I. Tra tutte le opere di Kleist la Pentesilea, suo capolavoro tragico, è quella in cui l’elemento autobiografico è maggiormente accentuato. Nella protagonista, scrive Kleist in una lettera alla cugina Marie dell’autunno 1807, c’è «il mio più intimo essere […]: tutta la sozzura e insieme lo splendore dell’anima mia» [1]. Lo splendore rappresenta forse «la sete di grandezza e di amore totale dentro una società raziocinante, civilizzata e mediocre – quella del tempo, adombrata negli avversari greci», mentre la sozzura «la violenza maschile, lo spirito di vendetta, le inevase pulsioni di eros e thanatos che il suo autore scorge dentro di sé, se non addirittura quell’oscillare fra i due sessi che qua e là emerge anche nell’epistolario» [2]. La componente autobiografica fortemente marcata, il profondo, indissolubile legame esistente tra l’opera e l’autore, rende la Pentesilea una sorta di «confessione», in cui Kleist fa i conti con se stesso [3], con quella sua parte femminile (in ogni individuo, che piaccia oppure no, convivono un maschile e un femminile) istintiva, irrazionale, dalla vitalità e dal desiderio d’amore e di felicità spropositati, qui spinta fino all’estremo limite, anzi, oltre il limite, al cannibalismo frutto di una feroce coerenza verbale.

II. Nella Pentesilea Kleist sonda il lato più oscuro e inquietante dell’amore, il lato violento, distruttivo, assassino ed è questa la «grande novità dell’opera» [4], che, soprattutto nello sconvolgente finale, si discosta completamente da quella visione apollinea, ricorrendo a Nietzsche, della grecità che, nata con Winckelmann e la sua celebre formula «nobile semplicità e quieta grandezza» [5], è adottata in letteratura da Wieland, Schiller e Goethe, in particolar modo il Goethe dell’Ifigenia in Tauride. Kleist, al contrario, esplora la parte caotica e distruttiva del dionisiaco, fornendone una delle rappresentazioni artistiche più efficaci ed estreme, indigesta ai lettori dell’epoca, disgustati dalla bestiale metamorfosi della protagonista. Emerge, ancora una volta, e forse nel modo più evidente, il carattere avanguardista di Kleist, che infrange le regole dell’estetica contemporanea e opera una rivoluzione compresa e apprezzata solamente nel secolo successivo (non a caso saranno gli espressionisti a riconoscere pienamente la sua conturbante grandezza).

III. Un’autentica, totale, profonda comprensione con l’altro è impossibile e il destino di ogni rapporto umano è l’errore, l’equivoco. Questa drammatica verità, con la quale Kleist è costretto a fare i conti in prima persona, a livello interpersonale ancor prima che letterario, si rivela soprattutto nel rapporto tra l’uomo e la donna – quando quest’ultima ha il coraggio di essere tale e dunque fregarsene delle convenienze -, appartenenti a due dimensioni esistenziali opposte e dunque inconciliabili. Nella Pentesilea, ancor prima che nella relazione tra la protagonista e Achille, questa insanabile frattura tra maschile e femminile si riflette nei loro rispettivi popoli, le Amazzoni e i Greci. Questi ultimi, i «raziocinanti», non comprendono il comportamento delle Amazzoni – riflesso della volontà della loro regina -, che seminano il caos nel campo di battaglia attaccando indistintamente Greci e Troiani, costretti ad allearsi per affrontare questo inspiegabile nemico comune. Per quanto cerchino di indagare, per quanto calino in profondità «la sonda del pensiero», i Greci non riescono a capire, perché per loro, come dichiara Ulisse, «in natura c’è soltanto forza, e resistenza ad essa, non una terza cosa». Diomede poi dimostra di fraintendere completamente il comportamento di Pentesilea, che con «strano furore» nel «groviglio della battaglia» cerca Achille, dovuto secondo lui a un «odio personale» nei confronti del Pelide [6]. Ai loro occhi, scollegati dal cuore, quella «terza cosa» di cui ignorano persino il nome, il comportamento della protagonista, la sua travolgente furia guerriera, appare del tutto irragionevole, insensato, molto più simile a quello di un animale che di un essere umano, con Antiloco che la definisce «iena» e «belva inferocita». Al contrario dei Greci-uomini, le Amazzoni-donne comprendono tutto, sanno tutto e annunciano l’esito tragico dell’amore della loro regina:

LA CAPITANA Tutto il seguito delle principesse si è messo di traverso sulla sua strada: qui, in questo stesso luogo, Protoe ha fatto quello che poteva. Ma ogni arte persuasiva per riportarla verso Temiscira si è sprecata; sorda pareva alla voce della ragione: sembra che la più avvelenata delle frecce di Eros abbia colpito il suo giovane cuore.
[…]
GRAN SACERDOTESSA Oh! Sta scendendo a precipizio il sentiero dell’Ade! e non dall’avversario sarà annientata, se lo incontrerà, ma dal nemico che le si annida in petto [7].

Ancora:

MEROE Non le è proprio possibile fuggire?
GRAN SACERDOTESSA Impossibile, poiché nulla da fuori, nessun destino, la trattiene qui, nulla se non il suo cuore dissennato…
PROTOE È questo il suo destino! Questi vincoli di ferro ti appaiono infrangibili, non è vero? Eppure guarda: essa li potrebbe anche spezzare, ma non spezzare quel sentimento che tu irridi. Ciò che domina in lei, lei soltanto lo sa, ed è un enigma ogni cuore che sente. Perseguiva il bene più alto della vita, lo sfiorava, già lo stava afferrando: la mano si è rifiutata di tendersi verso un altro ancora [8].

Per Pentesilea è impossibile reprimere il sentimento, è impossibile fuggire, è la sua natura eccezionale, sana, spropositata a impedirglielo, e il suo smisurato amore muta presto in ossessione, un’ossessione di cui le compagne comprendono tutta la pericolosità, ma non l’essenza, perché, come dichiara Protoe – figura splendida nella sua profonda umanità – nella sopracitata battuta, «è un enigma ogni cuore che sente».

IV. L’idillio tra i due innamorati, lungo un’intera scena, la XV, si infrange bruscamente, come il sogno matrimoniale di Agnes e Ottokar nella Famiglia Schroffenstein, come l’illusione di Alcmena nell’Anfitrione [9], e Pentesilea, scoperta la dolorosa, insostenibile, per una sovrana guerriera, verità, ovvero che è stato Achille ad atterrarla in battaglia e non il contrario, accetta con ira il duello formale propostole dal Pelide, al solo scopo di assecondare la legge delle Amazzoni e rendere finalmente possibile l’unione (l’iniziale desiderio di conquista, di possesso dell’eroe, presentato in apertura dell’opera come prototipo del virile seduttore, è divenuto vero amore). Pentesilea, incapace di gestire il dolore causato dalla delusione, dall’amore precipita nella vendetta e nella follia, accompagnata dall’urlio dei cani che la circondano, in una sorta di istintiva, primordiale solidarietà ferina, e ai quali presto si unirà nella mortale aggressione ad Achille:

PENTESILEA (s’inginocchia, mostrando tutti i segni della pazzia, mentre i cani intonano un orrendo urlio) Te, Marte, adesso invoco, te, tremendo, te, fondatore della mia casata! Oh!… Il tuo carro bronzeo scenda a me: oh, ovunque in questo istante tu annienti mura e porte delle città, dio dello sterminio, e schiacciate per le strade calpesti le schiere degli umani; oh!… scenda a me il tuo bronzeo carro: che io possa posare il piede nella sua conchiglia, e afferrare le redini, e irrompere nei campi, e come la freccia del fulmine giù dalle nubi scure, possa piombare sul capo di questo greco! [10]

Il povero Achille, che nella sua altissima considerazione di se stesso, nella sua natura elementare di uomo convenzionale ignora la complessità di un cuore femminile (in questo senso, si ricordi la celebre battuta di Protoe: «Quante cose si agitano nel cuore delle donne, che non sono fatte per la luce del giorno!» [11]),  crede di sapere come si comporterà Pentesilea, assicura a Diomede che lei non gli farà niente, ma non immagina cosa sta accadendo in quegli attimi alla donna:

GRAN SACERDOTESSA Adesso imperversa, con la schiuma alle labbra, tra le sue cagne, e chiama sorelle quelle ululanti bestie, e simile a una Menade, danzando con l’arco attraverso i campi, aizza la muta che la circonda e che respira morte a prenderle la fiera più bella – così dice – che mai abbia sfiorato questa terra [12].

Pentesilea, sprofondata nella follia, è vittima di una vera e propria metamorfosi bestiale, di una regressione animale che la rende cagna tra le cagne e la porta non solo ad abbattere l’amato, disarmato dinanzi a lei, ma addirittura a sbranarlo:

L’AMAZZONE Pentesilea, per terra, unita ai cani inferociti, lei che è stata partorita da un grembo umano, e strazia… e strazia le membra del Pelide!
[…]
MEROE Lo sapete, lei gli è andata incontro, al giovane che amava, lei, per cui d’ora innanzi non ci sarà più nome, nello scompiglio dei giovani sensi, armando il desiderio rovente di possederlo con tutti gli orrori di quelle armi. In mezzo all’urlio dei cani, tra gli elefanti, arrivò, con l’arco nella mano: la guerra che imperversa tra concittadini, questo fantasma che trasuda sangue, quando si aggira a grandi passi, orrenda, brandendo la torcia su città fiorenti, appare meno selvaggia e atroce di lei. Achille, che, come si dice in giro tra i soldati, l’aveva sfidata in campo, il giovane pazzo, soltanto per soccombere volontario nel duello – perché anche lui, oh, come sono potenti gli dèi, anche lui l’amava, estasiato dalla sua giovinezza, e la voleva seguire al tempio di Diana – Achille le si avvicina colmo di dolci presentimenti, e lascia indietro gli amici, alle sue spalle. Ma adesso, ora che lei si avventa, con tutti quegli orrori, contro di lui, che ignaro, solo per finta si era armato di una lancia, indugia, volge l’agile collo, tende l’orecchio, corre sgomento, indugia, corre di nuovo: come un giovane cervo che tra i dirupi sente l’urlo lontano del leone irato. Grida: Ulisse! con voce strozzata, si guarda intorno ansioso e grida: Tidide! E vuol tornare indietro, vuol ritrovare gli amici; e si ferma, una schiera gli sbarra il passo; e alza le mani, e si china, e si nasconde, lo sfortunato, dietro un abete che greve pende coi rami scuri. Intanto è venuta avanti la regina, i cani dietro a lei, dall’alto, come un cacciatore, controllando montagna e foresta; e quando lui, scostando i rami, fa per gettarsi ai suoi piedi: ah! le corna hanno tradito il cervo, grida lei, e tende, con la forza dei dementi, subito l’arco, finché gli estremi si baciano, e lo solleva, e mira e tira, e gli trafigge con la freccia il collo; lui stramazza: un grido di vittoria si alza rauco dalla truppa. Ma ancora è vivo, il più sventurato dei mortali; con la freccia, lunga, che gli fuoriesce dalla nuca, si alza rantolando; e ricade, e si rialza e vuole fuggire; ma: su, grida lei, Tigri, su, Leana, su, Sfinge, Melampo, Dirke, su, Ircaone! e piomba, piomba con tutta la muta, oh, Diana! su di lui, e lo afferra, lo afferra per il cimiero, come una cagna, messa insieme ai cani; uno gli addenta il petto, l’altra la nuca, e lo butta giù, tanto che trema la terra per la caduta! E lui, torcendosi nella porpora del suo sangue, le tocca le guance tenere e grida: Pentesilea! Mia sposa! Cosa fai! È questa la festa delle rose che qui hai promesso? Ma lei – una leonessa l’avrebbe ascoltato, l’affamata selvaggia in cerca di una preda, ruggendo per i campi vacui coperti dalla neve – lei lo colpisce, gli strappa dal corpo l’armatura, affonda i denti nel suo petto bianco, lei e i cani, a gara. A destra Oxo e Sfinge, i denti nel suo petto, a sinistra lei; quando arrivai io, dalle mani e dalla bocca le grondava sangue [13].

Una scena inaudita, terribile, raccapricciante, inconcepibile per chiunque, uomini e donne: per Pentesilea, creatura umana regredita alla dimensione bestiale, dunque spaventosamente indefinibile, d’ora in avanti non ci sarà più nome, la sua identità si è sgretolata per sempre. Tornata in sé, la protagonista definisce la sua incredibile e disumana condotta un «errore», frutto di un cortocircuito linguistico che l’ha portata a una feroce coerenza verbale. Sprofondata nella follia, Pentesilea, l’«orrenda», ha perduto la capacità di spingersi oltre il senso letterale delle parole:

PENTESILEA L’ho baciato a morte?
GRAN SACERDOTESSA Oh, cielo!
PENTESILEA No? Non l’ho baciato? Dilaniato, davvero? Parlate!
GRAN SACERDOTESSA Ahimè! Ahimè, ti dico. Nasconditi! Fa’ che ti copra un’eterna tenebra!
PENTESILEA … Così, è stato un errore. Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro.
MEROE Aiutatela, dèi immortali!
PROTOE (prendendola per un braccio) Andiamo!
PENTESILEA Lasciami, lasciami!
(si libera e si lascia cadere sulle ginocchia davanti alla salma) Tu più sfortunato di tutti gli uomini, tu mi perdoni! Mi sono, per Artemide, sbagliata nel parlare, perché non so dominare il labbro impetuoso; ma adesso ti dico chiaramente ciò che intendevo: questo, mio amato, e nient’altro.
Lo bacia.
GRAN SACERDOTESSA Portatela via!
MEROE Perché lasciarla qui?
PENTESILEA Quante, attaccate al collo dell’amante, ripetono di continuo queste parole: che l’amano, oh, l’amano tanto, che per amore potrebbero anche mangiarlo; e dopo, ripensando alla parola, le pazze scoprono di essere sazie fino alla nausea. Vedi, mio amato, per me non fu così. Guarda: quando io mi avvinghiai al tuo collo, lo feci davvero, nel senso autentico della parola; non ero così pazza come sembravo [14].

Il sogno d’amore di Pentesilea sfocia, pagina dopo pagina, nell’ossessione e, dopo la cocente, dolorosa, insostenibile delusione, nella follia, che innesca nella protagonista una terribile metamorfosi bestiale nella quale la passione carnale diviene letteralmente fame. Nella sua opera più sconvolgente Kleist forza il sentimento amoroso fino alle estreme conseguenze, mostrandone il lato più oscuro, violento, distruttivo, il fondo dionisiaco. Ma la tragedia di Pentesilea, la sua precipitosa caduta nella pazzia e nella bestialità, è da ricondurre anche alla sua natura straordinaria, fuori del comune, alla sua eccezionalità (è questo l’aspetto che più la avvicina al suo autore), che le impedisce di vivere, di sentire, di amare, di soffrire come tutti e la rende smisurata agli occhi degli altri, in ogni suo slancio, sin dall’inizio dell’opera. In questo senso, è emblematico che nella battuta finale di Protoe torni quella metafora della quercia, già utilizzata da Kleist nelle lettere e nella Famiglia Schroffenstein, per rappresentare il destino drammatico che attende l’individuo eccezionale estraneo alla mediocrità del proprio tempo, alla razionalità dilagante che tutto appiattisce, tutto scolorisce e costringe gli uomini a vivere in una dimensione innaturale che annienta il sentimento:

PROTOE È caduta, perché troppo orgogliosa e forte fioriva! La quercia morta resiste alla bufera, ma quella sana ne è schiantata e travolta, perché la tempesta può afferrarla per le fronde [15].

Pentesilea si impone come un supremo, estremo esempio di forza e salute, come sottolinea Schmidt: «Pentesilea non era tracotante, bensì “sana” […]. Come natura sana che non poteva adattarsi facilmente come gli altri alla condizione contro natura: era “troppo fiera e forte” nell’ordine sociale corrotto. Qui nasce la sua catastrofe» [16].

NOTE

[1] Citato in Anna Maria Carpi, Notizie sui testi e note di commento, in Heinrich von Kleist, Opere, Mondadori, Milano 2011, p. 1177.

[2] Ibidem.

[3] Ivi, p. 1176.

[4] Ivi, p. 1179.

[5] Per un approfondimento sulla visione winckelmanniana rimando al contributo Winckelmann al cospetto dell’Apollo del Belvedere, «il più alto ideale artistico».

[6] Heinrich von Kleist, Pentesilea, traduzione di Enrico Filippini, in Id., Opere, cit., pp. 296-297.

[7] Ivi, pp. 322-323.

[8] Ivi, p. 329.

[9] Per un approfondimento su queste due opere rimando ai contributi, parte del presente lavoro, «La famiglia Schroffenstein» ovvero dell’odio e «Anfitrione» ovvero dell’inganno.

[10] Heinrich von Kleist, Pentesilea, cit., pp. 365-366.

[11] Ivi, pp. 338-339.

[12] Ivi, pp. 370-371.

[13] Ivi, pp. 371-373.

[14] Ivi, pp. 384-385.

[15] Ivi, p. 386.

[16] Citato in Stefania Sbarra, Notizie sui testi e note di commento, cit., p. 1186.

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