Carlo Michelstaedter, Autoritratto tenebroso, particolare, Eredi Cassini

Carlo Michelstaedter, «una vita che non si può vivere». Seconda parte – Gli anni universitari

La scelta

Firenze ha la meglio su Vienna, la seconda capitale d’Italia, patria spirituale, sulla capitale dell’impero austro-ungarico, patria anagrafica, l’arte sulla matematica ovvero la vocazione sulla convenienza, l’aspirazione sull’utilità, il presente sull’avvenire, la persuasione sulla rettorica: nel novembre del 1905 Michelstaedter si iscrive al corso di laurea in Lettere presso l’Istituto di Studi Superiori e questa decisione, che cancella le precedenti, rivela il tratto principale della sua natura estrema, l’incapacità di accettare compromessi. All’università Michelstaedter conosce Gaetano Chiavacci e Vladimiro Arangio-Ruiz, anche loro studenti di Lettere e futuri «dioscuri», come li definisce Campailla, della sua memoria: è infatti grazie a loro che i testi dell’autore goriziano, praticamente tutti inediti, salvo pochi articoli pubblicati sul «Corriere Friulano», vedranno finalmente la luce (Chiavacci curerà la prima edizione delle Opere di Michelstaedter, pubblicata da Sansoni, in un unico volume, nel 1958).

La nascita del letterato

A Firenze, stimolato dallo studio, nasce il Michelstaedter letterato, che si affianca al Michelstaedter disegnatore. La sua scrittura, sino a questo momento relegata alla dimensione privata e intimistica, acquista consapevolezza critica e interpretativa, come mostrano le pagine critiche che si accumulano nei primi mesi universitari, e tra le quali risultano particolarmente interessanti quelle dedicate al Piacere di D’Annunzio, risalenti al 1906. Michelstaedter sottolinea come il romanzo generi nel lettore una «sensibilità morbosa», poiché «non è un vero sentimento umano espresso con forza comunicativa quello che ci fa fremere ma sensazioni non naturali, patologiche quasi, aberrazioni affettive prodotte da un progressivo, intenso lavorio d’autosuggestione». Inoltre, dal punto di vista morale, Il piacere, «che proclama il sogno assoluto dell’egoismo individuale, che fa risaltare sopra ogni cosa la superiorità del sangue nobile sul plebeo, che predica la religione del soddisfacimento d’ogni istinto più sfrenato, è un’opera infame» [1]. Una condanna senza appello, che segna il distacco di Michelstaedter dal dominante mito dannunziano (la reazione al modello superomistico veicolato da D’Annunzio, rappresenta uno dei fondamenti critici della letteratura italiana alternativa del primo Novecento, nella quale rientra di diritto l’autore goriziano, da Lucini, che scrive il saggio Antidannunziana [2], a Gozzano, che in poesie come La signorina Felicita e Totò Merùmeni sottopone i miti della femme fatale e del superuomo a un irriverente processo parodistico [3]). Il giudizio negativo di Michelstaedter sull’opera del vate non muterà nel tempo, anzi, diverrà, con la scoperta di autori come Ibsen e Tolstoj, supremi modelli d’intransigenza etica, ancor più severo, come dimostra un appunto del 25 luglio 1910, in cui tra l’altro si scaglia contro i futuristi (del resto D’Annunzio e Marinetti, suo zelante discepolo, sono facce della stessa medaglia [4]):

Corrompo gli altri e mi corrompo nelle degenerazioni del piacere – non sono un porco pervertito, sono un “raffinato”, anzi un “dannunziano”, sono l’artista, il creatore del mio piacere [5].

Prima di concludere questo capitolo, un’ultima riflessione. Nell’opera di Michelstaedter sono numerosi gli echi nietzschiani, eppure egli, del filosofo tedesco, ha un’opinione tutt’altro che lusinghiera. Anche in questo caso D’Annunzio esercita un’influenza negativa, con la sua mediazione semplicistica e fuorviante della filosofia di Nietzsche, ridotta a una mera esaltazione dell’egoistico piacere individuale. Questo spiega il giudizio negativo di Michelstaedter sul filosofo tedesco e il suo luminoso profeta, Zarathustra, definito in un appunto «un germanico […] bestialmente fulvo», dal quale «derivano tutte le bestie più o meno fulve che da allora cominciarono a infestare il mondo», animate da un’illusione di libertà impossibile nell’uomo civilizzato:

Libertà? qual è la libertà dell’uomo in natura? è la libertà che tutte le parti dell’universo hanno: in quanto vivono secondo la loro legge senza averne coscienza. Ma se ne acquistano coscienza hanno nello stesso tempo la conoscenza che questa legge è la loro perché deve esser la loro e che tanto sono schiave quanto dura la loro vita. Così la vita dell’uomo in natura quando cessi dall’esser bestiale è vita schiava e cosciente di questa schiavitù. Non altrimenti schiave sono le bestie fulve individualistiche dei nostri tempi [6].

Per l’uomo civilizzato, schiavo della sua condizione inautentica, c’è solo un modo per recuperare l’originaria libertà perduta, che non è certo quello della ricerca del piacere individuale, immorale e sempre sfuggente, ma è quello incarnato dal supremo ideale della persuasione.

Un degenerato

Dalle considerazioni critiche sul Piacere di D’Annunzio, emerge una delle caratteristiche principali di Michelstaedter uomo, letterato e filosofo: la severità morale, che egli non riserva soltanto agli altri, come prevede una certa ipocrisia sociale di stampo borghese, ma rivolge anche contro se stesso. Michelstaedter si giudica sempre con rigorosa intransigenza, arrivando persino a definirsi, in una lettera del 9 dicembre 1906 alla sorella Paula, un «degenerato»:

Mi sembra che ci sia sempre un fitto velo fra me e la realtà; e mi convinco sempre più che non sono che un degenerato. Lo so che tu griderai all’esagerazione, forse anche m’accuserai d’affettazione, e di posa e che so io. Ma t’assicuro, non posso e sono con tutti sempre allegro, e nemmeno ciò per partito preso, ma perché naturalmente al contatto con gli altri quella superficie di infantilità che ho sempre avuto e che avrò sempre si vivifica, e assorbe, o sembra assorbire tutto il resto.
E non esagero, purtroppo. Un po’ è individuale, un po’ è la malattia dell’epoca per quanto riguarda l’equilibrio morale, perché ci troviamo appunto in un’epoca di transazione della società quando tutti i legami sembrano sciogliersi, e l’ingranaggio degli interessi si disperde, e le vie dell’esistenza non sono più nettamente tracciate in ogni ambiente verso un punto culminante, ma tutte si confondono, e scompaiono, e sta all’iniziativa individuale crearsi fra il chaos universale la via luminosa. Così nell’arte come nella vita pratica. – Quanto al resto il difetto è mio, e mi toglie la forza d’ogni pensiero, lo slancio d’ogni iniziativa, la chiarezza d’ogni concezione, e resto così brancolando nel buio annaspando invano per salire. Questo io lo sento profondamente e so che non sarò mai felice, né farò mai alcunché di buono e se non impazzirò mi tormenterò e soffrirò disperatamente fino alla morte [7].

Michelstaedter lega la propria debolezza morale al contesto sociale, di cui, in poche parole, dando un primissimo saggio dell’acutezza del suo sguardo, realizza un efficace ritratto. In un’epoca malata, caotica, priva di punti di riferimento, in cui i legami si sciolgono e gli interessi si disperdono, le vie dell’esistenza si confondo fino a scomparire, l’individuo può contare solo ed esclusivamente su se stesso, creandosi da sé la «via luminosa», nell’arte come nella vita. Ma per fare ciò è necessaria una fermezza morale, una volontà salda, ferrea che, almeno per il momento, Michelstaedter non crede di possedere, dimostrandosi tutt’altro che ottimista sulla propria riuscita futura. Questa lettera, in cui compaiono, appena accennati, concetti fondamentali del pensiero del filosofo goriziano e che ha il peso specifico di una vera e propria confessione, manifesta un profondo e cupo sentimento di insoddisfazione di sé: Michelstaedter aspira a un’adeguata affermazione individuale, a crearsi, nel caos universale, la via luminosa, ma teme di non esserne all’altezza. Sono ancora troppe le concessioni fatte al suo io animale.

Una conoscenza sconvolgente

Alla fine del 1906, alla Scuola del Nudo, dove si reca nel tempo libero per perfezionare la tecnica di disegno, Michelstaedter conosce Nadia Baraden, giovane signora russa divorziata, alla quale impartisce lezioni private, principale mezzo di sostegno economico indipendente dello studente, che tenta inoltre di farsi strada in campo letterario come traduttore, sfruttando il suo naturale bilinguismo, ma senza successo. Nadia è un’anarchica, ha vissuto la rivoluzione russa del 1905 ed è stata condannata ai lavori forzati in Siberia, pena commutata, grazie all’intervento della famiglia, nell’esilio, di cui Firenze, come vedremo tra poco, sarà l’ultima tappa. Tra lo studente universitario e l’anarchica russa nasce presto un legame intimo, profondo, ma soltanto amichevole, soprattutto per la volontà di Nadia, personalità complessa, segnata sin dall’infanzia dalla violenza e dalla sofferenza, e che neanche Michelstaedter, nonostante l’acutezza del suo sguardo, riuscirà a comprendere fino in fondo. Nadia esercita su di lui un’influenza profonda, sotto tutti i punti di vista, sentimentale, letterario (immaginiamo quanto sia stata importante nella scoperta e nella comprensione della grandezza della letteratura russa da parte dell’autore goriziano), filosofico, umano, e nel più terribile dei modi in quest’ultimo caso. Si tratta insomma di una conoscenza sconvolgente, senza dubbio la più sconvolgente tra tutte le conoscenze fatte da Michelstaedter nel corso della sua breve vita, e che da lì a pochi mesi assumerà i tratti della condanna.

I funerali di Carducci

Nel febbraio del 1907 Michelstaedter si reca a Bologna per assistere ai funerali di Carducci, tra i suoi principali idoli letterari dell’adolescenza. Come membro della rappresentanza degli studenti universitari di Firenze, partecipa alla veglia notturna della salma del poeta, ed ecco come descrive questo memorabile momento ai familiari:

si restò soli con altri due studenti che si aggiunsero poi e con due guardie. Eravamo soli in quella cella semiscura, al cospetto di quella faccia poderosa, soli con la salma di Carducci! Di fuori splendeva la luna sopra il deserto di neve e non si udiva alcun rumore.
Allora sentii più forte il senso di affetto per lui, ma al di fuori al di sopra della vita, sentii come un senso di risurrezione, mentre mi pareva di purificarmi tutto.
C’era nella stanza un forte odore di fiori; rose, viole, tuberose delle ghirlande, che contribuiva a idealizzare l’ambiente. Per quanto alla vista della faccia di Carducci mi sentissi dolorosamente commosso e tutta l’origine del sentimento fosse di dolore e non di gioia, pure mi portava a un’impressione indefinibile di pace e di dolcezza. Nelle due ore di veglia ho avuto campo di veder bene la faccia di Carducci attraverso un vetro del coperchio.
Era terrea, un po’ infossata alle tempie, un po’ torta dal cedimento della mascella inferiore, ma sempre ancora formidabile, sempre bellissima d’espressione e di grandiosità [8].

Nonostante la circostanza funebre, al cospetto della salma di Carducci Michelstaedter è invaso da sentimenti positivi, da quell’«impressione indefinibile di pace e di dolcezza» che, emblematicamente legata alla morte, probabilmente non ritroverà più in termini così profondi, così solenni, pur anelandovi con tutto il proprio essere.

A sua insaputa, grazie all’intervento del padre, l’epistola in cui Michelstaedter descrive ai familiari le esequie di Carducci e la veglia della salma, viene pubblicata sul «Corriere Friulano» con il titolo Reminiscenze dei funerali di Carducci – Impressioni – La veglia della salma. È il primo testo edito di Michelstaedter, che non la prende affatto bene.

Il suicidio di Nadia Baraden

L’11 aprile 1907 Nadia Baraden si toglie la vita, e lo fa in modo spettacolare, sparandosi in Piazza Vittorio Emanuele, oggi Piazza della Repubblica, a mezzogiorno. Michelstaedter, che si trova a Gorizia per le vacanze pasquali, ricevuta la notizia si precipita a Firenze, dove lo attende una terribile lettera d’addio. L’epistola contiene un rimprovero, pesantissimo, un’esortazione illuminante e una confessione sconvolgente: Nadia rimprovera a Michelstaedter i suoi approcci amorosi, lo esorta a cercare la persuasione (un aspetto che rivela l’impatto decisivo della donna sulla vicenda umana e filosofica dell’autore goriziano, per il quale le due componenti, la vita e il pensiero, sono inscindibili) e gli confessa di essere stata violentata, a undici anni appena, da uno zio. Per Michelstaedter, cui Nadia tra l’altro dona due ciocche di capelli, è un colpo durissimo, uno strappo violento che spezza in due la sua vita (non è forse azzardato sostenere che esiste un Michelstaedter precedente e un Michelstaedter successivo al suicidio della Baraden): «Carlo si ritrovò in mano una confessione e un’accusa implicita, che aizzava il suo rimorso, il suo autolesionismo. Veniva a conoscenza di un segreto, che a sua volta doveva nascondere agli altri. Violeé [il termine francese utilizzato da Nadia nella lettera, scritta in tedesco, e che fortunatamente Campailla ha potuto leggere prima che venisse distrutta]. La violenza entrava nell’esperienza e nella meditazione di Michelstaedter, come una freccia al cuore» [9]. E ancora: «colpito dall’avvenimento e ancora non in grado di valutarne per intero le implicazioni, egli sentì come un turbine e un vuoto assurdo. Da quella morte si sarebbe irradiato, negli strati inconsci della psiche, nei sogni perturbanti, nell’incapacità drammatica di accettarsi, altrettanto senso di colpa e, a livello di coscienza, una spinta perché quell’esperienza non rimanesse inutile. Da quel momento, Carlo era diventato di colpo più vecchio» [10].

Nadia Baraden muore, ma non scompare, anzi, dopo la sua violenta dipartita assume una consistenza ancora maggiore, moralmente invadente, come una malattia incurabile. L’anarchica russa esiliata, illuminata dal supremo ideale della persuasione, violentata da bambina e consumata lentamente dalla sofferenza e dal rimorso (rispetto alle bambine di Dostoevskij vittime di stupro in Delitto e castigo e nei Demòni, per mano di Svidrigajlov e di Stavrogin, i due più cupi rappresentanti del sottosuolo, Nadia attende qualche anno prima di soffocare il dolore, l’umiliazione, la vergogna e il senso di colpa nel suicidio), è il primo spettro di Michelstaedter. Non sarà l’unico.

La reazione

Michelstaedter tenta di colmare il vuoto nel quale è improvvisamente sprofondato dopo la morte di Nadia ricorrendo all’amore. In questo senso, alla luce dei recenti, tragici eventi, il suo sentimento per Jolanda De Blasi, una delle pochissime studentesse dell’Istituto, appare davvero come una reazione al trauma, come un tentativo di guarigione dal dolore e dal senso di colpa scaturiti dal suicidio di Nadia. A Jolanda Michelstaedter scrive lettere ardenti, in cui, oltre alla passione, erompe il suo tormento interiore, il suo malessere, la sua insoddisfazione, la sua innata propensione all’autodistruzione, componenti negative aggravate dalla morte di Nadia e divenute oramai incontenibili, in un certo senso preminenti.

In una delle tante lettere all’amata, Michelstaedter cita Stirner, il filosofo distruttore per eccellenza, e sostiene come, esaurita l’illusione dell’amore, l’uomo senta «immediatamente il peso del giogo, […] il disperato dolore della schiavitù». L’uomo potrebbe sottrarsi a questa terribile condizione servile annientando se stesso, cercando la «libertà nella morte», ma prima di annientarsi fisicamente, materialmente «deve annientarsi moralmente, uccidendo in sé gli affetti che lo legano» [11]. La traumatica, luttuosa vicenda di Nadia inasprisce l’istintivo pessimismo di Michelstaedter, che nell’amore ora vede solamente un’illusione e una schiavitù, una prigione dolorosa dalla quale è possibile evadere solamente attraverso la distruzione morale e fisica di sé. Tuttavia, in parziale contraddizione con queste dichiarazioni cupe e disperate, Michelstaedter scrive a Jolanda una vera e propria lettera d’amore, datata 1-2 maggio 1907, salvo ritrattare subito, appena quattro giorni dopo, con un’epistola in cui emerge di nuovo, con rinnovata drammaticità, perché legata direttamente alla propria vicenda individuale, la sua resistenza al sentimento amoroso, frutto di una considerazione severa e pessimistica di se stesso e del proprio destino:

Sento che è lontano quanto io voglio – e non è fuori di me che voglio alcuna cosa, ma in me – sento che onestamente non posso promettere di me nel futuro un marito, un babbo tranquillo, sento che forse farò soffrire quanti mi amano, sento che è dubbia la lotta che combatto, che incerto, pericoloso è l’esito [12].

Moralmente intransigente, alla ricerca di una coerenza totale, in un certo senso feroce, Michelstaedter è impegnato in una dura e sanguinosa lotta con se stesso, che non ammette tregua. Radicale, estremo, severo, egli appare perfettamente consapevole dei pericoli che nasconde il suo conflitto interiore, del dolore che, con le sue scelte radicali, potrebbe infliggere agli affetti più cari, e dell’epilogo drammatico al quale potrebbe giungere, quell’epilogo che gli è sempre stato presente, familiare e che Nadia gli ha sbattuto dritto in faccia con violenza e sdegno. Un epilogo che, da questo critico 1907, inizia a configurarsi quasi come un destino, dunque impossibile da sfuggire.

Michelstaedter si sottopone costantemente, addirittura quotidianamente, a un implacabile esame di coscienza, giudicandosi con severità, senza concedersi attenuanti. Dotato di un profondo, abissale senso di responsabilità, anzitutto verso se stesso e il proprio pensiero, non conosce mezze misure, non accetta compromessi e oscilla senza posa da un estremo all’altro. In questi mesi si trova davanti a un bivio: da una parte la solitudine, l’isolamento, la condanna e l’espiazione per il suicidio di Nadia, di cui si sente responsabile, dall’altra la resurrezione attraverso l’amore. Nonostante i dubbi e i rimorsi, Michelstaedter sceglie quest’ultima via e parla di Jolanda ai genitori, avanzando un vero e proprio progetto di fidanzamento, crudelmente respinto dai familiari. Il motivo? Jolanda non è ebrea. Da questo momento, tra Michelstaedter e la famiglia, in particolar modo il padre, che minaccia di tagliare i fondi, aumentano gli attriti. I genitori lo accusano di essere cambiato, «di essersi fatto, con l’abilità posticcia del loico, un equilibrio e un sistema del suo sostanziale squilibrio» [13]. Il fatto, incomprensibile per i genitori, è che Michelstaedter si è ormai emancipato dalla logica familiare, logica borghese improntata sul dovere, sulla carriera, e dal suo codice convenzionale, al quale sostituisce la propria coscienza, decisamente più severa e intransigente di qualunque legge sociale. Michelstaedter si affranca, elabora una propria visione del mondo e della vita, che troverà la sua formulazione più organica nella tesi di laurea. L’imborghesimento, verso il quale lo spingono i genitori e la società, gli fa orrore, gli appare come un vero e proprio tradimento morale, al quale tenta con tutte le sue forze di resistere, in una lotta continua e sfiancante.

Michelstaedter intuisce «di essersi completato e arricchito di una serie di esperienze attraverso le quali forse non poteva non transitare: a poco a poco si elevava dalla cognizione di quegli avvenimenti alla riconsiderazione del loro valore più ampio, oltre la personale funzione di effimero protagonista» [14]. Tuttavia il dissidio interiore, il malessere resta, anzi, se possibile, si fa ancora più profondo, radicato, divenendo in un certo senso costitutivo della sua persona, e se da una parte è alimentato dallo spettro di Nadia, che lo tormenta senza sosta come le Erinni tormentano Oreste, dall’altra da un’acuta percezione del dolore come condizione necessaria, immanente all’esistenza e «stillante sotto tutte le cose», che gli sembra «di aver presentito da sempre» [15]. La morte di Nadia aggrava irrimediabilmente il sentimento del tragico di Michelstaedter, e con esso conferisce consistenza alla sua parte più oscura, sempre più dominante e che egli tenta disperatamente di arginare assecondando il suo amore per Jolanda, fino a trasformarlo in un autentico progetto di vita fatto a pezzi dalla gretta e meschina tradizione familiare.

Ibsen

Fortunatamente c’è la letteratura, conforto e rifugio. Nel marzo del 1908 Michelstaedter scopre un autore fondamentale per lui, «che contribuirà potentemente a curvare, con un’accelerazione di tempi e il conseguente precoce attingimento di una posizione definitiva, la sua parabola ideologico-esistenziale» [16]: Henrik Ibsen [17]. Il drammaturgo norvegese, di cui divora, uno dopo l’altra, le opere, gli appare un modello grandioso non solo dal punto di vista artistico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista morale. Nei personaggi di Ibsen, che collocherà nel canone dei persuasi stilato nella Prefazione della tesi di laurea [18], Michelstaedter vede degli «strenui esempi di lotta […] contro la rettorica delle strutture costituite, sociali, morali e intellettuali» [19], quelle strutture violente, spersonalizzanti di cui egli stesso è vittima e alle quali si ribella nella teoria e nella pratica.

L’entusiasmo di Michelstaedter per il drammaturgo norvegese non è un caso isolato nel panorama letterario italiano d’inizio Novecento, come dimostrano i casi di Scipio Slataper, che a Ibsen dedica la propria tesi di laurea, considerata «ancora oggi il capolavoro della critica ibseniana in Italia» [20], e di Vincenzo Cardarelli, che in un articolo pubblicato il 26 maggio 1910 sull’«Avanti!», sottolinea l’influenza esercitata dall’autore in quegli anni:

Nessuno scrittore quanto Enrico Ibsen esercitò tanta spirituale influenza in questi ultimi anni, in Italia. Tutte quelle sue creature fatte di cervello più che di sentimento, che si guardano vivere e morire con una delirante lucidità di pensiero, con una tremenda logica di atteggiamenti, per cui la vita assume il carattere di una tesi da raggiungersi attraverso lo spasimo di una umanità che è nello stesso tempo azione e dimostrazione, emozione e raziocinio, febbre di istinti e fredda annunciazione di idee; codeste creature avvivate dal più aspro genio del nostro tempo, in una terra di sentimento come l’Italia, sollevarono larghe correnti di discussione e di consenso, raccolsero gli spiriti in una più dolorosa serietà di vita, seminarono con vittoria le loro angosciose preoccupazioni [21].

«Più che l’amore»

Il 6 maggio 1908 esce sul «Corriere Friulano» il secondo dei tre testi pubblicati in vita da Michelstaedter, il primo pubblicato consapevolmente. Si tratta di una recensione del dramma dannunziano Più che l’amore, scritta in realtà l’anno precedente e proposta senza successo al «Marzocco». Anche in questo caso, come per Il piacere, il giudizio di Michelstaedter è negativo: D’Annunzio non ha fatto altro che alimentare la «nuova rettorica individualistica», assorbita «sommariamente» (chiaro il riferimento a Nietzsche), e il protagonista del dramma, Corrado Brando, ennesimo superuomo partorito dal genio mercantile del vate, non è altro che il «rampollo degenerato della bella dinastia degli eroi ribelli che mette capo a Prometeo». D’Annunzio, in Più che l’amore, come in ogni altra sua opera di questo genere, corrompe dozzinalmente, secondo i gusti grossolani del pubblico borghese, il nobile tema della rivolta, che trova invece in Ibsen uno straordinario cantore.

È significativo che il primo testo pubblicato volontariamente da Michelstaedter contenga un rifiuto netto del modello letterario dominante nella propria epoca, almeno dal punto di vista individualistico (accanto a D’Annunzio si colloca Pascoli, che primeggia sul versante intimistico e familiare). L’esordio critico di Michelstaedter avviene dunque nel segno della ribellione, dell’alternativa, della controtendenza. La recensione di Più che l’amore, come sottolinea Campailla collegata direttamente alla tesi, di cui rappresenta una sorta di preludio, certifica il distacco definitivo e ufficiale di Michelstaedter da quelle componenti estetizzanti, mondane che gli erano familiari, di cui, da adolescente, aveva subito il fascino (per i giovani intellettuali dell’epoca il dannunzianesimo è una sorta di tirocinio obbligato, e si pensi all’emblematico caso di Gozzano), in direzione di un ideale di assoluta libertà, racchiuso nel termine «persuasione» [22], che prevede la dolorosa emancipazione anche dagli affetti più cari, in una sorta di guerra totale, interiore, contro i legami affettivi e amorosi, che menomano l’individualità, ed esteriore, contro le convenzioni sociali, e che diviene una guerra unica, particolarmente sanguinosa quando i rappresentanti delle convenzioni sociali sono gli stessi affetti, i genitori nel caso di Michelstaedter.

La caduta

Nonostante i severi principi morali, la continua, indefessa tensione verso un’integrità etica fatta di rinunce e sacrifici, Michelstaedter cade, e dalla sua rovinosa caduta nel fango, nella corruzione riporta un segno terribile, un marchio infame che lo sfigura nel corpo e nello spirito, e che rappresenta il suo secondo spettro, dopo quello di Nadia Baraden. Mi riferisco a quella malattia venerea, contratta con ogni probabilità da una prostituta, che emerge dalla lettera-confessione del 31 maggio 1908 al padre:

Come ti scrissi, il dottore mi dichiarò guarito; poi viceversa dopo 4 o 5 giorni che io avevo ripreso la vita regolare facendo qualche piccola passeggiata, come lui m’aveva permesso, sentii i dolori ai ginocchi rincrudirsi e alla sera provavo un senso di stanchezza insopportabile; tornai da lui. E cominciò a farmi irrigazioni di ipermanganato e istillazioni di Protargolo al 5% per purificare radicalmente tutto il canale, m’ordinò massaggi e spalmature coll’ittiolo; mi visitò la prostata e la trovò ancora un po’ infiammata per cui mi fece un massaggio e me ne farà un altro ancora. Puoi figurarti che non è stato un gusto per me. Tutte queste cure sono molto più dolorose che il male, e mi lasciano rabbioso e nervoso. Il Protargolo al 2% basta per far saltare un individuo per un’oretta; così quando il dottore mi faceva l’istillazione stavo male per 5 o sei ore e indolenzito anche il giorno susseguente. Anche perciò non v’ho scritto perché non avrei potuto non farvi sentire tutta la noia e l’avvilimento di queste cure meschine umilianti [23].

Da questo momento entra nella vita di Michelstaedter un ulteriore spettro, altrettanto terribile e invadente, una «realtà proibita e, nelle sue vaste risonanze anche popolari, un male e persino una parola impronunciabile e con valenza estensiva, nel pozzo della vergogna: sifilide. Con tutte le sue implicazioni terrorizzanti, di fornicazione a pagamento, di peccato sessuale, di paralisi del sistema nervoso centrale, di infamia sociale. Una condizione diabolica, così come viene percepita dagli altri e dal personaggio stesso, che fa il vuoto attorno» [24]. Il quadro psicologico di Michelstaedter si arricchisce così di un nuovo elemento negativo, complicandosi ulteriormente. La malattia è lì, sgradita coinquilina, a impedirgli persino di fare una piccola passeggiata (una tortura per lui, incapace di stare fermo, sportivo nel sangue) e a ricordargli in ogni momento la sua debolezza, la sua incapacità di mostrarsi all’altezza di se stesso, delle sue ambizioni morali ed esistenziali. Ad accusa si aggiunge accusa, allo spettro di Nadia Baraden si affianca lo spettro della sifilide, che mettono a dura prova la capacità di resistenza di Michelstaedter. Alla luce della malattia il concetto di salute, il terzo concetto-chiave della filosofia michelstaedteriana, accanto a quelli di persuasione e rettorica, acquista un peso specifico ancora maggiore, e se, nonostante tutto, resta da intendersi in senso anzitutto morale, appare ora indissolubilmente legato alla dimensione fisica dell’individuo [25]. Del resto, senza salute morale non c’è salute fisica, soprattutto nell’epoca di Michelstaedter, che vive in prima persona il dramma di Adrian Leverkühn, il geniale compositore protagonista del Doctor Faustus di Mann, ma senza ricevere nulla in cambio dal diavolo [26].

Il mare e le catene

Ma le cure sortiscono gli effetti sperati, domano la malattia e il 17 giugno Michelstaedter, pochi giorni dopo aver compiuto il ventunesimo anno d’età (dal punto di vista spirituale gli anni sono molti, molti di più: il dolore e la consapevolezza invecchiano), celebra la sua rinascita fisica e morale, la salute ritrovata, scalando i monti Canin e Matajour, in compagnia di Rico e di Nino.

Nell’estate del 1908 Michelstaedter, con la sorella Paula e Argia, sua futura fidanzata, e Fulvia Cassini, soggiorna a Pirano, sulla costa istriana. Da questo momento il mare, «con la sua promessa di libertà e di fuga», diviene per lui una «quarta dimensione dello spirito» [27]. Tuttavia, né la temporanea guarigione, né la vita di mare, né la presenza di Argia, che gli suona l’amatissimo Beethoven e rappresenta una nuova, insperata opportunità di pace (il nome Argia in greco significa appunto pace), restituiscono a Michelstaedter quella serenità perduta ormai da tempo ed egli, in una lettera del 4 agosto a Gaetano Chiavacci, dà libero sfogo al proprio sconforto:

Gaetano mio – come sono poco felice – e come vedo poca possibilità che in avvenire qualcosa cambi se non in peggio, mentre le catene d’ogni genere sono ormai tanto vicine [28].

Ancora una volta, è lo spettro di Nadia a tormentarlo, a influenzarlo, a esasperare il suo «desiderio di costruirsi una vita senza concedere nulla ai luoghi comuni, ai vacui formalismi, alle preoccupazioni volgari. L’esperienza di Nadia, con i suoi risvolti tragici, era stata insomma un incentivo formidabile di sublimazione» [29].

Il dramma esistenziale di Michelstaedter nasce anzitutto dal sanguinoso conflitto tra pensiero, ideale e vita, realtà, tra il desiderio intimo di autenticità, di libertà, di un’adeguata affermazione d’individualità e schiavitù sociale (le «catene»), tra coerenza e compromesso, quel compromesso moralmente inaccettabile per le nature estreme come lui, permanentemente sospese tra il tutto e il niente. Un conflitto che si rivelerà insanabile: trovare una mediazione, una sintesi tra queste due posizioni opposte non sarà possibile.

Tolstoj

Il 18 settembre 1908 esce, sempre sul «Corriere Friulano», il terzo e ultimo testo pubblicato in vita da Michelstaedter, un vibrante omaggio a Tolstoj, in occasione degli ottant’anni dello scrittore russo [30]. Tra i tanti spunti offerti dall’articolo risulta particolarmente interessante, all’interno di un discorso dedicato alla vicenda esistenziale dell’autore goriziano, quello relativo al perfetto accordo tra pensiero e vita, che avvicina Tolstoj agli antichi filosofi greci:

Tutta la vita di Leone Tolstoi non è che una lenta e faticosa evoluzione dall’uomo assiepato dai principi di classe, circondato da seduzioni e attrattive mondane d’ogni genere – all’«uomo», all’uomo libero nel suo unico amore verso tutta l’umanità, libero nella ferma volontà di non aver bisogno delle fatiche degli altri; così vive Tolstoi perché così nella sua ininterrotta speculazione filosofica è giunto ad affermare che l’uomo deve vivere. Soltanto tra gli antichi filosofi della Grecia si ritrova questa uniformità fra pensiero e vita. E uno di questi tende la mano al filosofo russo per la impressionante affinità delle idee: Diogene. Ma mentre questi è rimasto nella memoria dei secoli soprattutto come un uomo bizzarro e ridicolo, Tolstoi ha trascinato e vinto questa società moderna così scettica e così proclive alla caricatura [31].

Michelstaedter individua in Tolstoj quella coerenza morale, quella perfetta corrispondenza tra pensiero e vita che egli stesso si sforza di raggiungere con ogni fibra del proprio essere e che costituisce il fondamento del suo dramma esistenziale. È questo, lo ripeto, il nodo essenziale, il violento conflitto tra aspirazioni interiori e pressioni esteriori, tra il desiderio individuale e la forza omologatrice della società.

Nell’articolo, in cui peraltro Michelstaedter dimostra di possedere una conoscenza profonda della letteratura russa, di cui evidenzia la grandezza, la superiorità rispetto a quello che definisce il «romanzo latino», non manca un accenno critico a D’Annunzio, in una opposizione tra superficialità e profondità che vede, da una parte, il vate e Oscar Wilde, dall’altra Ibsen e Tolstoj:

Nella letteratura internazionale contemporanea, mentre l’arte scende ovunque alla ricerca del dettaglio – da Oscar Wilde a Gabriele D’Annunzio – Ibsen e Tolstoi emergono dalla folla perché non s’accontentarono di esprimere le sensazioni superficiali della loro anima, ma ne scrutarono le profondità per cavarne la nota più alta. – Entrambi presero pel petto questa società soffocata dalle menzogne e le gridarono in faccia: verità! verità! [32]

Nell’ultima frase è racchiuso il senso più profondo dell’attività filosofico-letteraria non solo di Ibsen e Tolstoj, ma di Michelstaedter stesso.

Il suicidio di Gino Michelstaedter

Nel febbraio del 1909 la famiglia Michelstaedter è scossa dalle fondamenta da una notizia terribile: Gino, il primogenito di Emma e Alberto, dieci anni più grande di Carlo ed emigrato da tempo negli Stati Uniti, si toglie la vita, a trentadue anni. Il suicidio di Gino, al quale lo legava un sentimento ideale, sublimato dalla distanza (i due fratelli si sono visti per l’ultima volta nel 1905), conferma ed esulcera il dolore di Michelstaedter per la scomparsa di Nadia: c’è «un’eredità, in qualunque modo si volesse considerarla, da raccogliere» [33].

Gino si aggiunge così alla lista di spettri che tormentano, assediano Michelstaedter. La morte del fratello lo segna nel profondo, è un’ulteriore ferita che non smetterà mai di sanguinare, e qualche mese dopo persino festeggiare il suo compleanno gli sembrerà una mancanza di rispetto: «Mi pare una mancanza di rispetto questo festeggiar la vita nostra mentre lui non è più; proprio una cosa indegna, e a pensarci insopportabile» [34]. La vita assume sempre di più i tratti della tragedia e la sua celebrazione appare come un’offesa alla memoria delle vittime, una leggerezza irrispettosa di cui vergognarsi. L’unico sentimento davvero coerente con la condizione umana, di cui Michelstaedter, suo malgrado, è costretto a verificare in prima persona tutta la drammaticità, è il dolore, quel dolore che, come brace, cova nel fondo di ogni cosa, necessario e inestinguibile. Per quanto possa illudersi del contrario, l’uomo nasce per soffrire e per morire, e solamente la consapevolezza del proprio destino misero e tragico può ricondurlo a una dimensione esistenziale autentica e libera. Mentre gli uomini deboli, malati s’illudono di poter sfuggire il dolore e la morte, è proprio sul dolore e la morte che Michelstaedter erge il grandioso edificio della persuasione, secondo un processo filosofico di reazione al nulla che caratterizza tutti i più grandi pensatori critici moderni, da Leopardi a Camus, passando naturalmente per Nietzsche.

Prima di concludere questo capitolo, mi permetto di dedicare un pensiero alla povera Emma Luzzatto, autentica mater dolorosa costretta a piangere, in meno di due anni, la scomparsa di due dei suoi quattro figli, il primo e l’ultimo, entrambi suicidi, e che morirà nel 1943, sulla strada per Auschwitz, deportata dai Nazisti. La vita non le risparmia neppure l’orrore della Storia, come se non avesse ancora sofferto abbastanza.

Cristo

Michelstaedter inizia a lavorare alla tesi di laurea, originariamente concepita come uno studio sui concetti di persuasione e rettorica in Platone e Aristotele, impegno vissuto come una dolorosa e repressiva imposizione istituzionale, e si dedica allo studio dei Vangeli, in cui trova, come dichiara ai familiari, una gioia e una profondità di gran lunga superiori alla filosofia e alle scienze moderne. Egli vede in Cristo, il Cristo-uomo, naturalmente, «la presenza invocata dalla sua anima in tormento» [35], «l’apertura a un mondo più alto da sempre bramato, il più sublime esempio di persuasione realizzata» [36]. Cristo si affianca così a Socrate quale supremo modello del persuaso: «Nella sua interpretazione, morendo sulla croce l’ebreo Cristo, come Socrate bevendo la cicuta, si era affermato libero nella vita e libero nella morte, in un martirio che era […] testimonianza di valore» [37]. La scoperta di Cristo ha un impatto decisivo sulla formazione del pensiero filosofico di Michelstaedter: «Il messaggio di Cristo gettava all’improvviso, arricchendole di un impensato potere di comunicazione tra gli uomini, una luce nuova sulle idee che nel 1908 Ibsen e Tolstoj gli avevano fatto intravedere rispettivamente nella direzione di un arduo individualismo etico e di un evangelismo disarmato» [38].

Il Cristo-uomo di Michelstaedter, libero da qualunque implicazione religiosa, in una sorta di laica rivalutazione presente già in Stirner, che ne fa il prototipo del ribelle, opposto al rivoluzionario Cesare [39], e in Nietzsche, che non insorge contro di lui, ma contro il Cristianesimo [40], s’impone dunque come un esempio luminosissimo di libertà, di coerenza, di coraggio, di una pura, salutare affermazione d’individualità. Supremo modello etico e filosofico, insieme con Socrate, Cristo resta fedele a se stesso, al proprio pensiero, sostiene coraggiosamente il peso della croce, del proprio dolore, e muore da uomo libero.

Il ritorno a Gorizia

Il 22 giugno 1909 Michelstaedter sostiene l’ultimo esame; due, al massimo tre giorni dopo parte per Gorizia, ricongiungendosi definitivamente con Paula, con Rico, con Nino, con la fidanzata Argia. In agosto il gruppo di giovani parte per Pirano, alla volta dell’amato mare. Ma il definitivo ritorno a casa, la vicinanza quotidiana della sorella, degli amici, della fidanzata non rasserenano Michelstaedter, non placano, se non per brevi momenti, il suo malessere esistenziale, non risolvono il suo conflitto interiore, sempre vivi e anzi sempre più dolorosi, come mostra evidentemente la lettera del 2 settembre a Rico, in cui egli, per la prima volta in modo così esplicito e diretto, parla del suicidio come l’unica soluzione possibile al suo dramma (è il richiamo irresistibile degli spettri, che risuona dal suo abisso):

Ho riso di tutto e ho vissuto per sport. Ed ora che ho conosciuto cosa era la mia sicurezza ed ho preoccupato il futuro, che cosa mi resta se non il riso maligno, e il dolore bruto per la brutalità irriducibile della forza che mi tiene in vita? peggiore questo dolore che tutto il dolore che ho provato quando vedevo per la prima volta. Solo una reazione avrei potuto avere – così pensavo nella mia speranza, solo una reazione mi resta ora: d’andarmene, di distruggere questo corpo che vuol vivere [41].

In Michelstaedter ritroviamo dunque quel riso maligno che accompagna il Bruto di Leopardi nel suicidio e che il poeta recanatese definisce, nello Zibaldone, «l’ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità» [42].

Il ritorno a Gorizia è segnato dalla perdita di Rico, che non si toglie la vita, ma parte per il Sud America (non è forse questo l’unico aspetto che avvicina Mreule a Dino Campana, accomunati inoltre da un’espressività barbara [43]), forse, come ipotizza Campailla, per evitare il servizio militare nell’esercito austriaco. Il 28 novembre Michelstaedter e Nino Paternolli accompagnano l’amico al molo d’imbarco, e il primo convince Rico a consegnargli la rivoltella – troppo rischioso portarla con sé. Il terzetto di amici perde così il suo componente più anziano e, probabilmente, più importante, che dà l’esempio ai due più giovani, inseguendo il suo sogno di libertà di là dal mare.

Ancora lei, sempre lei

Negli ultimi mesi del 1909 Michelstaedter scrive un breve dialogo intitolato, in greco, Chi si attacca alla vita è già giudicato. Gli interlocutori sono lo stesso Michelstaedter e Nadia Baraden, ancora lei, sempre lei, il cui torturante ricordo è più vivo e presente che mai:

«Io so che tu mi tradisci».
«Come?»
«Lo sai».
«Non lo so».
«Ma lo fai».
«Come?»
«In ciò che fai e non sai ciò che fai».
«Mio dio! che devo fare?»
«Lo sai».
«Non lo so».
«Ma lo sai che non lo fai».
«Come?»
«In ciò che fai, senza sapere, ciò che non devi fare».
«Ahimè, ch’io non posso non fare ciò che faccio».
«Se non sai quello che fai non sai se lo puoi o se non lo puoi – ma non lo puoi sapere».
«Ma com’è che faccio ciò che faccio s’io non lo so, né posso sapere se lo posso non fare?»
«Perciò appunto lo fai – perché gli altri lo vogliono – e tu non lo sai».
«Ma io sono libero – non obbedisco a nessuno».
«Tu non sei né libero né schiavo».
«Ahimè».
«Tu non sei ma gli altri sono in te».
«Nadia!»
«Non più!»
«Nadia io t’amo ancora».
«Non hai mai amato né me né gli altri, ma in tutti sempre te stesso».
«Nadia io t’amo ancora».
«Taci! soltanto colui che è può amare chi non c’è più e non lo può più amare».
«Ma tu non m’hai amato mai».
«T’avrei amato se tu fossi stato tale da amare senza chieder d’esser amato».
«Ma io soffersi e soffro; Nadia tu non hai pietà di me».
«Pietà sì – poiché soffrirai più che non hai sofferto, e sarai miserabile più che non sei stato, e molti e molte avranno pietà di te – nessuno amore».
«Nadia tu non hai pietà di me».
«Pietà sì – poiché la pietà va al miserabile che non ama e non può esser amato».
«Oh io saprei ben amare chi m’amasse – tanto ne ho bisogno!»
«Povero Carlo! non lo saprai mai, poiché nessuno può amare chi ama solo l’amore di cui ha bisogno – che se n’ha bisogno vuol dire che non l’ha. Tu non hai niente e niente puoi dare, ma chiederai sempre, sempre più miserabile, – che non sei e non puoi amare ma chiedi l’amore per illuderti d’essere qualcuno. Ma nessuno può amare chi non è.
«Nadia io m’uccido!»
«Perché?»
«Così forse mi stimerai tale che viva me vivo ameresti».
«Povero Carlo! è tutto invano ciò che uomo vano fa per bisogno e non per amore: Vivi e soffri! Addio!» [44]

Voce della coscienza offesa, Nadia accusa Michelstaedter di tradimento ed esprime la formula della nuova concezione dell’amore elaborata dall’autore, che ritroviamo anche nella tesi e nel Dialogo della salute: tutto dare e niente chiedere. Riecheggiano nel breve dialogo il rimprovero, che rode ancora Michelstaedter, scavando un pericoloso vuoto interiore che minaccia di far crollare tutto, e l’esortazione alla persuasione, ovvero all’essere per se stessi, espressi da Nadia nella sua lettera d’addio. Incapace di sostenere le accuse della donna, divorato dal rimorso, l’autore minaccia di togliersi la vita, individuando nel suicidio l’unico modo per dimostrare a Nadia il suo valore, ma sarebbe inutile, perché è inutile tutto ciò che l’uomo fa per necessità e non per amore. Michelstaedter deve ancora vivere e soffrire, e sostenendo il peso del proprio dolore dimostrarsi all’altezza del grandioso ideale della persuasione.

NOTE

[1] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza. Vita e mito di Carlo Michelstaedter, Marsilio, Venezia 2019, p. 109.

[2] Per un approfondimento sul poeta milanese rimando al contributo «Revolverate»: la strage – premeditata – di Gian Pietro Lucini.

[3] Per la lettura e l’analisi dei due componimenti rimando ai contributi Guido Gozzano – La signorina Felicita ovvero la felicità, Totò Merùmeni ovvero l’anti-dannunziano.

[4] Per un approfondimento su questo tema rimando al contributo Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti ovvero: l’astuzia mercantile dei calvi con i baffi a manubrio.

[5] Carlo Michelstaedter, Scritti vari, in Id., Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 703.

[6] Ivi, p. 665.

[7] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., pp. 114-115.

[8] Ivi, p. 124.

[9] Ivi, p. 135.

[10] Ivi, p. 136.

[11] Ivi, pp. 138-139.

[12] Ivi, p. 139.

[13] Ivi, p. 144.

[14] Ivi, p. 145.

[15] Ibidem.

[16] Ivi, p. 159.

[17] Per un approfondimento sul drammaturgo norvegese rimando ai contributi dedicati ad alcune delle sue opere più significative: I pilastri della società, Casa di bambola, Spettri, La casa dei Rosmer, La donna del mare, Hedda Gabler.

[18] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, pp. 35-36.

[19] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 161.

[20] Giovanni Antonucci, Introduzione a Henrik Ibsen, I capolavori, Newton Compton editori, Roma 2016, p. XII.

[21] Vincenzo Cardarelli, La poltrona vuota, Rizzoli, Milano 1969, p. 24.

[22] Per un approfondimento sul concetto di persuasione rimando alla prima parte dello studio La filosofia dell’impossibile di Carlo Michelstaedter, intitolata appunto La persuasione.

[23] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 176.

[24] Ivi, p. 177.

[25] Per un approfondimento sul concetto di salute rimando alla terza parte del già citato studio La filosofia dell’impossibile di Carlo Michelstaedter, intitolata appunto La salute.

[26] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo L’«arco vertiginoso» di Adrian Leverkühn nel Doctor Faustus di Thomas Mann.

[27] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 181.

[28] Ivi, p. 182.

[29] Ivi, p. 185.

[30] Per la lettura integrale dell’articolo rimando al capitolo secondo della tera parte dello studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter, Michelstaedter critico. D’Annunzio e Tolstoj.

[31] Carlo Michelstaedter, Tolstoi, in Id., Opere, cit., pp. 650-654.

[32] Ibidem.

[33] Sergio Campailla, Un’eterna giovinezza, cit., p. 206.

[34] Ivi, p. 220.

[35] Ivi, p. 215.

[36] Ivi, p. 216.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] «Egli non era un rivoluzionario, come per esempio Cesare, bensì un ribelle, non uno che rovescia gli Stati, ma uno che si sollevava. Per questo il suo principio era solo: “Siate astuti come serpenti”, che esprime la stessa cosa dell’altro principio, più specifico: “Date a Cesare ciò che è di Cesare”; egli non conduceva alcuna battaglia liberale o politica contro l’autorità costituita, ma voleva, incurante di quell’autorità e da essa indisturbato, percorrere la propria strada» (Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, Milano 2009, p. 332).

[40] «Che nega Cristo? Tutto ciò che porta ora il nome di cristiano».

[41] Carlo Michelstaedter, Epistolario, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1987, p. 407.

[42] Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione integrale diretta da Lucio Felici, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 91.

[43] Per un approfondimento sul poeta di Marradi, autore dell’unica opera capace forse di avvicinarsi a La persuasione e la rettorica di Michelstaedter in quanto a straordinarietà espressiva e formale, rimando al contributo I «Canti Orfici» di Dino Campana: nella poesia, come nella vita, il trionfo dell’irregolarità.

[44] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1988, pp. 97-99.