Carlo Michelstaedter, Autoritratto tenebroso, particolare, Eredi Cassini

Carlo Michelstaedter, «una vita che non si può vivere». Terza parte – L’ultimo anno

Una vita che non si può vivere

L’ultimo anno di vita di Michelstaedter, il 1910, è «un delirio di attività, un consumarsi al di fuori del tempo, giovane e tuttavia ormai per la sua saggezza vecchissimo» [1]. Saggezza ovvero consapevolezza, spietata, quasi fisica consapevolezza della sofferenza e dell’infelicità come condizioni necessarie dell’esistenza, del destino mortale degli esseri, alla luce del quale, come scrive Camus nel Mito di Sisifo, «appare l’inutilità» [2], l’assurdità, l’insensatezza, il nulla, dell’orrore sociale, che con le sue menzogne, i suoi pregiudizi, i suoi luoghi comuni imprigiona l’individuo sin dalla nascita, garantendosi così la sopravvivenza. Il pieno possesso di questa sapienza negativa, contribuisce ad accentuare il carattere già di per sé conflittuale di Michelstaedter, che si ritrova continuamente a oscillare tra «due pulsioni di pari intensità: […] lo scetticismo di chi sa vana ogni aspirazione e la perentorietà di chi continua a credere nella possibilità di un messaggio» [3]. Un contrasto sempre vivo e che si acuisce durante il suo ultimo anno di vita.

Il 25 aprile Michelstaedter invia a Chiavacci un disegno della mitica soffitta di Nino, che intanto, come Rico, ha lasciato Gorizia, direzione Vienna, per concludere il proprio percorso universitario, corredato dalla didascalia, in greco: «Qui io vivo una vita che non si può vivere, ma nasce una grande opera» [4]. Emerge da queste parole tutta l’insofferenza di Michelstaedter per la propria condizione attuale, ma, al tempo stesso, la consapevolezza del valore della propria opera. In questi mesi umanamente complessi, ma filosoficamente fervidi, Michelstaedter non si limita a compilare una tesi di laurea: La persuasione e la rettorica è molto, molto di più, «senz’ombra di dubbio la più anomala ovvero la più eccezionale nel canone delle grandi opere della letteratura italiana» [5]. Nella mitica soffitta di Nino Carlo Michelstaedter, giovane studente di Lettere, edifica uno dei più grandi monumenti filosofico-letterari di sempre.

L’ultimo canto

Il 29 aprile esce sul «Gazzettino popolare» una nota anonima di Michelstaedter sullo Stabat Mater di Pergolesi, secondo la tradizione composto in una coraggiosa corsa contro la morte, eseguito due giorni prima al Teatro di Società di Gorizia. Nell’opera di Pergolesi Michelstaedter riconosce «l’ultimo canto d’una giovane vita che, distrutta dal male fisico, non spera più nel futuro, e tutta ardendo della propria fiamma, dà tutta se stessa in un punto» [6]. Michelstaedter s’identifica nel giovane compositore che, devastato dalla malattia e incalzato dalla morte, nonostante il dolore crea la sua ultima, più grande opera, e ciò che egli scrive di Pergolesi vale anche, e soprattutto, per se stesso: anche Michelstaedter, nel suo ultimo anno di vita, arde e, nella scrittura della Persuasione e la rettorica, del Dialogo della salute, delle poesie dedicate a Senia-Argia, dà tutto se stesso in un punto – fa di se stesso fiamma, utilizzando un’altra sua celebre espressione.

Sull’orlo del suicidio

In una lettera del 29 giugno a Rico, Michelstaedter confessa di essere giunto sull’orlo del suicidio, ma di essersene ritratto:

Così mi son trascinato avanti, molte volte fermandomi a prender risoluzioni disperate, e fatto poi all’orlo dell’abisso, convinto che quello non è quello che voglio, continuando poi lentamente, lentamente [7].

Michelstaedter non vuole morire: una contro-confessione dal peso «indiscutibile», come nota giustamente Campailla, perché «solo la verità che essa esprime aiuta a capire la tormentosa, contrastata vicenda degli ultimissimi mesi, evitando di mitizzarla in formule lontane dalla sostanza del problema» [8]. Nel suicidio di Michelstaedter non c’è grandezza, non c’è esaltazione; la sua non è una morte metafisica, come la definirà per primo Papini. Questa fondamentale lettera invalida ogni ipotesi mitizzante riguardo il suicidio di Michelstaedter, che si presenta come un evento straordinariamente complesso e incerto, sul quale è facilissimo cadere in errore, scivolare nella rettorica interpretativa. Carlo Michelstaedter è semplicemente un uomo, come noi, come tutti: sotto il radicale, intransigente filosofo della persuasione si nasconde un giovane di vent’anni che troppo vede e troppo sa, tormentato dai dubbi, dalle sue naturali debolezza, lacerato dalla difficoltà/impossibilità di tradurre il proprio pensiero in vita, in un conflitto permanente con se stesso, con la famiglia, con la società, con il mondo intero reso ancor più sanguinoso dalla sua natura estrema, incapace di piegarsi ai compromessi, ed è proprio a questo giovane che bisogna ricondurre il suo suicidio. Nella sua complessa vicenda esistenziale Michelstaedter non è un artista, non è un filosofo, uno scrittore, un poeta (lo diverrà dopo, molto tempo dopo e il riconoscimento postumo risuona sinistramente come un’ulteriore, crudele beffa della vita), ma, di nuovo, un uomo, semplicemente un uomo, meglio, un ragazzo, semplicemente Carlo. Anche per questo motivo è così facile sentirlo vicino e simile a noi, come pochi altri autori.

La via della persuasione

Nonostante la consapevolezza del valore della propria opera, la scrittura della tesi, peraltro in un contesto, quello familiare, di quotidiana pressione, pesa moltissimo a Michelstaedter, che la vive come un’imposizione accademica e sociale, l’istituzionale compitino fatto senza ragionare, al termine del quale il giovane potrà finalmente andare a giocare, come scrive in conclusione della prima parte della Persuasione e la rettorica:

«… Tu devi far uno studio su Platone o sul vangelo» gli diranno «è perché così ti fai un nome, ma guardati bene dall’agire secondo il vangelo. Devi esser oggettivo, guardare da chi Cristo ha preso quelle parole o se omnino Cristo le abbia dette e se non meglio le abbiano prese gli Evangelisti o dagli Arabi o dagli Ebrei o dagli Eschimesi, chi lo sa… Naturalmente parole che valevano in riguardo all’epoca, adesso la scienza sa come stanno le cose, e tu non te ne devi incaricare. Quando tu hai messo insieme il tuo libro sul vangelo – allora puoi andar a giuocare». – Come al bambino si diceva: «fai come dice il babbo che ne sa più di te, e non occorre che tu domandi ‘perché’, obbedisci e non ragionare, quando sarai grande capirai». Così si conforta il giovane a perseguire nel suo studio scientifico senza che si chieda che senso abbia, dicendogli: «tu cooperi all’immortale edificio della futura armonia delle scienze e sarà un po’ anche merito tuo se gli uomini quando saranno grandi, un giorno sapranno». Ma gli uomini temo che siano sì bene incamminati, che non verrà loro mai il capriccio di uscir della tranquilla e serena minore età [9].

Un chiaro esempio della carica sovversiva del lavoro di Michelstaedter, che, nonostante l’insofferenza, individua nella tesi, come scrive nella lettera a Rico citata nel capitolo precedente, l’unica via d’uscita dalla situazione umiliante e dolorosa in cui si trova: «finir la tesi era la necessità per me per uscir da questo abbominio, almeno per poter sperar d’uscirne, per aver almeno una via» [10]. Michelstaedter desidera più di ogni altra cosa la libertà, mentre è soffocato dalle consuetudini e dalle aspettative borghesi dei genitori, che pretendono certezze, vie tracciate, approdi e utili sicuri. Egli tenta di mettere in pratica, di vivere l’ideale della persuasione, ma il contesto familiare e sociale glielo impediscono, sospingendolo in continuazione nelle piccole cose insignificanti, nelle meschine preoccupazioni di tutti i giorni.

Michelstaedter resiste, come ha sempre fatto sinora, e imprime alla sua vita una svolta ascetica: si isola, passa gran parte del proprio tempo in solitudine, all’insegna di un’estrema semplicità, anche nell’alimentazione, fatta soprattutto di latte, frutta e caffè, troppo caffè, dipendenza ereditata dalla madre e che contribuisce a eccitare i suoi nervi sempre tesi, pronti a vibrare e sfilacciarsi alla prima occasione (l’incapacità di dominarsi, di evitare il conflitto nelle dispute familiari, è uno dei principali motivi di frustrazione, innanzitutto nei confronti di se stesso, per Michelstaeder). Su di lui agisce la lezione morale di Tolstoj, che ha rinnegato la letteratura, almeno nel senso di pura, aristocratica manifestazione artistica fine a se stessa, riservata a pochi privilegiati, imprimendo alla propria attività filosofico-letteraria una direzione eminentemente etica, basata sul recupero di un cristianesimo autentico, libero dalla fuorviante mediazione della chiesa; che ha svestito gli abiti del nobile, del conte e ha indossato quelli del mužik; che ha eliminato dalla sua vita i vizi e le cattive abitudini dell’aristocrazia e lavora con le sue stesse mani la terra, al fianco di quei contadini ai quali insegna a leggere e scrivere, come lo raffigura Repin in un dipinto memorabile.

Un luminoso esempio di coerenza ed essenzialità, di perfetta uniformità tra pensiero e vita, al quale, scrive Campailla, nella fase finale della vicenda esistenziale di Michelstaedter, è necessario restituire forza: «Il vecchio scrittore russo e il giovane studente goriziano, che due anni prima gli aveva dedicato un inno, trovavano un’alleanza nel pensiero e nell’agire quotidiano, soldati di necessità» [11].

Finalmente libero dalla schiavitù della tesi, Michelstaedter vorrebbe fare il marinaio, dedicarsi interamente a quel mare che rappresenta la sua Terra Promessa e si spalanca immenso oltre il deserto, come scrive nella poesia donata alla sorella Paula in occasione del suo compleanno:

Lasciami andare, Paula, nella notte
a crearmi la luce da me stesso,
lasciami andare oltre il deserto, al mare [12].

Emancipatosi dalla gretta, meschina mentalità utilitaristica propria della società borghese, Michelstaedter aspira a un’esistenza libera e autentica: la sua personale via della persuasione passa per il mare. Immaginiamo le perplessità e le resistenze dei genitori, del padre in particolar modo, che vorrebbero vedere il figlio quantomeno salire in cattedra, ma Michelstaedter è deciso ad andare fino in fondo, a percorrere la propria strada, incerta, rischiosa, priva di basi solide, coerentemente con la sua natura spiritualmente randagia, recidendo quei legami familiari che lo vorrebbero illustre membro di quella stessa «comunella dei malvagi» contro la quale egli nella tesi si scaglia con veemenza: «lacerando il tessuto degli affetti familiari, con un dolore solo proporzionale all’attaccamento spasmodico che prima vi aveva portato, meditò come Cristo che suo vero padre e sua vera madre, e suoi fratelli e sue sorelle non erano quelli che come tali testificava il certificato anagrafico, ma coloro che tutto mettevano in discussione scavando nelle proprie carni per fondare […] la comunità dei buoni. Su questa strada, arrivò a scrivere la condanna: “Meglio l’odio che l’affetto della famiglia”» [13].

Il 2-3 settembre, alla vigilia della partenza da Pirano, dove ha trascorso qualche settimana in compagnia della sorella Paula e della fidanzata Argia, Michelstaedter scrive al cugino Emilio, sorta di discepolo di cui cura in prima persona la formazione intellettuale, riportando nella lettera concetti già espressi nei Figli del mare, una delle sue poesie più note e importanti, terminata proprio in questi giorni: «Domani si ricomincia a navigare – con tutti i venti. Non è triste o pauroso navigare ma lieto e sicuro a chi non teme per la propria sicurezza. – Il porto non è dove gli uomini fanno i porti a riparo della loro trepida vita; il porto per chi vuole seriamente la vita è la furia del mare perché egli possa regger diritto e sicuro la nave verso la meta» [14]. Il mare è simbolo di libertà, libertà dalle catene oppressive della terra e, nella sua intransigenza, nella sua feroce coerenza, nella sua inderogabile fedeltà a se stesso, al proprio pensiero, Michelstaedter non si accontenta di una metafora poetico-filosofica: del mare intende fare la propria vita.

L’ultima lettera alla madre

Preoccupata «dall’innaturale vita eremitica condotta dal figlio e dallo stato di lucida esaltazione in cui lo vedeva bruciare come da un male segreto in cui il suo affetto materno intuiva si potesse annidare il seme di una nuova disgrazia» [15], Emma scrive al figlio poche righe in cui esprime tutta la sua apprensione e la sua sofferenza, vedendo nella scrittura l’unica possibilità di una comunicazione pacifica con lui (nello stato di estrema suscettibilità in cui si trova il giovane, è altissimo il rischio che un colloquio degeneri in una dolorosa discussione). Michelstaedter le risponde il 10 settembre, «con una lettera che è più che un documento biografico ed è più di uno squarcio di letteratura» [16], la prova definitiva e inconfutabile che «ciò che andava scrivendo cercava di viverlo», come dimostrano i temi toccati, «quelli del vivere per stessi, della libertà dalle contingenze, dei vani piaceri e della noia altrui, del rapporto vicino-lontano» [17], centrali nella Persuasione e la rettorica, nel Dialogo della salute, nelle Poesie. Anzitutto Michelstaedter annuncia alla madre che per lui è giunto il momento dell’azione:

Ma per noi, mamma, ora incomincia la vita – ora io potrò camminare sulle mie gambe, ora tu avrai i frutti del tuo lungo soffrire, del tuo lungo sperare; ora non amerai più in me il futuro incerto da curare e assicurare con la tua pena e la tua preoccupazione, ma il presente vivo per sé stesso, che niente può togliere – nemmeno la morte [18].

Michelstaedter dichiara di non voler essere più un peso per la sua famiglia, di volersi liberare da questa sensazione sgradevole che lo tormenta, avvelenando ogni boccone che mangia e rendendo mefitica l’aria che respira:

Ma in ogni modo, mamma, la fine è vicina, ed è vicina l’alba della mia vita; presto, come da una serie d’incubi io esco al sole a operare seriamente [19].

Michelstaedter confronta se stesso, la propria vita con quella dei suoi coetanei, apparentemente sereni, felici, sani, realizzati, certi del loro avvenire, in perfetta armonia con se stessi e con gli altri, gaudenti nei caffè e, nel fare ciò, rivela la meschinità morale che si cela dietro le loro esistenze appariscenti e vuote, formalmente idilliache, ma prive di sostanza. Michelstaedter evidenzia la propria diversità, la propria unicità rispetto al gregge di giovani che affolla i locali alla moda, la propria consapevolezza, la propria determinazione, mostrando come ciò che scrive nella tesi di laurea e negli altri testi di questo ultimo anno, si prepari a metterlo in pratica, a viverlo. Egli non vuole che il suo pensiero resti parola vuota, mera teoria filosofica, ma che si traduca in azione, sulla scia dei grandi esempi della persuasione, Socrate, Cristo, Tolstoj, l’amico Rico:

Io ho qualche cosa da fare a questo mondo, so quello che voglio fare – non ho né tempo né bisogno di preoccuparmi di ciò onde essi si fingono una vita sufficiente e soffrono tutti gli istanti anche se sembrino lieti e se la bocca rida. Ora sono solo soltanto in apparenza, ma se anche fossi solo del tutto la mia solitudine sarebbe più ricca del loro accompagnarsi. Ora vi sono vicino, ma se anche vi fossi lontano vi sarei più vicino che quei giovani alle loro famiglie insieme alle quali si annoiano. Perché io so come si può avere qualche cosa nella vita, come si può esser uomini; so che non si può attender questo dagli altri né chiederlo in nessuna delle situazioni preparate – ma che sta in me, nella rettitudine della vita, nel fare tutto – nell’aver la forza di vivere la propria vita: la condizione unica per avere qualcosa, e per esser qualcuno. E non si può dar niente a nessuno, non si può esser niente per nessuno, se non s’ha, se non si è per sé stessi. – Io so cosa devo fare per poter esser qualche cosa per te, per voi, per gli amici, per tutti gli altri. E in questo sono sicuro e tranquillo – perché mentre gli altri si fanno illusioni sulle cose o sulle persone e da queste dipendono – io so che non ho da attendermi niente da nessuno; perciò non ho niente da temere dalla vita, niente mi può cambiare, niente mi può fermare [20].

In questa vera e propria lettera-testamento, Michelstaedter formula un piano d’azione, o meglio, un piano di vita (il 10 settembre non è certo il suicidio il suo orizzonte immediato) consacrato al supremo ideale della persuasione.

Ho conosciuto un docente di Lettere che avrebbe voluto dedicare un volume a Michelstaedter, ma la lettura dell’ultima epistola alla madre gli fece cambiare idea: troppo forte l’impatto emotivo. E ho conosciuto un giovane che, dopo aver letto La persuasione e la rettorica, mi disse: «Sto pensando seriamente di farla finita». Carlo Michelstaedter non perdona, ti entra nelle carni e sconvolge tutto, dopo la lettura dei suoi testi non si è più gli stessi. Carlo Michelstaedter apre una ferita che non smetterà mai di sanguinare.

Argia non è Senia

Nello stesso giorno in cui scrive l’ultima lettera alla madre, il 10 settembre, Michelstaedter compone la terza delle sette liriche che formano lo straordinario canzoniere A Senia. Una poesia che segna una frattura con la donna amata, immaginata agonizzante e terrorizzata dalla morte. Michelstaedter si rende conto che l’identificazione Argia-Senia, la mitica creatura marina compagna ideale di Itti, il pesce salvatore di se stesso in cui l’autore si proietta allegoricamente, non è possibile nella realtà. Argia si mostra umana, troppo umana, legata alla terra, incapace di sostenere coraggiosamente la morte, e lo svelamento di questa amara verità «è il filo rosso che lega le sette liriche del canzoniere in una storia d’amore e di scacco esistenziale» [21]. In questo senso, le ultime due liriche segnano la conclusione definitiva del rapporto, sanciscono la distruzione del sogno d’amore, esprimendo con un’efficacia difficilmente eguagliabile la dolorosissima delusione che ne consegue, con l’annientamento di sé che si configura come l’unica possibilità di sfuggire all’insostenibile sofferenza:

VI.

Ti son vicino e tu mi sei lontana,
mi guardi e non mi vedi, o s’io ti parlo,
pur amando ascolti, non però m’intendi;
ti sono questo corpo e questi suoni,
ti sono un nome, ti son un dei tanti,
come un altro sarebbe
che per nome e per vista conoscessi.
Io non sono per te «io», la mia vita,
io, questa mia volontà più forte,
Il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.
Io non sono per te: questo mio amore
disperato e lontano e doloroso
– gli passi accanto e non lo senti amare.
Ma ancor fra gli altri uomini t’aggiri,
con questo parli ed a quello t’affidi,
fra lor vivi e per lor, s’anco a nessuno
dai la tua speme intera e la fiducia.
Ma fra l’oggi e il domani e questo e quello
ti dissolvi, e trapassi senza sole
la tua selvaggia e forte giovinezza,
e la tua speme consumando ignara
sei di te stessa – ed io mi struggo invano.
Mentre mi vince gelosia crudele
non pur di questo giovane e di quello
cui lo sguardo concedi o la parola,
ma d’ogni cosa che ti sia vicina,
ma del sole, dell’aria, ma del pane,
ché di loro ti nutri e a me sei tolta;
gelosia d’ogni giorno, d’ogni istante,
che vivi, che non vivi di me solo,
che l’aria e il pane e il sole, che ogni cosa,
che il mondo intero, che la vita stessa
vorrei esser per te – ma tu l’ignori.

VII.

Parlarti? e pria che tolta per la vita
mi sii, del tutto prenderti? – che giova?
che giova, se del tutto io t’ho perduta
quando mia tu non fosti il giorno stesso
che c’incontrammo? Che se pur t’avessi
ora, vincendo, mia per il futuro,
mia per diritto, mia per tuo volere,
mia non saresti più che non sei ora,
mia non saresti più che s’altra mano
ti possedesse. Che pur del mio corpo
sarei geloso come or son d’altrui.
Non più sarei per te la vita intera
ch’ora non sono, se già in me non l’ami:
ma se in me non l’ami, se tua vita
crear non so della mia vita stessa,
che più giova sperar, che più volere,
che mi giova la vita e il mio dolore
e questo amor lontano e disperato?
Fatto sono da me stesso diverso
che centra il fato mi dicevo forte,
poiché ho esperta e ancor vivo ad ogni istante
nella tua indifferenza la mia morte.
Né più mi giova mendicare i giorni
né chieder altro più dal dio nemico,
se non che faccia mia morte finita [22].

Anche se non sappiamo come siano andate le cose, è evidente che qualcosa tra Michelstaedter e Argia non abbia funzionato, eppure lei resterà per sempre fedele alla memoria del fidanzato: non si sposerà mai e finirà i suoi giorni in un campo di sterminio.

Essere un santo senza Dio

Il 5 ottobre Michelstaedter invia la prima parte della tesi di laurea, cui seguiranno le Appendici critiche. Tra il 6 e il 7 riscrive la conclusione del Dialogo della salute, dedicato al cugino-discepolo Emilio «e a quanti giovani / ancora / non abbiano messo / il loro Dio / nella loro carriera» [23], in cui respinge «la soluzione del suicidio come retorica della morte, […] in nome di un più arduo Essere-per-la-morte» [24]:

La via non è più via poiché le vie e i modi sono l’eterno fluire e urtarsi delle cose che sono e non sono. Ma la salute è di quello che in mezzo a queste consiste – che il proprio bisogno la propria fame lascia fluire attraverso a sé e consiste – che se mille braccia l’afferrino e con sé lo vogliano trascinare, consiste e per la propria fermezza rende gli altri fermi. – Non ha niente da difendere dagli altri e niente da chieder loro poiché per lui non c’è futuro, che nulla aspetta. Non ha questa emozione e quella emozione, questo e quel sentimento, gioia, affanno, terrore, entusiasmo: ma il male della comune deficienza una sola voce gli parla e a questa con tutta la sua vita egli resiste in ogni suo punto. – Egli guarda in faccia la morte e dà vita ai cadaveri che lo attorniano. E la sua fermezza è una via vertiginosa agli altri che sono nella corrente, e l’oscurità per lui si fende in una scia luminosa. Questo è il lampo che rompe la nebbia.
E la morte come la vita di fronte a lui è senz’armi, che non chiede la vita e non teme la morte: ma con le parole della nebbia – vita morte, più e meno, prima e dopo, non puoi parlare di lui che nel punto della salute consistendo ha vissuto la bella morte [25].

La vita di Michelstaedter è ormai diventata, «senza più residui, un fiammeggiare in una febbre consumante, verso un’impossibile santità senza Dio» [26]. Viene in mente Jean Tarrou, il luminoso personaggio di Camus che, nella Peste, schierato dalla parte delle vittime, cerca la pace e tenta proprio di scoprire se si possa essere un santo senza Dio [27]. Un’aspirazione nobile, espressione di un’individualità che, illuminata dal supremo ideale della persuasione, afferma adeguatamente se stessa, consiste e resiste, sostiene coraggiosamente il peso del dolore, guarda dritto in faccia la morte, senza distogliere mai lo sguardo, senza voltarsi mai indietro, come il trepido Orfeo, che perde per sempre Euridice, il fiore del suo canto, ma che appare destinata inevitabilmente allo scacco: senza Dio non c’è santità, ma una coerenza feroce che, in un modo o nell’altro, porta sempre alla morte (nel romanzo di Camus Tarrou è l’ultima vittima della peste, come se tutto il male si concentri in e scompaia con lui).

Traboccante sovrabbondanza

Su una pagina degli Indische Sprüche Michelstaedter disegna la sua lampada fiorentina in procinto di spegnersi (lo stesso disegno si trova sulla prima pagina della tesi di laurea), accompagnata dalle seguenti parole, scritte in greco:

La lampada si spegne per mancanza d’olio
io mi spensi per traboccante sovrabbondanza [28].

In Michelstaedter non c’è abbandono al dolore, alla morte, all’insensatezza, al nulla, al male, ma una strenua, coraggiosa e fiera resistenza ad essi; non c’è inerzia, non c’è resa, ma una straordinaria volontà di affermazione, che finirà per soffocare se stessa. Michelstaedter non fa parte di quella moltitudine che egli vede ovunque attorno a sé, la moltitudine degli «arrivati», utilizzando le sue stesse parole, incamminati sulla «retta via che conduce […] a un utile sicuro», la cui coscienza morale è «l’abitudine degli altri», il cui scopo nella vita è la «vita stessa», che nella loro «anima cristallizzata» sono già cadaveri, «cadaveri che mangiano, bevono, dormono, parlano», affollano i caffè e i teatri, «ma non per ciò cessano di essere cadaveri» [29] – Michelstaedter vive, e con un’intensità, con una consapevolezza, con una volontà di affermazione e con un desiderio di libertà, di autenticità tali da bruciare, fino a estinguersi per eccessivo combustibile, che soffocherà, traboccando, la sua stessa fiamma.

La rottura dell’equilibrio

Il 17 ottobre, giorno del compleanno della madre, Michelstaedter, che ha trascorso gli ultimi giorni senza dormire né mangiare, impegnato a stendere, con l’aiuto di Nino, le ultime pagine della sua opera, conclude la tesi di laurea. La scrittura della Persuasione e la rettorica lo ha completamente svuotato, mettendo a dura prova la sua capacità di resistenza, di permanenza: «adesso Carlo, quando arrivò a quel punto, per usare un’espressione di Pavese, dovette sentirsi un “fucile sparato”. Non si corre per correre, ma per arrivare: ma lui dove era arrivato? Quell’eruzione di energie costituiva un arricchimento ma, come dato esistenziale immediato, era uno svuotamento. E poi poteva presentarsi veramente a discutere quella tesi di fronte a Vitelli, a Mazzoni e agli altri professori dell’Istituto, o ne sarebbe scoppiato uno scandalo, da cui sarebbero nate, come da tutti gli scandali, irrisione, miserie, accuse da parte della famiglia? “L’università” scrive, sanzionando in maniera definitiva una vecchia polemica, “è il tempio della rettorica”» [30].

Come se non bastasse, in quello stesso giorno, così doppiamente importante, Michelstaedter ha un aspro alterco con la madre, che lo costringe, per l’ennesima volta, a rimproverarsi l’incapacità di contenere, di soffocare la propria insoddisfazione e la propria collera dinanzi ai cari, e dinanzi all’amatissima madre soprattutto (non è certo un caso che egli, negli ultimi giorni della sua vita, si sia consumato giorno e notte, senza chiudere occhio, senza concedersi neppure il conforto del cibo, per concludere la tesi il giorno del compleanno della sua cara «mamma», come la chiama e quasi invoca nella lettera del 10 settembre): «Grande nelle cose grandi, non seppe perdonarsi di non esserlo anche nelle cose piccole» [31]. Michelstaedter non si perdona mai, è il suo giudice più severo, Cristo e Caifa a un tempo.

L’imperdonabile discussione con la madre segna la rottura di un equilibrio interiore divenuto ormai fragilissimo, il collasso di una convivenza con se stesso e con il proprio pensiero ogni giorno più difficile: alle due del pomeriggio Michelstaedter si spara un colpo di pistola alla tempia, con quella stessa rivoltella requisita un anno prima a Rico. Muore tre ore dopo, alle cinque.

Forse, con il suicidio di Michelstaedter, tutt’altro che metafisico, crolla l’intero, grandioso edificio della persuasione. Ma non importa. Carlo Michelstaedter è vissuto, ha creato, lottato e sofferto da persuaso. Del resto, che la sua vita fosse impossibile da vivere lo aveva scritto mesi prima. Conclusa la sua grande opera, forse non gli restava proprio nient’altro da fare che andarsene.

NOTE

[1] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza. Vita e mito di Carlo Michelstaedter, Marsilio, Venezia 2019, p. 245.

[2] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 17.

[3] Giovanna Taviani, Michelstaedter, G.B. Palumbo & C. Editore, Palermo 2002, p. 15.

[4] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 252.

[5] Alberto Asor Rosa, «La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter», in Letteratura italiana. Le Opere, vol. IV, Il Novecento, I. L’età della crisi, Einaudi, Torino 1995, p. 265.

[6] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 252.

[7] Ivi, p. 256.

[8] Ibidem.

[9] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 189.

[10] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., pp. 254-255.

[11] Ivi, p. 257.

[12] Ivi, p. 259.

[13] Ivi, p. 261.

[14] Ivi, p. 271.

[15] Ibidem.

[16] Ibidem.

[17] Cristina Benussi, La persuasione e la rettorica: autobiografia e scrittura, in AA.VV., Eredità di Carlo Michelstaedter, Forum, Udine 2022, p. 74.

[18] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 273.

[19] Ivi, p. 274.

[20] Ivi, p. 275.

[21] Ivi, p. 278.

[22] Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1987, pp. 94-96.

[23] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1988, p. 27.

[24] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 280.

[25] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute, cit., pp. 85-86.

[26] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 283.

[27] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Albert Camus, l’uomo nella «Peste». Prima parte, Seconda parte.

[28] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit. p. 284.

[29] Carlo Michelstaedter, Tolstoi, in Id., Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, pp. 651-652.

[30] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 285.

[31] Ivi, p. 289.