Tolstoj nel 1902

Lev Tolstoj, «Il diavolo»: il dramma della tentazione

Di nuovo riprese a tormentarsi, di nuovo fu assalito da mille timori e paure. Perché non aveva alcuna possibilità di salvezza.

I. Dopo la morte del padre Evgenij Irtenev, giovane dall’avvenire luminoso, lascia l’impiego al ministero, abbandona Pietroburgo e si trasferisce in campagna, per gestire personalmente la proprietà di famiglia. Onesto, responsabile ed energico, Evgenij si sforza di appianare i debiti e riportare la tenuta agli antichi fasti, rilanciandone le attività produttive. La sua nuova vita da proprietario terriero presenta un solo, vero problema: la forzata astinenza sessuale, difficile da sostenere per un giovane di ventisei anni abituato a saziare con facilità gli appetiti della carne. Ebbro di desiderio, Evgenij inizia a osservare e studiare ogni donna del suo nuovo, piccolo mondo, fino a quando, grazie all’aiuto del guardiano Danila, riesce a intrattenersi con Stepanida, contadina avvenente, prosperosa, sana, sposata e libertina. L’irrequietudine sessuale di Evgenij, il quale, estraneo alla dissoluzione, spera di non incontrare più la donna dopo il primo rapporto, non si placa, anzi, diviene un vero e proprio tormento, che a volte assume distintamente il volto dell’attraente contadina, la cui figura rigogliosa emana una sensualità irresistibile. Così il protagonista, suo malgrado, almeno per una parte di sé, quella parte spirituale consapevole della disonestà della relazione, la incontra ancora: una decina di volte in tutto nel corso dell’estate.

II. Il fidanzamento prima e il matrimonio poi con la mite Liza, pongono fine alla relazione adultera di Evgenij con Stepanida. Il protagonista sembra dimenticare la contadina, ma ecco che, durante il secondo anno di matrimonio, si ritrova casualmente faccia a faccia con lei: il desiderio, sopito dal matrimonio, ma non cancellato, si ridesta di colpo, in tutta la sua sconvolgente potenza. Evgenij si rimprovera, ed è in questo momento che inizia la sua sanguinosa e distruttiva lotta con la tentazione, un vero e proprio inferno interiore che finirà per annientarlo. Stepanida, che con i suoi sguardi ammalianti alimenta il fuoco della passione rendendolo un incendio indomabile, diviene per il protagonista un’ossessione, alla quale egli sa di non poter resistere a lungo. Consapevole della propria meschinità morale, Evgenij si detesta, ma non riesce a cancellare dalla mente l’immagine seducente di Stepanida e il ricordo del piacere provato in sua compagnia, che lo perseguitano. Il protagonista vive un dramma interiore intenso, profondo, combattuto tra il desiderio e la colpa. Ogni giorno prega Dio di dargli la forza di fuggire dalla rovina; ogni giorno si ripropone di non spingersi oltre, di non cercare più Stepanida, di non spiarla, di rimuoverla dal suo cuore e dalla sua testa; ogni giorno escogita nuovi sistemi per liberarsi dall’ossessione, tenendosi costantemente impegnato, consumandosi con l’esercizio fisico e il digiuno, immaginando lo scandalo e lo sfacelo della sua famiglia, ma è tutto drammaticamente inutile: ogni giorno Evgenij cerca, segue, spia Stepanida in segreto, e solamente il caso impedisce la caduta. Il protagonista non ha ancora tradito la moglie, non fisicamente almeno, ma questo non cambia niente, come sostiene lui stesso nel colloquio con lo zio, al quale confessa la sua pena nel tentativo di alleviarla:

«Non capisco cosa stai dicendo, l’hai tradita o non l’hai tradita?».
«No, ma questo non cambia le cose, perché il non averlo fatto non dipende da me. Io ero persuaso a tradirla, ma me ne hanno dissuaso, altrimenti adesso…» [1].

Lo zio consiglia a Evgenij di lasciare la proprietà per qualche mese e il protagonista parte per un viaggio in Crimea con la moglie. Lontano da Stepanida, spera di riuscire a sconfiggere il «demone» che lo divora.

III. In Crimea la giovane coppia trascorre due mesi magnifici. Liza partorisce una splendida e sana bambina, senza complicazioni; Evgenij, che non pensa più a Stepanida, si sente «un uomo completamente libero e felice». Dopo aver provato quella particolare sofferenza caratteristica di ogni uomo durante il parto della donna amata, il protagonista nutre per la moglie un sentimento nuovo, «una sorta di adorazione», e tenendo in braccio la neonata prova una benefica, salutare sensazione di sollievo. Inoltre nasce in lui un profondo interesse per la politica, che intende tradurre in azione.

Evgenij ritrova così la serenità perduta e, ripensando alla sua ossessione, la giudica frutto di un attacco di follia. Ma, tornato a casa, il desiderio si ridesta e così il suo torturante tormento interiore: il «demone» ricomincia a divorarlo. Nuovamente preda della tentazione, Evgenij perde interesse per tutto ciò che, fino a quel momento, riteneva importante; i ricordi legati a Stepanida lo assorbono completamente, non gli danno tregua, alimentati da una nuova, terribile consapevolezza: non è stato lui a prendere Stepanida, ma il contrario, in una sorta di diabolico sortilegio impossibile da spezzare. Disperato, Evgenij si augura la morte della moglie, poi quella dell’amante, che pensa di uccidere:

Sì, ma non è facile a farsi, perché lei è una creatura infernale, un diavolo, un vero diavolo. E io ne sono posseduto. Le appartengo contro la mia volontà. Uccidere, non ci sono alternative. Si tratta solo di scegliere chi, se Stepanida o mia moglie. Perché così non mi è più possibile vivere» [2].

Evgenij approda infine al pensiero del suicidio, che gli appare «la più logica soluzione da adottare». Sta per afferrare la pistola, quando la moglie entra in camera. Liza, che, «resa sensibile dall’amore», è capace di cogliere ogni singolo turbamento del marito, notando di nuovo quell’espressione fosca sul volto di Evgenij sparita durante il soggiorno in Crimea, lo prega di confessarle il suo tormento e il protagonista pensa di farlo, ma Liza, richiamata dalla balia, si allontana. Rimasto solo, Evgenij afferra l’arma, la punta alla tempia, esita, ma, ripensando a Stepanida, all’inferno della tentazione, all’inevitabile caduta, al torturante conflitto interiore e al peso insostenibile della colpa, comprende di non avere altra scelta e preme il grilletto.

IV. Evgenij cade ed è segnato, condannato per sempre semplicemente desiderando Stepanida, perché, come recita il passo del Vangelo di Matteo posto in epigrafe al Diavolo, «chiunque avrà guardato una donna desiderandola, nel suo cuore ha già commesso adulterio con lei» [3]. Il peso della colpa schiaccia Evgenij, consapevole del peccato commesso, e il suicidio rivela l’intensità, la profondità del suo dramma interiore molto più di quanto faccia Tolstoj, fedele allo stile asciutto, essenziale, da parabola che caratterizza i suoi racconti successivi alla conversione del 1881 [4].

NOTE

[1] Lev Tolstoj, Il diavolo, traduzione di Christian Kolbe, Edizioni Clandestine, Massa 2018, p. 74.

[2] Ivi, p. 82.

[3] Matteo, 5, 28.

[4] Per un approfondimento sulla conversione dello scrittore, che spezza esattamente in due la sua vita, umana, artistica e filosofica, rimando al contributo Lev Tolstoj, «La confessione»: o Dio o la morte.