Autoritratto di Michelstaedter del 1908

La filosofia dell’impossibile di Carlo Michelstaedter. Terza parte – La salute

3. La salute

Accanto a La persuasione e la rettorica, di cui ci siamo occupati finora, altro testo chiave di Michelstaedter è Il dialogo della salute, scritto nel 1910, anno della sua morte. Nel Dialogo ricorrono gli stessi temi affrontati nella tesi di laurea, sebbene da un punto di vista diverso, quello della salute appunto, che dà il titolo all’opera. Salute innanzitutto morale, spirituale, condizione propria dell’uomo sulla via della persuasione. Anche il socratico Rico sottolinea come l’uomo si relazioni alle cose e alle persone che lo circondano esclusivamente per ragioni di necessità e d’uso, senza riuscire mai a possedere la propria vita:

ogni cosa è nostra solo perché ne abbiamo bisogno, solo perché ne usiamo […]. Non possediamo mai la nostra vita, l’aspettiamo dal futuro, la cerchiamo dalle cose che ci sono care perché «contengono per noi il futuro», per essere anche in futuro vuoti in ogni presente e volgerci ancora avidamente alle cose care per soddisfar la fame insaziabile e mancare sempre di tutto. – Finché la morte togliendoci da questo gioco crudele, non so cosa ci tolga – se nulla abbiamo. – Per noi la morte è come un ladro che spogli un uomo ignudo [1].

Rico evidenzia l’incompatibilità dell’uomo vano con la solitudine, fuggita, al pari della morte, come il peggiore dei mali, perché «da soli si è come si è soltanto per essere», e ci sentiamo «sbatter dentro nel vuoto il desiderio informe – come un pipistrello in una caverna» (55). Ossessionato dalla ricerca del piacere, ricerca destinata a restare inesausta e che dilata la vita in una sorta di unico avvenire mai realizzato, mai presente, gli uomini si rendono schiavi di ciò che non possiedono, né possiederanno mai, mentre il destino implacabile si prende gioco di loro.

Porgendo l’orecchio a quel «ronzio colossale» che, come abbiamo già visto analizzando La persuasione e la rettorica, è la voce della società, si distinguono nitidamente «voci d’impazienza, d’eccitamento, voci di gaudenti senza gioia, di comando senza forza, di bestemmia senza scopo». Negli sguardi degli uomini, di tutti gli uomini, siano essi lieti oppure tristi, ricchi oppure poveri, osservandoli con attenzione, si notano «lo spavento e l’ansia della bestia perseguitata». La loro fretta, i loro incontri, i loro scontri, i loro commerci non hanno senso; essi si muovono in continuazione, indefessamente, ma il loro moto è solo apparente, in realtà non vanno da nessuna parte, mentre la morte implacabile li attende. La terribile macchina della società cigola, sembra persino scricchiolare, ma «non si sfascia», perché è questo il suo «modo d’essere», e non c’è «mutamento per questa nebbia», che fonda la sua vita sul piccolo ovvero innocuo e continuo cambiamento «d’ogni atomo». È tutto calcolato, tutto va come deve andare. In una tale desolazione – desolazione per chi sa vederla tale, per chi sa vedere le cose per quelle che sono -, un solo dato è davvero certo, che è «male […] ad ognuno l’esser nato» (la nascita è una tragedia e riecheggia in questa sentenza senza appello, come già nella tesi di laurea, Leopardi, in particolar modo il Leopardi più cupo e severo, quello del Canto notturno e del Cantico del gallo silvestre [2]), ma se c’è una via che possa liberare dalla nebbia, «è quella che insegna a non chiedere ciò che non può esser dato» (73).

La vita non è che bisogno, un bisogno continuo, ossessivo, inesausto e insaziabile. Così l’uomo insoddisfatto cerca conforto, al culmine della disperazione, nella morte, vista come l’unica possibilità di liberazione dal bisogno. Ma il suo non è «pessimismo, cioè conoscenza del non-valore, e conseguente indifferenza», bensì «ottimismo, cioè fede in un valore (la felicità nella morte) sconosciuto, per solo stimolo del suo bisogno presente» (78). Nella stessa invocazione della morte dell’insoddisfatto Nino, per quanto sincera e disperata, risuona la «paura della morte», e quella «debolezza che chiede per pietà un velo a schermo del dolore, che chiede al pane, al vino, ai compagni, all’amore, all’arte, alla gloria, a Dio, una proroga della morte» (79). Nino, pur invocandola con trasporto e intensità, pur definendola la sola cosa da cercare e volere con coscienza, non aspira alla morte, ma al «sonno» e all’«oblio», aspirazione vile descritta con grande efficacia da Baudelaire, un esausto Baudelaire, in un progetto di prefazione per I Fiori del Male:

Aspiro a un riposo assoluto e a una notte continua. Cantore di folli voluttà di vino e oppio, non ho sete che di un liquore sconosciuto sulla terra, e che neppure la farmaceutica celeste potrebbe offrirmi, – di un liquore che non conterrebbe né la vita/vitalità né la morte, né l’eccitazione, né il niente. Nulla sapere, nulla insegnare, nulla volere, nulla sentire, dormire e ancora dormire, tale è oggi il mio unico voto. Voto infame e disgustoso, ma sincero [3].

La vita è un «peso» e chi ha davvero il coraggio della morte sostiene il peso della vita finché esso lo schiacci – solo così la morte è un «atto vitale»,  mentre chi depone il macigno, chi non sa essere Sisifo, «non ha il coraggio della morte ma la paura». L’uomo pauroso, trepido come Orfeo nel momento in cui si volta verso Euridice, perdendola per sempre, depone la vita perché cerca conforto nel riposo, e da questo conforto «spera la continuazione». Nell’invocazione della morte di Nino e di tutti gli insoddisfatti come lui, risuona la «volontà di continuare, la pietà commossa di se stessi», e non pietà «ma sdegno devi sentir per te stesso, se pur vedi la vanità della vita: che in te, nel tuo cuore che batte e ribatte, che esulta e si lamenta, che spera e dispera, nella tua bocca che parla e si riempie di niente, nel tuo stomaco che chiede il pane, nel tuo corpo che pesa inerte, nelle tue membra, nella tua carne, nel tuo sangue, – la devi sentire. Non pietà ma nausea devi sentire di te stesso che sei e non sei: sicché dolce ti sia il ferro che ti ferisce e un rovaio il giaciglio dove pesa la tua inerzia, sicché amaro ti sia il pane e intollerabili le parole» (80). Solo così, provando sdegno e nausea nei confronti di se stesso, l’uomo smetterà di sperare e disperare, di esultare e di lamentarsi; solo così distruggerà il futuro e il suo cuore consisterà tutto «nell’ultimo presente». Allora l’invocazione della morte non sarà più vana, falsa, ipocrita, inautentica, teatrale, ma un «atto di vita», perché la volontà dispersa nel tempo, nell’avvenire si sarà raccolta in un unico punto e «avrà fatto di sé stessa fiamma». L’uomo non chiede più la morte, «ma muore – e in ciò egli vive poiché non chiede di essere ma è» (81).

Il terrore è così forte, così asfissiante, che la paura della morte cerca ovunque un appiglio al quale aggrapparsi e uno schermo con il quale coprire il nulla che ci circonda e stringe, pronto a risucchiarci del tutto, a riassorbirci dopo averci sputato fuori casualmente alla nascita. Cerca qualunque cosa, persino un piano suicida, e così ci si consola, ci si distrae, si ricomincia, si tira avanti. Ma così non va, protesta Rico, è necessario giungere, una volta per tutte, a una conclusione, a un sì o a un no, guardare in faccia la morte, sopportare con gli occhi aperti, spalancati, le palpebre finalmente recise, l’oscurità e scendere nell’abisso della propria insufficienza: «venir a ferri corti colla propria vita» (85). Se si vuole vivere, ma vivere davvero, con salute e persuasione, senza aspettarsi niente dagli altri, liberi veramente, senza che nessuno turbi la mia vita, «ma che anzi agli altri sia vita», bisogna essere giusti verso ogni cosa, verso tutti, e allora dalle profondità dell’abisso sorgerà la «voce inaudita»:

Niente da aspettare
niente da temere
niente chiedere – e tutto dare
non andare
ma permanere. –
Non c’è premio – non c’è posa.
La vita è tutta una dura cosa (ibidem).

L’uomo in possesso della propria vita, sano e sulla via della persuasione, «consiste», non ha niente da difendere e niente da chiedere agli altri, perché per lui, «che nulla spetta», non c’è futuro (la totale assenza di avvenire, la liberazione dall’illusione nociva dell’eternità è uno dei punti centrali della filosofia dell’assurdo di Camus esposta nel Mito di Sisifo [4], in cui personalmente trovo numerose analogie con Michelstaedter – da qui il mio frequente ricorso al mitico personaggio in questo saggio). Egli non prova emozioni, non prova sentimenti, non prova gioia, affanno, terrore o entusiasmo, ma resiste con tutta la sua vita, in ogni suo punto, alla voce del «male della comune deficienza». Egli guarda dritto in faccia la morte, senza paura, con fermo coraggio e sottile, tagliente ironia, infondendo vita ai cadaveri che lo circondano. Per lui l’oscurità «si fende in una scia luminosa» ed è questo il «lampo che rompe la nebbia». Di fronte a lui la morte e la vita sono disarmate, lui che «non chiede la vita e non teme la morte». Ma ormai queste sono «parole della nebbia», con le quali non si può parlare di colui che «nel punto della salute consistendo ha vissuto la bella morte» (86). Platone tradisce Socrate nel momento in cui inizia a trascriverne le parole.

NOTE

[1] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1988, p. 39. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per la lettura e l’analisi di questi due testi rimando ai contributi Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati, Giacomo Leopardi, «Cantico del gallo silvestre»: dell’infelicità permanente e della distruzione.

[3] Charles Baudelaire, Progetti di prefazioni e di epilogo, in Id., I Fiori del Male e tutte le poesie, traduzione di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 2014, p. 327.

[4] Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.