Il'ja Repin, Ritratto di Garšin, 1884

Ivan Turgenev, «Diario di un uomo superfluo»: la triste storia di Čulkaturin

So che questi ricordi non sono allegri né importanti, ma altri non ne ho!

I. Già il semplice fatto che Čulkaturin sia imparentato, come scrive Alessandro Niero, con mezza letteratura russa dell’Ottocento, se non di più [1], rivela l’importanza del Diario di un uomo superfluo, uno dei testi meno noti, almeno in Italia, di Turgenev, scritto nel 1850, dunque esattamente a metà del secolo, dato tutt’altro che trascurabile. Il legame di Čulkaturin con mezza, e forse anche di più, letteratura russa dell’Ottocento, è determinato dalla definizione che egli dà di se stesso, quella celebre definizione di «uomo superfluo» attribuita dalla critica a numerosi personaggi letterari russi del XIX secolo, dal Čackij di Che disgrazia l’ingegno! di Griboedov (1824), all’Ivanov protagonista dell’omonimo dramma di Čechov (1887), passando per l’Onegin dell’Evgenij Onegin di Puškin (1823-1830, l’autentico testo archetipico della grande letteratura russa dell’Ottocento), il Pečorin di Un eroe del nostro tempo di Lermontov (1838-1840), l’Oblomov dell’omonimo romanzo di Gončarov (1859), l’uomo del sottosuolo delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij (1864), tanto per citare i più noti [2] (a questa lista si potrebbero aggiungere altri protagonisti di Turgenev: l’Amleto russo di Un Amleto del distretto di Ščigry, racconto contenuto nelle Memorie di un cacciatore, il Rudin dell’omonimo romanzo, il Lavreckij di Un nido di nobili).

II. Ma chi è l’uomo superfluo? Secondo il significato tradizionalmente attribuito dalla critica a questa definizione, la superfluità, o inutilità, o debolezza, secondo le possibili traduzioni italiane dell’originale espressione russa lišnij čelovek [3], di questo tipo è indissolubilmente legata al contesto storico-sociale della Russia dell’epoca. È ciò che sottolinea anche Paolo Nori tentando di rispondere alla domanda sul perché l’uomo superfluo non riesca a farsi una posizione:

Adesso, è difficile dirlo, ma una delle risposte possibili, una delle cause possibili di questa situazione risiede nel fatto che quella generazione, i russi colti della prima metà dell’ottocento, era stata forse la prima generazione di russi ad avere contatti frequenti con l’occidente, avevano vinto Napoleone e si erano spinti fino a Parigi, e avevano letto gli illuministi, e avevano frequentato le lezioni dei filosofi tedeschi, e, le teste piene di libertà, uguaglianza, fratellanza e idealismo, il cielo stellato sopra di loro, la forza morale dentro di loro, erano tornati in Russia, la loro patria, dove c’era ancora la servitù della gleba, e uno stato corrotto e arretrato, e avevan scoperto che non potevan far niente.
Tutto il loro sapere, tutta la loro scienza non serviva a niente, perché c’era un apparato statale piramidale, con a capo lo zar, che decideva lui, cosa bisognava fare, loro dovevano solo servire, si diceva così, vale a dire ubbidire, e, se non volevan servire, ritirarsi in campagna e non dare troppo fastidio, mi scuso per la banalità del riassunto [4].

Ora, nel caso di Čulkaturin il contesto storico-sociale è completamente assente, egli rientra nella definizione tradizionale di uomo superfluo soltanto da un punto di vista, come dire, privato: «La storia del Diario […] è prevalentemente intima […] e letteraria» [5]. La superfluità di Čulkaturin non è di carattere storico, ma psicologico, o, forse ancora meglio, ontologico, come fa notare egli stesso:

Ci sono persone cattive, buone, intelligenti, sciocche, piacevoli e sgradevoli; ma non… superflue. Cioè, vorrei che mi si capisse: anche di costoro l’universo può fare a meno; ma l’inutilità non rappresenta la loro caratteristica principale, non è il loro tratto distintivo e, quando vi capita di parlare di costoro, ‘superfluo’ non è la prima parola che vi si arrampica sulla punta della lingua. Per quanto riguarda me, invece, altro non si può dire se non: superfluo; e fine del discorso. Una persona in sovrappiù: tutto qua. La natura, evidentemente, non contava sulla mia comparsa e, di conseguenza, mi ha trattato come si fa con un ospite inatteso e incomodo [6].

È proprio il carattere astorico della superfluità di Čulkaturin a determinare l’originalità e l’importanza, rappresentata da un duplice valore letterario, del Diario di un uomo superfluo di Turgenev: «In Čulkaturin c’è l'”uomo superfluo” à la russe, ma anche una sua versione pura, distillata, paradigmatica (quasi ageografica, quasi astorica). Čulkaturin funge idealmente da ‘postfazione’ ad alcuni dei suoi confratelli [quelli precedenti al 1850], per lo più coniugati in chiave seria (o al massimo spruzzati di ironia), ma anche da ‘prefazione’ a confratelli futuri [quelli successivi al 1850] non di rado bagnati di luce semiseria (o comica o grottesca). Čulkaturin fa contemporaneamente da arrivo e da abbrivio, quindi» [7].

III. Triste: non trovo aggettivo migliore per definire la storia di Čulkaturin. Trent’anni, figlio di proprietari terrieri piuttosto agiati (padre dissoluto, ludopatico, ma affettuoso e amato, madre virtuosa, impeccabile, ma fredda e mai amata), Čulkaturin afferra carta e penna dopo aver ricevuto dal medico la notizia della sua morte imminente (gli restano un paio di settimane di vita, non di più). In lui non c’è disperazione, non ancora almeno, perché in fondo «è bello, è bello […] liberarsi della sfiancante consapevolezza di essere vivi, dell’inquieta e appiccicosa sensazione di esistere!» [8], e poi, visto che siamo al 20 di marzo ed è iniziato il disgelo, «Morire per morire, tanto vale farlo in primavera» [9].

Čulkaturin è un uomo intelligente, sensibile, colto, ha studiato, nel suo Diario cita Puškin, Lermontov e Gogol’, le tre corone della letteratura russa della prima metà dell’Ottocento, potrebbe definirsi persino un letterato, ma forse sto andando troppo oltre, eppure per tutto il corso della sua vita ha trovato «costantemente il posto occupato», forse perché lo ha sempre cercato «là dove non si doveva» [10]. Ecco, da buon uomo superfluo Čulkaturin ha passato tutta la vita in piedi, a rintanarsi in se stesso, a scandagliarsi «fino al più infinitesimale dei dettagli», confrontandosi con gli altri e interpretando ogni cosa «per il verso sbagliato», talvolta ridendo della sua pretesa di «essere come tutti», quasi sempre precipitando infine in uno «stato di goffo sconforto»: «Passavo intere giornate in questo lavorio tormentoso e sterile» [11]. A cosa può servire un uomo del genere? La sua semplice presenza suscita disagio, persino ai cosiddetti amici. Pensate se Čulkaturin parlasse, se in presenza di altri esprimesse il proprio pensiero, cosa che, naturalmente, non ha mai fatto, perché dotato di una sorta di «lucchetto interiore», e poi perché consapevole che se condividesse le sue preziose idee con un interlocutore, di certo lo farebbe in modo «maldestro», rovinando tutto. No, l’eloquenza non è una sua qualità. Ma ha forse delle qualità Čulkaturin, uomo superfluo? Egli è piuttosto un uomo senza qualità, nel senso musiliano dell’espressione: ha cioè delle qualità che nel suo mondo non vengono ritenute tali. Che importa al mondo di un uomo che ha letto, studiato e sa citare a memoria Puškin, Lermontov e Gogol’? Sono ben altre le qualità richieste, e di queste qualità Čulkaturin non ne ha nessuna.

IV. Accantonato il proposito di impiegare i pochi giorni che gli restano da vivere raccontando a se stesso la propria vita, Čulkaturin si sofferma su un episodio, avvenuto diversi anni prima in una cittadina di provincia dimenticata da Dio, e che vale come una sorta di exemplum della sua superfluità. Čulkaturin narra il suo amore per la giovane, graziosa e fresca Elizaveta Kirillovna: nella sua vita opaca e grigiognola, le tre settimane passate accanto alla fanciulla rappresentano un fascio di luce, una parentesi calorosa, giovanile e fragrante. Il disastroso esito di questa storia nasce da un malinteso, o meglio, da un’errata valutazione dei fatti di Čulkaturin: la solitudine, la timidezza, diciamo pure l’introversione, la romantica predisposizione al sogno gli impediscono di vedere le cose per quello che davvero sono, esse gli appaiono «sotto una falsa luce, come attraverso lenti colorate», e così egli s’illude che il repentino cambiamento di Liza, al quale assiste da una prospettiva privilegiata, la sua metamorfosi da fanciulla in donna, sia dovuta all’amore ch’ella nutre per lui. L’equivoco dura una settimana, una settimana in cui Čulkaturin si abbandona completamente all’illusione e sogna di poter mutare il proprio triste destino:

Se qualcuno allora mi avesse detto all’orecchio: “Menti a te stesso, mio caro! Ti si profila un’altra sorte, amico mio: sei destinato a morire in solitudine, in una casetta fatiscente, accompagnato dal noioso brontolio di una vecchia comare, che altro non aspetta se non la tua morte per vendere i tuoi stivali per una pipa di tabacco…”
Già, senza volerlo ti escono di bocca le parole di un filosofo russo: “Come sapere ciò che non sai?” [12]

La realtà, vera e propria nemica dell’uomo superfluo, non è mai all’altezza del sogno: no, non è stato Čulkaturin a rapire il prezioso cuoricino di Liza (ed egli se ne accorge da uno sguardo, un semplice sguardo della fanciulla riflesso allo specchio, in cui brilla un «lampo di soddisfazione» per essere riuscita a sgattaiolare via dalla stanza senza farsi notare, lei crede, dal protagonista), ma un avvenente, brillante, ricco principe pietroburghese di cui conosciamo solamente l’iniziale del cognome, N. La delusione cocente porta alla luce il lato più oscuro di Čulkaturin, e dell’uomo superfluo in generale (quel lato che troverà la sua massima espressione, sfociando nella patologia, nell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij), vittima della propria astrattezza, della propria autoreferenzialità, della propria immaginazione romanticamente tesa, del proprio sensibilissimo ed esacerbato amor proprio. Straziato dalla gelosia, dall’invidia, dal sentimento della propria insignificanza, da una rabbia cieca e impotente, dunque ridicolo al massimo grado, Čulkaturin, certo che il principe N., quest’uomo indispensabile, luminosissimo sole attorno al quale si affolla appiccicosa la migliore società di quell’angolino di provincia dimenticato da Dio, voglia soltanto approfittare di Liza, del suo amore acerbo e sconfinato, per poi tornarsene nei suoi illustri salotti pietroburghesi, decorato dell’ennesima conquista galante, riesce a costringere il rivale a battersi in duello con lui. Il duello finisce nel modo peggiore, più umiliante per Čulkaturin, che spara per primo e ferisce il principe alla testa, mentre il principe spara in aria e decreta la fine delle ostilità. La consapevolezza della propria stupidità, della propria inadeguatezza, bruciante come una febbre, distrugge Čulkaturin, definito da Koloberdjaev, il capitano ubriacone che gli ha fatto da secondo, uno «spremimeningi», la sua definizione più azzeccata dopo quella di uomo superfluo. Čulkaturin non può perdonare al principe di averlo risparmiato, soprattutto dopo che egli ha rischiato, del tutto involontariamente, sia chiaro, di fargli saltare le cervella; inoltre la notizia del duello diviene presto di dominio pubblico nella misera cittadina di O., che si scaglia all’unanimità contro il protagonista, ripudiandolo e considerandolo alla stregua di un mostro. Soltanto l’intervento del principe convince le autorità a non punire esemplarmente Čulkaturin, e questa benevola intercessione del magnanimo rivale rappresenta per lui il «coperchio di una bara», l’umiliazione definitiva.

V. Le previsioni di Čulkaturin si rivelano esatte, il principe N. lascia la cittadina di O. senza avanzare una proposta di matrimonio a Liza, alla sua famiglia, e ciò riabilita il protagonista agli occhi della società, ma non a quelli della fanciulla, che lo odia con tutta se stessa e non gli perdonerà mai di aver attentato alla vita dell’amato. «Ma io?», si domanda Čulkaturin al termine del suo racconto, «Io perché mai mi sono impicciato? Quinta ruota del carro che non sono altro!» [13]. Ecco, in tutto ciò che fa l’uomo superfluo si impiccia, la sua presenza non è richiesta, non è necessaria, tanto da far apparire la sua nascita un errore. La sua esistenza non è prevista nell’ordine naturale delle cose, e la vita sgretola tutte le sue aspettative, tutti i suoi sogni, vanifica sul nascere tutti i suoi tentativi di modificare il proprio destino, che è quello tristissimo di morire solo, disperatamente solo, «in una casetta fatiscente, accompagnato dal noioso brontolio di una vecchia comare, che altro non aspetta se non la tua morte per vendere i tuoi stivali per una pipa di tabacco».

La «piccola commedia», come egli stesso definisce la propria vita, di Čulkaturin, termina, verrebbe da dire finalmente, nella notte tra il primo e il 2 aprile: in primavera, almeno.

VI. L’uomo superfluo è un personaggio tipico della grande letteratura russa dell’Ottocento, ma dalla validità universale. Di uomini superflui infatti ne esistono ancora oggi, ve lo assicuro, forse persino più di ieri, e non solo in Russia (sebbene tutti, credo, o almeno quelli che hanno avuto la fortuna di leggere testi come il Diario di Turgenev, o le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, considerino la Russia una sorta di patria ideale):

Allora, forse mi sbaglio, ma proviamo a immaginare un ragazzo, oggi, immaginiamo che sia di Carpi e si chiami Claudio, immaginiamo che sia appassionato di filosofia, che faccia una tesi sulla Città del sole, di Campanella, o, meglio, su Spinoza, sull’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico di Spinoza, immaginiamo che impari il latino, e l’olandese, e immaginiamo che dopo due anni che ci lavora discuta la tesi, centodieci e lode, va bene, ma dopo?
Proviamo a chiederci cosa interessa, alla società in cui vive questo Claudio di Carpi, o di Mirandola, è lo stesso, che cosa interessa alla società che Claudio troverà il mattino dopo la sua laurea, quando esce di casa, oltre la soglia del suo appartamento, che cosa interessa, a questa società, della Città del sole, di Campanella, o dell’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, di Spinoza, o delle Diatribe di Epitteto, faccio per dire. Che utilità ha, Claudio di Mirandola, per quella società, cosa può fare, in quella società? Ha davanti due possibilità: o si mette a servire, o si mette in un angolo e cerca di non rompere troppo i maroni, mi scuso per la volgarità ma i tempi, in qualcosa, sono cambiati [14].

NOTE

[1] Alessandro Niero, Superfluità, in Ivan Turgenev, Diario di un uomo superfluo, Voland, Roma 2011, p. 87.

[2] Per un approfondimento su questi personaggi e le relative opere rimando ai contributi Aleksandr Puškin, «Evgenij Onegin»: il coraggio di rinunciare. Prima parte, Seconda parte; «Un eroe del nostro tempo»: la terribile diagnosi di Lermontov; Ivan Gončarov, «Oblomov» ovvero l’uomo superfluo. Prima parte, Seconda parte; Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[3] Alessandro Niero, Superfluità, cit., p. 87.

[4] Paolo Nori, Introduzione a Ivan Gončarov, Oblomov, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 10-11.

[5] Alessandro Niero, Superfluità, cit., p. 91.

[6] Ivan Turgenev, Diario di un uomo superfluo, traduzione di Alessandro Niero, cit., p. 17.

[7] Alessandro Niero, Superfluità, cit., pp. 94-95.

[8] Ivan Turgenev, Diario di un uomo superfluo, cit., p. 8.

[9] Ivi, p. 7.

[10] Ivi, pp. 17-18.

[11] Ivi, p. 18.

[12] Ivi, p. 34.

[13] Ivi, p. 82.

[14] Paolo Nori, Introduzione, cit., p. 11.