Gustav Klimt, Ritratto di dama con mantello e cappello, 1897-1898.

Stefan Zweig, «Lettera di una sconosciuta»: storia di un amore assoluto

Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto dal principio; ti prego, non stancarti di dovermi ascoltare per un quarto d’ora, di ascoltare chi per una vita intera non si è mai stancata di amarti.

Prologo – Mater dolorosa

Nel giorno del suo quarantunesimo compleanno il celebre, affascinante e ricco scrittore R. riceve una voluminosa lettera da una sconosciuta. Un vero e proprio manoscritto in realtà, una ventina di pagine tracciate in fretta da una grafia femminile «affannosa». «A te, che mai mi hai conosciuta» [1], si legge nell’intestazione, a guisa di epigrafe e invocazione.

La sconosciuta scrive dopo aver perduto, al termine di un’estenuante lotta durata tre giorni, il suo unico bambino, di cui veglia il corpicino, ma senza osare guardarlo, per non assecondare assurde e dolorose speranze ispirate dal gioco di ombre che le fiamme vacillanti delle candele, poste agli angoli del letto sul quale giace la piccola salma, riflettono sul volto del bambino, dando l’illusione bruciante, torturante di rianimarlo. Speranze, illusioni alle quali la donna si sforza con tutta se stessa di resistere, distogliendo lo sguardo dal piccolo e tenendolo ben saldo sui fogli.

Perduto l’unico figlio, alla misteriosa sconosciuta in lutto non resta che il destinatario della lettera: «il mio bambino è morto – e adesso mi sei rimasto solo tu al mondo, solo tu che di me nulla sai […]. Mi sei rimasto solo tu, tu che mai mi hai conosciuta e che io ho sempre amato» (11). Per la donna R. è sempre stato ed è «tutto», l’unica persona alla quale possa aprire il proprio cuore sanguinante e sperare di trovare consolazione in un momento così terribile. La sconosciuta intende raccontare all’uomo la sua vita, «che è sempre stata la tua e di cui tu non hai mai saputo nulla» (12), e dal fatto che R. abbia ricevuto la lettera apprendiamo che la donna è morta, perché se fosse sopravvissuta al suo bambino, come spiega lei stessa, non avrebbe inviato l’epistola, infrangendo così quell’ostinato silenzio, lungo quindici anni, che ha sempre caratterizzato il suo amore per lo scrittore. La sconosciuta esorta l’uomo a non avere paura delle sue parole, perché «una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto», e avanza una sola richiesta al destinatario, di credere a tutto ciò che il suo immenso dolore, rifugiatosi in lui prima di sciogliersi nel nulla, gli confiderà: «Credi a tutto, solo di questo io ti prego: non si mente nell’ora della morte di un figlio, del proprio unico figlio» (13).

Nel momento più drammatico della sua giovane vita (la donna ha appena ventotto anni), a un passo, un solo passo dalla fine, come lei stessa sente e presagisce, la sconosciuta dà voce al proprio dolore e chiede all’amato un atto di fede, senza il quale la sua lunga confessione, «ultimo alito di vita», non avrebbe alcun senso.

Prima parte – L’infanzia ovvero il sogno

La sconosciuta ha tredici anni quando R. si trasferisce nel palazzo in cui abita ancora oggi, lo stesso dove allora abitava lei, nell’appartamento dirimpetto a quello dello scrittore. L’uomo esercita da subito un fascino irresistibile sulla sconosciuta, all’epoca ragazzina timida e schiva, dapprima indirettamente, attraverso il suo nome, il suo domestico Johann, che sovrintende ai lavori di ristrutturazione, la mobilia e i libri. È nel momento in cui lo sguardo caldo, morbido e affettuoso di R. si posa sulla sconosciuta, che lei si perde in lui, «del tutto e per sempre»: «da quell’istante, da quando avvertii su di me quello sguardo morbido e affettuoso, io fui interamente tua» (23). Uno sguardo che avviluppa e, al tempo stesso, spoglia, e che lo scrittore, «seduttore nato», dona a ogni singola donna che lo sfiori, inconsapevolmente. Da questo momento, che risveglia in lei la donna nascosta nell’adolescente, la sconosciuta inizia ad amare R., di un amore devoto, totale, assoluto, annichilente: «nessuno ti ha amato con tutta l’abnegazione di una schiava, di un cane, come lo fece quell’essere che io ero allora e quale per te sono sempre rimasta» (24). Un amore infantile e solitario, disperato e sottomesso, nascosto e silenzioso, che permette alla sconosciuta di mantenere intatto tutto ciò che la crescita e le relazioni disperdono, dissipano, proiettandolo sull’uomo amato. Per la donna R. diviene tutto, la sua intera vita, e ogni cosa esiste solamente in rapporto a lui, ogni cosa ha senso solo se legata a lui. La sconosciuta trascorre mesi e anni osservando dallo spioncino la porta del celebre scrittore, sempre concentrata su di lui, sempre tesa e in movimento, ma senza che egli se ne accorga, come non si accorge della tensione nella molla dell’orologio, che, «nel buio, conta e misura pazientemente le tue ore, accompagna i tuoi passi con il suo impercettibile battito e sul quale il tuo sguardo cade frettoloso per uno appena fra i milioni di tic-tac, fra i milioni di secondi» (27).

Dai tredici ai sedici anni, la sconosciuta vive ogni singola ora della sua vita per R.: bacia la maniglia della sua porta, s’impossessa del mozzicone di sigaretta gettato via dall’uomo, sacro perché su di esso si sono posate le sue labbra. Quando lo scrittore si allontana per qualche settimana, la vita della sconosciuta si spegne, svuotata di senso. Il giorno più felice della sua infanzia è quello in cui riesce a vedere l’interno dell’appartamento di R., a gettare uno sguardo «fugace e furtivo» nella sua vita. Viceversa, il giorno più terribile è quello in cui la madre le comunica il trasferimento da Vienna a Innsbruck. Insieme alla casa, svuotata ogni giorno di un pezzo, la sconosciuta vede sfaldarsi la propria vita e trascorre l’ultima, gelida notte nel suo appartamento sveglia, in attesa del ritorno di R., con l’intenzione di gettarsi ai suoi piedi e di pregarlo di prenderla con sé, anche come schiava. Ma lo scrittore torna a casa accompagnato da una donna, e l’indomani la sconosciuta parte per Innsbruck con la madre.

Nei due anni trascorsi a Innsbruck, la sconosciuta comprende come non ci sia «nulla di più terribile che essere soli in mezzo alla gente» (36). Una sensazione spaventosa, soffocante e stordente, provata di nuovo durante la scrittura della lettera, causata questa volta dalla morte del suo bambino. La donna, nel momento della separazione dall’uomo che ama, vive un vero e proprio lutto, al quale reagisce precludendosi ogni possibilità di rinascita:

Lontano da te non volevo vivere felice e appagata, e mi seppellii in un mondo tenebroso di solitudine, in cui mi torturavo da sola. […] Ero in lutto e volevo esserlo, mi inebriavo di ogni rinuncia che ancora mi infliggevo oltre a quella della tua presenza. E poi: non dovevo lasciarmi distrarre dalla mia passione, da quel voler vivere soltanto in te. Restavo seduta da sola in casa, per ore, per giorni, e non facevo nulla se non pensare a te, se non rivivere, senza stancarmene mai, le centinaia di ricordi minuti che avevo di te, ogni incontro, ogni attesa, e mi rappresentavo quei fuggevoli episodi come a teatro (36-37).

La sconosciuta, natura radicale, estrema come certi personaggi femminili di Dostoevskij, così orgogliosi e ferocemente coerenti da rasentare l’autodistruzione (penso ad esempio alla Polina del Giocatore, a Nastas’ja Filippovna, a Grušen’ka e alla Mite [2]), si autopunisce per la propria impotenza, per la propria insufficienza, rinunciando alla vita e isolandosi, escludendosi dal mondo, dedicandosi esclusivamente all’esercizio della memoria, che ha sempre qualcosa della pratica ascetica, come mostra il caso di Proust [3].

La sconosciuta vive unicamente in R., acquista tutti i suoi libri, che legge e rilegge fino a impararli a memoria, e trovare sul giornale il nome dello scrittore è per lei sempre un momento di gioia: «Il mondo intero esisteva esclusivamente nel rapporto che poteva avere con te» (37). Nel frattempo l’adolescente cresce e con lei il suo corpo, il cui completo sviluppo inaugura una nuova fase dell’amore, non più relegato alla sola dimensione ideale, sognante propria dell’infanzia e dell’adolescenza, ma esteso alla dimensione reale ovvero fisica, sensuale della donna, il cui unico scopo diviene presto quello di donarsi, di abbandonarsi carnalmente all’uomo amato.

Seconda parte – La maturità ovvero la realtà

Compiuti i diciotto anni la sconosciuta torna a Vienna e, appena scesa dal treno, si reca subito a casa di R., sostando per tutta la sera sotto le finestre illuminate del suo appartamento. L’entusiastico impeto iniziale, frutto di una sognante attesa lunga due anni, diviene immediatamente abitudine quotidiana, liturgia amorosa che scandisce la vita della donna, appostata ogni sera sotto la casa dello scrittore. Vedendolo in compagnia di altre donne, la sconosciuta prova ora un «dolore fisico», una tensione interiore psichica e corporale, «un impulso ostile e al tempo stesso partecipe di quel desiderio» (42): è la gelosia, sintomo dell’evoluzione carnale e reale del suo amore.

Finalmente una sera R. si accorge di lei. I loro sguardi si incontrano, ma lui non la riconosce: «Tu non mi hai riconosciuta, né allora né mai: mai mi hai riconosciuta. Come potrei descriverti, amore mio, la delusione di quell’istante – fu allora la prima volta che ne soffrii, soffrii di quel destino di non essere riconosciuta da te che mi hai accompagnata per tutta la vita e con il quale ora muoio: irriconosciuta, da te ancora e sempre irriconosciuta» (43). Una delusione terribile, perché nei due anni di esilio a Innsbruck, immaginando l’incontro con l’uomo amato, la sconosciuta ha vagliato tutte le ipotesi, considerato tutti i possibili scenari, ma non il peggiore, ovvero quello del mancato riconoscimento, impensabile nei suoi sogni, anche quelli più cupi e dolorosi, eppure inevitabile nella realtà:

Tutte le forme del tuo disappunto, della tua freddezza, della tua indifferenza, tutte le avevo percorse nelle mie fervorose visioni – ma questa, questa sola, mai, in nessun moto oscuro dell’animo né nell’assoluta consapevolezza della mia inferiorità, mi era accaduto di prenderla in considerazione, di figurarmi l’eventualità più atroce: che tu non ti fossi mai accorto della mia esistenza (44).

Il mancato riconoscimento da parte dell’uomo amato, venerato rappresenta per la sconosciuta il primo, brusco e traumatico risveglio dalla dimensione sognante e fantastica dell’infanzia e dell’adolescenza, la «prima, precipitosa caduta nella realtà», e insieme il «primo presagio» del suo drammatico destino di irriconosciuta. La donna prova, per la prima volta nella sua vita, come la realtà non sia mai all’altezza del sogno, come tra queste due dimensioni parallele esista un divario incolmabile, un vuoto, un abisso.

Alla delusione segue la soddisfazione carnale, perché due giorni dopo il primo, fugace incontro, la sconosciuta e R. passano la serata e la notte insieme: «Ah, tu non sai che immane desiderio appagasti non deludendo i cinque anni d’attesa della mia adolescenza!» (47). Entrando nella casa dello scrittore, la sconosciuta compie un viaggio meraviglioso nel mondo della sua infantile passione, nel suo nido, racchiuso in pochi metri quadrati finora inaccessibili, e il momento in cui ella ne varca la soglia sancisce la fine della sua vita precedente. La donna si abbandona all’amato senza opporre resistenza, senza rivelargli il suo segreto, il suo amore devoto e assoluto, per non spaventarlo e allontanarlo da sé, «perché tu ami solo ciò che è leggero, giocoso, senza peso, perché hai paura di lasciarti coinvolgere in un destino. Dissipare te stesso in ogni incontro, nel mondo intero, è ciò che vuoi, e senza sacrifici» (50). La sconosciuta asseconda la natura frivola, superficiale, irresponsabile di R. e in quell’ora conosce il vero piacere, che la illumina, e un’autentica beatitudine: «mentre tu dormivi, nell’udire il tuo respiro, nel percepire il tuo corpo e nel sentirmi così vicina a te, nel buio ho pianto di gioia» (51).

La sconosciuta passa altre due notti in compagnia dello scrittore, che, in procinto di partire per un viaggio, come suo solito, le promette di scriverle al suo ritorno. Promessa naturalmente infranta: la donna attende invano una parola di R., ma non lo rimprovera per il suo silenzio, per la sua dimenticanza, non lo accusa, amandolo per quello che è, «ardente e immemore, generoso e infedele». Tuttavia, in questo momento terribile, perduto il suo bambino e al culmine della solitudine e della disperazione, una semplice frase scritta dall’uomo amato e conservata con gelosa cura, avrebbe avuto un peso specifico maggiore rispetto al semplice ricordo dell’amplesso, fuggevole e inconsistente: «Non un rigo ho di tuo pugno adesso, nelle mie ultime ore, non un rigo di te, l’uomo cui ho donato la mia vita. Ho atteso, ho atteso disperatamente. Ma tu non mi hai chiamata, non un rigo mi hai scritto…, non un rigo…» (52-53).

Il bambino della sconosciuta è anche il bambino di R., «figlio di una di quelle tre notti», ma la donna decide di non rivelarlo allo scrittore, ché sa non le avrebbe creduto: «non avresti mai creduto che la ragazza senza nome di un incontro fugace fosse stata fedele a te, a te l’infedele» (54). Inoltre ella sa che all’uomo, in amore così «spensierato, leggero, giocoso», sarebbe stato di peso ritrovarsi improvvisamente padre, «improvvisamente responsabile del destino di un altro». Così orgogliosa da rasentare l’autodistruzione la sconosciuta, che conosce R. meglio di se stesso, tace per lasciare un ricordo immacolato in lui e non essergli d’intralcio: «volevo essere […] l’unica, fra tutte le tue donne, alla quale avresti potuto pensare con amore, con gratitudine. Ma naturalmente tu non hai mai pensato a me, tu mi hai dimenticata» (55). Con la sua bontà indolente e vergognosa, frutto di un’intima debolezza, lo scrittore avrebbe certamente aiutato la madre di suo figlio, «ma sempre e solo nella segreta impazienza di allontanare da te ciò che ti infastidiva» (56). In ogni caso, il bambino rappresenta per la sconosciuta un legame indissolubile con l’uomo amato e venerato:

Finalmente ti avevo catturato, nelle mie vene potevo sentirti crescere, potevo sentir crescere la tua vita, e quando nel profondo dell’anima ardevo dal desiderio, potevo nutrirti, dissetarti, accarezzarti, baciarti. Vedi, amore mio, per questo fui così felice appena seppi che avrei avuto un bambino da te, per questo te lo celai: perché in tal modo non mi saresti più sfuggito (57).

Il sogno è innocuo, pacifico, mentre la realtà, di cui il rapporto sessuale rappresenta in questo caso la massima manifestazione, si contraddistingue per la miseria e il dolore. Obbligata a lasciare il lavoro e a isolarsi dal mondo a causa del severo giudizio degli uomini, la sconosciuta è costretta a partorire nell’Ospizio di Maternità, accanto a prostitute e malate, vero e proprio «mattatoio del pudore» privo di umanità, in cui la donna è ridotta a un pezzo di carne. In questo luogo infernale, fondato sull’offesa della dignità femminile, la sconosciuta scopre e prova in prima persona ciò che «la povertà deve subire in fatto di umiliazioni, di oltraggi fisici e morali» (58). Un’esperienza drammatica, che la segna nel profondo e la porta a vendersi, a circondarsi di amici ricchi e amanti facoltosi, che le mostrano gratitudine, affetto e amore. La scelta della sconosciuta non è frutto della depravazione – non abbiamo di fronte un’Odette qualunque -, ma, ancora una volta, della devozione, quella devozione sconfinata e inesauribile che caratterizza il suo amore per R. La donna si vende per lui, per l’altro suo Io, per il suo bambino, solo per questo, senza autocompiacimento, senza soddisfazione (il mancato amore dello scrittore, il solo cui appartenga il suo corpo, come tutto il resto di lei, rende la protagonista indifferente a ciò che accada al proprio fisico e neanche la passione più accesa la tocca nel profondo). Provato sulla propria pelle il dramma della miseria, la sconosciuta si ribella all’idea di crescere il figlio «nella feccia, nel marciume, nella volgarità della strada, nell’aria mefitica di una stanza sul cavedio» (64): «il tuo bambino doveva avere tutto, tutta la ricchezza, tutta la spensieratezza di questo mondo, doveva tornare in alto da te, sino alla sfera in cui vivi tu» (ibidem).

La sconosciuta rifiuta numerose proposte di matrimonio avanzate da uomini ricchi e facoltosi, persino conti di nomina imperiale, con lo scopo di restare libera per lui in qualsiasi momento. Anche a causa della maternità il suo amore per R. si è affievolito, è diventato meno passionale, ma nel profondo di se stessa, nel suo inconscio resiste il vecchio sogno infantile: «che tu potessi volermi ancora una volta, fosse anche soltanto per un’ora. E nell’eventualità di quell’ora, solo per essere a tua disposizione non appena tu mi avessi chiamata, io ho gettato via tutto. Che cos’è mai stata in fondo la mia vita, dopo che ebbi superato l’infanzia, se non un’attesa: l’attesa della tua volontà?» (66). E quell’ora viene: i due si incontrano in un locale notturno e lo scrittore, scambiando la sconosciuta per una di quelle donne in vendita per una sera, le chiede di venire via con lui. Lei si precipita, come accaduto già dieci anni prima. Di nuovo la sconosciuta passa la notte a casa di R., senza che lui la riconosca, nonostante la nudità: «ancora una volta ero per te solo l’avventura, la donna senza nome, l’ora ardente che si spegne nel fumo dell’oblio senza lasciare traccia» (75).

L’indomani, durante la colazione, R. informa la sconosciuta della sua imminente partenza per un viaggio in Nord Africa e lei, finalmente, reagisce, colta da un improvviso e profondo impeto di furore. Guarda l’uomo dritto negli occhi, gli rivolge parole allusive, si scopre, pronta a rivelare il suo segreto, vorrebbe che lui finalmente la riconoscesse, ma non accade neanche questa volta, sebbene lo sguardo dello scrittore, piacevolmente stupito dalla singolare reazione della donna, la penetri nel profondo. No, R. non la riconosce, anzi, la sconosciuta non gli è mai stata così estranea come in questo momento: l’uomo, particolarmente grato per la piacevole ed effimera notte d’amore, infila con discrezione un paio di banconote di grosso taglio nel manicotto della sconosciuta. Un momento terribile per lei, il più basso e umiliante della sua vita:

Come ho fatto, in quell’istante, a non gridare, a non darti uno schiaffo: me, per quella notte tu hai pagato me, colei che ti ha amato fin da quando era bambina, me, la madre di tuo figlio! Una sgualdrina del tabarin: questo ero ai tuoi occhi, niente di più, e mi hai pagata, pagata! Non bastava che tu ti fossi dimenticato di me, dovevo anche subire una simile umiliazione (77).

Quel dramma del mancato riconoscimento che è la Lettera di una sconosciuta, raggiunge in questo momento il suo picco tragico. Dopo un ultimo, disperato tentativo di farsi riconoscere, chiedendo a R. di regalarle una di quelle rose bianche che lei il giorno prima gli ha fatto avere per il suo compleanno, come da dieci anni a questa parte, la donna fugge con le lacrime agli occhi, urtando in anticamera il vecchio domestico Johann, che la riconosce al primo sguardo:

In anticamera – tanta era stata la furia con cui ero corsa fuori – per poco non mi scontrai con Johann, il tuo domestico. Intimorito, lui si spostò prontamente di lato, spalancò la porta per lasciarmi uscire e allora, in quell’istante, in quell’unico istante in cui lo guardai, in cui guardai con gli occhi pieni di lacrime quell’uomo ormai anziano – proprio allora una luce si accese repentina nel suo sguardo. In quell’unico istante – mi capisci? -, in quell’unico istante il vecchio domestico, che non mi aveva più vista da quando ero bambina, mi ha riconosciuta. Per questo avrei potuto cadere in ginocchio davanti a lui e baciargli le mani. Tirai dunque fuori dal manicotto le banconote con cui tu mi avevi flagellata e gliele misi in mano. Lui ebbe un tremito e mi guardò spaventato – in quell’istante forse ha intuito di me molto più di quanto tu non abbia fatto nell’intera tua vita. Tutti, tutti mi hanno viziata, tutti furono buoni con me – tu solo, tu solo mi hai dimenticata, tu solo, tu solo non mi hai mai riconosciuta! (78-79).

Il domestico Johann riesce laddove R., temperamento frivolo e dispersivo, ha sempre fallito. Per lo scrittore le notti passate in compagnia della sconosciuta non sono state altro che piacevoli avventure carnali esauritesi nell’attimo effimero dell’orgasmo, e proprio in questa irrimediabile dissonanza tra le due esperienze individuali, quella della donna follemente innamorata e quella dell’uomo ignaro e distaccato, che non trova certo una sintesi nell’unione sessuale e di cui la protagonista è responsabile solamente in parte, perché, come dimostra il vecchio Johann, per uno sguardo acuto, autenticamente umano, il riconoscimento è possibile anche senza parole, senza melodrammatiche confessioni, risiede forse il nucleo fondamentale della drammaticità del racconto.

Tra la sconosciuta e l’uomo amato non c’è mai una reale, autentica, profonda corrispondenza, ma una semplice fusione di corpi, ed è implicita nel testo, velata, tra le righe, la critica di Zweig a certi esteti irresponsabili e leggeri. L’irresponsabilità e la leggerezza non sono deprecabili di per sé, anzi, rappresentano dei veri e propri valori contrapposti alla logica dell’utile, dell’assennatezza e della mediocrità borghese, secondo una ribellione morale che caratterizza numerosi pensatori, artisti e scrittori dell’Otto e Novecento [4], ma fin dove possono spingersi nei rapporti umani? Voglio dire, come si può essere certi che l’irresponsabilità e la leggerezza non producano danni quando si riversano nelle relazioni con l’altro? I rapporti umani richiedono sensibilità e acutezza dello sguardo, perché tra tante avventure prive d’importanza e apparentemente senza conseguenze, è pur sempre possibile che si nasconda un dramma – come quello della sconosciuta -, di cui noi siamo responsabili.

Epilogo – Il vaso vuoto

Così come R. l’ha sempre lasciata, è sempre fuggito da lei, anche il suo bambino fugge, e il tentativo della sconosciuta di trattenere l’uomo a sé attraverso il figlio, fallisce: «Per qualche tempo ho pensato di poterti trattenere, di trattenere in questo bambino quell’uomo in fuga che sei tu. Ma lui era il tuo bambino: all’improvviso mi ha abbandonata in modo crudele per mettersi in viaggio, mi ha dimenticata e non tornerà mai più» (80). Al termine della lettera, di questo lungo e disperato grido di dolore, la donna, che non lascia allo scrittore neppure il proprio nome, chiede all’uomo di ricordarla almeno una volta all’anno acquistando, nel giorno del suo compleanno, quelle rose bianche che lei gli regalava sempre, da dieci anni a questa parte, e che rappresentavano «il lieve sospiro, il lieve soffio della mia vita che una volta all’anno aleggiava intorno a te» (82).

Posata la lettera, R. cerca di ricordare, ma non trova che vaghe, indistinte, fluttuanti reminiscenze, sogni e non ricordi. Il suo sguardo si posa infine su quel vaso azzurro che sempre conteneva le rose bianche e che oggi è desolatamente vuoto, per la prima volta dopo dieci anni:

Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì, sgomento: fu come se, all’improvviso, una mano invisibile avesse aperto una porta e una corrente fredda fosse penetrata da un altro mondo nella quiete della sua stanza. Percepì una morte e un amore immortale: qualcosa gli si spezzò nel profondo dell’anima e, per la creatura invisibile, egli ebbe un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana (83).

Il vaso vuoto è l’ultima, definitiva, estrema conferma della sincerità della sconosciuta e finalmente R. prova per lei qualcosa che vada al di là del mero interesse carnale, qualcosa di indistinto eppure profondo e indistruttibile. D’ora in avanti per lui, forse, niente sarà più come prima.

Nella Lettera di una sconosciuta Zweig rappresenta due nature umane agli antipodi e dunque inconciliabili. R. è una natura effimera, frivola, dispersiva, irresponsabile, refrattaria a qualunque legame intimo duraturo nel tempo, visto come un attentato alla propria libertà sacra e inviolabile. Al contrario, la sconosciuta è una natura radicale, estrema, incandescente, desiderosa di un abbandono totale, incondizionato e vagamente autodistruttivo all’uomo amato, percepito come una fede, incapace di essere mediocre ed eternamente sospesa tra il tutto e il niente. Una natura che non sa accontentarsi di porzioni e sfumature, di legami tiepidi e portata ad amare in modo assoluto, secondo un approccio intransigente che ricorda quello dei mistici. Sì, c’è qualcosa di mistico nell’amore della sconosciuta, che, in quanto tale, sfugge alla ragione, alla logica, alle categorie pre-stabilite, a ciò che viene definito “buonsenso”, persino alle parole, qualcosa di grandioso e abbacinante, dotato di una forza tale da rifare il mondo intero.

NOTE

[1] Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, Milano 2009, p. 10. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento su questi personaggi femminili rimando ai contributi Fëdor Dostoevskij, «Il giocatore» ovvero della passione, Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Seconda parte, Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quarto – La flessuosa Grùšen’ka, Fëdor Dostoevskij, «La mite»: un uomo del sottosuolo e sua moglie.

[3] Per un approfondimento sull’esperienza della memoria, umana e letteraria, di Proust rimando al contributo Marcel Proust, «Dalla parte di Swann»: l’ouverture della «Recherche». Prima parte, Seconda parte.

[4] Penso ad esempio a Baudelaire, il primo autore a fondare sull’opposizione sistematica al regime borghese la propria attività letteraria. Per un approfondimento rimando al contributo La rivoluzione di Baudelaire. Prima parte, Seconda parte.

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