Émile Friant, Espiazione, 1908

Victor Hugo, «L’ultimo giorno di un condannato a morte»: il «pensiero agonizzante»

Ma il dolore principale, il più forte, non è quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa.

Fëdor Dostoevskij, «L’idiota»

I

Pubblicato per la prima volta nel 1829, in forma anonima, L’ultimo giorno di un condannato a morte è un «libro di rivolta» scritto da un «uomo in rivolta» [1], un giovane e talentuoso autore che decide, con un gesto poetico e al tempo stesso politico, come scrive la Feroldi, di gridare tutto il proprio sdegno per una delle istituzioni più inumane e selvagge mai fondate: la pena capitale.

Dostoevskij, che di pene capitali se ne intende, condannato a morte e poi graziato pochi istanti prima dell’esecuzione, i fucili già carichi e spiegati davanti ai primi tre condannati [2], giudica L’ultimo giorno di un condannato a morte, citato nella nota introduttiva della Mite quale esempio di scrittura stenografica, il capolavoro di Hugo, la sua opera più «reale» e «veritiera» [3]. In effetti, rispetto a Notre-Dame de Paris e I miserabili, L’ultimo giorno di un condannato a morte è altro: qui è tutto spietatamente essenziale, non c’è una sola parola di troppo, una sola frase superflua, evitabile, sulla quale poter sorvolare. Ogni singolo capitolo è un chiodo piantato nella bara del disgraziato protagonista. In poche pagine Hugo racchiude quello che Dostoevskij definisce, nella breve prefazione dei Fratelli Karamazov, il «midollo dell’universale» [4].

II

L’anonimato, scelto dal giovane Hugo per ovvi motivi politici (una rivolta è sempre qualcosa di delicato e rischioso, soprattutto se indirizzata contro la Legge), è una componente fondamentale dell’Ultimo giorno. Anonimo è infatti non solo l’autore, ma anche il protagonista-narratore del testo, la cui figura e il cui caso sono resi in tal modo ancor più universali: «Hugo non concede appigli: il condannato non ha nome […], non si sa nulla del delitto che ha commesso, né se sia da ritenere pienamente colpevole o vi siano circostanze attenuanti. Tutto quello che potrebbe rendere il suo caso meno che universale è bandito: non si tratta di impietosirsi sulle contingenze, ma di prendere atto della situazione per quanto ha di assoluto. Si tratta […] di sfondare le barriere che impediscono la presa di coscienza del fatto che chiunque di noi potrebbe essere al posto del protagonista» [5].

Hugo annulla la distanza tra il lettore e il condannato, volutamente privato d’identità: noi siamo lui e lui è ognuno di noi. Hugo recide le palpebre, costringe il lettore, quasi con violenza, a guardare dentro il condannato, a farsi egli stesso condannato, l’uomo-non-più-uomo che sa la propria morte, che vive la propria morte, ogni singolo istante della sua vita-non-più-vita, perché egli già non appartiene più al mondo dei vivi. Tra le due elementari macro-categorie umane, quella dei vivi e quella dei morti, i condannati costituiscono una terza categoria intermedia, sospesa tra la vita e la morte: formalmente sono ancora vivi, sostanzialmente sono già morti, spettri di carne, soprattutto per gli altri. Ed essi vivono in una doppia prigione, quella esterna, rappresentata dalle quattro pareti della cella, e quella interna, rappresentata dal proprio Io, decisamente peggiore della prima. Ecco, l’Io del condannato è una prigione nella prigione. Il suo dramma è tutto interiore, psicologico: egli è fatto a pezzi dall’idea della condanna a morte, non può in alcun modo pensare ad altro, ed è questa estenuante, sfibrante tortura interiore, evidenziata anche da Dostoevskij nel passo dell’Idiota posto in esergo (è il principe Myškin a parlare, luminoso portavoce delle idee dell’autore sulla pena di morte), a costituire la sua vera condanna: «a parere di Hugo, la vera condanna è la tortura inimmaginabile rappresentata dalla certezza del modo e del momento della fine: una tortura che nessuno – né individuo né società – ha il diritto di infliggere a un altro essere umano» [6]. Sono le settimane, i giorni, le ore, gli istanti che precedono l’esecuzione della pena di morte – un tempo dilatato, sfilacciato per il quale non esistono unità di misura – a distruggere psicologicamente il condannato, prima della sua distruzione fisica, a renderlo un agonizzante, e a rendere agonizzante il suo pensiero, concentrato tutto su quell’«idea fissa» che non gli lascia scampo. Tutte le vittime, spiega il principe Myškin con il suo luminoso candore, sperano fino all’ultimo di potersi salvare (parliamo di vittime di briganti, di ladri assassini, come quello che il protagonista dell’Ultimo giorno incontra poco prima dell’esecuzione), c’è chi riesce a fuggire, nonostante le gravi ferite, e chi viene persino graziato. Al condannato questa speranza non è concessa:

Ma con la legalità, quest’ultima speranza, la speranza che attenua lo spavento della morte, vi viene tolta con una certezza matematica, spietata. Attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa? […] No, no, la pena di morte è inumana, è selvaggia e non può né deve essere lecito applicarla all’uomo [7].

III

Cinque settimane. Da cinque interminabili settimane il condannato convive con il pensiero terribile della sua condanna a morte, «sempre solo in sua compagnia, sempre raggelato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso!». Solo poche settimane prima era un uomo «come gli altri», un uomo libero, un uomo vivo. Settimane… In realtà sembra che siano passati anni: la condanna a morte ha arrestato il tempo, lo ha congelato, cristallizzato. Il condannato vive un unico, interminabile giorno, l’ultimo giorno.

Prima, quando era un uomo libero, «ogni giorno, ogni ora, ogni minuto aveva la sua idea»; la sua mente, «giovane e fervida, era piena di fantasie»: ragazze, teatri, passeggiate notturne. Nella sua immaginazione era sempre «festa». Ancor più della libertà fisica, è la libertà di pensiero e d’immaginazione a determinare la libertà dell’uomo: «Potevo pensare a ciò che volevo, ero libero». Ora non più:

Ora sono in gabbia. Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mente imprigionata in un’idea. Un’idea orribile, cruenta, implacabile! Ho un unico pensiero, un’unica convinzione, un’unica certezza: condannato a morte! [8]

Il pensiero della propria condanna a morte non lascia scampo al condannato, è sempre lì, fisso, immutabile, inesorabile, qualunque cosa faccia (ma cosa può fare tra le quattro soffocanti pareti della cella?) gli sta accanto, come uno «spettro di piombo», impalpabile e al tempo stesso pesantissimo, impossibile da smuovere, distrugge ogni possibilità di distrazione, di divagazione, di evasione cerebrale, gli impedisce di «voltare la testa dall’altra parte o chiudere gli occhi», s’insinua in tutte le forme mentali, s’intromette in tutte le frasi, s’aggrappa con il condannato alle sbarre della cella, lo ossessione quando è sveglio, lo spia quando dorme e s’intromette nei suoi sogni.

Il condannato di Hugo, ampliando l’orizzonte e il significato del testo, si trova nella stessa situazione disperata descritta da Camus nel Mito di Sisifo quando l’uomo diviene finalmente consapevole del proprio destino mortale, della «sanguinante matematica che regola la nostra condizione» [9]: tutto si sgretola e l’individuo si ritrova nudo e solo nel deserto. Naturalmente il condannato di Hugo non può contare sul conforto dell’assurdo, al contrario del condannato di Camus, Meursault, che proprio dopo la condanna a morte riscopre la vita e persino la felicità:

Quasi che quella grande rabbia mi avesse purgato dal male, svuotato della speranza, di fronte a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Nel riconoscerlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito di esser stato felice, di esserlo ancora [10].

Il pensiero della condanna a morte rode il condannato dall’interno come un tarlo, lo divora e con esso divora tutti i suoi pensieri, come se di essi si nutrisse, lo afferra con i suoi artigli, nelle viscere e nelle carni, lo arronciglia, lo strazia come i demoni danteschi arroncigliano e straziano i dannati, tenendolo schiacciato a terra, impedendogli di sfuggire anche solo mentalmente alla propria condizione: è una vera e propria tortura. Oltreché in uno stato di prigionia fisica, il condannato a morte si trova in uno stato di prigionia psicologica ancor più terribile, ed è proprio questo il centro del dramma, l’Io straziato del protagonista.

L’incipit dell’Ultimo giorno è uno dei più angoscianti e claustrofobici dell’intera storia della letteratura. Senza preamboli, Hugo ci scaraventa nel dramma del condannato a morte, e una volta aperto il libro e lette le prime righe, anche noi siamo in trappola con lui. Perché, di nuovo, secondo l’impersonale punto di vista narrativo adottato da Hugo, lui è tutti noi. Soltanto in questo modo possiamo comprendere davvero il terrore e l’assurdità del dramma vissuto dal condannato.

IV

La sentenza di morte, pronunciata in un bellissimo, radioso mattino d’agosto, così lucente e puro da alimentare le speranze del protagonista in un’assoluzione, apre improvvisamente una frattura, profonda e insanabile, tra lui e gli altri. Il protagonista diventa un condannato a morte ed esce così dal mondo dei vivi:

In me si era prodotta una rivoluzione. Fino alla sentenza di morte, mi ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso mondo degli altri; ora distinguevo chiaramente una specie di barriera tra il mondo e me. Niente mi appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Quelle grandi finestre illuminate, quel bel sole, quel cielo terso, quel fiore grazioso, tutto era pallido e sbiadito, del colore di un sudario. Quegli uomini, quelle donne, quei ragazzini che si accalcavano al mio passaggio, trovavo avessero un’aria da fantasmi (57).

Lo sguardo del protagonista muta, si spegne, dunque si spegne, sbiadisce tutto ciò che lo circonda. Inizia in questo momento l’incubo della consapevolezza della morte, del pensiero della condanna, la tortura interiore, la trappola psicologica.

V

La condizione del protagonista, la condizione di condannato a morte, è in realtà la condizione di tutti gli uomini: «gli uomini sono tutti condannati a morte con rinvii indefiniti» (ibidem). È esattamente così, la condanna a morte è una condizione metafisica, ma, ed è un ma enorme, che fa tutta la differenza del mondo, per il condannato a morte legale non ci sono più rinvii: la morte è lì che lo attende, non c’è scampo. Molti uomini liberi precederanno il condannato nella morte, da qui al giorno dell’esecuzione, ma la loro morte sarà inconsapevole e improvvisa: non quella del condannato, che della propria morte conosce il modo, il giorno e l’ora esatti, e non può evadere da questa torturante consapevolezza.

Il protagonista tenta disperatamente di trovare conforto nella condizione umana di condanna, e nel pensiero che, in fondo, per lui la vita non ha più nulla di irrinunciabile (la poca luce, il pane nero, la rudezza e la brutalità delle guardie, la solitudine, la paura), ma non funziona. Non c’è conforto nella sua condizione.

VI

Trovo straordinario il paragone tra la prigione di Bicêtre e la vita. Visto da lontano, il grande edificio della Bicêtre trasmette all’osservatore una certa maestosità regale; avvicinandosi rivela invece tutto il suo terrificante squallore, da palazzo diviene stamberga, sudicia e fatiscente: «È la vita vista da vicino» (58).

VII

I detenuti, dai quali apprende l’argot, «tutta una lingua che si innesta sulla lingua comune come una specie di escrescenza schifosa, di verruca» (59), i miserabili, parola-chiave della letteratura hugoliana che compare nell’Ultimo giorno per la prima volta, sono gli unici a compatire il condannato; tutti gli altri, i carcerieri, i secondini, le guardie, parlano di lui, davanti a lui, «come di una cosa» (60). La reificazione del condannato a morte.

VIII

L’«idea fissa» che possiede il condannato, che lo afferra e lo stringe e lo stritola e lo soffoca, l’idea della condanna a morte, si presenta «a ogni ora, a ogni istante, in una forma nuova, sempre più orribile e cruenta a mano a mano che si avvicina il termine» (ibidem), ed è così spaventosa e totalizzante «da fracassarsi la testa contro il muro della cella» (62), come il buon Pier delle Vigne.

IX

Interessanti le definizioni che il condannato dà del proprio scritto: «verbale del pensiero agonizzante», «progressione sempre crescente di dolori», «autopsia intellettuale di un condannato» (61).

Un paio di considerazioni: 1) il testo è il resoconto di un’agonia, di una lenta e inesorabile agonia, e se tutta la vita è un’agonia, come giustamente scrive Cioran [11], lo è soprattutto per il condannato a morte che sa come, dove e quando; 2) intellettualmente il condannato è già morto, l’idea fissa è l’unica che gli resta, ha divorato tutte le altre.

X

La «sbrigativa formula di una sentenza di morte» nasconde in realtà una «lenta sequela di torture», e sono proprio queste torture di carattere psicologico che Hugo pone al centro del testo, rivelandole, portandole finalmente alla luce. Coloro che condannano a morte, giudici e giurati, vedono soltanto la lama della ghigliottina e non sospettano le «sofferenze della mente», non sanno che cos’è «il dolore fisico a paragone del dolore morale!» (ibidem). Oltre alla condanna a morte c’è la condanna all’agonia del pensiero, e forse questa è ancor più terribile della prima.

XI

Il condannato lascia una madre, una moglie e una figlia, «una bambina di tre anni, dolce, rosea, fragile, con due occhioni neri e i capelli lunghi castani» (63). L’ultima volta che l’ha vista aveva due anni e un mese.

Così, dopo la mia morte, tre donne, senza figlio, senza marito, senza padre; tre orfane di specie diversa: tre vedove per causa della legge (ibidem).

Tre donne che non hanno fatto assolutamente niente, eppure condannate dalla giustizia – come risuona ironica e beffarda questa parola! – al disonore e alla rovina. Il condannato può sorvolare sul destino della madre, già vecchia, segnata, e della moglie, già malata, fragile di nervi, ma non su quello della figlia:

è mia figlia, la mia bambina, la mia povera piccola Marie, che ride, che gioca, che canta e a quest’ora non pensa a niente, è lei a farmi male! (64).

Nubi oscure, minacciose, sinistre si stagliano all’orizzonte della povera, piccola Marie. Che ne sarà di lei?

XII

Nella cella di otto piedi quadrati nella quale è rinchiuso il condannato non c’è neppure una finestra. Le pareti di pietra sono ricoperte di scritte e disegni, le tracce lasciate dagli altri prigionieri, alcune delle quali si direbbero scritte con il sangue e che compongono, tutte insieme, un libro «strano», il libro terribile dei detenuti, dei condannati:

Mi piacerebbe ricomporre un tutto da questi frammenti di pensiero, sparsi sulla pietra; ritrovare un uomo sotto ogni nome; restituire senso e vita a queste iscrizioni mutile, a queste frasi smembrate, a queste parole tronche, corpi senza testa come quelli che le hanno tracciate (66).

Un impegno che richiederebbe la testa sgombra, e la testa del condannato, ormai lo sappiamo, è impegnata, conquistata, invasa, occupata dall’idea fissa, che smetterà di torturarlo quando la ghigliottina, la testa, gliela porterà via.

XIII

Lo sguardo che il condannato lancia al cortile della Bicêtre, il giorno dell’esecuzione della condanna, prima di essere trasferito alla Conciergerie, è «uno di quegli sguardi disperati di fronte ai quali sembra che i muri debbano crollare» (87). La sua mente, durante il trasporto, è «stordita dal dolore». Il prete gli parla, ma il condannato non lo ascolta; la voce del sacerdote, che snocciola una dietro l’altra frasi monotone che assopiscono il pensiero come il mormorio di una fontana e passano davanti, tutte diverse e tutte uguali, come gli olmi nei viali, è soltanto un rumore in più, uno dei tanti.

All’insensibile, limitato usciere che lo rimprovera di essere troppo pensieroso, taciturno e lo appella come giovanotto, il condannato replica: «Giovanotto! […] sono più vecchio di voi; ogni quarto d’ora che passa mi invecchia di un anno» (90).

XIV

Rinchiuso in una cella della Conciergerie, a poche ore dalla morte, piantonato da un gendarme, il condannato compiange la sua bambina, il tristissimo destino che la attende. Chi la bacerà ora? Chi la accarezzerà, chi la farà giocare e pregare? Chi la amerà? Tutti i bambini avranno un padre, tranne lei.

Come farai a disabituarti, bambina mia, al capodanno, ai regali, ai giochi, alle caramelle, ai baci? – Come farai a disabituarti, povera orfana, a bere e a mangiare? (99)

Non ci saranno più capodanni, regali, giochi, caramelle, baci per la piccola Marie, non ci sarà più cibo né acqua per la povera orfana, niente di niente. Se i giurati l’avessero vista, così piccola, così graziosa, se avessero visto il suo collo minuscolo e bianco, i suoi capelli di seta, «avrebbero capito che non si può uccidere il padre a una bimba di tre anni» (99). Insieme al protagonista, la cosiddetta giustizia ha condannato anche la sua bambina, futura miserabile.

XV

Un assistente architetto, o qualcosa del genere, entra nella cella del condannato e inizia a misurare le pietre. Parla a voce altissima e ignora il protagonista. Terminata la misurazione si rivolge a lui come se volesse canzonarlo, annunciandogli che tra sei mesi la prigione sarà decisamente migliore ed esprimendo rammarico per il fatto che il condannato non potrà approfittarne (utilizza proprio questo verbo, “approfittare”). È il gendarme a rispondere a questa specie di assistente architetto, al posto del condannato: «Signore […] non si parla così forte nella stanza di un morto» (104).

XVI

Almeno al condannato è concesso di rivedere la figlia. La piccola Marie, che non lo vede da quasi un anno, non lo riconosce e lo chiama «signore». Un ulteriore, atroce dolore:

Ahimè! amare ardentemente un’unica creatura al mondo, amarla con tutto l’amore che si ha nel cuore, averla davanti, che ti vede e ti guarda, ti parla e ti risponde, e non ti conosce! Non volere consolazione se non da lei e lei è l’unica a non sapere che ne hai bisogno perché stai per morire! (118)

Il dolorosissimo incontro con la figlia, che non lo riconosce, svuota completamente il condannato, lo prostra. Completamente disperato, non c’è più niente che gli stia a cuore, distrutta anche l’ultima «fiaba» del suo cuore: «Sono buono giusto per farmi quello che mi faranno» (120). Per Marie il padre è morto da un pezzo, prega per lui ogni sera, ed è come se il condannato morisse davvero in questo momento. Non resta davvero più niente per lui.

Il condannato pensa d’impiegare l’ultima ora della sua vita scrivendo la propria storia, da lasciare a Marie, affinché non sia qualcun altro a raccontargliela, ma è troppo tardi: non c’è più tempo.

XVII

Per quanto fissa, ossessiva, all’idea della condanna a morte non ci si abitua, e quando al condannato comunicano che è giunta l’ora, gli fa «l’effetto di qualcosa di inatteso», come se nelle ultime sei ore, nelle ultime sei settimane avesse pensato a tutt’altro.

E in questo orrore, si aggiunga la presenza costante e angosciosa, opprimente e soffocante della folla, che schiamazza e sghignazza, che si gode lo spettacolo, la folla anonima assetata di sangue, quasi un’orda demoniaca che accompagna il condannato alla morte e gode della sua disgrazia.

XVIII

All’inizio dell’Ultimo giorno il condannato dichiara di preferire la morte ai lavori forzati, l’altra possibile condanna prospettatagli dall’avvocato. Nel corso del romanzo, con l’inesorabile approssimarsi dell’esecuzione, cambia idea, disperatamente: tutto è meglio della ghigliottina, anche le eterne catene di Tolone, perché in fondo, come scrive Dostoevskij al fratello Michail dopo essere stato graziato, la «vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno» [12].

NOTE

[1] Donata Feroldi, Le Dernier Jour d’un Condamné: un gesto poetico-politico, in Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato, Feltrinelli, Milano 2021, p. 19.

[2] Per un approfondimento sulla condanna a morte di Dostoevskij rimando ai contributi Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione; Fëdor Dostoevskij ovvero della sofferenza (e della felicità, forse).

[3] Fëdor Dostoevskij, La mite, traduzione di Patrizia Parnisari, Feltrinelli, Milano 2015, p. 5. Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «La mite»: un uomo del sottosuolo e sua moglie.

[4] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2011, p. 22.

[5] Donata Feroldi, Le Dernier Jour d’un Condamné: un gesto poetico-politico, cit., p. 17.

[6] Ivi, p. 9.

[7] Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Federigo Verdinois, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 598. Per la lettura dei passi dell’Idiota dedicati alla pena capitale rimando al contributo Il principe Myškin e la pena di morte. Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte.

[8] Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato, traduzione di Donata Feroldi, cit., p. 51. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[9] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 17. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[10] Albert Camus, Lo straniero, traduzione di Sergio Caludio Perroni, Bompiani, Milano 2017, pp. 156-157. Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Albert Camus, Lo straniero: dall’insensibilità alla vita.

[11] «In sostanza, agonia significa un tormento alla frontiera tra la vita e la morte. E poiché la morte è immanente alla vita, quasi tutta la vita è un’agonia» (Emil Cioran, Al culmine della disperazione, traduzione di Fulvio Del Fabbro e Cristina Fantechi, Adelphi, Milano 1998, p. 27). E ancora: «Ora, ognuno porta in sé non solo la propria vita, ma anche la propria morte. La vita non è che una prolungata agonia» (Ivi, p. 55). Per un approfondimento sulla prima opera del filosofo romeno rimando al contributo Emil Cioran, «Al culmine della disperazione» ovvero tra la vita e la morte.

[12] Fëdor Dostoevskij, lettera del 22 dicembre 1849, in Id., Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 28, corsivo mio.