Aspiro forse alla felicità? Io aspiro alla mia opera!

I. È per traboccante sovrabbondanza che Zarathustra, dopo dieci anni di solitudine, lascia la sua spelonca e torna uomo tra gli uomini, tramonta, per profondere e distribuire la sua incontenibile saggezza «selvaggia», affinché i saggi tornino a rallegrarsi della loro stoltezza e i poveri della loro ricchezza. Salito sulla montagna con le proprie ceneri Zarathustra, trasformato, ringiovanito, risvegliato scende ai dormienti e reca con sé il fuoco, la sua creazione più ambiziosa, l’oltreuomo: «L’uomo è qualcosa che deve essere superato» [1]. L’oltreuomo è il «senso della terra» e Zarathustra, suo creatore e profeta, esorta gli uomini a restare fedeli alla terra, e non prestare fede a corrotti annunciatori di fantomatiche speranze ultraterrene: la vita è qui e ora. L’oltreuomo è il mare che accoglie in sé la lurida corrente dell’uomo senza corrompersi, restando puro, perché nel mare la corrente si disperde; è la folgore che lambisce gli uomini con la sua lingua e la pazzia che li inocula.

«L’uomo è una fune sospesa tra l’animale» e l’oltreuomo, «una fune sopra l’abisso» (234). Ciò che di grande è nell’uomo è il suo essere ponte e non meta; ciò che in esso si può amare è la sua condizione di «transizione e tramonto», e Zarathustra ama proprio coloro «che non sanno vivere se non per tramontare, perché sono coloro che passano dall’altra parte» (ibidem). Coloro che spregiano, «non cercano oltre le stelle una ragione per tramontare e sacrificarsi», ma «si sacrificano alla terra perché divenga un giorno» dell’oltreuomo; che vivono per conoscere e vogliono conoscere perché un giorno viva l’oltreuomo; che lavorano e inventano per edificare la casa all’oltreuomo, cui preparano terra, animali e piante (ibidem). Morto Dio (Nietzsche annuncia la morte di Dio nel celebre aforisma 125 dell’opera precedente a Così parlò Zarathustra, La gaia scienza [2]), Zarathustra vuole che viva l’oltreuomo, la sua opera definitiva, più estrema e ambiziosa, annunciata a tutti e a nessuno.

II. Una delle caratteristiche fondamentali di Zarathustra è la leggerezza: egli scende e incede tra gli uomini danzando. Ogni uomo ha il proprio demone e il demone di Zarathustra, spirito aereo e inafferrabile, è lo «spirito della gravità», per il quale tutte le cose precipitano. Libero dai pesi ideologici, religiosi, filosofici, morali accumulati dall’uomo nel corso dei secoli, e che potremmo definire coscienza negativa, Zarathustra recupera quella condizione di incoscienza originaria, edenica, pre-storica perduta da Adamo ed Eva, che sola garantisce grazia e leggerezza, come scrive Kleist nel Teatro delle marionette [3].

Al tema della leggerezza, della danza si lega il tema del riso: «Non si uccide con l’ira, ma con il riso» (250), sentenzia Zarathustra, spirito ironico e dissacrante, che nel comico trova una formidabile, incontrastabile arma di distruzione. Zarathustra santifica il riso; dalla montagna più alta ride di «tutti i drammi seri e faceti», definendo «falsa […] ogni verità che non fu espressa con una risata» (347). La sua distanza da Cristo, di cui rappresenta la risposta laica, umana, si misura anche in questo: se Cristo non si fosse lasciato assalire e sopraffare dalla nostalgia della morte, se fosse rimasto nel deserto e avesse avuto la forza, il coraggio di sostenere la solitudine, la sola presenza di se stesso, la propria umana miseria e il dolore, avrebbe imparato a vivere, ad amare la terra, a ridere e avrebbe certamente ritrattato la sua dottrina: «Era nobile abbastanza per ritrattare!» (268). Vero e proprio anti-Cristo, con il suo riso corrosivo, assassino, Zarathustra si colloca accanto ai grandi ironisti filosofico-letterari: Leopardi, il Mefistofele di Goethe, Ulrich, il matematico protagonista dell’Uomo senza qualità, tanto per citarne alcuni.

Con il suo pensiero danzante Zarathustra insegna la leggerezza e il riso, ma chi vuole diventare leggero e sconfiggere lo spirito di gravità, la sua serietà, la sua esattezza, la sua profondità, la sua solennità deve necessariamente amare se stesso, di un amore sano e integro (che, detto tra parentesi, non ha niente a che fare con il culto della propria persona caratteristico dei nostri giorni, legato a una becera forma di esibizionismo definita troppo spesso libertà), tanto da riuscire a rimanere con se stesso e «non girovagare altrove» (ciò che fa Cristo lasciando troppo presto il deserto). Sin dalla nascita l’uomo è gravato di parole e valori pesanti come bene e male, è costretto a portare sulle spalle troppe cose estranee, che rendono la vita un fardello e privano del fondamentale amore verso se stessi, indirizzandolo a Dio e al prossimo. Zarathustra esorta l’uomo a liberarsi dei pregiudiziali, tradizionali pesi che lo schiacciano dalla nascita e a scoprire se stesso. Scopre se stesso colui che dice: «questo è il mio bene e male» (336). Distruggere i vecchi, fasulli, illusori, pesanti valori e crearne di nuovi, autentici e leggeri, per scoprire se stessi, per riappropriarsi finalmente di se stessi e della propria libertà: è questo uno dei tanti messaggi di Zarathustra, maestro di leggerezza, riso e rivolta.

III. Creare: è questo il verbo che, meglio di ogni altro, racchiude il senso più profondo dell’impegno e del pensiero di Zarathustra (non a caso Camus nel Mito di Sisifo, in cui Nietzsche s’impone come l’unico artista «che abbia tratto le estreme conseguenze da un’estetica dell’Assurdo» [4], definisce la creazione la «gioia assurda per eccellenza» [5]). Vivere è creare, non sopravvivere e marcire, divenendo già in vita cibo per vermi, ma la creazione richiede condizioni severe: l’uomo che vuole creare deve trascendere la condizione umana comunemente intesa, dunque possedere una forza e un coraggio straordinari, fuori del comune. Il creatore deve riscoprire il proprio caos dionisiaco, terribile, distruttivo e fecondo, represso sotto l’edulcorante maschera apollinea: «si deve avere ancora del caos dentro di sé per poter generare una stella che danza» (235). La sua condizione naturale e necessaria è la solitudine: il creatore, come tutti i solitari, deve guardarsi dagli altri, dal disprezzo come dalla presunta bontà degli altri, e da se stesso, dagli assalti del suo amore, perché «Troppo facilmente il solitario tende la mano a chi incontra» (263). Il suo rinnovamento, preludio di ogni creazione, come mostra il caso dello stesso Zarathustra, passa necessariamente dal fuoco ed egli deve bruciarsi nella sua fiamma: «come vuoi rinnovarti se non sei ridotto in cenere!» (ibidem).

Nella solitudine tutto è aperto e chiaro, le ore camminano su piedi più leggeri. Nella solitudine al creatore si dischiudono «le parole e gli scrigni di parole di tutto l’essere: qui tutto l’essere vuole diventare parola, qui tutto il divenire vuole imparare a parlare» dal creatore, mentre laggiù, tra gli uomini, il parlare è vano e dimenticare e passare oltre è la saggezza migliore. Laggiù, tra gli uomini, «tutto parla e tutto resta inudito», tutto parla, ma senza che nessuno sappia intendere e non c’è più nulla che cada in «profonde sorgenti»: domina la superficialità. Tutto parla, ma niente riesce più a giungere al fine. Tutto parla, o meglio, tutto «starnazza», «tutto viene sbriciolato a forza di parole» (330-331), si perde in un chiacchiericcio indistinto privo di significato, ciò che Michelstaedter chiamerà «regno del silenzio», in cui gli uomini parleranno, ma senza dire niente, suonandosi «vicendevolmente come tastiera» [6].

Creare è distruggere: il creatore «dev’essere un distruttore e infrangere valori» (291). Il creatore, libero dalla morale, dal bene e dal male, da tutto ciò che rientra nella definizione di senso comune, deve creare il proprio mondo: la sua ragione, la sua immagine, la sua volontà, il suo amore devono diventare mondo. Il creatore rade al suolo tutto ciò che lo circonda, l’intero corredo ideologico, religioso, filosofico e morale tradizionale non per il puro gusto di distruggere e negare – non è un nichilista -, ma per riedificare, secondo quello che può essere considerato il senso più profondo dell’attività filosofico-letteraria di Nietzsche stesso: «Non sono mancati i grandi avventurieri dell’assurdo. Ma infine, la misura della loro grandezza sta nell’aver rifiutato i compiacimenti dell’assurdo per serbarne le sole esigenze. Distruggono per il più, non per il meno. “Sono miei nemici,” dice Nietzsche, “coloro che vogliono abbattere, e non creare se stessi.” Egli abbatte bensì, ma per tentare di creare» [7]. Anche per questo motivo, per la portata collettivamente positiva, costruttiva, unita a un’educazione irrimediabile, Nietzsche non riuscirà mai a praticare quella filosofia del martello che, nella storia del pensiero occidentale, ha in Max Stirner l’unico, vero, ineguagliabile esponente [8].

Creare «è la grande liberazione dal dolore e l’alleggerirsi della vita» (274), ma richiede dolore e trasformazione: «molto amaro morire» deve essere nella vita del creatore, il cui destino, da questo punto di vista, assume i contorni della condanna. È il lato tragico della creazione, il cui scopo non è certo la felicità: «Aspiro forse alla felicità? Io aspiro alla mia opera!» (416). La creazione è legata a un superiore e profondo stato di consapevolezza, e la profondità è un altro concetto fondamentale: quanto più in alto, quanto più nella luce si spinge il creatore, «con tanta più forza le sue radici si spingono dentro la terra, verso il basso, nel buio, nel profondo, – nel male» (250). Il creatore affonda le radici nella parte più oscura, inquietante, dionisiaca dell’esistenza, repressa dai deboli e dagli incoscienti, legati al solo lato luminoso, rassicurante dell’esistenza. Il creatore, citando Baudelaire, ha la «coscienza nel Male» [9] e la profondità, misura della sua conoscenza dell’uomo e della vita, è una delle sue caratteristiche principali, anche questa segnata da un risvolto doloroso e tragico: «Ma tu profondo, soffri troppo profondamente anche di piccole ferite» (257). La profondità, la consapevolezza acuiscono la sensibilità, e del resto la conoscenza della vita è necessariamente un’esperienza dolorosa: «quanto più a fondo penetra l’uomo nella vita, tanto più a fondo penetra nel dolore» (314). Il creatore deve avere la forza di sostenere il dolore, di farsene carico, come Sisifo si fa carico del suo masso, immergere il coltello sempre più in profondità nella vita, accrescendo nel tormento il proprio sapere, la propria saggezza «selvaggia». Il suo spirito troverà la felicità nell’«essere unto e consacrato dalle lacrime e vittima del sacrificio» (285). Questo lato tragico della creazione è incarnato dall’ombra di Zarathustra, vittima di quel precoce esaurimento, di quella precoce spossatezza morale che rappresentano i mortali effetti collaterali della consapevolezza (in questo caso la consapevolezza si configura come una vera e propria malattia che ha effetti devastanti sull’individuo, prosciugandolo, disseccandolo, rendendolo appunto l’ombra di se stesso, infine uccidendolo):

Troppe cose mi si sono svelate: ora nulla mi tocca più. Nulla vive più che io ami, – come potrei ancora amare me stesso?
“Vivere come ne ho voglia o non vivere affatto”: così voglio io, così vuole anche il più santo. Ma, ahimè! posso io avere ancora – voglio?
Ho io – ancora una meta? Un posto cui la mia vela tenda?
Un buon vento? soltanto chi sa dove sta andando sa anche qual vento è buono e qual è il suo vento di rotta.
Che mi resta? Un cuore stanco e arrogante; una volontà incostante; ali tarpate; una spina dorsale spezzata.
[…] A essere instabili come te finisce per apparire luogo beato anche una prigione. Vedesti mai come dormono i delinquenti in prigione? Dormono tranquilli, godono la loro nuova sicurezza.
Sta in guardia perché alla fine tu non rimanga imprigionato in un’angusta fede, in una dura, severa illusione! Ormai infatti ti seduce e tenta qualsiasi cosa purché angusta e solida.
Hai perso la meta: ahimè, come potrai dimenticare questa perdita, come potrai consolartene? Poiché con essa – hai perduto anche la strada.
Tu, povero errabondo, sognatore, tu, stanca farfalla! (382-383)

Zarathustra resiste alla propria ombra, malata di consapevolezza e di nichilismo, svuotata e indifferente, non si lascia contagiare e continua nella propria opera: Zarathustra, il «paladino della vita» chiamato a fronteggiare, anzitutto dentro se stesso, la distruttiva marea montante del nichilismo, la «degenerazione» che vuole tutto per sé, legata a un egoismo povero, famelico, malato e da malati.

NOTE

[1] Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, traduzione di Anna Maria Carpi, in Id., Opere 1882/1895, Newton Compton editori, Roma 2008, p. 232. D’ora in avanti il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo. Carpi traduce «Übermensch» con il dannunziano, fuorviante «superuomo», cui personalmente preferisco di gran lunga il termine «oltreuomo».

[2] «125. L’uomo folle. Non avete sentito parlare di quell’uomo folle che, nel chiarore del mattino, accendeva una lampada, andava al mercato e gridava incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Poiché molti di coloro che si trovavano là non credevano in Dio, suscitò una gran risata. “Si è forse perduto?”, disse uno. “Ha smarrito la strada, come un bimbo?”, disse un altro. “O forse si è nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?”. E così gridavano e ridevano insieme. Il folle balzò in mezzo a loro e li trafisse con lo sguardo. “Dov’è andato Dio?”, gridò. “Ve lo dico io. L’abbiamo ucciso noi, – voi e io! Noi tutti siamo i suoi assassini. Ma come abbiamo fatto? Come siamo riusciti a bere tutto il mare, fino all’ultima goccia? Chi ci ha dato la spugna per cancellare tutto l’orizzonte? Che cosa abbiamo fatto, quando abbiamo svincolato questa terra dal suo sole? Ma in che direzione si muove, adesso? In che direzione ci muoviamo noi? Lontano da ogni sole? Non precipitiamo sempre più? E all’indietro, di lato, in avanti, da ogni parte? Esistono ancora un sotto e un sopra? Non vaghiamo attraverso un nulla infinito? Non avvertiamo l’alito dello spazio vuoto? Non fa più freddo? Non scende di continuo la notte, sempre più notte? Non occorre accendere la lampada anche al mattino? Non sentiamo il frastuono dei becchini che stanno seppellendo Dio? Non sentiamo ancora l’odore della putrefazione divina – anche gli dèi si putrefanno? Non è troppo grande per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo diventare dèi noi stessi, per essere degni di lei? Non c’è mai stata azione più grande – e chi nasce dopo di noi appartiene, in virtù di questa azione, a una storia più elevata di quanto non sia stata la storia fino ad oggi!”. A questo punto il folle tacque e riprese a osservare i suoi ascoltatori: anch’essi tacevano, guardandolo estraniati. Infine egli gettò per terra la sua lampada, che andò in mille pezzi e si spense. “Sono venuto troppo presto”, disse poi, “non è ancora l’ora. Questo evento enorme è ancora per strada, in cammino, – non è ancora giunto alle orecchie degli uomini. Lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce degli astri ha bisogno di tempo, le azioni hanno bisogno di tempo, anche dopo essere state compiute, per essere viste e udite. Questa azione è ancora più lontana degli astri più lontani, – eppure sono stati loro a compierla!”. Si dice anche che il folle, quello stesso giorno, sia penetrato in diverse chiese e vi abbia intonato il suo Requiem aeternam deo. A chi lo conduceva fuori e cercava di farlo parlare, rispondeva sempre: “Che cosa sono ormai queste chiese, se non le tombe e i monumenti funebri di Dio?”» (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, traduzione di Francesca Ricci, in Id., Opere 1882/1895, cit., pp. 121-122).

[3] Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Heinrich von Kleist, «Il teatro delle marionette»: il peso della coscienza.

[4] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 136. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[5] Ivi, p. 91.

[6] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 174. Per un approfondimento sul filosofo goriziano rimando allo studio La filosofia dell’impossibile di Carlo Michelstaedter. Prima parte – La persuasione, Seconda parte – La rettorica, Terza parte – La salute, Quarta parte – L’amore, Quinta parte – L’impossibile.

[7] Albert Camus, L’uomo in rivolta, traduzione di Liliana Magrini, Bompiani, Milano 2020, p. 11.

[8] Per un approfondimento sul filosofo rimando al contributo Max Stirner – L’unico e la sua proprietà.

[9] Charles Baudelaire, L’irrimediabile, in Id., I Fiori del Male, traduzione di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 2014, p. 207.

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