Heinrich von Kleist, il dramma dell’incomprensione. introduzione – il 1801

Ciò che domina in lei, soltanto lei lo sa, ed è un enigma ogni cuore che sente.

Heinrich von Kleist, «Pentesilea»

Heinrich von Kleist approda tardi alla scrittura, a ventiquattro anni, dopo sette di vita militare e un rovinoso tentativo di dedicarsi agli studi filosofico-scientifici. L’anno decisivo è il 1801, vero e proprio spartiacque all’interno della sua tormentata vicenda esistenziale. Sconvolto dalla lettura di Kant, che gli rivela l’impossibilità di giungere alla verità, Kleist sprofonda di colpo nell’insensatezza, come mostra la lettera del 22 marzo indirizzata alla fidanzata Wilhelmine von Zenge:

Se gli uomini invece degli occhi avessero delle lenti verdi, dovrebbero ritenere che tutto ciò che vedono sia verde […]. Così è con l’intelletto: non possiamo decidere se ciò che chiamiamo la verità sia davvero tale, e non un’apparenza. La verità che qui raccogliamo dopo la morte non c’è più, e ogni sforzo per appropriarci di qualcosa che ci segua nella tomba, è vano. […] Così il mio unico, il mio sommo scopo è crollato e io non ne ho più alcuno [1].

La cosiddetta crisi kantiana acuisce l’innato senso di inadeguatezza di quest’uomo davvero fuori del comune, «preda di un violento spirito di contraddizione e di un’inestinta sete di rifugio, felicità e godimento dei sensi» [2], come tale incomprensibile agli altri, a livello umano ancor prima che artistico, dunque particolarmente esposto al distruttivo rischio dell’isolamento affettivo e del fallimento letterario. Il senso di inadeguatezza prorompe nella lettera del 5 febbraio indirizzata alla sorella Ulrike, che rappresenta una «lunga confessione d’infelicità»:

Ah, cara Ulrike, io non sono adatto a stare fra gli uomini, è una triste verità ma è la verità, e se devo senza rigiri dirne il perché, eccolo: non mi piacciono. […] se in compagnia non mi trovo bene accade perché non gli altri ma io non mi mostro come vorrei. La necessità di assumere un ruolo e la mia intima ripugnanza a questo mi rendono fastidiosa ogni compagnia e felice sono solo nella mia propria compagnia perché qui posso essere interamente vero. Questo fra gli uomini non è concesso, e nessuno è vero. Ah, c’è una terribile chiarezza che la natura risparmia per loro fortuna a tanti che vedono solo la superficie delle cose [3].

Preda di una terribile «inquietudine interiore», Kleist abbandona anche l’impiego ministeriale e prega Wilhelmine di lasciarlo andare in viaggio. Quanto egli, dopo il trauma kantiano, che ha portato in superficie un’insofferenza latente verso una vita che non sente sua, sia assetato di pace, ovvero di una soddisfazione piena, corrispondente alla propria natura, lo dimostra la lettera del 9 aprile scritta alla fidanzata prima di partire:

Ah, Wilhelmine, se il cielo mi regalasse una casa nel verde, io rinuncerei per sempre a tutti i viaggi e alla scienza e a tutte le ambizioni. Perché niente fuorché dolori mi procura questo mio cuore eternamente agitato che nella sua traiettoria oscilla incessantemente a sinistra e a destra, e io con tutta l’anima bramo ciò a cui tendono tutta la creazione e tutti i corpi terrestri in moto sempre più lento: alla pace! [4].

In compagnia della sorella Ulrike (creatura non meno straordinaria del fratello, dalla natura anfibia, sospesa tra maschile e femminile), Kleist visita Dresda, dove sosta per ore davanti alla Madonna Sistina di Raffaello, come farà Dostoevskij, Lipsia, Halle, Halberstadt, Göttingen, Kassel, Francoforte sul Meno, Magonza, Strasburgo e infine Parigi.

Pochi giorni dopo l’arrivo nella capitale francese, il 18 luglio, Kleist indirizza a Caroline von Schlieben, fidanzata del pittore Friedrich Lose, una delle sue lettere più note e apprezzate, in cui compare quella particolare concezione della donna che ritroveremo in molti dei suoi personaggi femminili (e non solo, si pensi ad esempio al principe Homburg):

se l’uomo si riconosce dall’intelletto, la donna si riconosce dal cuore […]. C’è una certa bontà celeste con cui la natura ha contraddistinto le donne e che è soltanto loro, tutto ciò che vi si accosta con un cuore lo stringe a sé con trepido affetto. Come fa il sole […] con tutti i corpi celesti che si trovano nel suo raggio d’azione […] finché al termine del suo cammino a spirale non riposano sul suo petto ardente [5].

Perduta la fiducia nell’intelletto umano, incapace, nella sua limitatezza, di giungere alla verità, Kleist si aggrappa a ciò che resta, il cuore, e alla creatura che da questo si riconosce, la donna. Non a caso nelle sue opere egli consegna se stesso «in buona parte attraverso identità femminili» [6]. Kleist, spiritualmente, si identifica molto più nella donna, irrazionale, impulsiva, istintiva, dunque legata a una dimensione pura, incontaminata, originaria dell’esistenza, che nell’uomo, razionale, misurato, calcolatore, legato alle leggi e alle convenienze.

Già nella lettera alla von Schlieben (Kleist è a Parigi da soli dodici giorni) troviamo una critica severa della vita nella metropoli, frenetica, sovraccarica, inautentica, nauseante: «Troppo rapidi si susseguono i fenomeni e troppo stretto è il cuore per afferrarli tutti, quelli passati dileguano per far posto ai nuovi. Alla fine il cuore ha la nausea dei nuovi e si dà fiaccamente a impressioni di cui presagisce la fugacità. Ah, dev’esser ben desolato, vuoto e triste morire più tardi del proprio cuore». La metropoli, con la sua densità da formicaio e i suoi ritmi forsennati, inaridisce l’individuo: «qui il cuore è utile come un polmone sotto vuoto e, se mai ne sguscia fuori un sentimento, svanisce come una nota di flauto nell’uragano» [7]. Viene in mente la straniante esperienza dell’amore all’ultimo sguardo, di cui parla Benjamin a proposito della poesia di Baudelaire A una passante [8]. L’ostilità nei confronti della vita metropolitana accompagna Kleist, abituato a ben altri contesti, durante tutto il soggiorno parigino. Nelle sue lettere depreca la folla che invade e intasa le strade, la totale assenza di rapporti autentici, fondati su profondi sentimenti umani, l’indifferenza davanti ai fatti di cronaca nera, agli omicidi, così frequenti da rientrare nella normalità, la futilità dei parigini, schiavi della piaga della moda e incapaci di riflettere, perché per loro concepire un secondo pensiero su uno stesso oggetto è già la noia. Nella metropoli ogni singola richiesta dei sensi è soddisfatta fino alla nausea e ogni infamia viene commessa secondo dei principi. A questa vita inautentica, fatta di piaceri illusori, effimeri, dozzinali, in cui l’individuo, fagocitato dalla massa, è ridotto a una cosa priva di sentimento, Kleist oppone l’ideale della vita campestre, che si concretizza nel sogno, mai realizzato, di acquistare un podere in Svizzera, perché un uomo, come dicevano gli antichi saggi, per piacere agli dei non deve fare altro che coltivare un campo, piantare un albero e concepire un figlio.

Non è un momento facile per Kleist, ossessionato dall’onnipotenza del caso, tanto da definire la vita una lotteria, e tormentato dalla brama di godimento, brama che non ha niente di edonistico, ma è il frutto di un intimo bisogno, sin qui inesausto, di felicità e pace. Kleist sente dentro di sé una vitalità straordinaria, di cui percepisce tutta la tragicità, il destino di sconfitta, e che racchiude nell’immagine rappresentativa, ricorrente nelle sue opere, della quercia viva abbattuta dalla tempesta, che invece non tocca quella morta e spoglia. Kleist potrebbe trovare conforto nella fede, ma la sua natura irriducibilmente materialista gli impedisce di credere in Dio ed egli concepisce una sorta di filosofia della casualità che priva l’uomo di ogni responsabilità: siamo inchiodati alla ruota di Issione, che gira e gira senza posa, e non possiamo stabilire ciò che è giusto, perché la stessa voce che dice al cristiano di amare il prossimo, dice al selvaggio di divorarlo. Non esistono bene e male, almeno non in termini assoluti, definitivi, esiste solo il caso, forza imperscrutabile che ha in pugno le nostre vite.

Il soggiorno parigino è denso di riflessioni, per lo più amare, e culmina nella scoperta di Kleist della propria vocazione letteraria, il cui inizio è segnato dalla lettera a Wilhelmine del 10 ottobre. Kleist dichiara alla fidanzata che, se volesse, potrebbe mantenersi scrivendo libri, ma «scriver libri per denaro – questo mai. Poiché trovo così poco per il mio bisogno, in un’ora solitaria (giacché esco assai poco) ho elaborato un ideale: però non capisco come un poeta possa consegnare il figlio del suo amore a questa rozza masnada che sono gli uomini. Lo chiamano bastardo. Mi piacerebbe condurti nella grotta dove custodisco mio figlio, come una vestale il suo, in segreto, al lume di una lampada. Perciò di questa possibile branca di guadagno non se ne fa nulla. La disprezzo, per molti motivi e basta» [9]. La via è tracciata, il destino segnato. Kleist a Parigi inizia a scrivere il suo primo dramma: La famiglia Schroffenstein. Niente sarà più come prima.

NOTE

[1] Citato in Anna Maria Carpi, Cronologia, in Heinrich von Kleist, Opere, Mondadori, Milano 2011, p. LVII.

[2] Anna Maria Carpi, Kleist, il «genio sinistrato», in Heinrich von Kleist, Opere, cit., p. XIII.

[3] Citato in Anna Maria Carpi, Cronologia, cit., pp. LVI-LVII.

[4] Ivi, pp. LVII-LVIII.

[5] Ivi, pp. LVIII-LIX.

[6] Anna Maria Carpi, Kleist, il «genio sinistrato», cit., p. XL.

[7] Citato in Anna Maria Carpi, Cronologia, cit., p. LIX.

[8] «In velo da vedova, velata dal suo stesso essere trasportata tacitamente dalla folla, una sconosciuta incrocia lo sguardo del poeta. Il significato del sonetto è, in una frase, questo: l’apparizione che affascina l’abitante della metropoli – lungi dall’avere nella folla solo la sua antitesi, solo un elemento ostile – gli è arrecata solo dalla folla. L’estasi del cittadino è un amore non tanto al primo quanto all’ultimo sguardo. È un congedo per sempre, che coincide, nella poesia, con l’attimo dell’incanto. Così il sonetto presenta lo schema di uno choc, anzi lo schema di una catastrofe. […] Che “questi versi potevano nascere solo in una grande città”, come ha scritto Thibaudet, è ancora insufficiente. Essi fanno emergere le stimmate che la vita in una grande città infligge all’amore» (Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Id., Angelus Novus, traduzione di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1962).

[9] Citato in Anna Maria Carpi, Cronologia, cit., p. LXI.