Caspar David Friedrich, La stella della sera, 1830 circa

Goethe, «Le affinità elettive»: il cieco dominio del destino. Prima parte

Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente. Invano gli attraversano la strada la ragione e la virtù, il dovere e tutto quello che c’è di più sacro: qualcosa deve accadere, che per lui è giusto, che a noi non sembra giusto; e possiamo comportarci come vogliamo, alla fine è lui che vince.

I.

Applicare le leggi della natura al mondo umano: è questa, in sostanza, l’idea alla base delle Affinità elettive. Guidate «dalla stessa necessità naturale che produce il fiore della rosa o una combinazione chimica», le passioni che avvincono Edoardo e Ottilia, Carlotta e il Capitano, non sono frutto di un banale «slancio del cuore», ma di una irresistibile «attrazione magnetica», di una «forza fatale e meccanica, come è fatale e meccanica la forza che lega il calcare e l’acido solforico e li trasforma in gesso» [1]. A contatto con gli uomini, le leggi della natura si trasformano, assumono «l’aspetto di una maligna incarnazione del fato» [2]: dalla loro applicazione nel mondo umano nasce il cieco dominio del destino, in un «modo fatale di vita, che stringe più nature viventi in un solo nesso di colpa e castigo» [3].

Nato dall’esperimento goethiano di applicare le leggi naturali agli uomini, il destino, incontrastata e incontrastabile forza dominatrice delle Affinità elettive, si sviluppa poi in modo indipendente, autonomo, perché, come scrive Benjamin, il concetto di destino è indissolubilmente legato a quello di colpa, assente nella vita vegetale e presente soltanto in quella umana: se gli uomini, «trascurando l’umano, cadono in balia della natura», sulla quale Edoardo e Carlotta s’illudono, prima dell’irruzione del Capitano nella loro esistenza artificiosa, di esercitare un controllo totale, modificandola a proprio piacimento, «la vita naturale, che non conserva la sua innocenza, nell’uomo, se non si lega a una vita superiore, trascina con sé anche quest’ultima. Col dileguarsi della vita soprannaturale nell’uomo la sua vita naturale diventa colpevole, pur senza venir meno, nell’azione, alle norme della moralità» [4].

Un’interpretazione critica che non implica un giudizio morale. Secondo Benjamin infatti non è mai corretto giudicare dei personaggi, e non solo i personaggi del romanzo di Goethe, ma i personaggi letterari in generale, da un punto di vista morale, perché irreali (è evidente il riferimento polemico a certi giudizi negativi delle Affinità elettive di stampo etico-cristiano). Certo, la figura di Edoardo scontenta tutti, è inevitabile, ma è ingiusto isolarla dal contesto del romanzo. Come gli altri protagonisti, pur nella sua «incostanza», nella sua «brutalità», espressioni di una «labile disperazione in una vita perduta», Edoardo è completamente schiavo delle affinità elettive, che non conducono, secondo quella che Benjamin definisce «geniale intuizione di Goethe», all’«intimo accordo spirituale degli esseri», dunque, fondamentalmente, alla serenità e alla felicità, all’ideale realizzazione del loro sogno d’amore, ma solo alla «peculiare armonia degli strati naturali profondi», che nell’uomo genera sofferenze, corrispondenze parziali, inquietanti e dissonanti:

Ottilia si adatta al flauto di Edoardo, ma il loro accordo è stonato. Edoardo accetta, leggendo, da parte di Ottilia, ciò che rifiutava da parte di Carlotta: ma è pur sempre una sconvenienza. Egli si sente mirabilmente intrattenuto da lei, ma essa tace. I due soffrono insieme, ma è solo un’emicrania [5].

I protagonisti delle Affinità elettive «soccombono» a quelle forze naturali che s’illudevano di aver domato, come mostra il loro habitat artificialmente plasmato: «senzienti ma sordi» verso Dio, «veggenti ma muti» verso il mondo, «essi vanno per la loro strada», e se «i loro conti non tornano, non è per quello che fanno, ma per quello che sono» [6]. Opporsi alle affinità elettive, controllarle, dominarle non è possibile (tranne che in un caso, forse, come vedremo): si può solo subirle.

Nel mondo delle Affinità elettive, sprofondato nei suoi vortici, «è del tutto indifferente come agiscano gli uomini»: essi «sbagliano qualsiasi cosa facciano, sia che seguano la strada del capriccio», come Edoardo, «o quella del dovere», come Carlotta, «sia che ascoltino la voce della passione o quella della rinuncia», come fanno, alternativamente, tutti i protagonisti, in modi e tempi diversi. In questo mondo fatale è impossibile «agire giustamente, per quanto scrupolo, devozione, onestà ed amore» si tenti di infondere nelle proprie azioni; il destino si serve, contro i protagonisti, delle loro virtù come delle loro colpe: «le passioni, i desideri, i sogni, le speranze, le aspirazioni, le idee» che colmano i cuori di Edoardo e di Carlotta, del Capitano e di Ottilia, «sono la materia anonima che egli usa per disegnare perfidamente la trama» delle loro vite [7]. Niente di ciò che accade nelle Affinità elettive è frutto della libera decisione dei protagonisti (eccezion fatta, forse, per la decisione di Ottilia di lasciarsi morire di fame, che conclude la vicenda), completamente in balia del destino, che riversa su di loro tutta la sua oscura, imperscrutabile e implacabile forza. Ogni singola azione, ogni singolo sviluppo delle Affinità elettive porta impresso il terribile sigillo dell’inevitabile.

II.

Non condivido il giudizio negativo di Citati sul personaggio di Carlotta: Edoardo, il Capitano e Ottilia non sono meno ciechi e limitati di lei (nelle Affinità elettive i personaggi davvero negativi sono altri, il mediatore Mittler su tutti, incapace di spingere lo sguardo oltre la gretta, meschina e repressiva dimensione del diritto, che fa del matrimonio una prigionia irreversibile, come se le cose non cambiassero nel cuore e dunque nella vita di un uomo, come se tutte le unioni nascessero dall’amore). Se è vero che Carlotta è una «figlia del secolo dei lumi, un’umanista e una razionalista che difende i valori della ragione» [8], è altrettanto vero che lei è l’unica figura delle Affinità elettive consapevole del destino d’infelicità dell’uomo. È questa consapevolezza che la spinge ad assumere un atteggiamento cauto, diplomatico, di difesa, e il suo tentativo di resistere al destino, per quanto vano, non può rappresentare una colpa, o meglio, una colpa meritevole di un biasimo maggiore rispetto a quelle di cui si macchiano gli altri protagonisti del romanzo.

Tra tutti i personaggi delle Affinità elettive, Carlotta è forse quello che più somiglia a Goethe. Di certo, con il suo creatore condivide il tentativo disperato di cancellare ogni traccia della morte dal proprio mondo. Benjamin sottolinea infatti come l’angoscia della morte sia una presenza costante nell’opera e nella vita di Goethe, che tenta disperatamente di vanificare il destino mortale dell’uomo guardando ostinatamente oltre, anche nei momenti più drammatici, in un processo di annullamento, se non addirittura di completa rimozione della fine, che trova la sua perfetta sintesi nella «formula demonica» con la quale il poeta conclude la lettera a Zelter in cui annuncia la morte del figlio: «E così, oltre le tombe, avanti!» [9]. Ed è proprio questa disperata resistenza alla morte a segnare la conclusione delle Affinità elettive, ma di questo più avanti.

Perfettamente consapevole della fragilità dell’equilibrio della propria vita coniugale, Carlotta si oppone all’arrivo del Capitano: un oscuro «presentimento» le dice «che non ne verrà nulla di buono». Non si tratta di semplice superstizione, ma di una profonda, acuta percezione delle cose:

non darei importanza a questi oscuri avvertimenti se si trattasse solo di impulsi misteriosi; ma il più delle volte sono inconsce reminiscenze di conseguenze felici e infelici, ch’ebbero in passato azioni nostre ed altrui. Nulla è più importante, in qualsiasi circostanza, che l’arrivo improvviso di una terza persona. Io ho visto amici, fratelli, innamorati, coniugi, i cui rapporti furono del tutto mutati, la cui situazione fu completamente capovolta per l’intervento casuale o voluto di una terza persona [10].

Carlotta teme che l’arrivo del Capitano sgretoli la stabilità del proprio matrimonio, stabilità che appare artificiosa, forzata, eccessivamente razionale, programmatica, ideale e proprio per questo ancor più fragile del consueto, esposta e predisposta a quella tempesta del destino che sta per abbattersi su questo idilliaco angolo di Germania artefatto come una scenografia teatrale. Nella resistenza di Carlotta, che annuncia la tragedia, il suo matrimonio postumo con Edoardo si configura come qualcosa di forzato, di non predestinato, che il semplice intervento di un terzo può mandare all’aria. È proprio questo il punto: la «terza persona» sconvolge i rapporti laddove essi non sono completamente sinceri, profondamente radicati, ma frutto di compromessi, e come un compromesso appare il matrimonio di Carlotta ed Edoardo, che non sarebbe stato tale se fosse avvenuto quando doveva avvenire, in giovinezza. La vita invece allora li separò e questa unione postuma, realizzatasi dopo la fine di due matrimoni precedenti e nata dal capriccio infantile di Edoardo, non è più spontanea e naturale, ma forzata: l’esistenza coniugale condotta da Carlotta ed Edoardo «è solo la tenera ripetizione di un sogno passato» [11].

Con l’incerto assenso di Carlotta, incapace di resistere alla capricciosa volontà del marito, viziato sin dalla nascita e per tutta la vita, all’arrivo del Capitano, nel matrimonio e, più in generale, nella vita dei due coniugi, compare una macchia, quella stessa macchia lasciata cadere da Carlotta sulla lettera scritta al Capitano per informarlo della decisione presa. Un incidente apparentemente innocuo, insignificante, ma che rivela tutta l’inquietudine di Carlotta e che s’impone come un funesto presagio, il secondo, dopo l’oscuro presentimento della donna: come scrive Benjamin, nelle Affinità elettive è «tutto un simbolismo della morte» [12]. Con l’arrivo del Capitano, Carlotta si sente ogni giorno più sola: il nuovo arrivato si interpone come un muro tra lei e il marito. Il suo rapporto con Edoardo si raffredda, tra i due coniugi nasce la distanza. L’idilliaco piano di Carlotta fallisce, l’equilibrio si rompe.

III.

Stimolati da Carlotta, per spiegare il fenomeno chimico delle affinità elettive, Edoardo e il Capitano ricorrono alle lettere dell’alfabeto: «Lei immagini», inizia il Capitano, «un A, che sia intimamente congiunto con un B, tanto che molti espedienti e molte forze non riescono a separarlo; immagini un C che si comporta allo stesso modo rispetto a un D; ora porti le due coppie in contatto: A si getterà su D, C su B, senza che si possa dire quale per primo abbia abbandonato l’altro, quale per primo si sia di nuovo congiunto con l’altro» [13]. Edoardo compie un ulteriore passo in avanti, attribuendo alle prime quattro lettere dell’alfabeto le identità dei presenti, e di Ottilia, idealmente già presente tra di loro:

Tu, Carlotta, rappresenti l’A ed io il tuo B: perché in realtà dipendo esclusivamente da te e ti seguo, come fa B con A. Il C è evidentemente il capitano, che per il momento mi sottrae in certo modo a te. Ora è giusto che, se non devi sfuggire nell’indeterminato, si provveda per te a un D, e questo non può essere che l’amabile damigella Carlotta, alla cui venuta non devi opporti ormai più [14].

Schematizzando:

In realtà quest’ordine si rivela inesatto, drammaticamente inesatto, frutto di un grossolano errore di valutazione di Edoardo, che non rappresenta il B, ma l’A. Non è Edoardo a dipendere esclusivamente da Carlotta, come egli garbatamente sostiene, quanto piuttosto il contrario: Carlotta non riesce mai a imporre la propria volontà (ma è lecito parlare di volontà in un mondo dominato dalla cieca forza del destino?) su quella del marito, è sempre lei a cedere, e sin dall’inizio della loro storia d’amore (si ricordi che Carlotta, vedova, non avrebbe neppure voluto sposare Edoardo, che nei suoi piani avrebbe dovuto unirsi proprio a Ottilia, in un disegno per la cui realizzazione era stato coinvolto anche il Capitano, con i quattro protagonisti che appaiono così legati in una rete di rapporti precedente alla vera e propria vicenda del romanzo). Ecco dunque il vero, tragico schema delle relazioni, delle affinità elettive tra i quattro protagonisti:

Ora, tra le due nuove coppie, e nell’aggettivo nuovo è concentrato tutto il dramma dell’opera, quella in cui la forza cieca delle affinità elettive si manifesta con maggiore evidenza, è la coppia costituita da Edoardo e Ottilia, certamente per una predisposizione psicologica dei due personaggi. Mentre Edoardo è concentrato e si esaurisce tutto nella sua natura capricciosa, infantile e narcisista, che non ammette dinieghi, per Ottilia il discorso è più complesso. Nella sua viva fissità, simile a quella di una fiamma che illumina senza accecare e riscalda senza bruciare, Ottilia sembra appartenere a un altro mondo, celestiale e perduto; vive «nell’inconscio, nelle profondissime tenebre dell’anima, […] fasciata dal silenzio della propria intimità; e talora sprofonda in una condizione di atonia sonnambolica, di letargo quasi mortale, nel quale non può muoversi, parlare e rivelare la propria presenza» [15]. Ottilia resta chiusa, misteriosa e impenetrabile, inaccessibile alla ragione, nonostante le pagine del suo diario riportate nel romanzo, dal tono tutt’altro che intimistico, prive di quell’intimo abbandono che ci aspetteremmo di trovare in un documento privato di questo tipo. Il diario di Ottilia non chiarisce, bensì infittisce il suo enigma, rafforza empiricamente la sua impenetrabilità, che cede solamente dinanzi ai suoi gesti, «autentica forma di espressione» di questa singolare creatura che, molto simile alla Käthchen di Kleist [16], «vive al disopra e al disotto della parola» [17], in una dimensione interiore che nessuno dei personaggi del romanzo è capace di penetrare, di decifrare, salvo Edoardo, sebbene solo in parte, quando osserva la calligrafia della fanciulla mutare e annientarsi nella sua, secondo un processo di totale, assoluto abbandono all’amato che rappresenta il tratto principale, grandioso e al tempo stesso distruttivo, dunque mistico, del suo amore: per Ottilia «l’amore non è la scoperta della radice profonda del nostro io, che si rivela a noi stessi nel momento in cui il cuore si slancia verso l’altro. Come per tutti i mistici dell’amore divino, l’amore è per lei la totale cancellazione, l’assoluto annullamento dell’io nella figura dell’amato. Lentamente, con felicità e con gioia, Ottilia si uccide non per l’amato, ma nell‘amato; e il suo destino rivela quale tremendo istinto di morte vi sia nell’amore, se è guidato dalle forze necessarie delle “affinità elettive”» [18]. Il suicidio nell’amato è l’essenza più profonda dell’amore involontario decretato dalle affinità elettive. Ottilia si annienta in Edoardo come, chimicamente, il cloro s’annienta nell’idrogeno, secondo il caso riportato da Michelstaedter nella Persuasione e la rettorica, che trovo particolarmente calzante:

La loro vita è il suicidio. Per esempio il cloro è sempre stato così ingordo che è tutto morto, ma se noi lo facciamo rinascere e lo mettiamo in vicinanza dell’idrogeno, esso non vivrà che per l’idrogeno. L’idrogeno sarà per lui l’unico valore nel mondo: il mondo; la sua vita sarà unirsi all’idrogeno. E questo sarà luce a ognuno degli atomi del cloro nella loro breve vita alla vicina via della compenetrazione. Ma soddisfatto l’amore, la luce anche essa sarà spenta, e il mondo sarà finito per l’atomo di cloro. Poiché la presenza dell’atomo d’idrogeno avrà fatto palpebra all’occhio dell’atomo del cloro, che non vedeva che idrogeno, e gli avrà chiuso l’orizzonte, che era tutto idrogeno. Il loro amore non è per la vita soddisfatta, per l’essere persuaso, bensì pel vicendevole bisogno che ignora la vita altrui. I loro due mondi erano diversi ma correlativi così che dall’amplesso mortale avesse d’attender poi e soffrir la sua vita: l’acido cloridrico [19].

Edoardo si avvede dell’amore di Ottilia perché nella calligrafia di Ottilia vede la sua, e il suo amore è fondato proprio sul riconoscimento della propria immagine nell’immagine di Ottilia: «Il suo è l’amore di Narciso verso il proprio specchio: il più mortale degli amori, perché in esso l’altro è soltanto un’eco e un riflesso del nostro io» [20]. Così, mentre l’io di Ottilia si disperde in quello di Edoardo, distruggendosi, l’io di Edoardo si rafforza attraverso l’assorbimento dell’io di Ottilia, cresce, si espande, senza comprendere che, direttamente proporzionale alla propria crescita è l’esaurimento dell’amata (ebbro della sua vicinanza, in conclusione del romanzo Edoardo non si avvede della rapida consunzione di Ottilia).

Ad ogni modo, l’amore tra Edoardo e Ottilia «supera l’immaginazione e le usuali misure umane», «non è una passione del cuore, né uno slancio erotico: non si nutre di comuni interessi spirituali, di simili convinzioni morali e gusti artistici, come l’amore tutto umano tra il Capitano e Carlotta», ma «affonda le proprie radici in uno stato molto più profondo dell’essere: è un’attrazione chimica, identica a quella che attrae tra loro due oggetti magnetizzati», in cui «i due estremi si attirano e si completano in una corrispondenza perfetta». Una «forza magnetica» che rappresenta «qualcosa di atroce, di spaventoso, di funerario», qualcosa che «non ha a che fare con la scelta, con la volontà, col desiderio, con la accettazione», che non è possibile educare e alla quale non è possibile rinunciare: quando «ci assale, non possiamo che chinare il capo davanti a lei». Proprio «perché ha la necessità delle leggi di natura», l’amore tra Edoardo e Ottilia «è il più sublime e beato che due esseri umani possano conoscere sulla terra», e mai nessuno scrittore prima di Goethe, secondo Citati, «aveva rappresentato così terribilmente la fatalità dell’amore, l’istinto di morte che lo abita e la suprema felicità che ci concede» [21].

NOTE

[1] Pietro Citati, Introduzione a Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, Rizzoli, Milano 2019, p. 18.

[2] Ibidem.

[3] Walter Benjamin, Le affinità elettive, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Einaudi, Torino 2014, p. 177.

[4] Ivi, p. 178.

[5] Ivi, p. 173.

[6] Ibidem.

[7] Pietro Citati, Introduzione, cit., p. 45.

[8] Ivi, p. 11.

[9] Walter Benjamin, Le affinità elettive, cit., p. 190.

[10] Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, traduzione di Cristina Baseggio, cit., p. 82.

[11] Pietro Citati, Introduzione, cit., p. 14.

[12] Walter Benjamin, Le affinità elettive, cit., p. 174.

[13] Johann Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, cit., p. 118.

[14] Ibidem.

[15] Pietro Citati, Introduzione, cit., p. 21.

[16] Per un approfondimento sul personaggio kleistiano rimando al contributo Heinrich von Kleist, il dramma dell’incomprensione. «Käthchen di Heilbronn» ovvero della dedizione.

[17] Pietro Citati, Introduzione, cit., p. 21.

[18] Ivi, p. 27.

[19] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, pp. 46-47.

[20] Pietro Citati, Introduzione, cit., pp. 27-28.

[21] Ivi, p. 28.