020, p. XIII.

[2] Fausto Malcovati, Prefazione a Ivan Turgenev, Memorie di un cacciatore, cit., p. XXVII.

[3] Gabriella Schiaffino, Introduzione, cit., p. XIII.

[4] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Michail Saltykov-Ščedrin, «I signori Golovlëv» ovvero della degenerazione – Prima parte, Seconda parte.

[5] Fausto Malcovati, Prefazione, cit., p. XXVIII.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, pp. XXIX-XXX.

[8] Ivan Turgenev, Memorie di un cacciatore, traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, cit., p. 57. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.