Autoritratto di Michelstaedter del 1908

La filosofia dell’impossibile di Carlo Michelstaedter. Seconda parte – La rettorica

2. La rettorica

Ma la via della persuasione è una via complicata, faticosa, ardua, che non ammette soste e richiede necessariamente una coerenza feroce: all’uomo pesano la solitudine e il dolore, la cui voce è troppo forte e spaventosa; la morte è un destino difficile da accettare. È molto più semplice, comodo e confortevole essere una cosa tra le cose, restare schiavi del più e del meno, del prima e del dopo, del se e del forse, del ma e del però, in completa e incosciente balia dei bisogni, ogni giorno confezionati ad arte dalla società, dai potenti che la governano, politici e miliardari. È così che prolifera la rettorica, «inadeguata affermazione d’individualità» [1]. Come scrive Camerino, nel polo negativo della rettorica, che non indica solamente l’arte dell’uso della parola, così come la persuasione non indica solamente l’atto attraverso cui convincere qualcuno a credere, dire o fare qualcosa, Michelstaedter inserisce «gli artifici e i meccanismi a vuoto di ogni aspetto dell’attività produttiva economica, materiale o anche psicologica, con la quale l’uomo cosiddetto socializzato s’illude di realizzare il movimento della vita e il suo stesso progresso» [2].

Nella solitudine e nell’oscurità gli uomini non hanno il «coraggio di permanere», ma si cercano l’un l’altro per farsi vicendevolmente specchio, per illudersi vicendevolmente di sapere e stordirsi. Non hanno niente, dunque non possono dare niente, e così «s’adagiano in parole che fingono la comunicazione» – con le parole, ancora una volta, si fanno un «empiastro al dolore» (99). È attraverso le parole che gli uomini s’illudono di possedere il sapere e la conoscenza: «Il sistema dei nomi tappezza di specchi la stanza della miseria individuale, pei quali mille volte e sempre avanti infinitamente la stessa luce delle stesse cose in infiniti modi è riflessa» (101). Ma «non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via: la lingua non c’è ma devi crearla, devi crear il modo, devi crear ogni cosa: per aver tua la tua vita» (103). La via della persuasione non è corsa da «omnibus», è un cammino complicato, faticoso, in cui ognuno è solo, il primo e l’ultimo e non può sperare di ricevere aiuto che da se stesso; la via della persuasione pone una sola, ma categorica, inderogabile condizione: «non adattarti alla sufficienza di ciò che t’è dato» (104).

L’uomo cerca la prudenza, il sapere, l’affermazione, la pace della conoscenza, l’acutezza dello sguardo, il piacere, ma ignora che «il piacere è il fiore del dolore, il dolce è il fiore dell’acerbo, l’acutezza è il fiore della profondità, la pace è il fiore dell’attività, l’affermazione è il fiore della negazione, il sapere è il fiore della fame, la prudenza è il fiore del coraggio» (105). Con «animo sicuro» Orfeo strappa Euridice, «fiore del suo canto», alla morte, la riconduce alla vita, ma ecco che, «nell’aspra via e oscura», cede alla «trepida cura», si volta e la perde per sempre: la debolezza è la rovina di Orfeo e della sua amata. L’uomo sulla via della persuasione non si volta e, libero dai bisogni, dalla fame, dalla sete, dal sonno, vede il mondo per quello che effettivamente è, non un insieme di cose mangiabili o potabili, non un immenso giaciglio, quale lo rappresentano le necessità contingenti, ma un «insieme di cose grigie ch’io non so cosa sono ma che certamente non sono fatte perch’io mi rallegri» (122).

Michelstaedter si scaglia con veemenza contro gli scienziati, complici della società che, con i loro vuoti termini tecnici e la loro pretesa oggettività, confezionano un sapere apparente e fasullo. A proposito di oggettività, Michelstaedter propone un esperimento tratto dai Lavoratori del mare, in cui Gilliat, protagonista del romanzo di Hugo, dopo aver favorito le nozze della donna amata con un altro uomo, seduto su uno scoglio, si lascia sommergere dall’alta marea mentre osserva la nave che trasporta i due amanti allontanarsi:

La viva marea mortale gorgoglia intorno all’uomo sullo scoglio – e lambendolo monta; sempre più lenta, poiché non per un corpo monta, ma per l’infinita volontà di permanere. Fino a che nell’ultimo attimo infinitesimale il tempo si fermi infinitamente. E l’uomo allora che non avrà levato la testa nemmeno d’una linea per prender nuova aria e continuare ancora, si potrà dire in possesso finito dell’infinita potestas: egli avrà conosciuto se stesso e avrà l’assoluta conoscenza oggettiva – nell’incoscienza; avrà compiuto l’atto di libertà – avrà agito con persuasione e non patito il proprio bisogno di vivere (128).

Mettersi in un pericolo mortale e non lasciarsi travolgere dalla paura, non perdere la testa, ma avere il coraggio di non provare terrore fino all’ultimo, di resistere, di permanere, giungendo così alla conoscenza, la vera conoscenza della vita, indissolubilmente legata all’incoscienza, alla distruzione, alla morte. È nella vita di ogni uomo, spiega Michelstaedter, quello scoglio sul quale è seduto Gilliat e che la «marea sommerge, quell’aria alla quale ognuno si protende, per continuare ancora sempre avanti a credersi in sicuro: poiché la nascita è l’accidente mortale e nella vita può ognuno mostrare quanto sia ciecamente in balia delle cose o quanto abbia in sé di ragione e veda la propria e l’altrui sorte. Ognuno può finir di girarsi nella schiavitù di ciò che non conosce – e, rifiutando l’offa di parole vuote, venir a ferri corti con la vita» (128-129). La nascita è la tragedia comune a ogni uomo, senza distinzioni, e viene in mente la conclusione del Canto notturno di Leopardi, di cui Michelstaedter è uno dei più grandi e fedeli discepoli:

dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale [3].

Quello scoglio è la vita stessa, la vita prefabbricata, preconfezionata che ci viene data alla nascita e della quale siamo schiavi. Ognuno di noi può ribellarsi a questa schiavitù, ne ha la facoltà, ognuno di noi può scontrarsi, quasi fisicamente, in un sanguinoso corpo a corpo, con la vita inautentica dominata dai pregiudizi e dai luoghi comuni, dalla rettorica in una sola parola, e distruggerla, per giungere a una nuova vita, illuminata dalla persuasione. Ma l’uomo preferisce distogliere lo sguardo, preferisce alzarsi, lasciare lo scoglio, mettersi in salvo e stordirsi in «un’attività che fingendo piccoli scopi conseguibili via via in un vicino futuro, dia l’illusione di camminare a chi sta fermo» (129). Per l’uomo ogni via tracciata è una miniera di comfort, ogni vessillo un manto con il quale coprire, celare, occultare «l’insufficienza dei miseri», crearsi una persona e un diritto: «perciò irresistibile fiorisce la rettorica» (130). Per l’uomo soggiogato dal dio della philopsichia e dominato dalla rettorica, il diritto di esistere non è che il diritto «d’abbrutirsi nella vita diminuita, nella fatica ottusa, di curvare la schiena in un angolo oscuro per non aver da guardar in faccia la vita e non vedere la morte» (134), perché, sì, guardare in faccia la vita, la vita in generale, non solo quella «diminuita», significa vedere la morte. Non c’è scampo per chiunque non si accontenti di ciò che gli è dato.

Michelstaedter chiama le cose con il loro nome, per quello che davvero sono: la degenerazione dell’uomo è detta «educazione civile»; la fame «progresso»; la paura «morale»; la violenza, l’odio egoistico «spada della giustizia». Gli uomini hanno fatto «una forza della loro debolezza», creando su questa comune debolezza una «sicurezza fatta di reciproca convenzione» (144). È questo il «regno della rettorica», è questa la società, la «comunella dei malvagi» che ricorda la leopardiana «lega di birbanti» [4], è questo il mondo senza persuasione. In società – altro grande bersaglio polemico di Michelstaedter – la cosiddetta «sicurezza» non significa che «violenza sulla natura» ovvero il lavoro, e «violenza verso l’uomo» ovvero la proprietà. Primario interesse della società è che i suoi «gracili figliuoli abbiano senza graffiarsi ognuno la sua zuppa che da sé non saprebbe come farsi e fatta, come difenderla dagli altri» (150). Nella società gli uomini trovano un «padrone migliore dei singoli padroni»: essa prende l’individuo, gli insegna a «muover le mani secondo regole stabilite» e per questo lavoro meccanico lo adula, lo lusinga definendolo una «persona» dotata di diritti acquisiti alla nascita, dandogli tutto il necessario, tutti i prodotti del lavoro degli altri e la «sicurezza» di fronte agli altri. La società «lega, limita, minaccia» e la sua straordinaria forza si concretizza in quel «capolavoro di persuasione che è il codice penale». Nel momento in cui l’uomo si cura della propria sicurezza e dichiara «questo è legalmente mio», diviene «schiavo attraverso il proprio futuro del futuro di tutti gli altri: egli è materia» (151). La società lo ricambia, rende lo schiavo partecipe della sua autorità (la democrazia), trasforma il lavoro in denaro e al denaro dà «forza di legge». Nella «società organizzata» ogni individuo, o meglio, ogni componente, «materia e forma», «schiavo e padrone» al tempo stesso, «violenta l’altro attraverso l’onnipotenza dell’organizzazione», onnipotenza fondata sulla «deficienza del singolo» e la sua paura: «E non c’è maggior potenza di quella che si fa una forza della propria debolezza» (152).

All’interno del perfetto sistema sociale, l’individualità viene ridotta: «Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell’individuo» (156). Ogni progresso tecnico «istupidisce per quella parte il corpo dell’uomo». Gli abiti, le abitazioni, il calore artificiale «rendono inutile la facoltà di reazione dell’organismo all’aria, al caldo, al freddo, al sole, all’acqua» – l’evoluzione s’arresta. Perduta la scaltrezza e la forza primigenie, che facevano dell’uomo uno «dei più begli animali di rapina», la società elimina ogni fatica, ogni pericolo che esiga intelligenza e tenacia, sostituendovi la sicurezza o la catastrofe, in cui «gli uomini non vincono o soccombono nella lotta, ma si trovano ad esser salvi o morti» (157). Troviamo così da una parte l’uomo «in natura», appartenente a un passato perduto per sempre, che domava il proprio cavallo, scalava montagne, governava le navi lottando con l’«uragano a vincere o morire», dall’altra l’«uomo civile», che viaggia comodamente in treno o in transatlantico e non può nulla in uno scontro frontale con un altro convoglio o con uno scoglio, che non ha nemmeno il tempo di «bestemmiare» e si trova in un attimo precipitato nella morte, che lo eguaglia con sua «grande indignazione» agli «antenati trogloditi e a tutti gli animali del creato».

Il lavoro di fabbrica, la catena di montaggio istupidisce, intristisce, annichilisce l’uomo, «ultima leva» della sua macchina. Così, nell’arte, il fotografo sostituisce il pittore e l’incisore, lo scrittore diviene produttore, in un complessivo e inarrestabile processo di riduzione dell’individuo, depotenziato, avvilito, snaturato, reso cosa tra le cose, che riguarda ogni singolo aspetto della società.

L’uomo sociale non deve pensare alla giustizia, non è cosa che lo riguarda: sotto tutela e senza una voce, deve solo preoccuparsi «d’andar diritto pel sentiero che gli hanno preparato, dove conduca non è cosa sua» (160). Dotato di paraocchi, come i cavalli, non deve guardare a destra o sinistra, ma andare dritto senza incespicare: «Così gli è tolto il senso della responsabilità» (160-161). Egli non è responsabile del bene e del male, ma «complice in buona fede» e così, «dimentico e irresponsabile – l’uomo sociale trae la vita (el se tira avanti) ignorandola – fino a che Giove non lo libera» (162). La sua vita è quasi inorganica, come quella del minerale.

Nella società, «rettorica organizzata a sistema», ogni atto umano è la «rettorica in azione», e quando la lotta assumerà l’apparenza dell’amicizia, il denaro, «attuale mezzo di comunicazione della violenza sociale», diverrà una divinità; la lingua «arriverà al limite della persuasività assoluta, quello che il profeta raggiunge col miracolo, – arriverà al silenzio quando ogni atto avrà la sua efficienza assoluta» (173). L’uomo, ridotto a un «rimasuglio d’umanità»,  proverà forse un «brivido di vita, quasi una reminiscenza attraverso i tempi al suo tardo cervello», e allora, turbato, si allontanerà dal lavoro, da quella macchina di cui è l’«ultima leva», ma basterà ricordargli che quello è il suo dovere morale, ovvero il pane, perché torni indietro e riprenda il suo posto nella catena di montaggio, la «testa bassa». Così si giungerà al «regno del silenzio», in cui gli uomini «si suoneranno vicendevolmente come tastiera» (174), parleranno, ma non diranno nulla. Michelstaedter spiega di parlare del futuro «per aver il caso di limite», ma che «gran parte del futuro è nel presente». Già ora l’uomo non nasce nudo, ma con la camicia, e già ricco, la strada spianata, tutto il necessario pronto e a sua disposizione, senza pericolo.

La «realtà» dell’uomo civile è il suo «comodo personale», che, quando s’inceppa, produce rabbia, e le grida e le bestemmie degli arrabbiati sono il «cigolio continuo della macchina sociale», «la voce dei popoli» (176). Un sottofondo terribile, ma controllato dalla società, «lega dei deboli» che si è fatta, si è costruita e consolidata a spese dei più forti, adattati, dunque traditi, ai miserevoli bisogni di quella moltitudine che intendevano guarire e di quelle autorità che intendevano distruggere. Emblematici, in tal senso, i casi di Cristo, traviato dalla Chiesa, che se ne è servita per «creare una potenza in terra», e di Marx, la cui negazione della società borghese è stata ridotta dal socialismo moderno a un «elemento di riforma nella società borghese» (181). In particolar modo, è la scienza a fungere da principale arma di difesa della società, con la sua presunta, fantomatica oggettività che «implica la rinuncia totale dell’individualità». Ricorrendo al «suggello della saggezza assoluta», la scienza fornisce alla società ciò che le è utile: «macchine, e teorie d’ogni genere e per ogni uso – d’acciaio, di carta, di parole» (182). Così l’economia politica, che in base a dati statistici organizza la società e il suo avvenire (riguardo a questo tema si ricordi la polemica, non meno feroce di quella di Michelstaedter, dell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij [5] – i due autori sono legati da un filo sottile, ma indistruttibile, e penso soprattutto a un personaggio dello scrittore russo, il principe Myškin, ispirato a Cristo e dunque autentico persuaso [6] – contro l’arida e anti-individualistica logica del due per due quattro); così la medicina, che con il termine nevrosi permette ai rabbiosi e ai violenti di compiacersi e raggiungere un fine; così, soprattutto, l’antropologia, che, «con la teoria della pazzia del genio», normalizza, disinnesca coloro che agiscono diversamente dalla moltitudine, dalla norma, costringendo l’uomo sociale a stupirsi ovvero confessare la propria insufficienza. «Quello è matto» è la confortante, semplicistica formula che restituisce all’uomo asservito l’indispensabile tranquillità: «Se Cristo tornasse oggi, non troverebbe la croce ma il ben peggiore calvario d’un’indifferenza inerte e curiosa da parte della folla ora tutta borghese e sufficiente e sapiente – e avrebbe la soddisfazione di esser un bel caso pei frenologi e un gradito ospite dei manicomi» (183).

La società impedisce agli uomini di crescere forti, sani, sicuri, secondo natura insomma, li mutila ricorrendo alla «maschera dell’affetto e dell’educazione civile». Gli adulti approfittano del fanciullo, «di quest’anima in provvisorio che sogna “il tempo quando sarà grande“, per violentarla, “incamiciarla”, ammanettarla, metterla in via assieme agli altri a occupare quel dato posto, e respirare quella data aria sulla gran via polverosa della civiltà» (187). Così la società fa del bambino un suo «degno braccio irresponsabile» (188). Così la società, agendo direttamente alla radice del tessuto umano che la compone, si garantisce l’eterna sopravvivenza. Solamente la persuasione può salvarci, perché non è mai troppo tardi per intraprendere la sua via luminosa, potenzialmente a disposizione di tutti noi, e se non possiamo salvare gli altri, possiamo salvare almeno noi stessi.

NOTE

[1] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 98. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Giuseppe Antonio Camerino, La “rettorica” di Michelstaedter e la “Sprachkritik” viennese, in Id., La persuasione e i simboli. Michelstaedter e Slataper, Liguori, Napoli 2005, pp. 11-12.

[3] Giacomo Leopardi, Canti, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 164. Per la lettura e l’analisi della poesia rimando al contributo Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati.

[4] Giacomo Leopardi, Pensieri, I, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, cit., pp. 627-628. Al termine di questo primo pensiero, Leopardi sottolinea lo stato di emarginazione, all’interno del contesto sociale governato dai «birbanti», dello scrittore che, onestamente, nomina il «male», e nominandolo lo rivela. Lo stesso triste destino riguarda il persuaso di Michelstaedter.

[5] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[6] Per un approfondimento sul personaggio e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte.