Nella raccolta di racconti Un medico di campagna, pubblicata nel 1919 e dedicata al padre, troviamo un breve testo, intitolato Il cruccio del padre di famiglia, che rappresenta uno degli esiti più originali ed enigmatici dell’assurda creatività di Kafka. Originalità ed enigmaticità dovute alla presenza di una figura indefinibile, incomprensibile, un oggetto-soggetto, una cosa-essere di nome Odradek. Leggiamo.

Alcuni affermano che il termine Odradek derivi dallo slavo e cercano di dimostrare l’etimologia della parola partendo da questa supposizione. Altri invece ritengono che tragga origine dal tedesco e abbia subito soltanto degli influssi slavi. L’incertezza di entrambe le ipotesi fa giustamente concludere che nessuna delle due sia esatta, tanto più che sia l’una che l’altra non offrono affatto una spiegazione della parola.
Naturalmente nessuno si perderebbe in simili studi se non ci fosse veramente un essere che si chiama Odradek. Ha l’aspetto di una spoletta per il filo, piatta e a forma di stella e sembra davvero ricoperta di filo, si deve trattare, però, solo di alcuni pezzi di filo strappati, vecchi, annodati fra loro e persino ingarbugliati, di qualità e colore tra i più disparati. Ma non è soltanto una spoletta, infatti dal centro della stella sporge un’asticciuola alla quale se ne aggiunge un’altra ad angolo retto. Con l’aiuto di quest’ultima da un lato e di uno dei raggi della stella dall’altro il tutto si regge in piedi come se avesse due gambe.
Si sarebbe indotti a credere che quest’insieme abbia avuto, un tempo, una forza razionale e che ora sia semplicemente rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non ci sono indizi per questa congettura; da nessuna parte si rilevano aggiunte o fratture che confermerebbero la tesi sostenuta; l’insieme sembra assurdo, – ma – a modo suo – compiuto. Non è possibile aggiungere altro giacché Odradek è mobilissimo e non si può catturare.
Risiede alternativamente in soffitta, per le scale, nei corridoi, nell’atrio. A volte non si fa vedere per mesi interi; in questi casi si è trasferito probabilmente in altre abitazioni; tuttavia torna immancabilmente nella nostra. Talvolta, scorgendolo, appoggiato alla ringhiera delle scale quando si esce dalla porta, si prova il desiderio di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si porgono domande difficili, ma lo si tratta – e già la sua esiguità ci porta a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si domanda. «Odradek», risponde. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora», dice e ride; ma è una risata che si può produrre soltanto senza polmoni. Risuona come un fruscio di foglie cadute. Con ciò la conversazione termina di solito. D’altronde persino queste risposte non si ottengono sempre: spesso rimane per molto tempo muto come il legno che sembra essere.
Invano mi domando che cosa ne sarà di lui. Può morire? Tutto ciò che muore ha avuto una specie di scopo, una specie di attività per i quali s’è logorato; questo non avviene per Odradek. Rotolerà forse un giorno per le scale tra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli trascinandosi dietro i fili? Non fa male a nessuno, tuttavia il pensiero che possa sopravvivermi mi è quasi doloroso [1].

Che cos’è Odradek? Che cosa rappresenta questa singolarissima figura, inserita da Borges nel Manuale di zoologia fantastica, dall’insieme assurdo, ma compiuto, dall’aspetto di una spoletta per il filo piatta e a forma di stella, capace di parlare e di ridere, ma la cui risata risuona come un fruscio di foglie cadute? Una domanda legittima, spontanea, naturale, ma destinata a restare, drammaticamente, senza risposta.

Odradek è forse la giocosa invenzione di un bambino dalla fervida creatività. Odradek forse non esiste ed è l’ossessiva invenzione di un uomo, il padre di famiglia, vittima della follia. Odradek è forse Dio, o meglio, quel che resta di Dio dopo i plurimi assassinii filosofici del XIX secolo (Stirner, Mainländer, Nietzsche). Odradek è forse semplicemente Odradek e niente di più, come Godot è forse semplicemente Godot e si ricordi, in tal senso, l’emblematica risposta di Beckett alla domanda sull’identità del suo non-personaggio più celebre: se lo sapessi, ve lo avrei detto [2]. Odradek è forse la vita, la vita in tutta la sua spaventosa insensatezza e assurdità.

Potremmo continuare di questo passo per pagine e pagine, avanzare centinaia, migliaia di ipotesi, tutte giuste, plausibili e, al tempo stesso, tutte sbagliate, persino folli. Ma una certezza forse c’è ed è questa, che Odradek rappresenti meglio di ogni altro personaggio da lui creato la scrittura di Kafka.

Ciò che abbiamo detto di Odradek vale anche per Il processo, per Il castello e per La metamorfosi [3]: tutte le interpretazioni di queste opere sono valide, corrette e, al tempo stesso, errate. Franz Kafka è destinato a restare per sempre lo scrittore più sfuggente della storia della letteratura, e gran parte del suo fascino inesauribile sta proprio in questo. A livello narrativo, come mostrano tutti i testi sin qui citati, Kafka rappresenta un limite estremo, oltre il quale è il silenzio.

NOTE

[1] Franz Kafka, Un medico di campagna, traduzione di Luigi Coppé, in Id., Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, Newton Compton editori, Roma 2013, pp. 581-582.

[2] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Godot è Godot, punto. E non verrà mai.

[3] Per un approfondimento su queste opere rimando ai contributi Franz Kafka, «Il processo»: colpevole senza colpa e per legge di natura, «Il castello»: l’ultimo grande incubo di Franz Kafka, Franz Kafka, l’assurda «Metamorfosi» di Gregor Samsa.

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