Vasilij Perov, La decisione di Pugačëv, 1879

Aleksandr Puškin, «La figlia del capitano»: l’amore ai tempi dell’insurrezione di Pugačëv

Addio, angelo mio […] addio, mia cara, mia adorata! Sia quel che sia, di me, credi che l’ultimo mio pensiero e l’ultima mia preghiera saranno per te!

C’è un passo dell’Evgenij Onegin in cui Puškin annuncia la volontà di dedicarsi alla narrativa in prosa: «Forse, per la volontà del cielo, io smetterò di essere poeta, di incarnare in me un nuovo demone, e, disprezzando le minacce di Febo, scenderò fino all’umile prosa. Allora un romanzo di vecchio stile occuperà il mio lieto tramonto. Io non raffigurerò, minaccioso, in esso le angosce occulte della malvagità, ma vi racconterò semplicemente le tradizioni di una famiglia russa, i sogni incantevoli dell’amore e i costumi dei nostri vecchi tempi» [1]. Una svolta decisiva, e non solo a livello individuale, ma a livello storico, considerando che la grande letteratura russa dell’Ottocento, di cui Puškin è l’iniziatore (come scrive Dostoevskij nel suo celebre Discorso del 1880, «se non ci fosse stato Puškin non ci sarebbero stati gli ingegni che sono venuti dopo di lui» [2]), è fatta di prosatori e prose.

Tra i più importanti risultati narrativi di Puškin figura senza dubbio, accanto a racconti come Il direttore della stazione (dal quale, secondo l’illustre parere di Ettore Lo Gatto, sono usciti tutti i romanzieri russi del XIX secolo [3]) e La donna di picche [4], La figlia del capitano, romanzo storico concepito nel 1833, terminato e pubblicato, sul «Contemporaneo», nel 1836 (la definizione di romanzo storico è, appunto, soltanto una definizione, che all’opera di Puškin sta stretta come a Pugačëv la pelliccia di lepre regalatagli da Pëtr Grinëv, il protagonista-narratore – lo stesso autore, presentando il testo alla censura, sottolinea come esso, «fondato sulla leggenda», sia «finito lontano dalla realtà storica» [5]). La grandezza della Figlia del capitano è evidenziata, tra gli altri, da Gogol’, il primo grande ingegno letterario russo apparso dopo il miracolo-Puškin, secondo il quale tutti i romanzi e i racconti contemporanei, in confronto con quest’opera, «sembrano uno stucchevole sbrodolamento». Nella Figlia del capitano, continua Gogol’, la «purezza e la schiettezza vi si trovano ad un gradino così alto che la realtà stessa sembra artificiosa e caricaturale. Per la prima volta vengono messi in scena caratteri autenticamente russi: il semplice comandante della fortezza, sua moglie, il tenente; la stessa fortezza col suo unico cannone, la disorganizzazione dell’epoca e la semplice grandezza della gente semplice: tutto ciò è non solo la pura verità, ma perfino meglio della verità. E così dev’essere, questa è la vocazione del poeta: farci uscire da noi stessi e farci tornare in una forma purificata e migliore» [6].

La fortezza di cui parla Gogol’ è quella di Belogorsk, destinazione del giovane Pëtr Grinëv, figlio di un nobile ufficiale a riposo costretto dal padre a servire come soldato. Nella piccola fortezza dispersa nell’immensa steppa innevata, protetta da un solo vecchio cannone di ghisa e diretta, di fatto, da Vasilisa Egorovna, la moglie del capitano, che se ne prende cura «con la stessa precisione con la quale dirigeva la propria casetta» [7], la vita procede in modo semplice e tranquillo, tutt’altro che militare: non ci sono riviste, addestramenti, guardie. In questa atmosfera pacifica e familiare, il protagonista ha la possibilità di sviluppare le proprie inclinazioni letterarie: legge, traduce dal francese, compone versi. S’innamora della figlia del capitano, la mite e timorata Mar’ja Ivanovna, e per difenderne l’onore si batte con Švabrin, diabolico ufficiale radiato dalla guardia per aver ucciso un tenente in duello e già respinto dalla giovane. Pëtr viene ferito ed è la famiglia del comandante a prendersi cura di lui, in particolar modo Mar’ja, che ricambia i suoi sentimenti e alla quale il protagonista propone il matrimonio. Pëtr scrive al padre, chiedendo il suo assenso alle nozze, ma l’assenso è negato con indignazione dal vecchio genitore e il protagonista propone a Mar’ja di sposarsi lo stesso, ma lei, sottomessa alla volontà di Dio, rifiuta la proposta (per la giovane, nella quale troviamo la stessa coraggiosa predisposizione al sacrificio propria di Tat’jana, non è possibile essere felici senza la benedizione dei genitori, è una condizione imposta dalla tradizione, dunque sacra e necessaria, sine qua).

Deluso e addolorato, Pëtr si isola, smette di frequentare la casa del capitano e si rinchiude nella sua stanza. Vittima di una malinconia «cupa», alimentata dalla solitudine e dall’ozio, abbandona la lettura e la scrittura. Il suo spirito, prostrato dalla delusione e dalla sofferenza, viene meno ed egli ha timore d’impazzire o di naufragare nella sregolatezza. Il suo amore per Mar’ja arde solitario e impotente, divenendogli ogni giorno più penoso. È l’insurrezione di Pugačëv a scuotere il protagonista dal suo malinconico, oneginiano torpore. Pëtr percepisce dentro di sé un «grande cambiamento» (da questo punto di vista, La figlia del capitano assume, soprattutto all’inizio, i tratti del romanzo di formazione): l’agitazione sostituisce la malinconia e alla tristezza dovuta alla separazione da Mar’ja si uniscono «confuse ma dolci speranze e l’impaziente attesa dei pericoli e il sentimento di una nobile ambizione» [8].

I momenti che precedono lo scontro con Pugačëv e la sua terribile banda sono caratterizzati dagli struggenti addii tra i caratteristici personaggi della fortezza di Belogorsk: Pëtr dice addio a Mar’ja, il capitano alla figlia e alla moglie, in una sorta di rituale umano che precede e annuncia l’irruzione della Storia, con la sua distruttiva ferocia, nel microcosmo ideale di Belogorsk e, più in generale, nel romanzo. Pugačëv espugna la fortezza senza colpo ferire, dinanzi ai cosacchi ribelli i soldati restano immobili, pietrificati e sulla piazza della fortezza viene subito issata una forca, sorta di macabro simbolo degli insorti: il comandante e il tenente vengono impiccati immediatamente, dopo essersi rifiutati di riconoscere l’autorità di Pugačëv. La stessa sorte toccherebbe a Pëtr, in quanto ufficiale dell’esercito russo (il mefistofelico Švabrin, vera e propria anima nera del romanzo, ancor più di Pugačëv, un po’ come Smerdjakov è la vera e propria anima nera dei Fratelli Karamazov, ancor più di Ivan, passa subito dalla parte dei rivoltosi, tradisce e prende posto accanto al loro temuto capo), ma Pugačëv lo grazia: il ribelle e il protagonista si sono già incontrati, quando il primo era ancora un semplice vagabondo e aveva guidato Pëtr nella tormenta, ricevendo in cambio una pelliccia di lepre. Emerge così il lato umano del sanguinoso cosacco, quel lato sul quale si concentra Puškin nella sua rilettura artistica, portando alla luce un aspetto – reale o meno non ha alcuna importanza – sconosciuto alla storiografia, e in ciò, nella sorprendente umanità, nella predisposizione, dovuta a un inesauribile sentimento di riconoscenza, verso il protagonista, sta la grandezza del Pugačëv di Puškin, animato da un sogno di gloria e di potere del quale egli per primo riconosce rischi e limiti, ma che non può fare a meno di assecondare e inseguire, alimentato da una volontà di affermazione, di riconoscimento, di riscatto, di libertà caratteristica della comunità cosacca.

Puškin permette alla ferocia della Storia di irrompere nella propria opera, ma non rinuncia mai alla sua tipica e luminosa ironia: la crudeltà è sempre smorzata dal riso. Così, nonostante le violenze, le esecuzioni sommarie e gli omicidi (la povera Vasilisa Egorovna, trascinata in strada, dopo aver assistito al triste spettacolo del marito appeso alla forca, viene abbattuta da un colpo di spada sulla testa), trovandosi soli, faccia a faccia, Pëtr e Pugačëv scoppiano a ridere, senza motivo, e il memorabile servo del protagonista, prima di lasciare Belogorsk, presenta al sanguinario capo dei ribelli la lista dei beni sottratti dai cosacchi al suo padrone, pretendendo di essere risarcito.

Pëtr partecipa al disastroso assedio di Orenburg, durante il quale riceve una lettera di Mar’ja, che implora il suo aiuto: la giovane, rimasta nella fortezza di Belogorsk, è caduta tra le grinfie di Švabrin, che intende sposarla con la forza. Il protagonista lascia Orenburg e si dirige a Belogorsk, ma viene intercettato dagli insorti, che lo conducono dal loro capo. Pugačëv in persona decide di aiutare Pëtr a liberare Mar’ja e i due partono per Belogorsk. Pugačëv è perfettamente consapevole delle difficoltà della propria impresa, sa che la sua strada è stretta, che di libertà ne ha poca e che i suoi ragazzi, difficili da controllare, al primo insuccesso redimeranno il proprio collo con la sua testa. Ma è troppo tardi per pentirsi, per lui non ci sarà mai perdono e a Pëtr, che gli ricorda la morte violenta di Griška Otrep’ev, altro celebre millantatore pretendente al trono che riuscì, all’inizio del XVII secolo, a farsi incoronare zar e a regnare per qualche mese, Pugačëv risponde con una favola:

Una volta un’aquila ha chiesto al corvo: di’, uccello, corvo, perché vivi nel chiaro mondo tu trecento anni, e io in tutto di anni trenta e tre? Perché, babbino, le rispose il corvo, tu bevi sangue vivo, e io mangio cadaveri. L’aquila pensò: proviamo un po’ anche noi a mangiar così. Bene. Volano l’aquila e il corvo. Ecco che vedono un cavallo morto, scendono e si posano. Il corvo comincia a beccare e a lodare il cibo. L’aquila beccò una volta, beccò un’altra, scosse le ali e disse al corvo: no, fratello corvo; perché trecento anni nutrirsi di carogne? meglio una volta bere sangue vivo, e poi come Dio vuole» [9].

In questa breve favola è racchiusa, compendiata l’autodistruttiva ambizione del cosacco, ed è emblematica la risposta di Pëtr, che marca tutta l’incolmabile distanza esistente tra i due (sintetizzabile, in sostanza, nell’opposizione tra civiltà e barbarie), nonostante il profondo legame umano: «Ma vivere di uccisioni e di brigantaggi significa per me mangiar cadaveri» [10].

Grazie all’intervento di Pugačëv Mar’ja viene liberata dalle grinfie di Švabrin e può ricongiungersi con Pëtr, che confessa di provare per il ribelle un profondo sentimento di gratitudine e una profonda simpatia: «Non posso descrivere quel che provai lasciando questo uomo orribile, questo tiranno, questo scellerato per tutti tranne che per me solo. Perché non dire la verità? In quel momento una forte simpatia mi attirava verso di lui. Ardentemente desideravo strapparlo al gruppo dei malfattori che guidava e salvare la sua testa, finché si era in tempo» [11]. Un desiderio impossibile da realizzare, e innanzitutto per la natura di Pugačëv, che, testardo e ambizioso, intende percorrere fino all’ultima versta la sua strada stretta, che lo condurrà alla condanna a morte: dopo la cattura, il capo della rivolta cosacca verrà decapitato e squartato pubblicamente il 10 gennaio 1775.

Pëtr invia Mar’ja da suoi genitori, mentre lui, fedele alla propria missione civile, resta con l’esercito russo incontrato lungo il cammino. Terminata la guerra, il protagonista è pronto a tornare a casa e sposare finalmente la fidanzata, ma viene arrestato e condotto sotto scorta a Kazan’, presso la commissione inquirente istituita per l’affare Pugačëv: qualcuno deve aver parlato dei suoi rapporti con il capo degli insorti. Naturalmente è stato il diabolico Švabrin, il cui odio appare davvero inesauribile. Per riguardo ai servigi e alla veneranda età del padre Pëtr, che non ha mai fatto il nome di Mar’ja alla commissione per evitarne il coinvolgimento, viene condannato all’esilio in Siberia. Il provvidenziale intervento della fidanzata, che si rivolge direttamente a Caterina II, con la quale, grazie a un felice colpo del caso, ha un colloquio inconsapevole, lo salva, e i due possono coronare finalmente il loro sogno d’amore, dando inizio alla loro tradizione familiare e alla loro leggenda:

I loro discendenti vivono nell’agiatezza nel governatorato di Simbirsk. A trenta verste da *** si trova un villaggio che appartiene a dieci proprietari. In una delle dépandance padronali è esposta una lettera autografa di Caterina II sotto vetro e in cornice. È indirizzata al padre di Pëtr Andreič e contiene la grazia per suo figlio e lodi all’intelligenza e al cuore della figlia del capitano Mironov [12].

Puškin, anche nella prosa fedele alla vocazione poetica, riconduce i suoi personaggi a una «forma purificata e migliore», compreso Pugačëv, «questo uomo orribile, questo tiranno, questo scellerato» che con la sua banda di cosacchi sparge morte e distruzione, ma permette a due giovani di coronare il loro sogno d’amore. Perché l’arte è anzitutto questo: resistenza alla Storia, alla sua brutalità, alla sua ferocia.

NOTE

[1] Aleksandr Puškin, Eugenio Onegin, a cura di Eridano Bazzarelli, Rizzoli, Milano 2020, pp. 177-179. Per un approfondimento sul romanzo in versi rimando al contributo Aleksandr Puškin, «Evgenij Onegin»: il coraggio di rinunciare. Prima parte, Seconda parte.

[2] Fëdor Dostoevskij, Discorso su Puškin, traduzione di Ettore Lo Gatto, in Id., Diario di uno scrittore, Bompiani, Milano 2010, pp. 1274-1275.

[3] Ettore Lo Gatto, Puškin prosatore, in Aleksandr Puškin, Opere in prosa, vol. I, De Carlo, Roma 1946, p. 20.

[4] Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo Aleksandr Puškin, «La donna di picche»: l’ossessione di Germann.

[5] Citato in Aleksandr Puškin, Umili prose, a cura di Paolo Nori, Feltrinelli, Milano 2019, p. 233.

[6] Nikolaj Gogol’, Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, traduzione di Emanuela Guercetti, Giunti, Firenze 1996, pp. 182-183.

[7] Aleksandr Puškin, La figlia del capitano, traduzione di Paolo Nori, in Id., Umili prose, cit., p. 150.

[8] Ivi, p. 174.

[9] Ivi, pp. 209-210.

[10] Ivi, p. 210.

[11] Ivi, p. 215.

[12] Ivi, p. 232.